Operazione Fork

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Operazione Fork
I bersagli degli sforzi britannici furono la distruzione delle zone di atterraggio (blu) e il controllo dei porti (rosso), visibili sulla mappa dell'Islanda
I bersagli degli sforzi britannici furono la distruzione delle zone di atterraggio (blu) e il controllo dei porti (rosso), visibili sulla mappa dell'Islanda
Data 10 marzo 1940
Luogo Islanda
Esito Vittoria Alleata
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
60 ufficiali, quantità ignota di poliziotti e milizia locale Inizialmente 746 Royal marines, supportati da 2 incrociatori e 2 cacciatorpediniere
Perdite
0-7 morti o feriti britannici: 1 morto (suicida) 0-2 morti in scontri minori Alcuni cittadini tedeschi arrestati
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Operazione Fork era il nome in codice del piano di occupazione dell'Islanda nel 1940 da parte delle forze armate britanniche. L'occupazione avvenne durante la seconda guerra mondiale e venne attuata per prevenire una possibile invasione tedesca, pianificata in linea teorica come operazione Ikarus.

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

Dopo i grandi successi della Germania in Europa all'inizio della seconda guerra mondiale, la campagna di Norvegia mise i tedeschi in condizione di minacciare le rotte atlantiche, attraverso le quali la Gran Bretagna si approvvigionava dai possedimenti del suo impero e dagli Stati Uniti. L'Islanda appariva in teoria come uno dei possibili obiettivi di eventuali nuove iniziative aggressive tedesche, con lo scopo di ottenere una importante base operativa di grande importanza strategica per la condotta della battaglia dell'Atlantico. D'altro canto gli islandesi, per decisione del loro parlamento, l'Althing, difendevano la loro stretta neutralità e rifiutavano a chiunque l'accesso pacifico all'isola.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

I britannici decisero di inviare una forza da sbarco di circa 700 Royal Marines e fanti canadesi[1], per quanto male equipaggiata e scarsamente addestrata[2] supportata da una squadra navale comandata dalla HMS Berwick per occupare l'isola in modo per quanto possibile pacifico, visto anche che l'Islanda non disponeva di forze armate regolari. La forza da sbarco doveva occupare le possibili zone di aviosbarco e presidiare le piste di atterraggio contro analoghe operazioni tedesche, sia nella zona Reykjavik-Keflavik che al nord verso Akureyri. Data la scarsità delle forze fu necessaria una settimana per raggiungere la zona nord. Le proteste iniziali degli islandesi vennero sostituite da una accettazione della situazione di fatto, come avvenne per la Danimarca occupata dai tedeschi, e comunque dalla richiesta di pagamento dei danni causati dalle operazioni di occupazione. Gli inglesi per contro offrirono condizioni commerciali favorevoli e la promessa che le forze sarebbero state ritirate a guerra finita.

La USS South Dakota (BB-57) ancorata nell'area di Hvalfjordur, Islanda, 24 giugno 1943, come testimonianza della presenza statunitense.

Le forze erano chiaramente insufficienti per il controllo dei 103.000 km² dell'isola e vennero integrati il 17 maggio da 4.000 soldati dell'esercito britannico, che salirono poi progressivamente a 25.000. In seguito all'occupazione dell'isola, indipendente ma ancora unita alla Danimarca come unione personale, cioè con capo di stato il re di Danimarca Cristiano X, e secondo una scadenza di revisione fissata nel trattato dell'unione nel 1941, l'Althing programmò di staccarsi formalmente entro tre anni se non fosse sopraggiunto un accordo tra i due stati[3]. I britannici si aspettavano una qualche resistenza dai 62 membri dell'equipaggio del mercantile Bahia Blanca affondato nel mare Artico e del quale si sospettava portasse a bordo equipaggi di ricambio per degli U-Boot[4], ma questi erano disarmati e si lasciarono catturare senza resistenza[5]. Venne occupato anche il consolato tedesco, il cui console protestò per la violazione della neutralità dell'Islanda e cui venne ricordato che anche la Danimarca occupata pochi giorni prima era un paese neutrale[6]. Nell'irruzione vennero scoperti dei documenti in fiamme, prontamente salvati e che costituirono una fonte importante di materiali informativi[7].

