Flauto dolce

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Flauto dolce

(Flauto diritto o Flauto a becco)

FlautoContralto.JPG
Un flauto dolce (copia di uno strumento di Jan Steenbergen, 1700 circa).
Informazioni generali
Origine Europa
Invenzione XIV secolo
Classificazione Aerofoni labiali
Famiglia Flauti diritti
Utilizzo
Musica medievale
Musica rinascimentale
Musica barocca
Musica contemporanea
Musica folk

Il flauto dolce (detto anche flauto a becco o flauto diritto) è uno strumento musicale della famiglia degli aerofoni, di legno[1]. In inglese è chiamato recorder, in francese flûte à bec, in tedesco Blockflöte. Come l'ocarina e il tin whistle è uno strumento "a fischietto", in cui l'emissione del suono è provocata dall'incanalamento dell'aria in un condotto, ricavato nell'imboccatura dello strumento, che la dirige contro un bordo affilato (detto labium): l'oscillazione della colonna d'aria fra l'esterno e l'interno del labium mette in vibrazione l'aria contenuta nello strumento.

Impostazione[modifica | modifica wikitesto]

Componenti di un flauto dolce.

Si suona tenendo lo strumento frontalmente tra le labbra, a differenza del flauto traverso che si tiene orizzontale. Per questo motivo il flauto dolce è a volte chiamato "flauto diritto". Esistono flauti dolci di diverse lunghezze: i flauti più lunghi hanno un suono più grave, i più corti hanno un suono più acuto.

Ha in tutto otto fori, sette sul lato anteriore e uno su quello posteriore; dei sette anteriori, i tre superiori si suonano con la mano sinistra (il foro sul lato posteriore, detto "portavoce", si chiude con il pollice della mano sinistra, e serve per ottenere le note dell'ottava superiore) e i quattro inferiori con la mano destra. Il mignolo della mano sinistra ed il pollice della destra non vengono usati (il pollice destro regge lo strumento). Il foro più basso è disallineato rispetto agli altri, per poter essere agevolmente raggiunto dal dito mignolo; nei flauti rinascimentali, in luogo del foro più basso venivano praticati due fori alla stessa altezza, in posizione simmetrica, per permettere un eventuale uso con le mani invertite (la destra in alto, la sinistra in basso): il foro non utilizzato era sigillato con la cera. Per alzare di un semitono la nota più grave è necessario tappare il foro più basso solo a metà: nel XVIII secolo, per rendere più precisa l'intonazione della nota alterata, il foro fu sdoppiato in due fori ravvicinati (e lo stesso fu fatto per il foro immediatamente superiore), come si vede nei flauti dolci di costruzione moderna.

Gli strumenti più gravi della famiglia hanno delle chiavi che permettono di occludere i fori sul trombino.

Nel flauto dolce (diversamente dal flauto traverso) non è possibile variare l'imboccatura cambiando la posizione delle labbra, per adattarla a un flusso d'aria più o meno intenso: pertanto, nel flauto dolce variazioni di pressione dell'aria da parte dell'esecutore producono inevitabilmente variazioni di altezza della nota emessa. Gli effetti espressivi ottenibili con il flauto dolce si basano quindi sull'articolazione del fraseggio (la variazione del transitorio di attacco di ciascuna nota, ottenuta con diversi "colpi di lingua"), sull'uso (sporadico) di diteggiature alternative, e su moderate variazioni di intensità sulle singole note; è invece preclusa la possibilità di ampie variazioni di intensità (piano e forte) e di effetti di crescendo e diminuendo sull'arco di frasi lunghe.

Per contro, il fatto che l'imboccatura del flauto dolce possa essere anche molto lontana dalla bocca dell'esecutore (negli strumenti più lunghi l'aria viene soffiata attraverso un tubo di ottone detto ritorta) permette di realizzare strumenti molto lunghi (e quindi con tessitura molto bassa), cosa assai più problematica per i flauti traversi.

Proprio la diversa costruzione dell'imboccatura, che differenzia il flauto dolce dal flauto traverso, ha quindi determinato tanto la grande diffusione del flauto dolce nel Rinascimento (epoca in cui si apprezzava molto l'effetto di insiemi omogenei di strumenti che riproducessero, grazie alle diverse taglie, l'insieme delle voci umane dal basso al soprano), quanto la successiva prevalenza del flauto traverso verso la fine del XVIII secolo (allorché le possibilità dinamiche del flauto dolce risultarono inadeguate alle mutate esigenze musicali e alle dimensioni delle sale da concerto) e infine l'uso massiccio del flauto dolce come strumento didattico nel XX secolo.

