Palazzo Rosso (Genova)

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Palazzo Rosso
La facciata principale.
Localizzazione
StatoBandiera dell'Italia Italia
RegioneLiguria
LocalitàGenova
IndirizzoVia Giuseppe Garibaldi, 18
Coordinate44°24′39.98″N 8°55′55.64″E
Coordinate: 44°24′39.98″N 8°55′55.64″E
Informazioni generali
CondizioniIn uso
Costruzione1671-1677
Inaugurazione1677
Stilearchitettura barocca italiana
Usomuseo
Realizzazione
ArchitettoPietro Antonio Corradi
AppaltatoreRodolfo e Gio Francesco Brignole Sale
ProprietarioComune di Genova
 Bene protetto dall'UNESCO
Le Strade Nuove e il Sistema dei Palazzi dei Rolli di Genova
 Patrimonio dell'umanità
TipoCulturali
Criterio(ii) (iv)
PericoloNon in pericolo
Riconosciuto dal2006
Scheda UNESCO(EN) Genoa: Le Strade Nuove and the system of the Palazzi dei Rolli
(FR) Scheda

Il palazzo Rodolfo e Gio Francesco Brignole Sale o Palazzo Rosso è un edificio sito in via Garibaldi al civico 18 nel centro storico di Genova, inserito il 13 luglio del 2006 nella lista dei 42 palazzi iscritti ai Rolli di Genova, riconosciuti in tale data Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO. Ospita la prima sezione dei Musei di Strada Nuova, che comprendono anche Palazzo Bianco e Palazzo Doria-Tursi, dedicata principalmente alle collezioni d'arte dei Brignole-Sale, in parte ospitate in sale che conservano l'arredo e la decorazione originale.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

«Il primo Palazzo che ho visto è stato il palazzo Brignole; facciata rossa, scalone di marmo. Le statue non sono grandi come in altri palazzi ma la manutenzione, i mosaici dei pavimenti e soprattutto i quadri lo rendono uno dei più ricchi di Genova»

Fu costruito tra il 1671 e il 1677 per volontà dei fratelli Rodolfo e Gio Francesco Brignole Sale su progetto dell'architetto genovese Pietro Antonio Corradi che ripropone qui la pianta a U già da questi adottata nel coevo Palazzo Balbi Senarega[1]. Nell'esigenza di edificare un unico palazzo per le due distinte dimore dei due fratelli, fu scartata la soluzione dell'adiacente Palazzo Cattaneo-Adorno, che prevedeva due simmetriche residenze affiancate, mentre si optò per l'edificazione di due piani nobili, ciascuno riservato ad uno dei fratelli.

Giovanni Francesco I Brignole Sale (1643-1693), figlio di Anton Giulio Brignole Sale (1605-1665) e Paolina Adorno (1610 - 1648), immortalati nella celebre coppia di ritratti di Antoon van Dyck, a seguito della morte del fratello Rodolfo divenne proprietario dell'intero palazzo e ne commissionò la decorazione delle sale ai maggiori artisti del secondo Seicento a Genova[2].

Domenico Piola, Allegoria dell'inverno

La decorazione seicentesca[modifica | modifica wikitesto]

I primi interventi decorativi furono realizzati al secondo piano nobile a partire dal 1679 da Domenico Piola e Gregorio De Ferrari, con la collaborazione di quadraturisti e stuccatori (Antonio ed Enrico Haffner). Fu portato a compimento innanzitutto il salone maggiore e l'affresco sulla volta, Fetonte al cospetto del padre Apollo, capolavoro del De Ferrari, distrutto dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, di cui nella sala è oggi esposto il bozzetto preparatorio[3].

