Lingua (linguistica)

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Lingue del mondo per principali famiglie:

██ Afro-asiatiche

██ Niger-kordofaniane

██ Nilo-sahariane

██ Khoisan

██ Indo-europee

██ Caucasiche

██ Altaiche

██ Uraliche

██ Dravidiche

██ Sino-tibetane

██ Austroasiatiche

██ Austronesiane

██ Australiane aborigene

██ Papuasiche

██ Tai-Kadai

██ Amerinde

██ Na-Dené

██ Eschimo-aleutine

██ Isolata

Una lingua è, in linguistica, un sistema di comunicazione parlato o segnato proprio di una comunità umana. Indica quindi una forma concreta della facoltà umana del linguaggio, specifica di una determinata comunità.[1] Si parla quindi di lingua italiana, lingua inglese, lingua yoruba, lingua lakota, eccetera, come manifestazioni specifiche del linguaggio.[2]

Introduzione[modifica | modifica wikitesto]

Una lingua è un sistema di comunicazione composto da vari sottosistemi.[3] I principali sistemi che compongono una lingua sono: il lessico, il sistema fonologico, la morfologia, la sintassi e la pragmatica; nel caso vi siano sia una versione scritta che una orale, anche un sistema di scrittura.[4]

La linguistica è la disciplina che studia le lingue con lo scopo di comprendere l'abilità umana del linguaggio[5]. Ferdinand de Saussure è stato il primo studioso a dotare la linguistica dei metodi empirici e dell'obiettività delle scienze, grazie alle sue teorie raccolte sotto la denominazione di strutturalismo, tanto da essere soprannominato da alcuni il padre fondatore della linguistica moderna.[6]

Ethnologue indica che nell'anno 2013 sono presenti nel mondo circa 7105 lingue[7]. Le lingue più parlate[8] sono: cinese mandarino, inglese, hindi/urdu, spagnolo, russo, arabo, bengali, portoghese, indonesiano e giapponese. L'italiano è parlato da circa 70 milioni di persone nel mondo e si attesta al 19º posto, a pari merito con cantonese, telogo (parlato in India e in Malesia) e turco.

Le lingue del mondo, esito ciascuna di uno sviluppo storico in una data area, si chiamano lingue storico-naturali (storiche perché hanno una storia nella quale sono protagonisti i parlanti di tali lingue, naturali per contrapporle alle lingue artificiali).

In questi ultimi anni gli studi sul linguaggio, inteso come facoltà umana di comunicare per mezzo di sistemi verbali, e sulla lingua, manifestazione concreta con cui le potenzialità verbali di un individuo (o di un gruppo) si realizzano in un certo contesto storico, geografico, sociale, si sono moltiplicati: studiosi con interessi scientifici molto diversi hanno esaminato il problema del linguaggio da punti di vista differenti, a volte opposti.

Si parla di linguaggio verbale e di linguaggi alternativi, di linguaggio e di lingua, di linguaggio e di comunicazione in senso ampio.

Si può dire che esiste comunicazione ogni qual volta esista un passaggio di informazioni da un'emittente a un destinatario, in modo tale che il messaggio, così come è stato concepito, coincida con l'informazione decodificata dal ricevente.

L'uomo non è l'unico ad usare segnali convenzionali; negli animali esistono forme di scambio di informazioni, ma non forme di pensiero verbale in cui parola ed azione interagiscono vicendevolmente.

La lingua è pertanto lo strumento più raffinato e potente di rappresentazione simbolica, cioè di quella capacità che è alla base di tutte le funzioni concettuali.

Essa è inoltre il mezzo più economico, diversificato ed appropriato che l'individuo ha a disposizione per partecipare alla vita della sua comunità, diventando un membro attivo, ricevendone il bagaglio culturale che può essere modificato secondo le proprie esigenze, in un interscambio profondo fra sé e il gruppo di appartenenza.

Dal momento della sua comparsa e con la sua evoluzione il linguaggio è diventato il massimo organizzatore logico dell'esperienza e del pensiero.

L'interesse per il linguaggio, specificità dell'uomo, è iniziato nell'antichità con Platone, Aristotele, Sant'Agostino, ma la linguistica come scienza è abbastanza recente.

La sua nascita può essere fissata agli inizi del Novecento con Ferdinand de Saussure, in particolare con la pubblicazione nel 1916, da parte di due suoi allievi, delle lezioni tenute a Ginevra tra il 1906 ed il 1911, nel "Corso di linguistica generale".