Taglie del flauto dolce "moderno"[modifica | modifica wikitesto]

Estensioni "moderne" dei flauti dolci
Flauti in do Estensione Flauti in fa Estensione
sopranino Range GarkleinRecorder.png sopranino Range SopraninoRecorder.png
soprano Range SopranoRecorder.png contralto Range AltoRecorder.png
tenore Range TenorRecorder.png basso
(in fa)
Range BassRecorder.svg
basso in do Range GreatBassRecorder.png gran basso in fa Range ContraBassRecorder.png

I flauti dolci sono realizzati in varie taglie, sviluppatesi in epoca rinascimentale, quando si diffuse la pratica di eseguire con strumenti brani polifonici originariamente destinati alle voci: da questa pratica derivò la produzione di un repertorio strumentale in cui le parti mantenevano le estensioni tipiche dei registri vocali[2].

Nel XVI secolo non solo i flauti dolci, ma tutti gli strumenti melodici (tromboni, bombarde, viole da braccio e da gamba... perfino gli antenati del fagotto) costituivano "famiglie" formate da "soprano", "contralto", "tenore" e "basso". In alcune famiglie di strumenti (come nei flauti dolci), tutte le estensioni erano trasposte, rispetto alla voce umana dello stesso nome, un'ottava sopra; in altre famiglie le estensioni risultavano abbassate di un'ottava (come in alcuni strumenti ad ancia). Per similitudine con la nomenclatura dei registri dell'organo (basata sulla lunghezza della canna più grave del registro)[3], si usa dire che gli strumenti accordati all'unisono delle voci con lo stesso nome suonano «su 8 piedi (8')», mentre quelli che suonano trasponendo un'ottava sopra o un'ottava sotto, rispettivamente, sono accordati «su 4'» o «su 16'».

Nel caso dei flauti dolci, la composizione della famiglia è cambiata nel corso dei secoli. All'epoca della riscoperta del flauto dolce nel XX secolo si è consolidata nell'uso una famiglia "standard" di 4' (ogni strumento suona un'ottava sopra rispetto alla voce umana dello stesso nome) costituita da:

  • flauto dolce soprano (in do3)
  • flauto dolce contralto (in fa2)
  • flauto dolce tenore (in do2, un'ottava sotto il flauto soprano)
  • flauto dolce basso (in fa1, un'ottava sotto il flauto contralto)

Tuttavia, come si vedrà più oltre nella sezione sulla storia dello strumento, questa "famiglia" include taglie che erano effettivamente in uso in epoca rinascimentale (il tenore in do e il basso in fa; per contro, nel XVI secolo soprano e contralto erano normalmente in re e in sol) assieme a taglie tipicamente tardo-barocche (il contralto in fa), nell'ottica di rendere disponibile agli stessi strumenti tutta la letteratura che va dal tardo Medioevo alla metà del XVIII secolo. La famiglia è ampliata da due flauti di taglia più piccola:

Flauti dolci di varie dimensioni.
  • flauto dolce sopranino in fa3 (un'ottava sopra il flauto contralto)
  • flauto dolce sopranino in do4 (un'ottava sopra il flauto soprano)

e da due strumenti di taglia più grande:

  • basso in do1 (un'ottava sotto il flauto tenore)
  • gran basso in fa0 (due ottave sotto il flauto contralto)[4]

Il flauto dolce oggi più diffuso è il soprano in do (utilizzato spesso per l'educazione musicale nella scuola media), benché gran parte del repertorio solistico per il flauto dolce (specificamente, quasi tutto il repertorio barocco) sia destinato al flauto contralto in fa. I flauti "gran bassi" sono oggi usati solo da pochissimi esecutori, e nella loro versione rinascimentale originale (ad esempio dal Wiener Blockflöten Ensemble).

Il flauto dolce moderno (che ha l'estensione del flauto tardo-barocco) produce tutte le note della scala cromatica per un totale di due ottave e un tono. I flautisti più esperti possono superare questo limite con diteggiature e tecniche di emissione particolari.

Attualmente (XXI secolo) gli interpreti professionisti usano flauti che riproducono con la massima aderenza possibile esemplari superstiti di strumenti coevi al repertorio eseguito; pertanto i flauti dolci con taglie e caratteristiche "moderne" sono oggi usati per la musica contemporanea, e per il resto confinati all'uso didattico e amatoriale.


Storia[modifica | modifica wikitesto]

Gli inizi[modifica | modifica wikitesto]

Lo schema di base del flauto a fischietto è molto comune e ne fa uno strumento molto antico. Il flauto dolce si distingue per la presenza di otto fori (sette frontali, più il portavoce[5]), laddove altri strumenti della stessa famiglia ancora in uso, ad esempio nella musica popolare irlandese hanno normalmente sei fori, così come in origine anche il flauto traverso prima dell'intervento di Theobald Boehm nel 1832. Inoltre la cameratura del flauto dolce, particolarmente in epoca barocca, è conica (con l'estremità più ampia verso l'imboccatura) mentre quella di strumenti simili è cilindrica.

