Duomo di Cefalù

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Duomo di Cefalù
La facciata del duomo
La facciata del duomo
Stato Italia Italia
Regione Sicilia Sicilia
Località Cefalù-Stemma.pngCefalù
Religione Cristiana cattolica di rito romano
Titolare SS. Salvatore
Diocesi Diocesi di Cefalù
Consacrazione 1267
Architetto Johannes Panictera (facciata), Ambrogio da Como (portico)
Stile architettonico Arabo-Normanno
Inizio costruzione 1131
Completamento 1148 (mosaici), 1240 (facciata), 1263 (copertura), 1471 (portico)
Il Duomo visto dalla spiaggia "incombe" sul paese e sul mare
Particolare del duomo
Il duomo visto dalla Rocca di Cefalù
I mosaici dell'abside centrale

Il duomo di Cefalù, secondo la leggenda, sarebbe sorto in seguito al voto fatto al Santissimo Salvatore da Ruggero II, scampato ad una tempesta e approdato sulle spiagge della cittadina. La vera motivazione sembra piuttosto di natura politico-militare, dato il suo carattere di fortezza.

Le vicende costruttive furono complesse, con notevoli variazioni rispetto al progetto iniziale, e l’edificio non fu mai completato definitivamente. Un ambulacro ricavato nello spessore del muro e la medesima copertura, costituita da tre tetti, di epoca e tecnica costruttiva diversi, testimoniano dei cambiamenti intervenuti nel progetto.

Storia[modifica | modifica sorgente]

L'edificazione ebbe inizio nel 1131 e furono realizzati i mosaici nell'abside e sistemati i sarcofagi porfiretici che Ruggero II aveva destinato alla sepoltura sua e della moglie.

Federico II trasferì a Palermo i due sarcofagi reali. Infine tra le due torri fu inserito un portico, opera di Ambrogio da Como.

Il mosaico paleobizantino[modifica | modifica sorgente]

Le esplorazioni condotte nel duomo hanno portato alla luce un lacerto di mosaico bizantino policromo assegnabile al VI secolo: un campo centrale di cui si conservano alcune figure, incorniciato da una motivo di ogive e squame nei colori rosso, bianco e nero e, almeno su un lato, da una fila di quadrati in diagonale con rosetta centrale. Il repertorio decorativo trova confronti in Sicilia. Il mosaico è da porre in relazione con una struttura muraria e con tre sepolture ed era verosimilmente pertinente ad una basilica bizantina, della quale non è però possibile ricostruire la planimetria a causa della presenza delle sovrastanti strutture del duomo. I materiali rinvenuti nei sondaggi attestano una frequentazione nell’area almeno fino all’VIII secolo, epoca in cui Cefalù era già sede episcopale.

Architettura[modifica | modifica sorgente]

L’edificio è preceduto da un ampio sagrato a terrazzo che svolgeva la funzione di cimitero. Era stato realizzato con terra portata appositamente da Gerusalemme, sia per motivi religiosi, sia per la sua particolare composizione che le dava la caratteristica di mummificare rapidamente i corpi che vi erano sepolti.

La facciata è inquadrata da due possenti torri, alleggerite da eleganti bifore e monofore e sormontate da cuspidi piramidali aggiunte nel Quattrocento e diverse l'una dall'altra: una a pianta quadrata e con merli a forma di fiammelle, che simboleggerebbe la mitria papale e il potere della Chiesa, mentre l'altra, a pianta ottagonale e con merli ghibellini, la corona reale e il potere temporale. Il portico quattrocentesco precede la facciata, con tre archi (due ogivali ed uno a tutto sesto) sorretti da quattro colonne e con volte a crociera. Sotto il portico rimane la “Porta Regum”, impreziosita da un portale marmoreo finemente decorato, e con pitture ai lati.