L'opera dell'anziano Piola e del genero De Ferrari continua nelle quattro sale circostanti, ciascuna delle quali è dedicata ad una stagione dell'anno, ed è considerata dalla critica fra i più alti esiti del barocco genovese. L’Allegoria della Primavera, sempre del De Ferrari, mostra nella volta tra putti e figure che spargono fiori, Venere con Cupido che seduce Marte. Nell'Allegoria dell’Estate, è protagonista Cerere, dea delle messi, contraddistinta da un putto che regge un fascio dorato di spighe, mentre i venti invernali sono scacciati dalla ninfa delle brezze, Aura. Anche qui compaiono la figura di Apollo dio del Sole e il leone, segno zodiacale ricorrente in luglio e quindi simbolo dell’estate, ma anche simbolo araldico dei Brignole, in un gioco di rimandi tra astrologia e celebrazione dinastica[4]. A Piola si devono le sale dell'Autunno e dell'Inverno, realizzate in collaborazione con stuccatore Giacomo Muttone e del quadraturista Sebastiano Monchi, autore degli sfondati prospettici. Qui volteggiano nelle volte Bacco, giovane, imberbe, con Sileno ebbro, baccanti, centauri, satiri e animali cari a Dioniso, nell'Allegoria dell’Autunno, e invece venti freddi, scene di carnevale e di caccia nell'Allegoria dell’Inverno. Il pittore, di ritorno da un viaggio a Parma, realizza leggere e delicate figure che mostrano evidenti rimandi alla pittura di Correggio[5].

Paolo Gerolamo Piola, Loggia di Diana

Al figlio di Domenico Piola, Paolo Gerolamo, è dovuta la cosiddetta Loggia delle rovine o di Diana, che nel 1689 ambienta con assoluta originalità il Mito di Diana ed Endimione sulle volte di un palazzo diroccato. In quest'opera, fra le prime del pittore allora ventitreenne, si avvalse della collaborazione del quadraturista Nicolò Codazzi, autore delle finte architetture in rovina, sulle quali Paolo Girolamo aggiunse le figure di Diana che, sulla volta, contorniata da putti, si cala dal cielo per raggiungere il mitico pastore Endimione raffigurato dormiente a fianco della porta d'ingresso, in compagnia dei cani e di figure di satiri. La loggia, originariamente concepita come una galleria chiusa ornata da lunette affrescate e finestre dai decori rococò, fu sfondata nel corso del restauro degli anni cinquanta[6].

Nel 1691 iniziò la seconda fase decorativa con gli affreschi di Giovanni Andrea Carlone, Lorenzo De Ferrari, Carlo Antonio Tavella, Andrea Leoncini e di Bartolomeo Guidobono. Gli interventi di restauro e completamento decorativo continuarono fino alla metà del XIX secolo.

Nelle nuove sale le svagate fantasie mitologiche cedono lo spazio a complesse tematiche allegoriche. Sulla volta della Sala della Vita dell’uomo Giovanni Andrea Carlone raffigura in successione prospettica le tre Parche, il Tempo, la Giustizia Divina, l'Astrologia e la Sapienza, mentre i fratelli Haffner sono autori della decorazione parietale, con l'Allegoria della Conservazione[7]. Nella Sala delle Arti liberali, Mercurio al centro del cielo getta corone di lauro alle Arti ospitate nelle quattro nicchie sottostanti, fra statue a grisaille che alludono alle quattro parti del mondo. Parzialmente perduta è la decorazione parietale, di cui restano soltanto i paesaggi di Carlo Antonio Tavella, ma non più il finto colonnato che li racchiudeva[8].

La decorazione settecentesca[modifica | modifica wikitesto]

A metà del Settecento continuatore della committenza artistica fu Giovanni Francesco II Brignole Sale (1695-1760), ambasciatore della Repubblica a Parigi, che nel 1746 fu eletto Doge della Repubblica di Genova. In quell'anno ad opera dell'architetto Francesco Cantone venne definito l'attuale aspetto della facciata, caratterizzato da protomi leonine che segnano gli architravi delle finestre dei due piani nobili. Il simbolo richiama l'arma araldica della famiglia, raffigurante un leone rampante sotto un albero di prugne, chiamate in dialetto genovese brignòle[9].