Si fa risalire l'origine dello strumento al XIV secolo anche se alcuni documenti pittorici fanno pensare ad un'origine anteriore. Gli esemplari più antichi oggi esistenti risalgono appunto al XIV secolo: si tratta di due strumenti trovati rispettivamente nel 1940 in un fossato a Dordrecht in Olanda, e a Gottinga, in Germania, in una latrina pubblica, e di un frammento, di osso, trovato a Rodi, in Grecia. Il grande musicista e poeta Guillaume de Machaut (circa 1300-1377) cita in un suo verso fleuthe traversaines et flaustes dont droit joues quand tu flaustes, a dimostrazione che flauto diritto e flauto traverso erano entrambi in uso nel XIV secolo.

In un libro contabile del 1388 del conte Enrico di Bolingbroke (il futuro Enrico IV d'Inghilterra) si trova l'annotazione «fistula nomine Ricordo»[6], che risulta essere la più antica menzione del nome recorder, ancor oggi usato in inglese per il flauto dolce, la cui etimologia è tuttora sconosciuta.

Il Rinascimento[modifica | modifica wikitesto]

Il flauto dolce ebbe la sua massima popolarità durante il XVI e XVII secolo, quando la produzione di spartiti a stampa permise ad un vasto pubblico di dilettanti di accedere alla letteratura musicale: per costoro il flauto dolce era uno degli strumenti più accessibili e permetteva di suonare una gran quantità di melodie popolari. A testimonianza della sua popolarità, un elenco di proprietà di Enrico VIII, alla sua morte nel 1547, comprendeva ben 76 flauti dolci. Lo strumento ha lasciato traccia nella letteratura di questo periodo, ed è citato, ad esempio, in opere di Shakespeare, Samuel Pepys, John Milton.

Gli strumenti di questo periodo[7] avevano minore conicità e cameratura più ampia rispetto agli strumenti di epoche successive; richiedevano un maggior dispendio di fiato a fronte di un suono più pieno e di maggior volume. L'estensione suonabile con facilità era di circa un'ottava e mezzo, e gli strumenti più acuti erano tipicamente in re e in sol (anziché in do e in fa). Gli strumenti erano costruiti in legno di acero o di pero, o in altre essenze con simili caratteristiche; flauti soprani e contralti erano talora costruiti anche in bosso o in avorio.

In epoca rinascimentale e fino alla prima metà del XVII secolo coesistevano due distinte famiglie di flauti, quella su 8' e quella su 4'[8]: la prima eseguiva la musica all'altezza reale, la seconda un'ottava sopra. Le due famiglie erano utilizzate in alternativa l'una all'altra, a seconda delle esigenze musicali. Le taglie del flauto dolce in quest'epoca sono quindi assai numerose (più di qualunque altro strumento coevo): gli strumenti più acuti (soprani e contralti) appartenevano alla famiglia di 4', quelli più gravi (gran bassi) alla famiglia di 8', mentre quelli intermedi (tenore e "bassetto") erano usati come strumenti gravi nella famiglia di 4' oppure come strumenti acuti nella famiglia di 8'.

I trattatisti rinascimentali Virdung (1511), Agricola (1529) e Ganassi (1535) descrivono solo tre taglie di flauto:

  • soprano in sol (che oggi chiameremmo "contralto"[9])
  • tenore in do
  • basso in fa

Lo scienziato e umanista Gerolamo Cardano, nel suo trattato De musica (1541), descrive anche un flauto soprano in re[10].

Flauti tardorinascimentali, da Syntagma musicum di Michael Praetorius, 1619. La scala di riferimento (a destra) mostra che lo strumento più lungo (Groß Bass) misurava circa due metri (ed era, come gli altri, in un pezzo unico).

Michael Praetorius, nel suo trattato di organologia del 1619, indica i seguenti strumenti (rappresentati nell'illustrazione riportata a fianco):

  • Klein flöttlin (sopranino) in sol4
  • Discant (soprano) in re4
  • Discant (soprano) in do4
  • Alt (contralto) in sol3
  • Tenor (tenore) in do3
  • Bassett (basso) in fa2
  • Bass (basso) in sib1
  • Groß Bass (gran basso) in fa1

Alcuni gran bassi in fa1 erano dotati di un sistema di chiavi che ampliava l'estensione nel grave fino al do1. Strumenti di questo tipo sono descritti nel trattato di Mersenne (1636), ed è giunto fino a noi uno strumento rinascimentale lungo 260 cm, conservato al Museo Vleeshuis di Anversa.

Gli strumenti di epoca rinascimentale tuttora conservati sono relativamente pochi[11], se rapportati alla diffusione del flauto dolce all'epoca, ma comunque largamente sufficienti a fornire informazioni precise sulle loro caratteristiche sonore e costruttive: notevoli sono una famiglia (incompleta) di strumenti, conservata a Norimberga ancora in condizioni suonabili, tre strumenti di grossa taglia conservati al Kunsthistorisches Museum di Vienna, e tredici flauti conservati nel Museo dell'Accademia Filarmonica di Verona. Una cinquantina di strumenti tuttora esistenti portano il marchio della famiglia italiana Bassano, costruttori di strumenti a fiato di grande notorietà in tutta Europa nel XVI secolo.