Le absidi, in particolare quella centrale, dovevano avere in origine uno slancio ancora maggiore. Le due laterali sono decorate superiormente da archetti incrociati e da mensoloni scolpiti: databili fra il 1215 e il 1223, raffigurano maschere, teste d’animali e figure umane in posizioni contorte. Più recenti i mensoloni dell'abside centrale, disposti inoltre in modo casuale sia sopra che sotto il cornicione. L'abside centrale aveva in origine tre grandi finestre, che vennero chiuse per la realizzazione del mosaico absidale, ed una più grande ad arco ogivale. Altre due coppie di finestre circolari sono all’estremità del transetto. Altre merlature si trovano anche su uno dei fianchi.

L’interno è "a croce latina", diviso in tre navate da due file di colonne antiche riutilizzate: quattordici fusti di granito rosa e due di cipollino, con basi e i capitelli del II secolo d.C. Due grandi capitelli figurati reggono l’arco trionfale e sono probabilmente prodotti di una bottega pugliese e risalgono alla metà del XII secolo.

Il transetto ha un’altezza maggiore rispetto alle navate ed uno slancio ancora maggiore era previsto nel progetto originario.

Il mosaico del presbiterio[modifica | modifica sorgente]

La decorazione musiva, forse prevista per tutto l’interno, fu realizzata solamente nel presbiterio e ricopre attualmente l’abside e circa la metà delle pareti laterali.

Per la sua realizzazione, Ruggero II chiamò maestri bizantini, di Costantinopoli, che adattarono ad uno spazio architettonico per loro anomalo, di tradizione nordica, cicli decorativi di matrice orientale.

La figura dominante è quella del Cristo Pantocratore che, dall’alto dell’abside, mostra i suoi attributi cristologici con la destra alzata che tiene uniti indice e medio, indicanti le due nature del Cristo, divina e umana, unite insieme e con il pollice, mignolo e anulare congiunti indicanti il mistero della Trinità, mentre con la sinistra regge il Vangelo aperto sulle cui pagine si legge, in greco e latino: “Io sono la luce del mondo, chi segue me non vagherà nelle tenebre ma avrà la luce della vita” (Giovanni 8, 12).

Al centro, nel registro inferiore, è la Vergine orante elegantemente panneggiata e scortata dai quattro arcangeli. Nel secondo e terzo registro, ai lati del finestrone centrale, sono figure di apostoli ed evangelisti, distribuite secondo un preciso programma teologico. Nelle pareti laterali sono invece figure di profeti e santi. Nella decorazione della crociera sono raffigurati quattro cherubini e quattro serafini.

Sui due lati si contrappongono figure regali (parete destra, opposta al trono reale) e figure sacerdotali (parete sinistra, opposta al seggio episcopale. Tutte le figure sono accompagnate da scritte, in greco o in latino, che indicano il nome del personaggio.

La decorazione musiva fu realizzata entro il 1170, ma nella parte inferiore e sulla metà anteriore delle pareti del presbiterio venne completata nel Seicento, al di sopra di precedenti decorazioni pittoriche di cui restano scarse tracce.

Opere conservate[modifica | modifica sorgente]

L'interno del duomo

Della decorazione pittorica rimangono una figura di "Urbano V", della fine del XIV secolo, dipinta su una colonna della navata di sinistra, ed una "Madonna in trono" del XV secolo nel braccio sinistro del transetto. All'interno il duomo ospita alcuni monumenti funerari, tra cui un sarcofago tardo antico, un altro medievale e il pregevole sepolcro del vescovo Castelli, opera dello scultore Leonardo Pennino (XVIII secolo).

Il fonte battesimale, ricavato da un unico grande blocco di calcare a lumachelle, è decorato da quattro leoncini scolpiti (XII secolo). Si conserva inoltre un dipinto con "Madonna" della bottega di Antonello Gagini (XVI secolo).

Si conservano ancora due organi dipinti, settecenteschi, che chiudono le navate verso il transetto, e una croce lignea dipinta, opera di Guglielmo da Pesaro (1468 circa).

La cappella del Santissimo Sacramento (protesi) conserva la decorazione a stucco neoclassica, realizzata per tutto l'interno e successivamente asportata altrove. La cappella conserva inoltre un altare d'argento del XVIII secolo, opera di artigiani palermitani.

