Burnus

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Il Burnus o Aslham (parola tamazight e dei dialetti arabi del Nordafrica) è l'ampio mantello con cappuccio di lana, perlopiù bianco, che costituisce l'elemento più tipico dell'abbigliamento maschile nell'Africa del Nord. Il nome deriva dal latino byrrus (o birrus), che designava appunto un ampio mantello da portare sopra gli abiti. Oltre a berb. abernus (e ar. bernus), diffusi soprattutto in Algeria e nelle regioni più orientali, in Marocco ed altrove sono usati anche altri termini: aselham, aheddun, azennar, akhnif, akhidus, ecc. in dialetti siciliani e Italiani: "sberna, sbernia, bernusse" in spagnolo: Bérnia e albornoz in francese: berne e bournous.

Caratteristica del burnus, oltre al cappuccio (aqelmum, agelmus, ...), che può essere anche molto grande e a volte terminare con un pompon (ashrur, tawtat, tawshkint...), è la corta cucitura che lo chiude sulla parte alta del davanti, il che permette di indossarlo infilandolo sopra la testa, senza necessità di fibbie o spille per fissarlo.

Il burnus nei secoli
Immagini di uomini in burnus risalenti al XVII secolo
Da: François Pidou de Saint-Olon, Relation de l'empire de Maroc où l'on voit la situation du pays, les moeurs, coutumes, gouvernement, religion et politique des habitants, Paris : Vve Marbre-Cramoisy, 1695
Immagini di uomini in burnus del XIX secolo


Burnus contemporanei (XXI secolo)

In realtà esistono diversi modi di indossarlo. Solo in caso di freddo e maltempo ci si avvilupperà in esso tirandosi il cappuccio sulla testa. Spesso esso viene semplicemente portato sulle spalle, a volte appoggiandolo senza neanche infilare la testa nell'apertura anteriore; a volte viene indossato in modo asimmetrico, con il cappuccio su di un lato che può essere usato come sacca in cui riporre oggetti. Capita anche che venga gettato di traverso su di una spalla, acquisendo così solo un valore simbolico e non più di semplice capo di abbigliamento.

Infatti il burnus non è solo un indumento, ma anche un elemento di dignità della persona, in modo analogo alla toga virile dei Romani. Molte espressioni berbere ricordano questo valore del burnus. I santi "protettori" sono spesso detti "dal burnus", e se si fa un augurio a qualcuno si augura che il tal santo lo protegga con i lembi del suo burnus.

Il burnus è un indumento molto antico in Nordafrica. Esso viene raffigurato già in incisioni rupestri di epoca punica a Sigus (a sud di Costantina), dove si osserva un'immagine con postura molto simile a quella odierna, col braccio destro che solleva un lembo mentre la mano sinistra tiene ferma la stoffa (si veda qui accanto il gesto del contadino cabilo in piedi).

Anche all'epoca di Sant'Agostino esso era un capo di abbigliamento associato alla dignità di chi lo indossava:

(LA)
« Offertur mihi, verbi gratia, birrus pretiosus: forte decet episcopum, quamvis non deceat Augustinum, id est, hominem pauperem, de pauperibus natum... »
(IT)
« Poniamo il caso che mi si offra un prezioso mantello con cappuccio. Ora, esso potrebbe addirsi al vescovo ma non ad Agostino, uomo povero, nato in una famiglia povera... »
(Agostino d'Ippona Sermo 256, 13.)

E gli storici arabi del medioevo affermavano che tra i Berberi del Nordafrica si dovevano distinguere gli agricoltori sedentari, detti Baranes (cioè: "quelli del burnus") dagli allevatori nomadi, detti invece Butr (cioè, a quanto sembra, "Quelli dal vestito senza appendice", senza cappuccio). È un dato di fatto che i Tuareg, Berberi nomadi, non sono soliti usare il burnus ma un altro tipo di abbigliamento.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • (FR) A. Berthier, F. Logeart, "Gravures rupestres de Sigus", IIIe congr. de la Fédér. des Soc. Savantes de l'Afrique du Nord, 1937, 391-393
  • (FR) El Briga, voce "Burnous", Encyclopédie Berbère, fasc. 11, Aix-en-Provence: Édisud 1992, pp.1668-9 ISBN 2-85744-201-7 e ISBN 2-85744-581-4
  • (FR) Emile Laoust, Mots et choses berbères, Parigi: Challamel 1920, 532 p. [rist. anastatica Rabat: Société Marocaine d'Eition, 1983]- Cap. Vêtements masculins, pp. 127 ss.
  • (FR) Jean Besancenot, Costumes du Maroc, Aix-en-Provence: Édisud 2000, 208 p.(1. ed. 1942) ISBN 2-85744-357-9

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