Canis lupus italicus

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Lupo grigio degli Appennini
Canis lupus Parc des Loups 003.jpg
Un esemplare di lupo appenninico
Stato di conservazione
Status iucn3.1 VU it.svg
Vulnerabile[1]
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Phylum Chordata
Subphylum Vertebrata
Classe Mammalia
Sottoclasse Eutheria
Ordine Carnivora
Famiglia Canidae
Sottofamiglia Caninae
Genere Canis
Specie C. lupus
Sottospecie C. l. italicus
Nomenclatura trinomiale
Canis lupus italicus
Altobello, 1921
Areale in Italia
Distribution Canis Lupus Italicus.png

Il lupo grigio appenninico (Canis lupus italicus Altobello, 1921) è una sottospecie del lupo grigio indigeno della penisola italiana. Abita nelle zone montuose degli Appennini e le alpi Occidentali, sebbene il suo areale si sta gradualmente espandendo verso nord ed est. È stato classificato come una specie protetta sin dagli anni settanta, quando la popolazione si era ridotta a solo 70-100 esemplari. La popolazione è attualmente in una fase d'incremento, con un sondaggio del 2016 da parte dell'ISPRA rivelando la presenza di circa 1,269-1,800 esemplari diffusi nella penisola.[2] Sin dagli anni novanta, l'areale del lupo grigio appenninico si è espanso ad includere la Francia sudoccidentale[3] e la Svizzera.[4] Sebbene non sia universalmente accettato come una sottospecie a parte dal lupo grigio europeo comune,[5] possiede un aplotipo mitocondriale[6][7][8] e una morfologia cranica distinta.[9]

Il peso adulto medio è di 25-35 chili, sebbene si segnalano esemplari maschi pesanti 40-45 chili. È lungo 110-148 cm e alto 50-70 cm.[10] Il manto è generalmente d'un colore grigio-fulvo, che diventa più rossiccio d'estate. L'addome e le guance sono più chiare, con delle macchie scure sul dorso, la punta della coda ed ogni tanto sugli arti anteriori. Gli esemplari melanici sono stati segnalati negli Appennini nord-centrali, ma le osservazioni dirette e gli studi genetici dimostrano che sono frutto d'incrociamento coi cani. Vive tipicamente in branchi composti di 2-7 individui.[11]

Tassonomia[modifica | modifica wikitesto]

Illustrazione comparativa tra il cranio e la dentatura di C. l. lupus (a) e di C. l. italicus (b).

Il lupo grigio d'Italia fu prima riconosciuto come una sottospecie a parte dal lupo grigio europeo nel 1921 dallo zoologo Giuseppe Altobello,[12] che notò come disponeva d'una colorazione e morfologia cranica diversa, quest'ultima mostrando somiglianze con quella del cane e lo sciacallo dorato.[13] La classifica di Altobello fu scartata da alcuni autori, incluso Reginald Innes Pocock, che lo classificò come sinonimo del lupo europeo.[9] Nel 2002, il paleontologo Ronald Nowak riaffermò la morfologia distinta del lupo grigio apenninico con uno studio svolto su vari crani di lupi italiani ed europei e di cani. Fra i tratti distinti notati nei crani italiani c'erano un palato snellito tra i primi premolari, un osso frontale largo, e un osso jugale meno sviluppato.[9]

Attualmente, la MSW3[14] continua a considerarlo un sinonimo del lupo grigio europeo, ma viene riconosciuto come distinto dalla National Center for Biotechnology Information.[15][16][17]