L'opera di Saussure ha il pregio di aver posto i fondamenti della linguistica, fondamenti a cui si sono riferiti, come accettazione o rifiuto, studiosi appartenenti ad indirizzi diversi di ricerca.

Il significato e il significante[modifica | modifica wikitesto]

È ad esempio merito di Saussure l'aver definito il segno linguistico come l'unione di un significante e di un significato.

Per significante si intende la produzione verbale, quell'insieme di suoni che hanno la proprietà, per coloro che parlano quella lingua, di richiamare un certo significato.

Più difficile definire il significato in quanto esso si correla al concetto, all'oggetto, al fenomeno, o ad altro che il significante indica.

Inoltre il significato di una parola dipende dal soggetto psicologico e dalla lingua stessa; l'oggetto non è un "in sé", ma dipende dal soggetto che ne prende coscienza-conoscenza.

Il soggetto è condizionato dalle proprie strutture emotive e cognitive, la lingua è determinata dalle scelte del soggetto e della comunità a cui l'individuo appartiene e determina, per molti aspetti, l'organizzazione logica del mondo concettuale.

È quindi più corretto, in linguistica, definire il significato come "significato verbalmente elaborato" piuttosto che usare come punto di riferimento il concetto, l'oggetto, l'azione o la relazione; il significato è quella parte di realtà extra-linguistica a cui un certo significante fa riferimento.

Se si considera un segno linguistico si nota che esso possiede due aspetti: l'immagine acustica (cioè i suoni in successione che lo compongono) e il concetto che esso esprime. Al primo si dà il nome di significante e al secondo di significato. Il legame che unisce il significato al significante è arbitrario ed ha una motivazione storica.

Un segno linguistico si può paragonare ad una banconota. Il significante è il rettangolo di carta di una certa dimensione, con certe immagini e con certi colori, il significato è il valore (in oro o in merci) che viene attribuito a tale rettangolo di carta. Il legame tra il rettangolo di carta e un determinato valore è arbitrario: cioè non ha una motivazione logica, ma dipende da una convenzione.

"Langue" e "parole"[modifica | modifica wikitesto]

Un'altra distinzione importante, sempre fatta da Saussure, è personale, "atto di volontà e intelligenza", come ancora dice Saussure.

La lingua come sistema di segni[modifica | modifica wikitesto]

Una lingua è composta da segni che vanno però distinti tra segni naturali (detti anche indici) e segni artificiali.

I segni naturali sono legati ai loro rispettivi significati (una colonna di fumo indica un incendio, un rossore improvviso indica vergogna o imbarazzo), mentre i segni artificiali sono arbitrari (per indicare via libera al semaforo si sarebbe potuto scegliere un colore diverso dal verde o per indicare le lettere dell'alfabeto si sarebbero potuti scegliere segni differenti) e quindi sono segni convenzionali che, a differenza dei segni naturali, devono essere imparati.

I segni arbitrari, combinati con altri segni dello stesso tipo costituiscono un sistema di segni.

La lingua può essere considerata un sistema in quanto essa mette in relazione un insieme di significanti all'universo dei significati di quella lingua stessa.

La relazione non è strettamente biunivoca perché:

  • ad un significante possono corrispondere più significati (polisemia);
  • ad un significato possono corrispondere più significanti (sinonimia);
  • un insieme di significanti può concorrere ad indicare un significato diverso dalla pura somma dei significati (ad esempio: il cane della pistola);
  • alcuni significanti includono o coprono parzialmente aree di significato appartenenti ad altri (ad esempio: animale, vertebrato, mammifero, canide, volpe; ragazza, bambina, fanciulla, pre-adolescente).

Affinché un "sistema di segni" funzioni è regola inderogabile che i segni (ciascuno dei quali è portatore di un concetto riconducibile a infiniti significati), per diventare tali devono essere attribuiti alla lingua dalla maggior parte della comunità sociale che è parte della lingua stessa.

Caratteristiche dei segni[modifica | modifica wikitesto]

La caratteristica dei segni linguistici sono la duplicità, l'arbitrarietà e la convenzionalità.

La duplicità sottolinea il fatto che nel segno linguistico entrano in relazione, tranne alcune eccezioni, significato e significante.