Lorenzo De Ferrari, Salotto delle Virtù Patrie, 1740

Di grande ricercatezza estetica è la decorazione dello studio del Doge Giovanni Francesco II, noto come Salotto delle Virtù Patrie per le complesse simbologie rappresentate nelle pitture. Ne fu autore negli anni quaranta del Settecento Lorenzo De Ferrari (1680-1744), figlio del celebre Gregorio, che finse sulla volta una complessa architettura in grisaille dove ambientare una serie di soggetti ispirati alla Roma antica, esemplari per il committente impegnato nel governo della cosa pubblicaː L'allocuzione di Scipione in Senato, Le Vestali custodiscono il fuoco sacro, Le matrone offrono i loro gioielli alla patria, Il trionfo militare di Costantino, come esempi del Valore rappresentato dall'allegoria al centro dello sfondato prospettico. La tematica edificatoria continua sulle pareti con gli affreschi delle personificazioni di Virtù, e le tempere con episodi tratti dalla storia romanaː La giustizia di Tito Manlio Torquato nel condannare il figlio, la continenza di Publio Cornelio Scipione nel restituire la fidanzata ad Allucio, La fortezza di Muzio Scevola nel punirsi per non esser riuscito a uccidere Porsenna e La religiosità di Numa Pompilio[10].

Di più modesta fattura è la decorazione della sala detta della Gioventù in cimento, realizzata nel 1736 da Domenico Parodi[11].

Nell'alcova, interamente rivestita e arredata con decorazioni rococò, trovano posto i ritratti di Giovanni Francesco II e della moglie Battina Raggi, eseguiti dal pittore di corte di Luigi XIV, Hyacinthe Rigaud (1659 - 1743).

Le mezzarie di Anton Giulio II Brignole-Sale[modifica | modifica wikitesto]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il piccolo appartamento, riaperto al pubblico nel 2022, è collocato nel mezzanino tra il primo e il secondo piano nobile di Palazzo Rosso. Fu decorato a partire dal 1705 su richiesta di Anton Giulio II Brignole-Sale, che destinò questi spazi a uso residenziale privato[12]. L'aristocratico genovese era l'unico erede maschio della casata: suo padre, Gio. Francesco I, fu il committente del ciclo di affreschi dedicato alle quattro stagioni realizzato a partire dal 1686-1687 nel piano nobile superiore[13]. Fatture e registrazioni di spese dell'Archivio Brignole-Sale testimoniano che i lavori nelle "Mezzarie del Palazzo di Strada nuova" ebbero inizio nel 1705[14].

Decorazione[modifica | modifica wikitesto]

La decorazione della prima stanza, adibita a piccola quadreria, fu affidata a Gregorio De Ferrari, che eseguì i putti in volo sulla volta, mentre a Francesco Costa, suo allievo e collaboratore, spettarono le quadrature sulle pareti. Le porte in legno riportano le iniziali del committente: AGB, circondate da serpi, ma non è noto il nome dell’intagliatore[15].

La seconda sala, detta “della grotta”, fu affrescata da Domenico Parodi entro il 1710[16]. La decorazione illusionistica, tipicamente barocca, narra le origini di Roma partendo dall'affresco sulla parete principale che raffigura il Giudizio di Paride, fino ad arrivare alle vicende di Troia e all'infanzia dei due gemelli, Romolo e Remo. Sono infatti destinati alle due nicchie bordate d’alabastro, poste ai lati dell'affresco, i due gruppi scultorei in marmo dedicati alle storie di Giove in forma di cigno con Elena e Polluce e La lupa con Romolo e Remo, rispettivamente di Bernardo Schiaffino e Francesco Biggi[17]. Originariamente fungevano da fontane ma ad oggi non sono più funzionanti. Le parti in finta architettura della stanza furono invece dipinte dall'artista bolognese Tommaso Aldovrandini. Attraverso la finizione pittorica l’intera stanza assume le sembianze di una grotta. La rievocazione del mondo naturale all’interno di un ambiente cittadino è una tradizione tipicamente genovese: infatti, già a partire dal XVI secolo, nei giardini dei palazzi nobiliari del capoluogo ligure vennero frequentemente realizzate grotte con acqua corrente[18].