L'avvento della biologia molecolare ha permesso ai biologi di chiarire ulteriormente lo stato tassonomico del lupo apenninico. Un'esaminazione del DNA mitocondriale di 26 popolazioni di lupo condotto nel 1992 rivelò che la popolazione italiana è fornita d'un aplotipo mitocondriale non condiviso con altri lupi.[6] Ulteriori studi sul DNA mitocondriale dismostrarono che i lupi italiani non condividono aplotipi con i cani e gli altri lupi.[7] Nel 2010, uno studio comparativo sugli aplotipi mitocondriali di 24 esemplari di lupo preistorico e lupi attuali risultò in un albero filogenetico rivelando la presenza di due aplogruppi. Tutti i campioni preistorici appartenevano all'aplogruppo 2, indicando che questa popolazione fosse dominante in Europa per oltre 40,000 anni prima e dopo l'ultimo massimo glaciale. I lupi con l'aploptipo 2 furono gradualmente soppiantati dalle popolazioni con aplotipo 1, ma il lupo italiano rappresenta l'ultima popolazione attuale che mantiene il primo[18] sin dall'estinzione del lupo giapponese.[19] Questa scoperta fu rafforzata con un ulteriore studio sulle sequenze di DNA di sia lupi odierni che antichi, che dimostrò la distinzione aplotipica del lupo appenninico ed iberico. Lo studio produsse un albero filogenetico che posizionò il lupo apenninico presso ai lupi preistorici del Pleistocene superiore.[20] Nel 2017, fu scoperto un ulteriore aplotipo che rafforzò l'ipotesi che il lupo appenninico sia una sottospecie a sé.[21]

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Il lupo grigio appenninico è grande quanto un pastore tedesco,[22] con un sondaggio su vari campioni rinvenuti in tutt'Italia dal 1974-1990 mostrando una lunghezza del corpo media di 109-148 cm, e un'altezza al garrese dai 49-73 cm.[11] Gli esemplari segnalati nelle Alpi italiane pesano dai 28 ai 34 kg, con almeno un esemplare pesante 44 kg segnalato presso Entracque.[22] Il cranio del lupo grigio appenninico si distingue da quello del lupo grigio europeo dalle sue apofisi e creste più rotondeggianti, e la dentizione meno robusta, con canini meno ricurvi.[13]

Il manto invernale è grigiastro, con peli scuri sul dorso. Durante l'estate, il manto è meno folto, dimostrando colori più marroncino-rossastro.[22] Sugli arti anteriori sono presenti delle strisce sottili sull'articolazione della zampa.[13] Gli esemplari neri, segnalati negli Appennini nord-centrali, sembrano aver ereditato l'allele Kb responsabile per il melanismo da incrociamenti con i cani. Al contrario dei lupi Nord Americani, che ereditarono l'allele circa 10.000 e 15.000 anni fa,[23] la presenza del Kb sembra essersi introdotto nei lupi italiani più recentemente, dato che non furono segnalati esemplari neri prima del 1982, e i lupi neri italiani dimostrano un fenotipo più variabile dei lupi neri nordamericani.[24]

Comportamento ed ecologia[modifica | modifica wikitesto]

Filmato di un lupo catturato presso Ortona dei Marsi che mostra sintomi avanzati di cimurro

Il lupo d'Italia è stato segnalato in diversi habitat di varie altitudini, dai 300 metri l.m. in provincia di Siena ai 2,500 metri l.m. nelle Alpi sud-occidentali. Tende a favorire le zone montane intatte densamente forestate lontani dall'interferenza umana. La maggior parte delle popolazioni dimostrano comportamenti crepuscolari e notturni, probabilmente in risposta alle attività antropiche. Un'eccezione si trova nel parco nazionale del Pollino, zona scarsamente visitata dall'uomo dove i lupi sono attivi anche di giorno. I branchi in Italia tendono ad essere più ridotti di quelli che si segnalano nel Nord America, con gruppi familiari composti di 2-7 esemplari nella Toscana centro-meridionale e l'Appennino abruzzese, e 2-5 nell'Appennino settentrionale.[11] Si nutre prevalentemente di ungulati di taglia grossa, come i caprioli e cinghiali in Appennino, con l'aggiunta di cervi e camosci nelle Alpi. Casi di predazione sugli stambecchi sono rari, e i mufloni furono selezionati soprattutto solo durante i primi anni di recupero delle popolazioni di lupo, siccome all'epoca i primi non disponevano di comportamenti antipredatori efficaci. Gli ungulati domestici costituiscono una componente solo modesta nella dieta del lupo appenninico, con il maggior numero di casi risalenti in luoghi dove la difesa del bestiame è scarsa.[25]