Il soffitto della navata centrale presenta una decorazione dipinta con busti, animali fantastici e motivi decorativi, opera di maestranze arabe.

Chiostro[modifica | modifica sorgente]

Il chiostro annesso alla cattedrale normanna, rappresenta una delle più considerevoli testimonianze artistiche del medioevo siciliano. Si sottolinea l'eccezionale pregio del ciclo di capitelli figurati che sormontano le colonnine binate, uno dei più considerevoli nel panorama dell'arte medievale europea. Di pianta rettangolare, il chiostro è ubicato a ridosso del fianco settentrionale della cattedrale ad una quota più bassa di m 3,40 dal piano del calpestio del transetto. Dell'originaria struttura si sono conservate solo le corsie sud ed ovest. Tuttavia, in quest'ultimo lato le eleganti archeggiature in muratura sono frutto di un'evidente ricostruzione stilistica degli inizi del novecento. Finito di restaurare nel 2003 dalla Provincia regionale di Palermo, è oggi fruibile ai visitatori.

I Mosaici[modifica | modifica sorgente]

Il Cristo Pantocratore

I mosaici riguardanti Cefalù interessano esclusivamente quelli che campiscono la superficie absidale. Distinti in quattro zone orizzontali, rappresentano il sublime Pantocratore nel catino, la Vergine orante fiancheggiata dai quattro arcangeli Raffaele, Michele, Gabriele e Uriele nella zona sottostante, i santi Pietro e Paolo, gli evangelisti Marco, Matteo, Giovanni e Luca nella terza fascia e, infine, nella quarta gli apostoli Filippo, Giacomo, Andrea, Simone, Bartolomeo e Tommaso. Ciascuna figura è accompagnata dal proprio titulus in greco che ne permette l’esatta identificazione. Cristo, con la mano sinistra, tiene il Vangelo aperto al versetto 8,12 di Giovanni: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita», nella duplice iscrizione greca e latina.

Le quattro fasce sono delimitate orizzontalmente e verticalmente da cornici e motivi geometrici o vegetali stilizzati tranne quella che separa il catino dal resto dell’abside che si distingue dalle altre perché aggettante – campita com'è su una cornice a rilievo –, più larga e con una decorazione diversa: presenta infatti un tralcio di fiori e foglie.

Altri mosaici ornamentali, dai motivi vegetali stilizzati entro alveoli, rivestono il profondo intradosso della finestra occupante la parte mediana delle due fasce inferiori.

Introduce all’abside un doppio ordine di colonne le quali presentano la peculiarità di essere mosaicate, totalmente o in parte. Più precisamente, le colonne dell’ordine superiore hanno tanto i fusti che i capitelli a mosaico mentre in quelle dell'ordine inferiore, di granito rosso e verde, sono rivestiti a mosaico unicamente i capitelli. Il colore usato non è casuale. La porpora e il verde antico sono infatti colori imperiali bizantini, mediate, come altre figure ricorrenti nelle insegne regali normanne, da Costantinopoli.

Il presbiterio.

In particolare, il loro impiego nella cattedrale di Cefalù risponde certamente alla peculiare ed eccezionale funzione alla quale essa fu destinata da Ruggero II di Sicilia che la scelse quale luogo della sua sepoltura nel 1145. Due iscrizioni concludono in maniera assai solenne il complesso figurativo absidale. La prima (factus homo factor hominis factique redemptor – iudico corporeus corpora corda deus) corre sull’arco delimitante il catino ed è in esclusiva relazione con la figura del Pantocratore della quale costituisce una chiosa teologica, assai utile anche per intravedere l’originario piano iconografico risalente a Ruggero. La seconda, aulicamente campita su campo d’argento che chiude in basso la decorazione absidale (Rogerius Rex egregius plenis (sic) pietatis / hoc statuit templum motus zelo deitatis / hoc opibus ditat variis varioque decore / ornat magnificat in salvatoris honore / ergo structori tanto salvator adesto / ut sibi submissos conservet corde modesto: anno ab incarnatione dni millesimo centesimo XLVIII / indctione XI anno V regni ejius XVIII / hoc opus musei factum est) ci informa su alcuni dati essenziali riguardanti i mosaici.