L'epoca barocca[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso del XVII secolo il flauto dolce fu modificato in maniera significativa: i maggiori cambiamenti costruttivi sono attribuiti alla famiglia Hotteterre, attiva a Parigi fra la metà del XVII secolo e la metà del secolo successivo. Le modifiche apportate ebbero effetto sul timbro (per la conicità più accentuata, che determina una prevalenza delle armoniche dispari nello spettro del suono emesso) e lo resero uno strumento completamente cromatico su due ottave. Molti compositori importanti prescrissero esplicitamente l'uso flauto dolce nelle loro opere.

Sono oggi conservati nel mondo (in musei o collezioni private) più di mille esemplari risalenti ai secoli XVII e XVIII, opera dei costruttori P. Bressan, J. e J.C. Denner, Stanesby sr. e jr., Oberlender, Gahn, Rippert, Schell, famiglia Schrattenbach, Boekhout, famiglia Hotteterre, Haka, Mahillon, Heitz, famiglia Rottenburgh, Beukers, Aardenberg, Steenbergen, Kynseker, Anciuti e G. Walch; la taglia più rappresentata è il contralto, e in maggioranza sono costruiti in legno di bosso[12].

Nel XVII secolo il flauto dolce era chiamato semplicemente flauto, mentre il flauto traverso si chiamava traverso o traversiere; nel XVIII secolo il flauto traverso accrebbe la sua importanza come strumento solistico, e si iniziò a designare quest'ultimo come "flauto", determinando qualche incertezza interpretativa ai nostri giorni (che tuttavia in genere è di facile soluzione in base all'estensione del brano, dato che il flauto traversiere suona una terza sotto rispetto al flauto dolce contralto). Johann Sebastian Bach scrisse il suo quarto Concerto Brandeburghese, oggi suonato con flauti dolci, per due "flauti d'echo", un termine che lascia qualche interrogativo sul tipo di strumento richiesto. Il musicologo Thurston Dart credette che si trattasse di uno strumento di origine francese ("flageolet") simile al flauto dolce ma intonato un'ottava sopra, che in quegli anni era piuttosto noto grazie all'uso che di esso faceva un virtuoso londinese di origine francese, James Paisible. Altri sostengono che Bach volesse indicare uno strumento chiamato appunto flauto d'eco, un esemplare del quale è visibile a Lipsia, costituito di due flauti dolci in Fa, collegati tramite cinghie di cuoio, e disposti per avere volumi diversi. Antonio Vivaldi scrisse tre concerti per flautino, uno strumento che probabilmente è quello che oggi chiamiamo flauto dolce sopranino, anche se per molto tempo le esecuzioni di queste composizioni hanno utilizzato un ottavino.

Poiché il flauto era strumento diffuso fra i dilettanti, nel XVIII secolo furono pubblicate numerose trascrizioni per flauto di sonate per violino, per esempio la (discussa) trascrizione di sonate di Arcangelo Corelli ad opera di John Walsh (Londra 1702). Viceversa, buona parte delle sonate dell'epoca barocca per strumento a fiato solo (con o senza basso continuo) si possono eseguire indifferentemente sul flauto dolce, sul flauto traverso o sull'oboe (quest'indicazione è spesso fornita esplicitamente nel frontespizio delle raccolte dell'epoca), quindi la loro esecuzione con il flauto dolce non si deve considerare una "trascrizione", nemmeno quando essa necessita della trasposizione del pezzo una terza minore sopra, secondo la prassi indicata da Jacques Hotteterre nel 1715.

Il fatto che dopo la metà del XVII secolo si sia iniziato (probabilmente ad opera degli Hotteterre) a costruire i flauti dolci in tre parti, mentre nel Rinascimento erano costruiti in un pezzo unico o al massimo in due pezzi (anche i più grandi), riflette un significativo cambiamento nella figura del flautista professionista. Nel Rinascimento, gli strumentisti erano al servizio delle corti, e gli strumenti che usavano non erano di loro proprietà, bensì della cappella di corte. Tutti gli strumenti a fiato costruiti per una stessa cappella erano accordati su uno stesso La, ma quest'ultimo poteva variare moltissimo fra una cappella e l'altra (anche di più di mezzo tono). In seguito, i più noti virtuosi di flauto iniziarono a spostarsi da una città all'altra per le loro esibizioni, portando con sé i loro strumenti, e il problema di doversi adeguare ad altezze del La tanto diverse fu risolto costruendo il flauto in tre sezioni (il flauto traversiere addirittura in quattro): per piccole variazioni di accordatura era sufficiente inserire la sezione centrale più o meno profondamente nella testata (come si fa tuttora), ma oltre un certo limite era necessario sostituire del tutto la sezione centrale con una di lunghezza diversa e con le distanze fra i fori alterate proporzionalmente. I flautisti dell'epoca barocca andavano quindi in giro con strumenti che avevano una dotazione di due o tre sezioni centrali intercambiabili, diversamente accordate. Gli strumenti di epoca barocca erano costruiti in legni molto duri (bosso o ebano). Diversi costruttori realizzavano flauti in legno con il becco e le giunzioni rivestite in avorio o in argento, a fini estetici e per prevenire fessure del legno nei punti in cui esso risultava più sottile. Alcuni strumenti erano realizzati interamente in avorio.