Il lupo grigio appenninico è spesso ospite di vari parassiti. In Italia, sono stati segnalati casi di infestazione di elminti intestinali come le tenie, gli echinococchi, i mesocestoidi, le tenie canine, le uncinarie, i tossocari, gli anchilostomi, i tricuri e i tossoscari. Le infestazioni dei tossocari e gli echinococchi sembrano essere corellate con l'età del lupo, mentre la specie Echinococcus granulosus appare infestare i lupi che si cibano prevalentemente di pecore. Ci sono pochi dati sui patogeni del lupo italiano, ma sono stati segnalati casi di parvovirosi canina nella popolazione appenninica nei primi anni novanta. Nelle zone in cui i lupi vivono presso le discariche, come nel caso della popolazione presso l'Appennino centro-meridionale, sono stati segnalati casi di scabbia, che può essere mortale per i cuccioli. Nelle zone meridionali dell'areale, il lupo italiano è a rischio dalla leishmaniosi animale, sparsa dai cani randagi.[11]

Popolazione[modifica | modifica wikitesto]

Esemplare di lupo grigio ucciso a Malga Campo Bon (Comelico) il 24 maggio 1929.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il lupo appenninico - consistenza in Italia[26]
Anno Numero di esemplari
1968 300[27]
1971 200[28]
1976 100-110[29]
1982 200[30]
1986 250[31]
1990 400[32]
1995 500[32]
2000 600[31]
2010 1.000[31]
2013 1.500[33][34]
2014 1.600-1.900[26]
2016 Oltre 2.000[35]

Fino alla fine del XIX secolo, questo mammifero era ampiamente diffuso sui monti ed in pianura.
Dagli inizi del Novecento iniziarono le persecuzioni nei confronti di questo animale. In un breve arco di tempo, la popolazione diminuì drasticamente e il lupo scomparve definitivamente dalle Alpi, dalla Sicilia e, negli anni successivi, anche negli Appennini si riscontrò un forte calo del numero di individui.

Dopo la seconda guerra mondiale la situazione divenne sempre più grave, e il numero dei lupi appenninici si ridusse fino a toccare il minimo storico documentato negli anni settanta[36]. Nel 1972 Luigi Boitani ed Erik Zimen furono incaricati di eseguire la prima indagine italiana sulla situazione del lupo appenninico svolta con una metodologia sistematica: prendendo come riferimento un'area che si estendeva dai Monti Sibillini (a nord) fino alla Sila (a sud), essi stimarono il numero complessivo degli esemplari in 100-110 al massimo.

La ripresa[modifica | modifica wikitesto]

A partire dagli anni settanta vennero attuate le prime politiche di conservazione, che favorirono l'aumento della popolazione. Nel 1971 partì la campagna del Parco Nazionale d'Abruzzo e del WWF significativamente chiamata "Operazione San Francesco" e nel 1976 vennero promulgate le prime leggi di conservazione[37]. Nei primi anni ottanta una nuova indagine stimò il numero degli esemplari in circa 220-240 individui, in espansione. Negli anni novanta nuove stime portarono il numero a circa 400 lupi, con in più il ripopolamento di zone, come le Alpi Occidentali, dalle quali questi animali erano scomparsi da quasi un secolo.

Contemporaneamente rinascevano comportamenti persecutori da parte dell'uomo: ad esempio, negli anni ottanta, a seguito della ricomparsa di un piccolo nucleo di lupi nel comprensorio dei Monti Lepini, si attivarono nella zona squadre di armati che spesso arsero vive nelle tane intere cucciolate. In un episodio emblematico, accaduto nel 1983 a Carpineto Romano, un cucciolo di lupo, dopo essere stato ucciso, venne inchiodato al portone del municipio, come monito per gli ambientalisti.

Situazione attuale[modifica | modifica wikitesto]

Giunto dalle Alpi, in particolare quelle francesi, il lupo europeo si è diffuso in Italia minacciando la purezza del lupo appenninico. Allo stesso tempo quello appenninico si e' allargato verso la Francia. Sono valide entrambi le tesi il che non aiuta di certo a preservare la purezza.

Situazione in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Canis lupus italicus fotografato presso Medelana di Marzabotto (BO).