Contrariamente a quelli contigui delle pareti e della crociera del presbiterio, irti di problemi tuttora aperti, quali la loro datazione con conseguente definizione stilistica, i mosaici absidali non presentano invece da parte loro grossi aspetti storico-critici. Certa risulta infatti la cronologia e concorde il giudizio sulla loro identità stilistica.

Archiviata la cervellotica e del tutto infondata tesi, sostenuta dal Bottari e dal Samonà (Bottari S., I mosaici della Sicilia in «Emporium», 91, 1940 pp. 53-62; Samonà G., Il duomo di Cefalù, Monumenti italiani, Roma, 1940, pp. 39-40), secondo la quale gli attuali mosaici absidali della cattedrale di Cefalù non sarebbero quelli ai quali si fa preciso riferimento nell’iscrizione riportata, ma successivi e del XIII secolo, va ribadito invece che il complesso musivo, eseguito per espressa volontà di Ruggero II, è databile con certezza fra il 1132, anno della fondazione della cattedrale (per i documenti essenziali riguardanti la fondazione e l’erezione della cattedrale di Cefalù cfr. Demus O., The Mosaics of Norman Siciliy, Londra,1945, pp. 4-5), e il 1148, secondo l’inoppugnabile testimonianza fornita dall’iscrizione. È probabile però che i mosaici furono iniziati intorno al 1145, in relazione cioè alla già ricordata decisione di Ruggero di destinare la cattedrale di Cefalù alla sua sepoltura, o meglio alla sua doppia sepoltura. Con ogni probabilità, com'è stato notato, l’originario programma iconografico della decorazione musiva doveva riallacciarsi all’ideologia imperiale di Ruggero tanto presente nelle manifestazioni artistiche e nei documenti legati al suo regno. Sennonché tal piano dovette subire variazioni sostanziali nella fase successiva al grande intervento ruggeriano. Come si sa, alla sua morte (1154) i lavori architettonici e musivi del cantiere cefaludese s’interruppero per essere ripresi ad una data che è tuttora oggetto di vivace dibattito fra gli studiosi, i quali indicano o il decennio 1160-1170 o il 1215 circa.

I mosaici della volta

Dopo la lettura del Lazarev, è convincente riportare il significato dell’attuale programma iconografico, comprendente la decorazione dell’abside e soprattutto del presbiterio, all’esaltazione dell’Eucaristia. Lo testimoniano in maniera particolare le figure di Abramo e Melchisedech che sono in stretto riferimento con il sacrificio di Cristo e con l’ultima cena, avvertendo però che è alquanto plausibile pensare che nella seconda fase dei lavori si ebbe forse un cambiamento nel piano iconografico che da imperiale, ruggeriano, divenne ecclesiastico. In questo secondo piano venne a confluire anche quella pagina, costituita dai mosaici dell’abside, che originariamente doveva essere il nucleo del piano iconografico imperiale voluto da Ruggero a degna cornice per il suo “doppio” sarcofago. Come gli imperatori bizantini, anche Ruggero II amava investire la doppia natura di Cristo delle ispirazioni legate al proporsi come Rex e Sacerdos. Nell’abside di Cefalù le allusioni alla doppia natura di Cristo come Dio e come Uomo sono solennemente affermate tanto nell’iscrizione factus homo factor…, sopra riportata, quanto nella rappresentazione della corte celeste (gli arcangeli) e umana (Madonna, evangelisti, apostoli), alludente al potere di Cristo celeste e insieme terrestre. In armonia con questo programma, risultante affine a quello ruggeriano della Cappella Palatina a Palermo, è stato supposto che la decorazione della probabile volta a botte, precedente a quella dell’attuale crociera, poteva ben rappresentare schiere angeliche, e giustamente si è insistito sul loro puro carattere bizantino-constantinopolitano.