Frontespizio dell'Opera intitulata Fontegara, la quale insegna a sonar di flauto con tutta l'arte opportuna... (1535)

L'Ottocento[modifica | modifica wikitesto]

Alla fine del diciottesimo secolo il flauto dolce subì un declino. La radicale trasformazione del flauto traverso ad opera di Theobald Boehm, fra il 1832 e il 1847, rende quest'ultimo strumento definitivamente più adatto a figurare nell'orchestra sinfonica. L'ultima apparizione di qualche rilievo del flauto dolce è nell'opera di Gluck, Orfeo ed Euridice, dove viene usato come suono evocativo dell'aldilà.

Nei primi anni del XIX secolo comparve uno strumento chiamato Csakan, molto simile al flauto dolce e con la stessa diteggiatura, probabilmente inventato da Anton Heberle (che lo usò per la prima volta in un concerto nel 1807). Lo Csakan godette di una notevole popolarità a Vienna e in tutta l'area austro-ungarica: fra il 1807 e il 1845 furono pubblicati oltre 400 brani di musica per Csakan (solo o con accompagnamento di chitarra o pianoforte), per lo più destinati a musicisti dilettanti. Lo Csakan era spesso costruito nella forma di un bastone da passeggio, con la testata nell'impugnatura, a somiglianza di alcuni strumenti popolari ungheresi.

Il XX secolo e la riscoperta[modifica | modifica wikitesto]

Lo strumento venne riscoperto nell'ambito del movimento di riscoperta della musica antica, nella prima metà del secolo, ad opera di Arnold Dolmetsch in Inghilterra, degli insegnanti del Conservatorio di Bruxelles - dove Dolmetsch aveva studiato - e nei concerti tenuti alla Bogenhausen Künstlerkapelle (l'orchestra degli artisti di Bogenhausen) in Germania, dove nello stesso periodo operavano, a favore del flauto dolce, anche Willibald Gurlitt, Werner Danckerts e Gustav Schecky. Carl Dolmetsch, il figlio più giovane di Arnold, si dedicò a partire dagli anni trenta alla costruzione di strumenti in cui introdusse singolari innovazioni per permettere una maggiore escursione dinamica e diteggiature alternative, consistenti in chiavi aggiuntive poste sulla faccia posteriore del becco e sul foro terminale del flauto; queste innovazioni non godettero di grande fortuna, e nella seconda metà del XX secolo è stata sempre più incentivata, nell'uso professionistico, la produzione di copie accurate dei pochi esemplari di epoca rinascimentale e barocca che sopravvivono in musei o collezioni private.

Uso nelle scuole[modifica | modifica wikitesto]

Due flauti in plastica (Yamaha).

Nella seconda metà del XX secolo divenne possibile produrre flauti di bachelite e poi di plastica; in questo modo i flauti dolci divennero economici e veloci da produrre[13]. Il rinnovato interesse per lo strumento, unito a questa circostanza, fece sì che lo strumento divenisse popolare come supporto didattico da utilizzare nelle scuole, soprattutto per la facile emissione sonora e per la ridotta distanza fra i fori, che rende il flauto soprano in do adatto anche a mani molto piccole.[14] Il flauto dolce, inoltre, non pone ai principianti i problemi di intonazione tipici degli strumenti ad arco[15], né i problemi di acquisizione dell'imboccatura che si incontrano in quasi tutti gli altri strumenti a fiato, sia labiali, che ad ancia, che a bocchino.

Nella costruzione di strumenti per uso didattico, la scuola inglese mantenne la diteggiatura standard dell'epoca barocca, nella quale il quarto grado della scala diatonica dello strumento (FA nel soprano e SIb nel contralto) si ottiene con la diteggiatura detta "a forchetta" (tutti i fori chiusi eccetto quello del medio della mano destra). In Germania, invece, intorno al 1920 si pensò di alterare i diametri dei fori, ottenendo in questo modo la cosiddetta "diteggiatura tedesca", che consente di emettere la stessa nota con medio, anulare e mignolo della destra sollevati: questa diteggiatura, che a molti sembra più agevole, determina però un'inevitabile stonatura di altre note della scala cromatica, e pertanto è presente solo in strumenti per principianti. Alcuni modelli molto diffusi di flauti per uso scolastico sono tuttora disponibili con l'una o con l'altra diteggiatura: questo causa non infrequenti confusioni da parte di acquirenti inesperti.