L'arbitrarietà significa che non esiste una relazione evidente fra significato e significante. A prova di ciò basti pensare ai diversi significanti, usati da lingue diverse, per indicare lo stesso significato e come, all'interno di una stessa lingua, in tempi storici diversi, la stessa parola assuma significati diversi e, a volte, opposti.

Secondo alcuni le onomatopee contravvengono a questo principio perché il confronto con parole onomatopeiche di lingue diverse permette di osservare come le caratteristiche sonore di uno stesso oggetto, animale, situazione, siano espresse in modo verbalmente differente da una lingua all'altra.

La convenzionalità sta invece ad indicare che fra emittente e destinatario appartenenti alla stessa comunità linguistica, esiste una convenzione, un accordo comunicativo.

La lingua come struttura di sistemi correlati[modifica | modifica wikitesto]

La lingua è composta da un insieme di elementi tra di loro interdipendenti e ciascun elemento ha un valore e un funzionamento in rapporto al valore e al funzionamento degli elementi che gli sono vicini.

Secondo lo strutturalismo la lingua è un sistema costituito da più sistemi tra loro correlati.

Si ha così un sistema della lingua che si suddivide in:

Questi sistemi se si correlano tra di loro rappresentano altrettanti livelli di analisi e ogni unità presente in un livello può essere scomposta in unità definite e minime.

La doppia articolazione[modifica | modifica wikitesto]

Nella realizzazione di un codice esistono due tipi di rischio:

  • l'estrema specificità del segnale che è antieconomico in quanto richiede una grande quantità di segnali ed un notevole impegno mnemonico per l'apprendimento (come negli ideogrammi delle scritture ideografiche);
  • l'estrema generalizzazione del segnale che può diventare poco chiaro in quanto portatore di informazioni generiche o di più significati.

La lingua umana ha evitato questi due rischi utilizzando il sistema della doppia articolazione (concetto illustrato in particolare da A.Martinet nel 1960) che viene considerata dai linguisti un "universale", cioè una caratteristica propria di tutte le lingue.

La prima articolazione riguarda le unità minime fornite di significato (cioè i monemi o morfemi), il combinarsi dei morfemi a costituire le parole, e queste a formare le frasi, le frasi a collegarsi in testi.

La parola "cani", ad esempio, è composto da due morfemi: "can" che ritroviamo in "canile", "canide", ecc., "i" che ritroviamo in moltissimi plurali maschili, "lavavano" è composto da tre morfemi, il primo che indica l'azione, il secondo il tempo in cui essa si situa, il terzo il numero e la relazione esistente fra il parlante e le persone che agiscono.

La seconda articolazione riguarda invece le unità sprovviste di significato e cioè il combinarsi dei fonemi (per lo scritto dei grafemi) all'interno delle parole.

La lingua, così, possedendo la doppia articolazione, ci offre la possibilità di combinare una trentina (in italiano sono 31 i fonemi composti da tratti distintivi) di unità sfornite di significato (i fonemi) in un numero teoricamente illimitato di unità fornite di significato (i morfemi).

In questo modo il sistema linguistico è estremamente comodo perché basterà combinare negli illimitati modi possibili le trentuno unità sfornite di significato, o fonemi, che formano il nostro sistema fonologico e, che essendo così poche, sono facilmente memorizzabili.

Friedrich Schlegel, fondatore della classificazione morfologica.

La classificazione delle lingue[modifica | modifica wikitesto]

La storia e lo sviluppo[modifica | modifica wikitesto]

Vi sono diversi modi per classificare le lingue. Le più correnti al giorno d'oggi sono:

  • la classificazione genealogica, che prende in esame la parentela tra le lingue,
  • la classificazione tipologica, che raggruppa le lingue secondo caratteri formali (in particolare, il tipo morfologico oppure secondo l'ordine delle parole);
  • la classificazione areale, che prende in esame le lingue parlate in una determinata area, indipendentemente dalla loro eventuale affinità genealogica o tipologica.
Wilhelm von Humboldt, fondatore della classificazione psicologica.

Altri tipi di classificazione (come ad esempio quella "psicologica" proposta da Wilhelm von Humboldt e Heymann Steinthal, che elaborarono una difficile suddivisione tra forma e materia, e perfezionata da Franz Misteli)[9] sono oggi disusate.