Sala della grotta
Alcova di Anton Giulio II

La camera da letto comprende una piccola alcova rialzata la cui apertura è decorata da una cornice intagliata e dorata, mentre le pareti interne laterali sono rivestite da specchi. Sulla parete di fondo, dietro al letto, vi è un'elaborata decorazione a stucco tipicamente barocca, in cui alcuni amorini in volo reggono un finto drappo fiorito simulando un baldacchino. Sul resto del soffitto è dipinta una volta celeste stellata[12]. Il progetto decorativo di questa sala è attribuito a Gregorio De Ferrari, ma non sono noti i nomi degli esecutori. Anche sul parquet intarsiato sui cui poggia il letto sono riportate le iniziali di Anton Giulio II, il cui monogramma viene ripetuto per un totale di dieci volte all’interno dell'appartamento[18]. A quel tempo, la tecnica del parquet rappresentava una novità in Italia: infatti, in quegli anni non risultano simili lavorazioni in nessun altro luogo. La delimitazione di una parte di stanza tramite pavimentazione di questo tipo era invece consuetudine alla corte di Luigi XIV a Versailles[14].


La morte improvvisa di Anton Giulio II, nel 1710, interruppe i lavori che vennero ripresi dal figlio Gio. Francesco II intorno al 1745. Questi affidò al pittore Giacomo Boni la realizzazione della quarta ed ultima stanza, un piccolo salotto rettangolare rivestito di specchi[12].

Da residenza privata a museo[modifica | modifica wikitesto]

La residenza rimase di proprietà della potente famiglia dei Brignole-Sale per due secoli, fino al 1874, anno in cui fu donato alla città dall'ultima erede, Maria Brignole-Sale De Ferrari duchessa di Galliera, per "accrescere il decoro e l'utile" di Genova e con l'evidente intenzione di lasciare ai posteri un segno della stirpe dei Brignole Sale anche con il contributo delle sue importanti collezioni d'arte.

I bombardamenti della seconda guerra mondiale causarono danni gravissimi al palazzo, causandone fra l'altro la perdita della decorazione del salone maggiore. La ricostruzione fu effettuata negli anni cinquanta (1953-1961), condotta dalla direttrice dell'Ufficio di Belle Arti di Genova, Caterina Marcenaro, e dagli architetti Franco Albini e Franca Helg. Il radicale restauro, condotto secondo i criteri del "movimento moderno", portò alla rimozione di tutti gli arredi e le decorazioni ritenute non originali, e alla creazione di un allestimento razionalista in netto contrasto con l'identità storica del palazzo[19]. Le collezioni, smembrate, furono ricollocate nei musei cittadini secondo criteri espositivi didattici. In occasione del restauro furono creati, fra l'altro, la scala elicoidale di Franco Albini, il vasto cortile alle spalle del palazzo, dove fu collocato il celebre portale barocco del convento di san Silvestro, e fu ristrutturato l'ultimo piano del palazzo quale appartamento che la Marcenaro abitò fino alla morte, custodendovi la sua personale collezione d'arte, recentemente aperto al pubblico.

Negli anni novanta, si procedette ad una rimozione di tale allestimento, riportando il palazzo nella sua veste settecentesca in base alle descrizioni storiche, principalmente alla celebre "Descrizione delle pitture, scolture e architetture ecc., che trovansi in alcune città, borghi, e castelli delle due riviere dello stato Ligure" del Ratti[20], ricollocando molti degli arredi originali e molti dei dipinti nelle quadrature settecentesche appositamente create dagli affrescatori per alloggiarli.

Gabinetto Disegni e Stampe di Palazzo Rosso[modifica | modifica wikitesto]

Il Gabinetto Disegni e Stampe, parte integrante dei Musei di Strada Nuova, è situato all'ultimo piano di Palazzo Rosso ed visitabile su appuntamento. Istituito nel 1893, comprende una collezione di circa diecimila disegni di scuola genovese (dal Cinquecento all'Ottocento), emiliana (con opere di Guercino e Guido Reni) e romana (in particolare del ritrattista Ottavio Leoni), che coprono un arco cronologico che va dal XV al XX . La collezione, conservata in apposite cassettiere lignee disegnate dall’architetto Franco Albini nel 1961, comprende inoltre settemila incisioni prevalentemente italiane, tedesche e fiamminghe[21].