Repertorio[modifica | modifica wikitesto]

Medioevo e Rinascimento[modifica | modifica wikitesto]

Fino alla fine del XVI secolo, praticamente in nessuna composizione è esplicitamente indicato uno specifico strumento (se si eccettuano le intavolature per strumenti a tastiera). Il flauto dolce era ampiamente impiegato nel repertorio strumentale, e le indicazioni più significative del suo utilizzo vengono dalle numerose opere dedicate alla pratica delle variazioni strumentali su madrigali e chansons basate sulla tecnica della diminuzione. In particolare, il trattato Opera intitulata Fontegara (1535) di Silvestro Ganassi dal Fontego è specificamente dedicato al flauto dolce.

I flautisti hanno a disposizione un vastissimo repertorio di epoca rinascimentale, eseguibile con una famiglia di flauti dolci oppure insieme ad altri strumenti (broken consort): musiche di danza, fantasie e ricercari, esecuzione strumentale di madrigali e chansons.

Barocco[modifica | modifica wikitesto]

In epoca barocca il flauto dolce era usato nell'ambito di formazioni diverse. Nei secoli XVII e XVIII numerose raccolte erano pubblicate senza l'indicazione dello strumento di destinazione (dato che potevano essere eseguite indifferentemente con diversi strumenti) o con indicazioni alternative[16]; anche quando è presente l'indicazione "flauto" non è sempre evidente se si intenda il flauto dolce o il flauto traverso. Vi sono però numerose composizioni in cui è esplicitamente indicato il flauto dolce; nella maggioranza dei casi è richiesto il flauto dolce contralto in fa, più raramente il soprano in do.

Alle soglie tra il Rinascimento e il barocco, sia Claudio Monteverdi (ne L'Orfeo e nel Vespro della Beata Vergine) che Heinrich Schütz inserirono il flauto (generalmente, una coppia di flauti) nell'organico di grandi opere sacre o profane, in occasionale alternanza agli strumenti acuti di più frequente utilizzo (violini, cornetti), per ottenere effetti timbrici particolari. Lo stesso fece, alcuni decenni più tardi, anche Henry Purcell.

Jacob Jordaens, Tre Musicisti. Prima metà del XVII secolo. Olio su legno, 49 × 64 cm. Madrid, Museo del Prado.
Aiuto
William Williams (1675—1701) (info file)
Sonata in Imitation of Birds — per due flauti dolci, clavicembalo e violoncello

Al primo barocco appartiene la prima e fino ad oggi più voluminosa opera per flauto dolce solo, il Fluyten Lust-hof (Edizione stampata in tre volumi dal 1648 fino al 1654) del flautista Jacob van Eyck di Utrecht, una collezione di quasi 150 arie di danze, canzoni e corali molto popolari in quei tempi, ciascuna corredata da diverse variazioni progressivamente sempre più elaborate e virtuosistiche[17]. Altre raccolte dello stesso genere, per lo più anonime, furono pubblicate in Olanda (Der Gooden Fluyt Hemel, 1644) e in Inghilterra (The division flute, 1708).

Fra le sonate da camera per strumento a fiato e basso continuo del XVIII secolo, gran parte possono essere eseguite con il flauto dolce (eventualmente con la trasposizione di una terza minore verso l'alto, che si usava già all'epoca), diversamente da quelle che sono destinate al violino e quindi comprendono un'estensione troppo grande e occasionali accordi (anche delle sonate violinistiche più popolari, fra cui quelle di Corelli e di Vivaldi, comparvero tuttavia "arrangiamenti" per flauto dolce già nella prima metà del Settecento, in Inghilterra).

Come già detto, nella musica italiana si trova generalmente l'indicazione "flauto" senza che sia specificato se si tratti di flauto dolce o flauto traverso. Vivaldi scrisse numerosi concerti per flauto contralto e archi (o per flauto e altri strumenti concertanti), e almeno tre concerti, particolarmente virtuosistici, per "flautino“ (che dovrebbe essere il flauto dolce sopranino in fa), archi e basso continuo. Un'intera raccolta di dodici sonate originali per flauto dolce contralto e basso continuo di Benedetto Marcello fu pubblicata a Venezia nel 1712, e successivamente ripubblicata a Londra nel 1732. Altre raccolte di sonate per flauto furono scritte da Paolo Benedetto Bellinzani e da Giovanni Battista Sammartini, mentre Alessandro Scarlatti incluse il flauto dolce in numerose cantate o concerti grossi.

In area francese, come sappiamo dai trattati dell'epoca (in particolare quelli di Jacques Hotteterre), si preferiva il timbro del flauto traverso; tuttavia quest'ultimo poteva essere sostituito dal flauto dolce o dall'oboe (le sonate per strumento solo e basso continuo prevedevano anche come possibili alternative l'uso della ghironda (vielle) e della Musette de cour, piccola cornamusa a mantice). Nelle suites francesi, il primo movimento di danza (allemande) doveva essere preceduto da un preludio, e se questo non faceva parte della suite era improvvisato dallo strumentista (senza basso continuo). Furono quindi pubblicate diverse raccolte di preludi per flauto, destinati a quest'uso.