La classificazione genealogica è la prima che sia stata impiegata con rigore scientifico: si basa sulle affinità tra le lingue, studiando i tratti comuni per risalire ad una lingua madre. Grazie alla linguistica comparativa, è possibile anche stabilire i gradi di parentela tra lingue i cui tratti non sono immediatamente accomunabili. Max Müller individuò 78 gruppi, sostenendo la tesi che oltre ad un lavoro sull'attualità bisognasse anche rivolgersi alla storia. La teoria ha avuto ampia diffusione e altri autori hanno proposto dei metodi per poter imparentare le lingue: Hugo Schuchardt elaborò i concetti di affinità elementare (somiglianze tra espressioni infantili) e convergenza (adattamento delle lingue al territorio); Eduard Schwyzer quello di affinità culturale (influenza reciproca di lingue contigue).

I primi studiosi che tentarono una classificazione morfologica furono Friedrich e Wilhelm August von Schlegel. I due filosofi tedeschi individuarono tre classi: le lingue senza strutture grammaticali; le lingue con affissi utilizzabili come parole a sé; le lingue a inflessione (a loro volta divise in sintetiche e analitiche). Questa tripartizione fu sviluppata ulteriormente da Franz Bopp, fondatore della linguistica indoeuropea, August Friedrich Pott e Bernardino Biondelli[9].

Le lingue più parlate[modifica | modifica wikitesto]

La linguista Colette Grinevald stima che il 50% delle lingue sparirà entro il 2100. In certe regioni, c'è la possibilità che ciò arrivi al 90% (come in Australia e America)[10]. Nel 2008, l'ONG Survival International stima che le lingue indigene spariranno[11]

Colette Grinevald stima che nel 2100 le maggiori lingue saranno[10] :

Internet gioca un ruolo importante, è un acceleratore nelle disparità tra le lingue, per l'uniformità dei modi di esprimersi. Ma permette anche il contatto tra comunità con lo stesso idioma.

L'ONG Terralingua stima che il 20% delle lingue si siano estinte dal 1970 al 2005 e prevede che solo il 10% sopravviverà nel XXII secolo.

Lingue e varietà[modifica | modifica wikitesto]

Il termine "lingua" non possiede una definizione univoca condivisa da tutta la comunità linguistica che permetta di distinguere tra lingue diverse o varietà di esse.[12] Cysouw e Good (2013) propongono un metamodello che fornisca la base teorica per la creazione di una definizione del concetto "lingua", benché il modello non si occupi di affrontare questo compito. I due studiosi elaborano tre concetti linguistici: glossonimo (glossonym), doculetto (doculect) e languoide (languoid).

Con il termine glossonimo si fa riferimento ad una parola usata per indicare un qualunque sistema linguistico, slegato dall'entità linguistica (language-like object) che può indicare, ossia senza un referente. Ad esempio "italiano", "spagnolo", "francese", "milanese", "siciliano" sono glossonimi, ovvero nomi semanticamente "vuoti" di entità linguistiche.

Un doculetto è una specifica varietà linguistica come descritta in una specifica fonte documentaria. Il termine è agnostico nei riguardi della distinzione "lingua" o "dialetto" ed è invece incentrato sul fatto che un doculetto è documentato e/o descritto in una testo o media di qualunque natura. Formalmente un doculetto consiste nell'accostamento del riferimento della fonte al relativo glossonimo: [fonte; glossonimo]. Per esempio: [Burtch1983DiccionarioHuitotoMurui; huitoto murui].

Un languoide è un qualunque raggruppamento di doculetti, avente una possibile struttura gerarchica, che in principio possono estendersi da una serie di idioletti fino ad una famiglia di ultimo livello. Un languoide è formalmente definito come <fonte; glossonimo; [lista (gerarchica) di doculetti]>. Ad esempio:

   <ThisPaper2013Languoids; huitoto;
       <ThisPaper2013Languoids; murui;
           [Burtch1983DiccionarioHuitotoMurui; huitoto murui],
           [Burtch1983DiccionarioHuitotoMurui; murui del río cara-paraná]
       >
       <ThisPaper2013Languoids; minica;
           [Burtch1983DiccionarioHuitotoMurui; meneca, mɨní̵ca, mí̵nɨca],
           [Nies1976ListasComparativas; huitoto meneca, mɨnɨca]
   >

Lingua standard e non-standard[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua standard.