Dopo i recenti restauri quei giudizi critici trovano ulteriore conferma. Una serie di osservazioni di carattere tecnico, raccolte dai restauratori durante le varie fasi d’intervento, permette di chiarire che anche sotto il profilo delle modalità tecnico-formali i mosaici absidali di Cefalù si ricollegano strettamente ai complessi bizantini dell’orbita costantinopolitana mentre si differenziano alquanto altri mosaici della Sicilia Normanna.

L'analisi dei mosaici a distanza ravvicinata ha permesso di rilevare che la trama musiva è minuta e curata, compatta al punto da ridurre al minimo gli interstizi fra tessera e tessera, che le tessere sono regolari, di forma tendente al quadrangolare e piuttosto piccole. Persino nella colossale ma elegante figura del Pantocratore le tessere non superano che raramente i dieci millimetri per lato. Da sottolineare poi l’uso di tessere di madreperla, probabilmente raro anche nel mondo orientale dove il caso più noto dopo il VI secolo è rappresentato dai mosaici degli Omayyadi, e il colore ambrato invece del più usuale colore verdastro del vetrino sul quale è depositata la foglia d’oro o d’argento. Inoltre, dopo le varie operazioni di pulitura e d’integrazione, i mosaici possono essere apprezzati meglio in tutti i loro delicati valori ed equilibri formali, soprattutto in quelli di carattere cromatico e luminoso, cosicché appaiono ancora più idonei, qualora fosse sussistito qualche dubbio, ad essere definiti il complesso bizantino più greco della Sicilia.

A confronto, infatti, dei contemporanei mosaici di Santa Maria dell'Ammiraglio (1143-1151) e di quelli ruggeriani della Cappella Palatina a Palermo (1143-1154), i mosaici absidali di Cefalù incarnano più intimamente e strutturalmente l’ideale di sublime decantazione formale propria della più alta e maggiore pittura comnena: da Dafni (seconda metà dell’XI secolo) a Gelati in Georgia (circa 1130), da Kiev (San Michele, circa 1108) alla Deesis della tribuna meridionale di Santa Sofia a Costantinopoli, dalla tormentatissima cronologia ma certamente paradigmatica per gli ideali formali del periodo comneno.

A Cefalù i ritmi lineari sono puri e organici, raffinata la gamma cromatica che ama accostamenti ed esiti ricercatissimi e preziosi, assenti i colori violenti e netti (prediletti invece nei mosaici di Santa Maria dell’Ammiraglio), nobile l’imposto delle figure ieraticamente rappresentate sul fondo aureo.

Tutti questi valori – è opportuno ricordarlo – erano largamente appannati, ma già speditamente leggibili prima degli attuali restauri. Mentre infatti tutti gli altri complessi della Sicilia normanna sono stati rivisitati e deturpati a più riprese da pesanti interventi di restauro, i mosaici absidali di Cefalù sono gli unici di quel complesso, unitamente a quelli della crociera, ad aver mantenuto pressoché intatto il loro assetto originario. Situazione eccezionale se si considera quanto invece pesi la mano di Vincenzo Riolo nei contigui mosaici del presbiterio. Il successivo intervento subito dal complesso cefaludese risale al 1919 circa e riguardò principalmente il consolidamento dell’edificio. È probabile che si devono a questi restauri del secondo decennio del secolo i ritocchi, alcuni dei quali risultano veramente inspiegabili, soprattutto che, dopo la pulitura, sono emersi particolari che la polvere e i ritocchi cui si accennava avevano spento, imbrattato e accecato.