Sappiamo dalla testimonianza diretta di Johann Joachim Quantz che il flauto traverso, quantunque fosse chiamato correntemente flûte allemande (flauto tedesco) in Francia e in Inghilterra, acquistò in Germania definitiva preminenza sul flauto dolce solo verso la metà del XVIII secolo. Johann Mattheson pubblicò dodici sonate per flauti nel 1708, e ancora dopo il 1730 Johann Christian Schickhardt pubblicò un gran numero di sonate e altre composizioni destinate al flauto dolce; ma il più vasto corpus di composizioni espressamente dedicate al flauto dolce da un singolo autore è senza dubbio quello dovuto a Georg Philipp Telemann: numerose sonate per flauto solo e basso continuo, sonate per due flauti, concerti e ouverture per uno o due flauti dolci e archi, e oltre 90 cantate che prevedono uno o più flauti dolci in organico (fra cui 13 cantate sacre per voce, flauto dolce e basso continuo). Telemann e Quantz, inoltre, scrissero brani in cui è prevista (caso rarissimo) la compresenza di flauti dolci e flauti traversi: la triosonata in Do maggiore per flauto dolce, flauto traverso e basso continuo di Quantz, il concerto in mi minore per flauto dolce, flauto traverso e archi TWv 52:e2 di Telemann, e l'Ouverture in si bemolle maggiore TWV 55:B6, sempre di Telemann, che prevede due flauti traversi e un flauto dolce come strumenti concertanti. Johann Sebastian Bach ha usato i flauti dolci contralto come strumenti solisti nei Concerti brandeburghesi no. 2 e 4, oltre che in 19 cantate e nella Passione secondo Matteo.

In Inghilterra il flauto dolce era estremamente popolare come strumento amatoriale; oltre a numerose trascrizioni per flauto di sonate originariamente destinate ad altri strumenti, furono pubblicate raccolte di sonate e concerti espressamente dedicate al flauto da parte di compositori tedeschi o italiani che lavoravano a Londra, in primo luogo Georg Friedrich Händel che rielaborò come sonate per flauto e basso continuo sue precedenti composizioni di successo (inclusi concerti per organo e archi), e inoltre Johann Christoph Pepusch, Gottfried Finger, Nicola Matteis, Giuseppe Sammartini (a cui è dovuto un concerto per flauto dolce soprano e archi), Francesco Maria Veracini, Francesco Barsanti e molti altri compositori non attivi in Inghilterra ma colà molto apprezzati, fra cui Francesco Mancini.

XX e XXI secolo[modifica | modifica wikitesto]

Dopo un oblio pressoché completo nel corso del XIX secolo, il flauto dolce fu riscoperto dai compositori nei primi decenni del XX secolo. Fra i primi autori del Novecento a scrivere opere originali per flauto dolce si trovano Paul Hindemith (1932) e diversi suoi allevi, e in seguito Benjamin Britten, Edmund Rubbra, Luciano Berio, Jürg Baur, John Tavener, Malcolm Arnold, Michael Tippett, Leonard Bernstein, Erhard Karkoschka, Mauricio Kagel, Kazimierz Serocki, Gordon Jacob, Bertold Hummel. Negli ultimi decenni del XX secolo la letteratura per il flauto dolce è cresciuta considerevolmente e sta crescendo anche nel XXI secolo, grazie a numerose nuove composizioni commissionate dagli interpreti.