Una "lingua standard", "variante standard" o "dialetto standardizzato" è una varietà di una lingua caratterizzata da regole fissate di grammatica e grafia, e da un supporto legislativo o istituzionale, oppure da un riconoscimento consuetudinario nell'ambito letterario. Tale supporto può comprendere il riconoscimento o la designazione governativa, la presentazione prescrittivo-normativa come "forma corretta" della lingua nelle scuole, pubblicazione di grammatiche, dizionari e libri di testo che avanzano una "forma corretta" parlata e scritta; e una letteratura formale estesa che impiega tale dialetto (prosa, poesia, testi di riferimento, ecc.).

Una "variante non standard", come una variante standard, è una lingua a tutti gli effetti, ma non è beneficiaria di un supporto istituzionale. Una variante non standard di una lingua è subordinata alla varietà standard solo socio-politicamente e non dal punto di vista strettamente linguistico.

Non tutti i sistemi linguistici però possono vantare una variante standard; di contro alcuni sistemi possono vantare più di uno standard loro associato, e in tale caso si parla di "diasistema", dove spesso a diversi standard corrispondono diverse entità storico-politiche. È il caso ad esempio dello Standard British English, Standard American English e Standard Indian English che possono essere definiti standard diversi della lingua inglese adottati in diverse realtà politiche (invece l'African-American Vernacular English potrebbe essere definita variante non-standard della lingua inglese, quindi più semplicemente dialetto nel senso di variante). Altro esempio è quello del croato, del serbo e del bosniaco che sono tutte varianti standard (peraltro enormemente simili) dello Štokavo.

Generalmente le varianti standard costituiscono le lingue ufficiali di entità politiche, tuttavia possono esistere varietà standard che non sono lingue ufficiali: è il caso di alcune lingue che sono state ufficiali nel passato, di alcune lingue di uso letterario che godano ormai di una standardizzazione de facto, oppure di varianti artificiali create con lo scopo di rivendicazioni politiche, oppure di varianti "naturali" emendate di cui venga proposta una regolamentazione della grafia ai fini di un successivo riconoscimento ufficiale.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Graffi e Scalise 2002,  p. 24.
  2. ^ Il termine idioma è usato, in ambiente non tecnico, per indicare una lingua o una sua varietà. Beccaria 2004, p. 398, s.v. "idioma", riporta: "[t]ermine generico, non appartenente alla terminologia linguistica, che può indicare indifferentemente una lingua o una varietà di lingua."
  3. ^ Un sistema di sistemi è definito "diasistema".
  4. ^ Graffi e Scalise 2002,  p. 29.
  5. ^ Scheda sul De Mauro-Paravia
  6. ^ (FR) Ferdinand de Saussure. Cours de linguistique génerale. Losanna-Parigi, Payot, 1916 (traduzione italiana con commento di Tullio De Mauro. Corso di linguistica generale. Bari, Laterza, 1967).
  7. ^ Ethnologue 17th edition website
  8. ^ Secondo Linguasphere Observatory, Linguasphere Table of the World's Major Spoken Languages, 1999-2000
  9. ^ a b P. Bru. Classificazione delle lingue, in Grande dizionario enciclopedico UTET. Torino, UTET, 1969, pp. 319.
  10. ^ a b Colette Grinevald par Laure Belot et Hervé Morin, 2100 les Terriens parleront 3000 langues de moins in Le Monde, 1º gennaio 2006.
  11. ^ Une langue indigène disparaît «toutes les deux semaines» su Survival International, 20 febbraio 2008.
  12. ^ Cysouw e Good 2013, p. 331.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Beccaria, Gian Luigi (a cura di), Dizionario di linguistica, Torino, Piccola Biblioteca Einaudi, 2004.
  • (FR) Benveniste, Emile, La classification des langues in Problèmes de linguistique générale, Parigi, 1966.
  • Biasutti, Renato, Razze e popoli della terra, Torino, 1967.
  • Carrol, J.B., Lo studio del linguaggio, Torino, 1955.
  • (EN) Cysouw, Michael e Good, Jeff, Languoid, doculect, and glossonym: Formalizing the notion 'language' in Language Documentation and Conservation, vol. 7, 2013, pp. 331–359.
  • Graffi, Giorgio e Scalise, Sergio, Le lingue e il linguaggio. Introduzione alla linguistica, Bologna, Il Mulino, 2002.
  • (FR) Meillet, Antoine e Cohen, Marcel, Les langues du monde, Parigi, 1952.
  • Sapir, Edward, Il linguaggio, Torino, 1969.
  • Sturtevant, E.H., Introduzione alla scienza linguistica, Milano, 1962.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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