In Italia, il lupo occupa stabilmente un areale di circa 74.000 km², dal Parco Nazionale del Gran Paradiso a nord fino all'Aspromonte a sud, compreso il Gargano. Vi sono inoltre esemplari sparsi nelle Alpi centrali e orientali e nell'antiappennino. La popolazione odierna, tenendo conto delle sole popolazioni esistenti nell'areale stabile del lupo in Italia, si stima sia composta da un numero di individui che supera le 2000 unita' (contro i 1600-1900 stimati nel 2014)[38], di cui oltre il 90% sugli Appennini e il resto sulle Alpi. Questa stima è riferita alla popolazione invernale (più bassa di quella estiva) e comprende anche gli ibridi fra cani e lupi che vivono nei branchi di questi ultimi e gli individui isolati. Tuttavia, trattandosi di stime, il numero esatto non è al momento conosciuto, ma tutte le stime danno la popolazione totale in espansione geografica e numerica, soprattutto sull'arco alpino. Si noti che i dati della tabella sopra riportata corrispondono a incrementi annui medi della popolazione di lupi del 10% fra il 1976 e il 1990, del 4% fra il 1990 e il 2000, del 5% fra il 2000 e il 2010 e addirittura del 14% fra il 2000 e il 2013.

La popolazione alpina, pur crescendo con ritmi piuttosto veloci negli anni passati (10% all'anno),[39] risulta ancora in pericolo per l'esiguità del numero di individui (circa 150 individui su tutto il territorio alpino a fine 2015)[40] e per lo scarso contatto con altre popolazioni di Canis lupus, entrambi fattori che potrebbero indebolire il corredo genetico. Per questo motivo, tale popolazione è considerata in pericolo, mentre la popolazione appenninica, a causa della maggiore consistenza numerica è considerata a minore rischio e categorizzata come vulnerabile.[41] Tuttavia anche per questa popolazione la riduzione del flusso genico e la pressione antropica, esercitata soprattutto attraverso lo sfruttamento selvaggio da una parte e l' abbandono totale dall' altra, senza mezze misure, del territorio rappresenta evidentemente un fattore di rischio elevati.

Uno dei maggiori pericoli a cui è esposto attualmente il lupo appenninico è l'ibridazione, causata dall'accoppiamento con cani rinselvatichiti, con conseguente corruzione del patrimonio genetico di questo animale.

Situazione nelle varie regioni italiane[modifica | modifica wikitesto]
Il lupo appenninico
Primo piano del lupo

Il Wolf Appennine Center (WAC)[42] è il centro permanente di riferimento istituzionale per la gestione del lupo su scala interregionale istituito presso il parco Nazionale Appennino Tosco-Emiliano, coordina interventi e ricerche sul lupo appenninico dal parco nazionale dell'appennino tosco-emiliano (zone forestali appenniniche in provincia di Parma, Reggio Emilia, Massa Carrara e Lucca).

Il maggior numero di branchi ed esemplari è presente in Abruzzo, con i nuclei principali nell'area del Parco Nazionale omonimo e nei settori a cavallo tra il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, il Parco Nazionale della Majella ed il Parco nazionale dei Monti Sibillini e, in Calabria, nel Parco Nazionale della Sila[43]; il territorio abruzzese, inoltre, grazie alla presenza di efficaci corridoi faunistici è l'unico in tutto l'Appennino a permettere spostamenti da parte del lupo sull'asse Ovest-Est e viceversa.

Nel Lazio è presente sulla dorsale appenninica: nel Parco dei Monti Simbruini, nei Monti della Tolfa, Monti Lepini e nei Monti Ausoni. Da circa 5 o 6 anni è stato registrato il suo ritorno anche nel Parco naturale dei Monti Aurunci[44]. Ci sono stati avvistamenti anche nella campagna romana con un branco di 4-5 lupi. Negli ultimi anni alcuni esemplari si sono stabiliti all'interno del territorio del Parco Regionale dei Castelli Romani e nel Parco naturale regionale delle Serre. Nel 2010 sono avvenuti sporadici avvistamenti di 3-4 esemplari sui boschi del Subappenino Dauno nella Puglia settentrionale e 5 esemplari sulle Murge. Nel 2011 è stato accertato il ritorno del lupo italico nel Parco nazionale del Gargano[45] dove alcune ricerche hanno confermato la presenza di almeno un nucleo familiare.

