Triennale Design Museum

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Triennale di Milano.

Triennale Design Museum
Triennale Design Museum.jpg
L'ingresso al museo e il ponte, durante il TDM5
Ubicazione
Stato Italia Italia
Località Milano
Indirizzo Viale Alemagna, 6
Caratteristiche
Tipo Design italiano
Fondatori Triennale di Milano
Apertura 2007
Direttore Silvana Annicchiarico
Sito web

Il Triennale Design Museum (TDM) è un importante museo che si trova a Milano all'interno del Palazzo dell'Arte in Viale Alemagna 6. Viene fondato nel 2007 dalla Triennale di Milano per valorizzare, conservare, illustrare e spiegare il design italiano con oggetti, persone, aziende, informazioni storiche, concetti e idee che hanno reso l'Italia punto di riferimento mondiale nel design industriale.
Il museo si rinnova ciclicamente una volta all'anno e nel 2013 è arrivato alla 6ª edizione, ogni anno le esposizioni affrontano nuove tematiche, anche molto diverse fra loro, che hanno permesso di affrontare la progettazione in vista della produzione industriale sotto diversi punti di vista. L'edizione del 2012 è stata interamente dedicata alla grafica italiana. Si tratta del primo museo italiano dedicato al design ed è fra i più rilevanti al mondo.[1]

Contesto[modifica | modifica wikitesto]

Il museo viene aperto ufficialmente al pubblico il 6 dicembre 2007, ma i lavori per la sua realizzazione iniziano nel 2004 e vedono una completa riqualifica dell'ala curvilinea al primo piano a cui si accede dallo scalone centrale del Palazzo dell'Arte; spazio scelto per mantenere ogni area della Triennale con una propria identità indipendente. I lavori terminano nel 2007[2] senza ritardi e senza interrompere la normale attività della Triennale di Milano.[3] Il progetto di un museo nazionale dedicato al design italiano si concretizza con un accordo fra Triennale di Milano e il Ministero per i beni e le attività culturali, la Regione Lombardia, la Provincia di Milano, il Comune di Milano e la Camera di Commercio di Milano. Hanno aderito anche Assolombarda, Fiera Milano, Politecnico di Milano, Fondazione ADI, Università IULM, Anfia, Cosmit.[4]

Progetto dello spazio museale[modifica | modifica wikitesto]

Il progetto definitivo viene approvato nel 2003 e viene anticipato da un restauro degli spazi pubblici a piano terra. I lavori veri e propri per la realizzazione dello spazio destinato al Museo del Design (nome iniziale proposto per il TDM) iniziano nel 2004: viene realizzata la Biblioteca del Progetto, l'Archivio Storico e il Centro di Documentazione; successivamente sono proseguiti con il restauro dell'area espositiva. Il progetto architettonico, la ristrutturazione del palazzo, e le opere di sistemazione e adeguamento del museo sono dell'architetto Michele De Lucchi.[5] Contemporaneamente alla realizzazione dell'aera espositiva e agli spazi correlati, è avvenuta la progettazione e l'installazione del ponte d'accesso all'entrata: progettato anch'esso da Michele De Lucchi[6] e realizzato dallo Studio Favero & Milan Ingegneria.[7].

Il ponte, realizzato in bambù, acciaio e vetro, collega il grande atrio centrale del palazzo al primo piano con l'entrata del museo costituita da una grande vetrina dove è ben visibile l'intera stanza centrale del museo stesso, al fine di valorizzare il museo stesso e richiamare la pubblica attenzione. Per la realizzazione del museo, la Triennale di Milano si è avvalsa dell'esperienza di Andrea Branzi e ha nominato direttrice e responsabile del museo stesso Silvana Annicchiarico che è anche conservatrice della Collezione Permanente del Design Italiano della Triennale di Milano.[8] Tutti gli spazi espositivi della Triennale sono stati adeguati agli standard museali internazionali, compresa la climatizzazione del Salone d'Onore.

Il concetto espositivo[modifica | modifica wikitesto]

Il museo nasce con lo scopo di spiegare cos'è il design italiano, non solo da un punto di vista tecnico, progettuale ed estetico ma anche analizzando il contesto storico, sociale e la parte umana che lo compone. Insieme ai prodotti vengono presentate anche le persone, le aziende e i valori che hanno fatto grande l'Italian style nel mondo. Le installazioni sono sempre associate a messaggi dei progettisti e informazioni su essi o sulla storia dell'azienda che spesso ha influenzato un'intera area geografica attorno a sé. Il museo ha anche lo scopo di stimolare il visitatore nel comprendere e immedesimarsi nei panni del progettista, e di vivere in prima persona i passaggi che portano un'idea a diventare un oggetto di uso comune.