Benché gli Stati Uniti non fossero ancora entrati in guerra, un loro contingente sostituì quello britannico nel luglio 1941, in virtù di un accordo di mutua assistenza USA-Islanda e del conseguente ordine di occupazione da parte di Franklin Delano Roosevelt il 16 giugno 1941, e rimase in loco fino alla fine della guerra. L'isola divenne base di rifornimento per le unità navali Alleate, come avvenne anche ad esempio durante l'Operazione Rheinubung, ed ospitò varie unità aeree, sia per il pattugliamento marittimo ed antisommergibile che per la difesa aerea; l'aeroporto di Keflavik divenne un importante punto di riferimento e conobbe un fortissimo sviluppo dopo la guerra sia per il traffico civile sulle rotte transoceaniche che come sentinella avanzata della NATO nel GIUK gap per il controllo dei movimenti aeronavali sovietici. La Task Force 19 era la forza che sostituì i britannici; la forza di terra era composta dalla 1st Provisional Marine Brigade forte di 194 ufficiali e 3714 soldati da San Diego sotto il comando del brigadier generale John Marston e partì da Charleston il 22 giugno per formarsi come Task Force 19 (TF 19) ad Argentia con le navi seguenti[8]:

Task Force 19[modifica | modifica wikitesto]

La task force era composta da 4 navi per il trasporto truppe, tre trasporti truppe d'attacco, USS Heywood, USS Fuller e USS William P. Biddle, ed un transatlantico adattato al trasporto truppe, la USS Orizaba, più due cargo d'attacco per il materiale pesante, la USS Arcturus e la USS Hamul; completavano la forza da trasporto una petroliera di squadra, la USS Salamonie, il rimorchiatore oceanico USS Cherokee. La scorta era formata da due corazzate, la USS Arkansas e la USS New York, e due incrociatori leggeri, mentre 13 cacciatorpediniere fornivano lo schermo antisommergibile.

Il 1º luglio la squadra salpò da Argentia e il 7 luglio si trovava nella baia di Reykjavík, ottenendo il permesso dall'Althing per lo sbarco del giorno dopo. Il 6 agosto venne impiantata la base aerea sempre nella capitale, con l'arrivo di due unità di idrovolanti per pattugliamento a lungo raggio, le squadriglie VP-73 basata su PBY Catalina e VP-74 su Martin PBM Mariner.

Contributi di altri paesi alleati[modifica | modifica wikitesto]

Il peschereccio armato HNoMS Honningsvåg in Islanda durante la guerra

Anche le forze armate norvegesi in esilio contribuirono alla presenza alleata in Islanda, con una squadriglia di ricognitori, navi di pattugliamento e una unità terrestre a livello di compagnia, la Norwegian Company Iceland[9].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ http://www.history.army.mil/books/70-7_03.htm
  2. ^ Bittner 41.
  3. ^ Gunnar Karlsson: 283.
  4. ^ Þór Whitehead 1995:356.
  5. ^ Þór Whitehead 1999:47.
  6. ^ Þór Whitehead 1999:39.
  7. ^ Bittner: 43.
  8. ^ Morison, Samuel Eliot, The Battle of the Atlantic September 1939 – May 1943, Little, Brown and Company, 1975, pp. 74–79.
  9. ^ The Norwegian army in exile - 1940 - 1945. URL consultato il 18 luglio 2013.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Bittner, Donald F. (1983). The Lion and the White Falcon: Britain and Iceland in the World War II Era. Archon Books, Hamden. ISBN 0-208-01956-1.
  • Cadogan, Alexander George Montagu, Sir (1971). The diaries of Sir Alexander Cadogan, O.M., 1938–1945, Dilks, David (Ed.). London: Cassell. ISBN 0-304-93737-1.
  • Gunnar Karlsson (2000). Iceland's 1100 Years: History of a Marginal Society. Hurst, London. ISBN 1-85065-420-4.
  • Gunnar M. Magnúss (1947). Virkið í norðri: Hernám Íslands: I. bindi. Ísafoldarprentsmiðja, Reykjavík.
  • Miller, James (2003). The North Atlantic Front: Orkney, Shetland, Faroe and Iceland at War. Birlinn, Edinburgh. ISBN 1-84341-011-7.
  • Þór Whitehead (1999). Bretarnir koma: Ísland í síðari heimsstyrjöld. Vaka-Helgafell, Reykjavík. ISBN 9979-2-1435-X.
  • Þór Whitehead (1995). Milli vonar og ótta: Ísland í síðari heimsstyrjöld. Vaka-Helgafell, Reykjavík. ISBN 9979-2-0317-X.

Altre letture[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]