Di tanto in tanto, il flauto dolce viene anche usato nella musica pop e rock, per esempio in canzoni dei Beatles, dei Rolling Stones, di Jimi Hendrix o di Led Zeppelin. Nel jazz, troviamo il flauto dolce nelle composizioni di Keith Jarrett, Pete Rose o Paul Leenhouts. Anche nella musica folk e nelle colonne sonore cinematografiche i flauti dolci hanno una certa importanza.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dagli ultimi decenni del XX secolo i modelli più economici, di uso didattico, vengono prodotti in plastica
  2. ^ La polifonia vocale del XIV secolo prevedeva generalmente due o tre voci: il "tenor" (voce maschile) e il "superius" (soprano, voce bianca o di falsetto), ed eventualmente un secondo tenor detto "contra tenor". Nel corso del XV secolo si iniziò a comporre sistematicamente a quattro voci, e i contra tenor divennero due: uno nella tessitura di un tenore acuto, detto "contratenor altus" (quasi subito abbreviato in "contra altus", poi semplicemente in "contra" o "altus"); l'altra voce, più grave del tenor, era il "contratenor bassus" (poi abbreviato in "bassus"). Nel XVI secolo le tessiture vocali superius, altus, tenor e bassus erano simili a quelle attuali (tuttavia, nella musica sacra il superius era una voce bianca, e l'altus una voce maschile).
  3. ^ Un piede organaro equivale a circa 32 cm. La canna più bassa del registro principale dell'organo rinascimentale era un DO lungo 8 piedi, mentre nel registro di ottava la canna corrispondente era lunga 4'.
  4. ^ In area tedesca questi strumenti sono denominati rispettivamente Bass e Gross Baß (nel trattato di organologia di M. Praetorius Syntagma musicum, vol.II Organographia, 1619, il flauto basso in fa1 è denominato Basset). In inglese si usa il termine double bass, che si potrebbe anche tradurre con "contrabbasso", ma è fuorviante usare in italiano questo termine per strumenti del XVI secolo, dato che come si è visto l'espressione Contra bassus aveva in origine un significato totalmente diverso da quello attuale.
  5. ^ nel Medioevo e Rinascimento il flauto dolce era spesso denominato fleute a neuf trous, "flauto a nove fori", perché il foro più basso era usualmente sdoppiato per permettere di usare le mani in posizione invertita (la destra in alto)
  6. ^ A. Bornstein cit., pag. 48
  7. ^ Per le informazioni contenute in questa sezione, vedi A. Bornstein cit., pag. 44-56
  8. ^ Mersenne (1436) distingue ancora le due famiglie chiamandole rispettivamente grand jeu e petit jeu.
  9. ^ il cambio di denominazione avvenne già all'inizio del XVII secolo, come risulta dal trattato di Praetorius.
  10. ^ versione digitalizzata dell'Opera Omnia di Cardano, vol. 10
  11. ^ Il Renaissance Recorder database elenca circa 200 flauti rinascimentali originali tuttora conservati, molti dei quali in condizioni deteriorate
  12. ^ Recorder home page database
  13. ^ Rispetto agli strumenti di legno industriali di fascia più bassa, gli strumenti di plastica hanno anche il vantaggio di una maggiore stabilità rispetto alle condizioni ambientali e quindi maggiore precisione dell'intonazione; consentono produzioni qualitativamente uniformi, e negli ultimi anni sono realizzati con una maggiore aderenza alle caratteristiche costruttive degli strumenti barocchi
  14. ^ Margo Hall,Teaching Kids Recorder, iUniverse, 2005. ISBN 0-595-36743-7
  15. ^ Tuttavia, la dipendenza dell'altezza delle note dalla pressione dell'aria, con le conseguenti variazioni di intonazione, resta tipicamente uno dei problemi più critici per i flautisti amatoriali, soprattutto nella pratica d'assieme, anche dopo anni di studio.
  16. ^ Una fra le raccolte di sonate con basso continuo oggi più eseguite con il flauto dolce, Il pastor fido, riporta l'indicazione "per la musette, la ghironda, il flauto, l'oboe o il violino", e consiste in un assemblaggio di trascrizioni di brani di Antonio Vivaldi (l'ultimo movimento della VI sonata, ad esempio, è una trascrizione del primo movimento del concerto per violino op.4 n.6).
  17. ^ L'origine dell'opera è curiosa: Jacob van Eyck era uno joncker (cioè apparteneva all'aristocrazia minore) ma era non vedente, ed era stipendiato dalla città di Utrecht come carillonneur, ossia suonatore del concerto di campane della cattedrale. Tuttavia, tenuto conto delle necessità dovute alla sua infermità, la municipalità gli accordò un'indennità aggiuntiva a fronte dell'impegno a dilettare di tanto in tanto le passeggiate serali dei cittadini nei giardini della cattedrale eseguendo variazioni di melodie famose con il suo flauto.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Andrea Bornstein, Gli strumenti musicali del Rinascimento, Franco Muzzio editore, Padova, 1987. ISBN 88-7021-387-0, disponibile anche online (licenza CC)
  • Silvestro Ganassi dal Fontego, Opera intitulata Fontegara, ristampa anastatica ed. Forni, Bologna, 1535, ISBN 88-271-0562-X.
  • (DE) Sebastian Virdung, Musica getutscht und ausgezogen, ristampa anastatica Bärenreiter Verlag, Kassel, 1511, ISBN 3-7618-0004-5.
  • (DE) Martin Agricola, Musica instrumentalis deudsch, ed. moderna George Olms, Hildesheim, 1529, ISBN 3-487-02553-1.
  • (DE) Michael Praetorius, Syntagma musicum, ristampa anastatica Bärenreiter Verlag, Kassel, 1614-1619, ISBN 3-7618-0183-1.
  • (FR) Marin Mersenne, Harmonie universelle - Livre V des instruments à vent, ed. orig. Sebastien Cramoisy, Parigi, 1636. disponibile su IMSLP
  • (EN) Voce "Recorder" sul New Grove Dictionary of Music and Musicians
  • (EN) Walter van Hauwe, The Modern Recorder Player, Schott & Co Ltd (3 volumi), 1992, ISBN 0-946535-19-1.
  • (FR) Jacques Hotteterre (le Romain), Principes de la flûte traversière ou flute d'allemagne, de la flûte à bec ou flûte douce, et du haut-bois, ristampa anastatica Bärenreiter Verlag, Kassel, 1710, ISBN 3-7618-0074-6.

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