Abbigliamento nell'antica Roma

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Abbigliamento romano

Nell'abbigliamento dell'antica Roma[1] venivano distinti due generi di indumenti: gli indumenta, che si portavano di giorno e di notte, e gli amictus, che venivano indossati solo di giorno.

Indice

[modifica] Gli indumenti maschili

Tra gli indumenta, il subligaculum o licium, un perizoma in lino annodato alla vita. Sopra s'indossava semplicemente la toga, oppure la tunica, formata da due pezzi di stoffa cuciti insieme, indossata in modo che, legata alla vita, la parte posteriore risultasse più lunga sino all'altezza dei ginocchi, quella davanti più corta.

Le tuniche delle donne erano più lunghe e potevano arrivare sino ai talloni.

[modifica] Tunica

Durante l'età imperiale i romani erano soliti indossare due tuniche: una intima (subucula) e un'altra esterna (tunica exterior).

Svetonio racconta che Augusto, particolarmente freddoloso e cagionevole di salute, arrivasse ad indossare addirittura tre subuculae l'una sopra l'altra.[2]

Le tuniche erano confezionate a maniche corte sino all'avambraccio (a differenza del chitone greco che non aveva maniche): solo nella tarda antichità le maniche si allungarono sino ai polsi.

Durante l'inverno per riparare le mani dal freddo era diffuso l'uso dei guanti.[3]

I tessuti più usati per l'abbigliamento furono inizialmente la lana e il lino. Con l'età imperiale, i ricchi cominciarono ad acquistare tessuti di cotone e di seta, entrambi costosissimi perché arrivano rispettivamente dall’India e dalla Cina. Nelle regioni più fredde si usavano anche pellicce e cappelli di feltro.

[modifica] Toga

Modelli di toga e di pallio
(LA)
« (Romanos) rerum dominos, gentemque togatam »
(IT)
« (I romani) signori del mondo, popolo togato »
(Virgilio, Eneide, I, 2)

Solo chi godeva della cittadinanza romana aveva il diritto di indossare la toga [4] e l'autorità doveva vigilare che gli stranieri non la indossassero.[5] Chi, per esempio, veniva condannato all'esilio perdeva lo ius togae [6]

« Poiché era sorta una stupida controversia tra alcuni avvocati riguardo all'opportunità che un imputato che aveva usurpato la cittadinanza, fosse presente al processo con indosso la toga o il pallio, [l'imperatore Claudio] ordinò che cambiasse vestito di volta in volta , a secondo che parlasse l'accusatore o il difensore »
(Svetonio, Claudio, 15, 3)

Di solito in occasione della solennità religiosa della festa di Bacco del 17 marzo [7] nelle famiglie romane più in vista si celebrava il passaggio alla maggiore età del giovanetto tra i 15 e i 17 anni, che smettendo d'indossare la toga praetexta (indossata anche da funzionari e sacerdoti), orlata da un nastro purpureo, acquisiva il diritto di vestire la bianca toga virilis, entrando così a far parte della comunità dei cittadini romani [8]

Romano con toga

Anche i "candidati" a particolari cariche pubbliche indossavano una toga candida, particolarmente sbiancata, mentre chi aveva subito un lutto ne indossava una grigia o nera (toga pulla). Ognuno poi veniva sepolto con la toga che aveva indossato in vita.

La toga, che all’inizio era un ampio semicerchio di stoffa di lana bianca di 2 m e 70 di diametro, veniva avvolta intorno all'intera persona e, più tardi, drappeggiata in modo più elaborato (toga sinus). Presentava qualche difficoltà ad essere indossata e non permetteva gesti scomposti, contribuendo così a dare un aspetto dignitoso alla persona. Il peso del tessuto non era indifferente e il candore richiesto rendeva necessari continui lavaggi che presto usuravano l'indumento, costringendo a cambiarla spesso.

Pur rimanendo l'abito formale per eccellenza, malgrado gli inviti ad indossarla in particolare nelle occasioni pubbliche, ben presto i Romani preferirono l'uso del più pratico pallium, molto simile all' himation greco, o della lacerna, un pallium colorato, o della paenula, un pallium con cappuccio. Osservava infatti Giovenale che ormai «in gran parte dell'Italia nessuno indossa la toga, tranne il morto.» [9]

I cittadini comuni indossavano la toga solo durante le feste religiose, le cerimonie pubbliche e i funerali. Essa era invece il segno distintivo dei senatori, che la portavano di colore bianco ornata da una striscia di color porpora. Anche il dominus, in occasione delle largitiones (elargizioni) ai suoi clientes spesso pretendeva che questi indossassero la toga, un abbigliamento che doveva evidenziare il prestigio e l'importanza del benefattore.

L'abbigliamento era completato dalle scarpe: le soleae (una specie di sandali da frate, una semplice suola legata con lacci al piede) o le crepidae (sandali di cuoio intrecciato) o i calcei (scarpe con corregge intrecciate) o le caligae (stivaletti chiusi).

