Rizzo (famiglia)

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Rizzo
Rizzo-Coat-of-Arms.jpg
meliora latent[1]
Interzato in fascia, al 1º d'oro all'aquila di nero, nascente dalla partizione, con il volo abbassato, coronata del campo; al 2º d'oro al riccio di nero; al 3º d'oro a due fasce ondate d'azzurro.
StatoBandera de Nápoles - Trastámara.svg Regno di Napoli
Flag of the Kingdom of the Two Sicilies (1816).svg Regno delle Due Sicilie
Flag of Italy (1861-1946) crowned.svg Regno d'Italia
Italia Italia
TitoliCroix pattée.svg Marchesi
Croix pattée.svg Conti
Croix pattée.svg Baroni
Croix pattée.svg Signori
Croix pattée.svg Patrizi
Croix pattée.svg Nobili[2][3]
FondatoreNicola da Amalfi
Data di fondazioneXIII secolo
EtniaItaliana
Rami cadetti

La famiglia Rizzo è una famiglia nobile italiana, la cui ascendenza è attestata dalla fine del XIII secolo[7] sino ai giorni nostri[1].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il nome della famiglia ha subito variazioni ortografiche a seconda dell'epoca e dei rami: nell'antichità erano denominati anche Riccio, Ricci oppure Ritii[8]. L'unica linea superstite, quella cilentana, ha modificato il cognome in Rizzo dei Ritii con R.D. del 14 giugno 1941[5].

I Rizzo discenderebbero, secondo la tradizione, dai patrizi romani Ritius, i quali, a seguito delle invasioni barbariche, presero nuova dimora sulla costiera amalfitana, da dove originarono il ramo napoletano (poi cilentano), da esso quello molisano ed abruzzese, e la linea siciliana. Lo storico Carlo Padiglione attribuì l'arme della discendenza di Trinacria come stemma alternativo del casato partenopeo[9]. Riguardo all'origine dei Rizzo, vi sono inoltre altre ipotesi: secondo gli storici Carlo De Lellis e Cristoforo Landino essi discenderebbero dai Ricci di Firenze[10], mentre per Francesco Alvino proverrebbero da Amalfi o Napoli, e si sarebbero poi trapiantati a Castellammare di Stabia[11].

La prima attestazione storica dei Rizzo campani l'abbiamo con Giovanni, il quale fu tra i baroni del Principato Citra che prestarono denaro al re Carlo I d'Angiò nell'anno 1276[12], mentre i Rizzo furono presenti in Sicilia dal XIV secolo fino all'inizio del XX secolo, quando si estinsero nella famiglia Riolo[4]. Anche i Rizzo di Piacenza deriverebbero dal principale lignaggio della casata.

La famiglia fu molto attiva sotto i sovrani angioini ed aragonesi, rivestendo cariche importanti nella magistratura e nell'esercito, con conseguente elargizione di feudi e privilegi, e venendo ascritta ai Seggi di Forcella (1444) e Nido (1501) dei Sedili di Napoli, ma agli inizi del XVIII secolo perse gli onori del patriziato, in quanto abbandonò Napoli per trasferirsi definitivamente nel Cilento.

Palazzo Riccio di San Gioacchino, Trapani

Un ramo della famiglia passò in Sicilia nel 1321 con Sergio Riccio, il quale vi giunse come visitatore delle fortezze di quel Regno. Stabilitasi quindi in Sicilia, la famiglia si propagò a Catania, Messina (da rimarcare la baronia di Merì[13][14]), Palermo e Trapani. In quest'ultima città si distinse per le primarie cariche che vi occupò. Possedette le baronie delle isole di Arcudaci, Favignana, Levanzo, Marettimo, San Gioacchino e Sant'Anna[15].