Storia e provenienza[modifica | modifica wikitesto]

Il primo nucleo della collezione proviene dal legato del marchese Marcello Durazzo (1790-1848) che donò alla Biblioteca Civica della città natale la sua raccolta di 1656 fogli, ufficialmente consegnati nell'ottobre 1849 ed incrementata dagli eredi nel 1863. Questo fondo è caratterizzato principalmente da opere di autori genovesi ed emiliani. Quest'ultime sarebbero state acquistate dal nobile genovese a Bologna, dove soggiornò nel 1810[22], per tramite del pittore Francesco Giusti, insieme a parte duna parte della raccolta dell'incisore Clemente Nicoli. Giusti aveva comperato un gran numero di fogli del Guercino e di altri artisti dagli ultimi eredi di Benedetto e Cesare Gennari, nipoti e allievi del maestro bolognese: infatti, proprio da questo fondo, proviene lo Studio di nudo del Guercino[23]. Dalla raccolta del Nicoli, invece, pervengono a Palazzo Rosso più di sessanta fogli, tra i quali opere di Guido Reni, Annibale Carracci, Domenichino oltre che del Guercino. Alcuni disegni del nucleo di ritratti di Ottavio Leoni mostrano invece scritte indicative dell’originaria proprietà di un tale Aldrovandi, collezionista bolognese della fine del XVIII secolo[24].

L'incremento successivo della collezione è connesso alla complessa vicenda dell'eredità dello scultore Santo Varni (1807-1885) il cui testamento, che disponeva il legato al Comune di Genova dell'intera sua collezione d'arte, venne impugnato dagli eredi. Nel 1887 un'asta diede inizio alla dispersione della collezione ma venne sospesa e nel 1988 il Comune riuscì ad acquisire 75 fogli. Il successivo acquisto del 1899 dello scultore Norberto Montecucco, il dono del 1905 di Giorgio Passano nel 1905 e il legato del 1926 di Mary Ighina, nipote del Varni, apportarono alla collezione civica più di 650 disegni della stessa provenienza, incrementando ulteriormente il numero di fogli di scuola genovese, in particolare di Luca Cambiaso, Domenico Piola e del suo ambito[25]. Il fondo Passano comprende anche 440 disegni di Bartolomeo Pinelli e almeno 200 di artisti genovesi ed italiani del XIX secolo fra cui Felice Giani, Santo Bertelli, Giuseppe Bezzuoli, Giuseppe Frascheri, Giuseppe Isola e Michele Canzio, architetto e scenografo teatrale.

Nel 1904 si aggiunse la collezione all'antiquario, nel 1908 quella di André Giordan e nel 1909 i fogli del pittore Ernesto Rayper[26].

Nuovi incrementi risalgono fra le due guerre: l'acquisto nel 1924 di altri fogli di Michele Canzio, nel 1937 l'acquisto di 75 disegni di Marcantonio Franceschini ed altrettanti di Francesco Baratta e nel 1940 quello di almeno 60 disegni di Carlo Barabino: architetto genovese attivo all'inizio del secolo XIX.

Nel 1942 Anselmo Foroni Lo Faro donò 400 disegni di artisti italiani fra cui Correggio, Palma il Giovane e Guercino, e stranieri fra cui Houbraken, Jaques Callot e Wicar.

Nel 1958 vennero donati 28 disegni del pittore Tullio Salvatore Quinzio e nel 1974 venne acquistata un ulteriore serie di 70 progetti di Santo Varni[21].