Negli ultimi tempi sembra che la popolazione di lupi presente nel Parco Nazionale dell'Alta Murgia si sia stanziata in questo territorio e nelle aree ad esso adiacenti, dove la sua presenza è sempre stata supposta da qualche sparuto avvistamento di qualche singolo esemplare o di qualche coppia ( si suppone proveniente dalla vicina Basilicata).[46]Quisembra che si sia instaurato tra la popolazione di lupi, di cui non si ha ancora una stima quantitativa attendibile e i cinghiali un certo equilibrio predatore-preda. Si suppone persino che siano stati proprio questi grossi animali, presenti in gran numero in Puglia ( anche a causa di introduzioni a fini venatori) ad aver spinto questi efficienti cacciatori sociali a ritornare di stanza in quest'area dell'Italia. Negli ultimi tempi sembra che sia stata accertata la loro presenza anche nelle province di Brindisi e Taranto in particolare, nelle aree limitrofe ai boschi di Martina Franca e di Ostuni[47]. Qui oltre ad essere state uccise e mangiate alcune capre e un cavallo dai lupi sarebbero anche stati avvistati da alcuni agricoltori. I veterinari che hanno esaminato le carcasse sembrerebbero anche aver dato conferma di tali affermazioni. I provvedimenti da prendere in seguito alla ricomparsa del lupo in quest'area sono ancora oggetto di discussione.[48]

Nella Provincia di Imperia, dopo operazioni atte ad aiutare il ripopolamento, sono stati fotografati a partire dal 2011[49].

In Piemonte è stata censita la presenza, nell'inverno 2010-2011, di 60-70 lupi, in particolare nelle province di Cuneo e Torino[50]. Da poco tempo poi si è stabilito un branco nel Parco nazionale del Gran Paradiso: ne sono accertate la presenza[51] ed il successo riproduttivo nel corso del 2013 in Val Soana, nel versante piemontese del parco.

Da qualche anno si registra inoltre la presenza di alcuni esemplari di Canis lupus italicus in Lombardia. È infine probabile il ricongiungimento della popolazione del lupo appenninico con la popolazione del lupo sloveno: alcuni esemplari sono stati infatti segnalati nel Friuli-Venezia Giulia a partire dal 2000. Nel 2009 sulle Dolomiti è stata trovata la carcassa di un lupo, morto per cause naturali[52]. Nel 2012 nel Parco Naturale Regionale della Lessinia è stata verificata la presenza di una coppia di lupi, una femmina della popolazione italiana e un maschio di quella balcanica, diventando il primo caso verificato di ricongiungimento tra le due popolazioni; la coppia si è riprodotta nel 2013[53].

Le uniche regioni d'Italia dalle quali il lupo non è mai scomparso sono Campania, Basilicata, Calabria, Molise e Abruzzo, dove, all'interno delle foreste dei Monti Picentini-Alburni[54], del Pollino, del Vulture, della Sila e Parco nazionale d'Abruzzo, ha potuto proseguire la sua vita in relativa serenità e isolamento.

Situazione in Francia[modifica | modifica wikitesto]

Distribuzione di Canis lupus italicus in Francia nel febbraio 2016: in marrone i Dipartimenti con presenza stabile; in verde scuro i Dipartimenti con presenza irregolare;in verde chiaro i Dipartimenti con presenza da confermare; in beige i Dipartimenti senza segnalazioni.

In Francia il lupo appenninico è giunto nel 1992 nel Parco nazionale del Mercantour ed è ora diffuso su tutte le Alpi, ma alcuni individui sono presenti anche sul Massiccio centrale, sui Vosgi e sui Pirenei orientali. Complessivamente se ne stimano circa 300 esemplari (in aumento), che si sommano alla popolazione italiana[55][56].

Situazione in Spagna[modifica | modifica wikitesto]

In Spagna il lupo appenninico è comparso dal 2009, in Catalogna, regione al confine con la Francia. Nonostante il lupo sia presente con una sottospecie nel nord ovest della Spagna (Canis lupus signatus), le analisi genetiche hanno confermato che i lupi provengono dall'Italia. Attualmente vive in Spagna un piccolo nucleo di massimo cinque esemplari nel Parco Naturale del Cadí-Moixeró. [57] [58]. Finora non si registrano riproduzioni.