Parentele[modifica | modifica wikitesto]

La famiglia Rizzo contrasse matrimoni con le principali famiglie nobili dell'Italia meridionale, quali d'Alessandro[16], Billotta[17], Brancaccio[6], Caldora[18], Capece Aprano[16], Caracciolo[19][20], Carafa[18], Carbone[18], Carmignano[17], Correale[21], Domini Martini[16], Fontanarosa[20], Franchi[19], Galeota[20], Galluccio, de Liguoro[16], Longo[17], Macedonio[21], Niglio[22], Pandone[20], Saraceno[20], Seripando[20], del Tufo[19], Zurlo e, negli ultimi tempi, con la famiglia di armatori statunitensi Shewan[23][24].

Stemma e motto[modifica | modifica wikitesto]

Da studi sulle sepolture nel Duomo di Amalfi sembra che lo stemma antico fosse troncato al 1º d'argento al riccio di nero al naturale e al 2º a tre fasce controinnestate di nero, quindi del tutto simile a quello originario dei Rizzo di Sicilia[1][22][25][26]. Il 24 dicembre 1454 l'imperatore Federico III d'Asburgo ricompensò i Rizzo per i loro meriti definendone la composizione dello stemma: interzato in fascia, al 1º d'oro all'aquila di nero, nascente dalla partizione, con il volo abbassato, coronata del campo; al 2º d'oro al riccio di nero; al 3º d'oro a due fasce ondate d'azzurro, avente per cimiero un'aquila nera coronata d'oro e svolazzi di oro, nero ed azzurro.

Il motto della famiglia, tratto dall'opera Le metamorfosi di Ovidio, è costituito dall'espressione latina meliora latent[1], che tradotta significa le cose migliori sono nascoste, e vuol essere un omaggio all'arte dello scoprire le verità che si celano dietro le apparenze.

Feudi[modifica | modifica wikitesto]

Tra i numerosi feudi e conseguenti titoli nobiliari di cui godette in passato la famiglia, ricordiamo:

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Mentre il principale palazzo di famiglia presso l'antico Seggio di Nido in Napoli non è più presente, permangono varie tombe di esponenti della casata e monumenti funebri di celebri artisti in diverse chiese del capoluogo campano. Segnaliamo – tra le altre – le basiliche di San Domenico Maggiore, Sant'Anna dei Lombardi, Santa Chiara, Santa Maria della Stella e Santa Maria la Nova, in cui vi sono le tombe di illustri membri della famiglia. Ricordiamo infine la cappella dei Rizzo sita nella Basilica di San Nicola di Bari e il Palazzo Riccio a Torchiara.

Membri principali[modifica | modifica wikitesto]