La quadreria Brignole-Sale[modifica | modifica wikitesto]

Anton Van Dyck, Ritratto di Paolina Adorno Brignole-Sale

Oltre al palazzo, la duchessa di Galliera nel 1874 donò al Comune di Genova la splendida quadreria che, unitamente agli arredi, formava il nucleo storico delle collezioni del museo: oculate acquisizioni e commissioni effettuate per oltre due secoli a dimostrazione dell'ascesa sociale, economica e politica della famiglia Brignole-Sale.

A partire dalle prime commissione della prima metà del Seicento ad alcuni grandi artisti come Antoon van Dyck da parte di Gio Francesco Brignole, anche i successori continuarono questa politica apportando un significativo ampliamento delle ricche collezioni d'arte anche grazie alle eredità ricevute (in particolare quelle di due diversi rami dei Durazzo).

Oggi la quadreria si caratterizza sia per i ritratti fiamminghi sia per i dipinti di Guido Reni, di Guercino, di Mattia Preti, di Bernardo Strozzi, sia da tavole e tele d'ambito veneto del XVI secolo, fra le quali meritano d'essere ricordate le opere di Palma il Vecchio e del Veronese.

Negli anni 1953-1961 furono effettuati importanti restauri, grazie ai quali gli spazi espositivi vennero più che raddoppiati in funzione di una diversa sistemazione della quadreria, inserendo anche opere non pertinenti il nucleo storico, come la collezione di ceramiche e quella numismatica in precedenza ubicate altrove. Di diversa provenienza era anche la collezione tessile, per la quale nell'occasione venne realizzato un deposito. Inoltre trovarono sistemazione nel mezzanino fra il primo e il secondo piano nobile del gabinetto disegni stampe, la collezione topografica e la collezione cartografica.

Dopo il 1992 è stato attuato un nuovo ordinamento, privilegiando il recupero e l'esposizione di tutte le opere appartenute alla collezione Brignole-Sale, in precedenza in parte spostate in Palazzo Bianco e in parte in deposito. A partire dal 2004 sono state aperte nuove sezioni fra cui l'appartamento ideato da Franco Albini e Franca Helg per Caterina Marcenaro[27], e gli ambienti dedicati agli ultimi Brignole-Sale, con mobili provenienti dalla residenza parigina della famiglia, l'Hôtel Matignon, e quelli ottocenteschi del palazzo, realizzati dell'ebanista inglese Henry Thomas Peters.[28]