Situazione in Svizzera[modifica | modifica wikitesto]

In Svizzera è presente almeno dal 2003 con esemplari singoli isolati nei cantoni Ticino, Grigioni e Vallese[59]. Nel 2012 è stato segnalato il primo branco nel Cantone dei Grigioni. Nel 2015 si è accertata la prima riproduzione nel Canton Ticino. [60] Complessivamente potrebbero vivere in Svizzera 20-30 lupi appenninici.

Nella cultura latina ed italiana[modifica | modifica wikitesto]

L'animale svolge un ruolo importante nelle culture pre-romane, romane e italiane. Nella mitologia romana, Roma fu fondata nel 753 AC da Romolo e Remo, allattati da una lupa. Secondo Terry Jones, i romani veddero la storia come indizio che i gemelli avessero trangugiato "gli appetiti feroci da lupo" attraverso il latte della loro madre surrogata.[61] Il lupo era anche considerato come animale sacro di Marte, e vederne uno prima d'andare in battaglia fu considerato un buon presagio.[62] L'origine della leggenda è rintracciabile a un culto devoto ai lupi d'origine sabina. I sabini avevano due parole per il lupo: hirpus, per i contesti religiosi, e lupus, che a sua volta fu incorporato nel latino.[63]

Sebbene i romani non veneravano i lupi, è possibile che consideravano la loro uccisione come un tabù; contrariamente agli etruschi, i romani sacrificavano i lupi solo raramente, e non ci sono segnalazioni di lupi negli anfiteatri, sebbene fossero più numerosi e meno distanti in confronto a molti animali utilizzati. L'utilizzo dei lupi nella medicina popolare, sebbene fosse attestato da Plinio il Vecchio, fu minimo in confronto ad altre creature come i serpenti e gli orsi. Contrariamente all'immaginario popolare, gli imaginifer non indossavano pellice di lupo; le uniche unità attestate d'indossarle furono i veliti, solitamente composti di soldati germanici poveri non socialmente inibiti nello sfruttare le pellicce di lupo. I lupi che entravano le città o i templi solitamente venivano abbattuti solo se l'animale non avesse via di fuga, in contrasto alle vespe, i buoi e le civette, che venivano sveltamente uccisi se si infiltravano nelle zone sacre.[64] Gli atteggiamenti culturali negativi verso i lupi in Italia cominciarono con l'invasione longobarda, che usavano i lupi come analogia nel descrivere zoomorficamente le loro stragi.[63] La credenza nei licantropi fu ancora diffusa in Italia nei primi anni venti, e fu tradizionale fra le popolazioni rurali di coprirsi i volti quando riposavano di notte durante una luna piena all'aperto, siccome si riteneva che esporsi la faccia alla luna avrebbe trasformato il dormiglione in un lupo. Il lupo svolgeva anche un ruolo nella medicina popolare. Ai neonati irrequieti veniva messo attorno il collo un fascio d'intestino di lupo, mentre gli aborti spontanei furono evitati col legare un intestino di lupo attorno l'addome della madre. Il reumatismo e la tonsillite furono curati col grasso di lupo, mentre un dente o ciuffo di pelo lupino veniva indossato come talismano contro il malocchio.[12]