[modifica] Gli indumenti femminili

Matrona che indossa l' amictus
Abbigliamento femminile, da un dipinto di Lawrence Alma-Tadema.

Le donne indossavano come indumenta il perizoma, una fascia per il seno (strophium, mamillare) o una guaina (capetium) e una o più tuniche subuculae, intessute con lana o lino ed in genere prive di maniche.

Sopra la subùcula veniva indossato il sùpparum oppure la stola (dette per questo tuniche superiori). Il sùpparum era una tunica femminile di lunghezza varia, ma non fino ai piedi (per cui la parte inferiore della subùcula rimaneva in vista)); somigliava al chitone greco, ma aveva i fianchi sempre cuciti; i margini superiori (non cuciti assieme) venivano accostati con fibule o cammei, in modo da formare due false maniche lunghe fin quasi al gomito.

La stola era invece una tunica ampia e lunga appunto fino ai piedi, fermata alla vita da un cingulum, una cintura, e generalmente si faceva uso di un succingulum per formare un secondo kolpos (sbuffo di stoffa) più ricco all'altezza delle anche.

La recta, infine, era una tunica bianca sprovvista di maniche, aderente alla vita e lievemente scampanata in basso. Era il vestito delle giovani spose romane, completato dal flammeum, ampio velo di color giallo fiamma (da cui il nome) da appoggiare sul capo e fatto scendere sul retro.

La palla invece era il classico mantello femminile. Di forma rettangolare simile al mantello greco, veniva indossata in modi svariati, talvolta anche poggiandone un lembo sul capo. Era l'equivalente del pallium maschile, diversa da questo per la vivacità dei colori e non tanto per la linea.

« Quando il pallio di lei pende troppo e tocca il terreno, prendilo e sollevalo con delicatezza dal fango della strada. Come ricompensa ai tuoi occhi si presenterà subito, senza che la fanciulla possa evitarlo, lo spettacolo delle sue gambe. »
(Ovidio, Ars amandi)
Statua di Livia Drusilla trovata a Paestum, con stola e palla

Mentre gli uomini non portavano copricapi riparandosi dal sole o dalla pioggia con un lembo del mantello o sollevando il cappuccio (cucullus) della loro paenula, la donna romana metteva tra i capelli un nastro di color rosso porpora o un tutulus, una larga benda collocata a forma di cono sulla fronte.

La matrona aveva poi di solito annodato al braccio un fazzoletto, la mappa, per pulire il viso dalla polvere e dal sudore. Il muccinium destinato a soffiarsi il naso, non comparve prima della fine del III secolo d.C. [10] La domina aveva poi un ventaglio per rinfrescarsi e cacciare le mosche e un ombrello, non richiudibile, per ripararsi dal sole.

Per proteggersi dalle intemperie poteva essere indossato un mantello con cappuccio, byrrus, un indumento che si è tramandato fino al giorno d'oggi in Nordafrica, col nome, derivato dal latino, di burnus.

Le donne si adornavano con pettini, spille (fibulae) e, se potevano permetterseli, con numerosi gioielli: orecchini, collane, catenelle (catellae) intorno al collo, anelli alle dita, al braccio e alle caviglie.

[modifica] Note

  1. ^ La voce trae spunto da parte dell'opera di Jérôme Carcopino (La vita quotidiana a Roma all'apogeo dell'Impero, Bari 1971) e si riferisce in particolare al I e II secolo, in quanto, come scritto dall'autore nella prefazione all'opera, quest'epoca, e in particolare sotto il governo di Traiano e di Adriano, è quella per la quale abbiamo la maggiore abbondanza di documenti e fonti: tra questi il Satyricon di Petronio, le Silvae di Stazio, gli epigrammi di Marziale, l'epistolario di Plinio il Giovane e le Saturae di Giovenale (op.cit.pag.4).
  2. ^ Svetonio, De vita Caesarum, Vita divi Augusti, 82.
  3. ^ Plinio il Giovane, Epistulae, III, 5, 15.
  4. ^ il termine latino toga deriva dal verbo latino tegere, "coprire ".
  5. ^ Plinio, Ep. IV, 14, 3
  6. ^ Suet., Claud., 15, 3
  7. ^ Ov., Fasti, III, 77
  8. ^ Cic. Cael., 33
  9. ^ III, 17 e sgg.
  10. ^ Arnobio, Adversus nationes, II, 23.

[modifica] Bibliografia

  • Jérôme Carcopino, La vita quotidiana a Roma, Universale Laterza, Bari 1971
  • P. Aries e G. Duby, La vita privata , 5 vol., Editori Laterza, 2001
  • Andrea Giardina, L'uomo romano, «Economica Laterza», 1993
  • Andrea Giardina, Profili di storia antica e medievale. vol. 1 Laterza Edizioni Scolastiche - 2005
  • Ugo Enrico Paoli, Vita romana - Oscar Mondadori, 2005
  • Alberto Angela, Una giornata nell'antica Roma. Vita quotidiana, segreti e curiosità, Rai Eri, Mondadori 2007, ISBN 978-88-04-56013-5

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