Opere principali[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ G. Colmuto, Profilo stor.-crit. di Palazzo Rosso, in Genova, Strada Nuova, Genova 1967, pp. 239 s.
  2. ^ Proposal for the inscription of Genoa Le Strade Nuove and the System of the Palazzi dei Rolli in the Unesco World Heritage List, Volume I - Dossier, p. 168 e segg.
  3. ^ Palazzi in luce, Associazione amici dei musei liguri e di Palazzo Ducale, Genova, 2015
  4. ^ Càndito Cristina (2014), Spazi statici e spazi dinamici a Palazzo Brignole-Rosso a Genova, in G.M. Valenti (a cura di), Prospettive Architettoniche. Conservazione digitale, divulgazione e studio, Sapienza Università Editrice, Roma, vol. I, pp. 467-490
  5. ^ Gavazza E. Lamera F., La pittura in Liguria. Il secondo Seicento, Sagep Editrice, 1990
  6. ^ Loggia delle Rovine, Musei di Strada Nuova - Palazzo Rosso, su museidigenova.it.
  7. ^ Fauzia Farneti, Deanna Lenzi, Realtà e illusione nell'architettura dipinta: quadraturismo e grande decorazione nella pittura di età barocca, Alinea Editrice, 2006, p. 159.
  8. ^ Fauzia Farneti, Deanna Lenzi, Realtà e illusione nell'architettura dipinta: quadraturismo e grande decorazione nella pittura di età barocca, Alinea Editrice, 2006, p. 160.
  9. ^ Càndito C. (2014), Spazi statici e spazi dinamici a Palazzo Brignole-Rosso a Genova, in G.M. Valenti (a cura di), Prospettive Architettoniche. Conservazione digitale, divulgazione e studio, Sapienza Università Editrice, Roma, vol. I, p. 472
  10. ^ Il salotto delle Virtù Patrie, Musei di Strada Nuova - Palazzo Rosso, su museidigenova.it.
  11. ^ Palazzo Rosso, in I Musei di Strada Nuova a Genova, a cura di P. Boccardo - C. Di Fabio, Torino 2004, pp. 71-85
  12. ^ a b c Le mezzarie di Anton Giulio II Brignole-Sale | Musei di Genova, su museidigenova.it. URL consultato il 14 maggio 2024.
  13. ^ Studi sul barocco romano: scritti in onore di Maurizio Fagiolo dell'Arco, collana Biblioteca d'arte Skira, Milano, Skira, 2004, p. 381, ISBN 978-88-8491-685-3.
  14. ^ a b Ibidem
  15. ^ Ivi, p. 383
  16. ^ Ivi, p.384
  17. ^ Archivio Storico del Comune di Genova, Archivio Brignole-Sale, Filza XXV, n. 546 A.
  18. ^ a b Carla Musso Casalone, Ritratto di un libertino: Anton Giulio II Brignole Sale: vita e splendori di un patrizio genovese, collana Storia, biografie, diari Biografie, I edizione, Mursia, 2018, pp. 152-153, ISBN 978-88-425-5959-7.
  19. ^ Federico Bucci e Augusto Rossari (a cura di), I musei e gli allestimenti di Franco Albini, Electa, 2005
  20. ^ Ratti, Carlo Giuseppe: Descrizione delle pitture, scolture e architetture ecc., che trovansi in alcune città, borghi, e castelli delle due riviere dello stato Ligure (Genova, Presso Ivone Gravier, 1780)
  21. ^ a b Il Gabinetto Disegni e Stampe di Palazzo Rosso, su museidigenova.it.
  22. ^ Paolo Rebuffo, Notizie intorno alla vita del marchese Marcello Durazzo figliuol d'Ippolito, Genova, Schenone, 1863.
  23. ^ Piero Boccardo, I grandi disegni italiani del Gabinetto Disegni e Stampe di Palazzo Rosso a Genova, 1999, pp. 83.
  24. ^ Ivi, p.86
  25. ^ Ivi, P. 88
  26. ^ Ivi, p.90
  27. ^ Banham, Joanna, e Shrimpton, Leanda,, Encyclopedia of interior design. Volume I-2, A-Z, ISBN 9780203825549, OCLC 909893877. URL consultato il 7 luglio 2018.
  28. ^ Rathschüler, p.75.
  29. ^ Sito web - Italia per Turisti - Pagina di "Palazzo Rosso", su italiaperturisti.it. URL consultato il 13 agosto 2020 (archiviato dall'url originale il 13 aprile 2013).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Ennio Poleggi, Una reggia repubblicana. Atlante dei palazzi di Genova 1530-1664, Torino, Umberto Allemandi, 1998.
  • E. Poleggi L. Grossi Bianchi, Una città portuale del Medioevo. Genova nei secoli X-XVI, Genova, Sagep, 1987.
  • Laura Tagliaferro, La magnificenza privata, Genova, Marietti, 1995.
  • Mario Labò, I Palazzi di Genova di P. P. Rubens e altri scritti di architettura, Genova, Nuova Editrice Genovese, 2003.
  • Piero Migliorisi e Piero Boccardo, Genova via Garibaldi, Milano, Electa, 2005.
  • Raffaella Besta (a cura di), I Musei di Strada Nuova a Genova. Palazzo Rosso, Palazzo Bianco, Palazzo Tursi, Skira, 2010.
  • Antonella Rathschüler, Henry Thomas Peters e l'industria del mobile nell'ottocento, Genova, Il Canneto editore, 2014, ISBN 978-88-96430-67-5.
  • Raffaella Besta, Piero Boccardo e Margherita Priarone (a cura di), I Musei di Strada Nuova a Genova. Palazzo Rosso, Palazzo Bianco e Palazzo Tursi, Silvana, 2017.

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