Due risultati sono degni, in particolare, di essere resi noti. Con la pulitura è emerso il fondo argenteo della croce gemmata del nimbo di Cristo cosicché si è ripristinato il giusto rapporto fra il volto del Pantocratore e il fondo d’oro grazie, appunto, alla trama leggera ed argentea della croce. L’altro brano che ha ritrovato il suo originario equilibrio riguarda la tunica del Cristo. Precisamente nella parte destra si era provveduto non solo ad offuscare le tessere ripassandole con vernici colorate, ma si era giunti ad alterare la morfologia dell’abbigliamento inventando una striscia scura a mo’ di laticlavio. Rimossi le vernici e i colori inspiegabilmente sovrapposti, sono rispuntate le tessere verdi e argento che conferiscono nella zona interessata il loro originario, raffinatissimo tessuto linearistico-luminoso. Per il resto i vari e diffusi interventi di restauro non hanno sortito effetti macroscopici.

Croce dipinta nel recto e nel verso[modifica | modifica sorgente]

Tempera su tavola (cm. 512 x 404), la croce dipinta della cattedrale di Cefalù è stata realizzata da Guglielmo da Pesaro. Le iscrizioni nel recto, nel libro tenuto dal Padre Eterno nel capocroce in alto dicono: “Ego sum lux mundi. Qui sequitur me non ambulat in tenebris set habebis lumen” (Giovanni 8, 12) e “Ego sum via veritas e(t) vita” (Giovanni 14, 6). Invece, nel verso della croce, nel cartiglio retto dal Leone, capocroce di destra dice: “Ecce ego mitto angelum meum ante” (Marco 1, 2); nel cartiglio retto dall’angelo, braccio di destra: “Surrexit sicut dixit” (Matteo 28, 6); nel cartiglio retto dal toro, capocroce di sinistra: “(Fuit in dieb)us Herodis regis (Iudaeae) (Luca 1, 5); nel cartiglio retto da un angelo, braccio di sinistra: “Jesum queritis cruci(fi)xum” (Marco 16, 6); nel cartiglio retto dall’aquila, nel capocroce in alto: “In principio erat verbum et v(erbum)” (Giovanni 1, 1); nel cartiglio retto dall’uomo alato, capocroce in basso: “Liber generacionis (I)esu” (Matteo 1, 1).

La più antica citazione della croce viene fatta dal Carandino[1] che la ricorda pendente dall’arco trionfale della chiesa. Tuttavia segni lasciati nella parte inferiore fanno pensare ad un momento in cui fu retta dal basso, forse come ritiene Crispino Valenziano[2], durante i lavori che si ebbero per l’adattamento al ito romano della cattedrale iniziato da D’Aragona nel 1556 e ultimato da Gonsaga nel 1596. Doveva comunque esser issata nell’arco trionfale prima del 1592 quando lì venne vista da Carandino. Maria Andaloro[3] ritiene che nella sistemazione pregonsaghesca dell’altare e del coro la croce potesse retta dal basso. Viste le grandi dimensioni della croce, già notate da Carandino, sembra comunque probabile che anticamente fosse destinata, com'era peraltro in uso per le croci analoghe, a pendere dall’arco trionfale e che, scesa durante i lavori della seconda metà del Cinquecento, venisse risistemata in alto già in data precedente al 1592, quasi a lavori ultimati; diversamente il pittore avrebbe dovuto prevedere il posto per gli agganci in basso piuttosto che permettere che si rovinasse l’opera appena consegnata.

Doveva avere analoghe grandi dimensioni una croce pendente destinata ad un altro insigne duomo, quello di Monreale, secondo quanto riportato in un documento ritrovato da G. Bresc Bautier[4], da cui risulta che la croce, commissionata il 27 agosto 1468 a Guglielmo da Pesaro, doveva ripetere l’ampiezza di quella di Cefalù, a cui si doveva attenere il maestro intagliatore Johannes Palumba. La data del 1468 si pone dunque come termine ante quem per l’esecuzione della croce di Cefalù, realizzata, dunque, al tempo del Vescovo Luca di Sarzana (1445-1471).