I romani apparentemente non consideravano i lupi pericolosi, con i solo riferimenti sulla loro aggressione verso l'uomo rintracciabili a proverbi e miti.[64] Sebbene non ci sono state segnalazioni di attacchi verso gli umani dopo la seconda guerra mondiale e l'eradicazione della rabbia negli anni sessanta,[65] gli storici hanno rinvenuto 440 casi di aggressioni verso gli umani rintracciabili ai quindicesimi e dicianovesimi secoli presso la pianura padana.[66] Tra di essi si nota il caso della bestia di Cusago, una lupa responsabile per la morte di vari giovani presso Milano durante l'estate del 1792.[67] I resoconti del dicianovesimo mostrano che dal 1801 al 1825 ci furono 112 aggressioni, 77 di essi risultando nella morte della vittima. Fra questi casi, solo cinque furono opera di animali rabidi.[66]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Large Carnivore Initiative for Europe 2007, Canis lupus (Regional assessment), su IUCN Red List of Threatened Species, Versione 2016.3, IUCN, 2016. URL consultato il 19 agosto 2016.
  2. ^ Marco Galaverni, Romolo Caniglia, Elena Fabbri, Pietro Milanesi e Ettore Randi, One, no one, or one hundred thousand: how many wolves are there currently in Italy?., in Mammal Research, vol. 61, 2016, pp. 13–24, DOI:10.1007/s13364-015-0247-8.
  3. ^ (FR) Monnier, A. & Figuet, R. (May 2013), Le loup en France Plan national d'action sur le loup 2008-2012, CGAAER 78
  4. ^ C. Glenz, A. Massolo, D. Kuonen e R. Schlaepfer, A wolf habitat suitability prediction study in Valais (Switzerland), in Landscape and Urban Planning, vol. 55, 2001, pp. 55–65, DOI:10.1016/s0169-2046(01)00119-0.
  5. ^ Template:MSW3 Wozencraft
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  7. ^ a b E. Randi, Mitochondrial DNA variability in Italian and east European wolves: Detecting the conseguences of small population size and hybridization, in Conservation biology, vol. 14, nº 2, 2000, pp. 464–473, DOI:10.1046/j.1523-1739.2000.98280.x.
  8. ^ Camille Imbert, Romolo Caniglia, Elena Fabbri, Pietro Milanesi, Ettore Randi, Matteo Serafini, Elisa Torretta e Alberto Meriggi, Why do wolves eat livestock?, in Biological Conservation, vol. 195, 2016, pp. 156, DOI:10.1016/j.biocon.2016.01.003.
  9. ^ a b c R. M. Nowak e N. E. Federoff, The systematic status of the Italian wolf Canis lupus, in Acta Theriologica, vol. 47, nº 3, 2002, pp. 333–338, DOI:10.1007/bf03194151.
  10. ^ Alessia Viviani, Andrea Gazzola e Massimo Scandura, Il Lupo: Un predatore sociale ed adattabile, in Marco Apollonio e Luca Mattioli (a cura di), Il Lupo in provincia di Arezzo, Montepulciano (SI), Editrice Le Balze, 2006, pp. 29–43..
  11. ^ a b c d Ciucci, P. & Boitani, L. (2003) Il Lupo Canis lupus Linnaeus, 1758, in L. Boitani, S. Lovari, A. Vigna Taglianti (eds), Fauna d’Italia: Mammalia III, Carnivora-Artiodactyla, Calderini, Bologna, pp. 20-47
  12. ^ a b Altobello, G. (1921), Fauna dell'Abruzzo e del Molise. Mammiferi. IV. I Carnivori (Carnivora), Colitti e Figlio, Campobasso, pp. 38-45
  13. ^ a b c Altobello, G. (1925), Vertebrati del Molise e dell’Abruzzo. Forme locali, Annuario dell’Istituto Tecnico Provinciale "Leopoldo Pilla", Campobasso, pp. 231-255
  14. ^ Mammal Species of the World, fonte principale degli zoologi per la nomenclatura delle sottospecie.
  15. ^ NCBI search Canis lupus italicus, ncbi.nlm.nih.gov.
  16. ^ O Zeira, C Briola, M Konar, M Plonek e V Papa, Clinical and diagnostic imaging findings in an Italian wolf (Canis lupus italicus) with discospondylitis, in Journal of Zoo and Wildlife Medicine, vol. 44, nº 4, 2013, pp. 1086–9, DOI:10.1638/2013-0007R1.1, PMID 24450075.
  17. ^ F Gori, M. T. Armua-Fernandez, P Milanesi, M Serafini, M Magi, P Deplazes e F MacChioni, The occurrence of taeniids of wolves in Liguria (northern Italy), in International Journal for Parasitology: Parasites and Wildlife, vol. 4, nº 2, 2015, pp. 252–5, DOI:10.1016/j.ijppaw.2015.04.005, PMC 4443502, PMID 26042204.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Francesca Marucco, Il lupo. Biologia e gestione nelle Alpi ed in Europa, Il Piviere, gennaio 2014, ISBN 88-96348-23-4.

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