Michele Riccio fu il più celebre della famiglia

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d AA.VV., vol. 28, voce Rizzo dei Ritii.
  2. ^ Rizzo dei Ritii è il titolo dei discendenti dell'unica linea fiorente (anzianità dall'anno 1501).
  3. ^ Andrea Borella, 22ª ed., ad vocem.
  4. ^ a b Vittorio Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, vol. 9, Milano, 1928-1936, voce Riccio o Rizzo.
  5. ^ a b AA.VV., vol. 11, voce Rizzo dei Ritii.
  6. ^ a b c Livio Serrapassim.
  7. ^ Michele Riccio, p. 8.
  8. ^ AA.VV., vol. 10, voce Rizzo.
  9. ^ Carlo Padiglione, Trenta centurie di armi gentilizie, Napoli, 1914, ad vocem.
  10. ^ Michele Ricciopassim.
  11. ^ a b Francesco Alvino, p. 128.
  12. ^ Registro della Zecca di Napoli del 1276-1277, p. 46.
  13. ^ Antonino Coppolino, Merì nella storia, Olivarella, Tipolitografia Sacro Cuore, 2003, passim.
  14. ^ Storia di Merì e dei baroni Rizzo, su siusa.archivi.beniculturali.it.
  15. ^ Benigno di Santa Caterina, Del Nobiliario di Trapani, in Trapani Profana e Sacra, Trapani, 1810, pp. 447-450.
  16. ^ a b c d Carlo De Lellis, p. 12.
  17. ^ a b c Carlo De Lellis, p. 26.
  18. ^ a b c Carlo De Lellis, p. 24.
  19. ^ a b c Carlo De Lellis, p. 13.
  20. ^ a b c d e f Carlo De Lellis, p. 25.
  21. ^ a b Carlo De Lellis, pp. 11-13.
  22. ^ a b AA.VV., vol. [volume mancante], voce Rizzo dei Ritii.
  23. ^ (EN) Alison McQueen, Empress Eugénie and the Arts. Politics and Visual Culture in the Nineteenth Century, Ashgate, 2011, p. 15 e 288.
  24. ^ (EN) The Metropolitan Museum of Art, Europe in the Age of Enlightenment and Revolution, The Met/Bradford D. Kelleher Editore, 1987, p. 159.
  25. ^ Andrea Borella, 30ª ed., ad vocem.
  26. ^ AA.VV., 1960passim.
  27. ^ Archivio di Simancas, vol. 512, p. 262.
  28. ^ Archivio di Stato di Napoli, Registro Quinternione n. 271, p. 135.
  29. ^ Michel Popoff, p. 87.
  30. ^ a b c d e f g Carlo De Lellis, [senza pagina].
  31. ^ Michel Popoff, p. 101.
  32. ^ Storia di Postiglione, su comunepostiglione.sa.it (archiviato dall'url originale il 23 luglio 2012).
  33. ^ Michel Popoff, p. 88.
  34. ^ Elenco delle famiglie nobili del Molise, su casadalena.it.
  35. ^ Regia Camera della Sommaria, Registro dell'anno 1574/1575, Archivio di Stato di Napoli, p. 378.
  36. ^ Storia di Roccamandolfi, su comune.roccamandolfi.is.it.
  37. ^ Francesco Alvino, pp. 130-133.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV., Elenco storico della nobiltà italiana: compilato in conformità dei decreti e delle lettere patenti originali e sugli atti ufficiali di Archivio della Consulta Araldica dello Stato Italiano, Roma, Sovrano Militare Ordine Gerosolimitano di Malta, 1960.
  • AA.VV., Libro d'oro della nobiltà italiana, 9ª (vol. 10, 1937-1939), 10ª (vol. 11, 1940-1949) e 23ª ed. (vol. 28, 2005-2009), Roma, Collegio Araldico.
  • Biagio Aldimari, Memorie historiche di diverse famiglie nobili, così napoletane, come forastiere, Napoli, 1691, ISBN non esistente.
  • Francesco Alvino, Viaggio da Napoli a Castellammare con 42 vedute incise all'acquaforte, Napoli, Stamperia dell'Iride, 1845.
  • Scipione Ammirato, Delle famiglie nobili fiorentine, Firenze, 1615, ISBN non esistente.
  • Andrea Borella, Annuario della nobiltà italiana, 22ª e 30ª ed., Teglio, SAGI, 2006 e 2014.
  • Carlo Borrello, Difesa della nobiltà napoletana, traduzione di Ferdinando Ughelli, Roma, 1655, ISBN non esistente.
  • Giovan Battista di Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, vol. 1-2-3, Pisa, 1886-1890, ISBN non esistente.
  • Carlo De Lellis, Appunti sulle famiglie patrizie di Seggio di Nido, Napoli, Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III.
  • Francesco De Pietri, Dell'historia napoletana, vol. 2, Napoli, 1634, ISBN non esistente.
  • (LA) Francesco Elio Marchese, Liber de neapolitanis familiis, Napoli, 1496, ISBN non esistente.
  • Scipione Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, Napoli, 1601, ISBN non esistente.
  • (FR) Michel Popoff, Royaume de Naples, Parigi, Le Léopard d'Or, 2010.
  • Michele Riccio, De regibvs Hispaniæ, Hiervsalem, Galliæ, vtriusque Siciliæ, & Vngariæ, historia, Napoli, 1645, ISBN non esistente.
  • Livio Serra, Manoscritti araldici, Archivio di Stato di Napoli.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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