La croce già attribuita a Tommaso De Vigilia da Raffaello Delogu ([5], da D. Bernini[6] da V. Scuderi[7] e da M. Stella[8], viene riferita a Guglielmo da Pesaro in base alle stringenti argomentazioni di G. Bresc Bautier (“Guglielmo…”, 1974, p. 213) che si fondano sulle sue ricerche documentarie. La studiosa, infatti, rileva nel 1471 viene allogata a Guglielmo da Pesaro una cona proprio per la cattedrale di Cefalù e che già nel 1468 riceveva la commissione per la ricordata croce di Monreale da esemplarsi sull’altra. È ormai generalmente accettata la paternità della croce di Cefalù a Guglielmo d Pesaro, già espunta dal catalogo delle opere di Tommaso De Vigilia[9]. Non sembra condivisibile invece l’opinione di P. Santucci[10] che anticipa al XIV secolo la datazione della croce, supponendo che potesse essere stata iniziata relativamente al recto da Bartolomeo da Camogli pervenuta da Genova in Sicilia, dove potrebbe essere stata completata nelle altre figure da Tommaso De Vigilia. Tale opinione è pure seguita da P. Leone de Castris[11]. L’unità stilistica dell’opera sembra piuttosto rimandare alla mano di un solo artista, verosimilmente Guglielmo da Pesaro, intorno agli anni 1460-65.

Quest’ultimo pittore si mostra attento oltre che ai modi spagnoli catalaneggianti anche a quelli provenzali e genovesi, tanto da giustificare da un lato l’opinione di Paola Santucci[12] e dall’altro quella di E. Brunelli[13] che ritiene opera di Giacomo Durandi il politico dell’Incoronazione già a Corleone, oggi esposto a Palazzo Abatellis, anch’esso attribuito a Guglielmo da Pesaro[14].

Altro componente culturale di Guglielmo è quella antonellesca. Non a caso Maurizio Calvesi[15] nota delle somiglianze fra gli angeli della croce di Cefalù e quelli reggicorona del polittico di San Gregorio di Antonello da Messina. Tipologicamente la croce presenta lo schema più diffuso nell’isola caratterizzato dai capicroce polilobati, ivi inseriti oltre i bracci terminanti con smussature centinate, come nella chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi di Palermo.

Iconograficamente la croce di Cefalù mostra nel recto Cristo Crocifisso con al di sopra il serpente e il pellicano e nei capicroce, in basso San Pietro, in alto il Dio Padre benedicente con frasi evangeliche riferite al Figlio, come nella croce di San Giovanni dei Lebbrosi. Nel verso è il Risorto sull’avello scoperchiato con ai lati angeli reggicartigli e ai capicroce i simboli degli evangelisti. Tale iconografia presenta, dunque, due particolarità nei capicroce del recto, una relativa a Dio Padre e l’altra a San Pietro dove sogliono essere solitamente il teschio o la Maddalena. L’opera si presenta oggi fortemente lacunosa particolarmente nel recto, malgrado il lungo restauro operato da E. Geraci[16].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ (“Descriptio…”, 1592, p. 34)
  2. ^ in M.C. Di Natale, “Tommaso…”, 1977, parte II, p. 27
  3. ^ “La Croce…”, in Catalogo della “Mostra Documenti…”, 1982, p. 152 e nota 2 p. 127
  4. ^ “Guglielmo…”, 1974, p. 241
  5. ^ “La Galleria…”, 1962, p. 33)
  6. ^ (“Catalogo…”, 1966, p. 9)
  7. ^ (Catalogo “VIII Mostra…”, 1972, p. 7)
  8. ^ (scheda n. 5 in Catalogo “VIII Mostra…”, 1972, p. 22)
  9. ^ (M.C. Di Natale, “Tommaso…”, 1977 cit.)
  10. ^ (“La produzione…”, 1981, p. 174)
  11. ^ (“Pittura…”, 1986 t. II, p. 502)
  12. ^ (cit.)
  13. ^ (“Un polittico…”, 1923, p. 3)
  14. ^ (G. Bresc Bautier, cit.)
  15. ^ (“Musei…”, 1972)
  16. ^ (cfr. M. Stella, cit.)

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]