Il rapporto fra persona e design è continuamente presente nel "concept" del museo, in tutte le sue edizioni, oltre a questo viene continuamente ricordato il rapporto fra contesto sociale, storico economico e culturale italiano e l'oggetto esposto, nonché l'eterno legame fra arte, funzionalità e design. Il museo inoltre ha anche la responsabilità e il compito di fare da centro nevralgico di tutti i "giacimenti" di design presenti sul territorio lombardo, principalmente milanese. Supporta e promuove direttamente anche alcuni musei d'impresa, collezioni pubbliche e private, come per esempio lo Studio Museo Achille Castiglioni. Lo scopo non è quindi quello di esporre molti oggetti per volta, ma pochi oggetti analizzati in modo profondo, per tale motivo il museo cambia ogni anno, con una nuova edizione che affronta una nuova tematica e nuovi concetti.[9]

Le edizioni[modifica | modifica wikitesto]

I - Le sette ossessioni del design italiano[modifica | modifica wikitesto]

Curata da Andrea Branzi su un progetto scenografico di Italo Rota con Peter Greenaway, si interrogava sulle ossessioni ricorrenti del design italiano, ritrovandone le radici e le origini in epoche precedenti alla modernità novecentesca. Sono andate in scena le sette ossessioni del design italiano: dalla teatralità al lusso, dalla dinamicità alla spiritualità, dalla democraticità al comfort e alla semplicità.

II - Serie e fuori serie[modifica | modifica wikitesto]

Curata da Andrea Branzi con l'allestimento di Antonio Citterio, indagava il rapporto reciprocamente fecondo fra produzione in serie e oggetti unici o prodotti fuori serie, tra progettazione e produzione, creatività e industria.

III - Quali cose siamo[modifica | modifica wikitesto]

Curata da Alessandro Mendini e allestita da Pierre Charpin, allargava invece i confini canonici del design tradizionale, proponendo un radicale ripensamento della nozione stessa di design. Una selezione di circa ottocento opere di grandi designer, artisti e giovani progettisti che entrano in dialogo con oggetti anonimi e inaspettati.

IV - La fabbrica dei sogni[modifica | modifica wikitesto]

Opere esposte al museo durante l'edizione "La fabbrica dei sogni": al centro le UP5 e UP6 di Gaetano Pesce, a sinistra la Superleggera di Gio Ponti.

Curata da Alberto Alessi e messa in scena da Martí Guixé, ripercorreva la storia del design italiano valorizzando soprattutto il ruolo degli imprenditori, cioè di quei “capitani coraggiosi” che hanno reso possibile e concreta l'affermazione del design italiano nel mondo.

V - TDM5: Grafica italiana[modifica | modifica wikitesto]

A cura di Mario Piazza, Giorgio Camuffo, Carlo Vinti e con il progetto di allestimento di Fabio Novembre, vuole fare il punto sulla storia della grafica, una disciplina che è sempre stata considerata minore e ancillare, per restituirle la giusta autonomia. Il design della comunicazione rappresenta infatti il territorio più affascinante e complesso attraverso cui oggi si articola la cultura del progetto.

VI - La Sindrome dell'Influenza[modifica | modifica wikitesto]

Edizione curata da Pierluigi Nicolin vede un allestimento progettato da Studio Cerri & Associati, illustra la capacità di assimilazione, la curiosità e il desiderio del design italiano di confrontarsi con altri linguaggi e altre culture per avviare nuovi progetti e nuove elaborazioni. Questa edizione viene organizzata in tre parti ed è caratterizzata da narrazioni testuali e video.

VII - Il Design italiano oltre la crisi[modifica | modifica wikitesto]

Con questa edizione, curata da Beppe Finessi, il museo indaga sugli anni trenta affrontando il design industriale da un punto di vista poco considerato negli anni successivi. Fra gli oggetti esposti emerge l'auto-produzione e autosufficienza dove il design era funzione e ingegno applicato per andare incontro alle necessità più disparate. L'allestimento progettato da Philippe Nigro insieme al progetto grafico di Italo Lupi fanno vivere al visitatore la storia, con essa capire meglio il design contemporaneo ed immaginare il design futuro. La mostra analizza l'ormai totale morte dell'auto-produzione e la personalizzazione, rivivendola fra gli anni trenta, gli anni settanta e gli anni zero.[10]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ turismo.milano.it: Triennale Design Museum, turismo.milano.it. URL consultato il 18 settembre 2013.
  2. ^ cronologia lavori (immagini), triennaledesignmuseum.it. URL consultato il 18 settembre 2013.
  3. ^ dati sul museo, immagini.archinfo.it. URL consultato il 17 settembre 2013.(.pdf)
  4. ^ storia, progetto, realizzazione e informazioni sulla nascita e lo sviluppo del museo, con riscontri grafici e documentazioni, comune.milano.it. URL consultato il 12 ottobre 2013.
  5. ^ articolo sull'inaugurazione del museo e ristrutturazione del Palazzo dell'Arte, edilone.it. URL consultato il 18 settembre 2013.
  6. ^ intervista a Michele De Lucchi (PDF), awn.it. URL consultato il 17 settembre 2013. (.pdf)
  7. ^ scheda progetto ponte, archive.amdl.it. URL consultato il 17 settembre 2013.
  8. ^ articolo sulla nascita del museo, archinfo.it. URL consultato il 17 settembre 2013.
  9. ^ informazioni sul progetto e promotori e sulla realizzazione del museo, archiportale.com. URL consultato il 18 settembre 2013.
  10. ^ TDM 7 auto da se: Il design italiano tra autarchia, austerità e autoproduzione, triennale.it. URL consultato il 25 febbraio 2014.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Michele De Lucchi, Il Museo del Design e la nuova Triennale, Milano 2008. EAN 978-8-837-0598-3.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]