Threskiornis aethiopicus

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Ibis sacro
Threskiornis aethiopicus -Mida Creek mud flats, Kenya-8.jpg
Threskiornis aethiopicus
Stato di conservazione
Status iucn3.1 LC it.svg
Rischio minimo
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Phylum Chordata
Classe Aves
Ordine Pelecaniformes
Famiglia Threskiornithidae
Sottofamiglia Threskiornithinae
Genere Threskiornis
Specie T. aethiopicus
Nomenclatura binomiale
Threskiornis aethiopicus
Latham, 1790
Areale
Sacredibisrangemap.png
Distribuzione originaria dell'ibis

L'ibis sacro (Threskiornis aethiopicus Latham, 1790) è un pelecaniforme della famiglia dei Treschiornitidi. Vive nell'Africa subsahariana, in Iraq e anticamente in Egitto, paese in cui adesso è praticamente estinto, dove era venerato come simbolo del dio Thot.

Attualmente si è naturalizzato in diversi Paesi europei; in Italia si incontra in vicinanza dei laghi o fiumi, come lungo il Mincio, nel territorio del Polesine, nel delta del Po. La specie è in espansione e viene considerata "Specie esotica invasiva"[1].

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Ibis sacro in volo

Uccello caratteristico, si presenta con un piumaggio uniformemente bianco (presentante alcuni riflessi verdi o bluastri), zampe, becco e coda nere. Si registrano alcuni casi di melanismo[2].

L'ibis sacro ha una taglia abbastanza grande: è lungo infatti sui 56–69 cm con un peso di 1-1,9 kg e un'apertura alare di 112–123 cm.

Come tutti i ciconiformi, vola con le ali aperte e le zampe slanciate (in modo particolarmente simile alla cicogna bianca) e, proprio osservandolo durante questo movimento, si può notare il sottoala, di un bianco meno chiaro rispetto a quello del piumaggio.

Tassonomicamente, non è diviso in alcuna sottospecie.

Habitat e distribuzione[modifica | modifica wikitesto]

Ibis sacro nella fascia golenale del Po

L'ibis sacro frequenta una grande varietà di ambienti: di preferenza, si trova in paludi, fiumi e acquitrini[2], ma si spinge anche fino ai margini delle città e alle coste marine. Ha una distribuzione abbastanza ampia: essa abbraccia tutto il continente africano a sud del Deserto del Sahara (escludendo tuttavia le altre aree desertiche) e parte del Medio Oriente (fino all'Iraq). Si riscontra vicino ai grandi fiumi, come il Nilo, il Niger, il Tigri e l'Eufrate.

Storicamente diffuso in Egitto (era sacro al dio Thot al tempo dei Faraoni), dal XIX secolo[3] è totalmente scomparso da quella zona, a causa della caccia che gli è stata data, anche se a volte qualche individuo è stato ritrovato nel delta del Nilo[4].

In tempi recenti, a causa di fughe o liberazioni di individui detenuti da zoo e collezioni private, l'ibis sacro è stato introdotto anche in altri luoghi, tra cui la Francia e l'Italia, come il Parco Agricolo Sud Milano e il Parco naturale delle Lame del Sesia, nel Novarese, nel Parmense (per esempio nell'Oasi LIPU di Torrile), presso Vercelli, la Garzaia di Celpenchio, in provincia di Pavia [5], nel Parco Regionale Veneto del Delta del Po e in località Volania presso Comacchio), in Toscana presso il Padule di Fucecchio, numerosi esemplari frequentano il Cremasco, inoltre numerosi avvistamenti sono stati fatti nella ridente cittadina di San Cesareo, alle porte di Roma, dove gli uccelli in gran numero hanno affollato la piazza cittadina destando curiosità tra gli astanti. Avvistato in un gruppo di 5 individui a Meolo, in provincia di Venezia, nei pressi di un casello austradale di A4, nel febbraio 2019.

La popolazione degli ibis è calcolata in centinaia di migliaia di individui, il che, insieme alle grandi capacità di adattamento di questa specie, fa sì che non sia in pericolo di estinzione[6].

Ecologia[modifica | modifica wikitesto]

Ibis sacro fotografato in Kenya.

Come gli altri rappresentanti del genere Threskiornis, a dispetto degli altri ibis, è prevalentemente una specie diurna. Si riunisce in grandi gruppi, che possono superare le 100 unità, ma che durante il periodo dell'accoppiamento toccano i 4-500 esemplari[7].

Uova di Threskiornis aethiopicus

Nonostante a volte mangi semi o alghe[2], l'ibis sacro è prevalentemente carnivoro: si nutre di piccoli pesci, invertebrati, serpentelli e batraci nonché uova e pulcini di altre specie di uccelli. La sua tecnica è piuttosto semplice: fissata la preda prescelta, l'ibis la segue con lo sguardo e, alla prima occasione propizia, l'afferra con una beccata precisa, ingoiandola intera.

L'ibis sacro è stato anche osservato intento a ghermire i giovani coccodrilli appena nati o persino le uova e i piccoli delle tartarughe marine, nel momento della schiusa, sulle spiagge africane[8].

La riproduzione avviene in estate, tra giugno ed agosto: gli ibis sacri si riuniscono nei succitati grandi gruppi e i maschi si formano un harem di femmine, tentando pure di sottrarle ai rivali, sfidandoli in incruente lotte, formate da gonfiamenti del petto e gorgheggi striduli col solo scopo di intimorire l'avversario[9].

L'ovodeposizione consiste in 1-5 uova (nella maggior parte dei casi 2 o 3[10]), covate esclusivamente della femmina, che si occupa anche di nutrire i pulcini. I giovani ibis sacri si rendono indipendenti a 4-5 settimane di vita, e a 20 sono in grado di riprodursi[7]. Possono vivere sino a 18 anni[7].

Rapporti con altri animali[modifica | modifica wikitesto]

L'ibis sacro, nidificando in colonie, viene a contatto con altri volatili, affini ad esso come abitudini. Sul delta del fiume Okavango, durante i periodi d'abbondanza ittica, sono state viste battute di caccia degli ibis con altri uccelli acquatici come umbrette, pellicani, aironi, cormorani e aninghe.

La specie non ha nemici abituali in natura, anche se talvolta può subire la predazione da parte dei pitoni, di qualche uccello rapace o soprattutto dei coccodrilli, mentre i nidacei rischiano di cader vittima dei serpenti, dei varani e anche dei babbuini, allo stesso tempo avidi razziatori di uova.

Nelle zone in cui si è naturalizzato, risulta nocivo per l'avifauna autoctona, vista la sua propensione a nutrirsi di uova e pulcini di altre specie.

Evoluzione e specie simili[modifica | modifica wikitesto]

L'ibis sacro del Madagascar in una stampa ottocentesca che mostra le somiglianza con la forma continentale.

L'ibis sacro pare essere un animale abbastanza antico: reperti fossili rinvenuti in Malawi hanno testimoniato l'esistenza dell'animale già 2 milioni di anni fa[11]. Un milione di anni prima, è fissato il punto di scissione tra aironi ed ibis, confermando la vicinanza tra questi due gruppi di volatili[12]. I 3 milioni di anni sono un'inezia in confronto al fatto che la divergenza uccelli-rettili avvenne 205 milioni di anni fa[13].

All'interno del genere Threskiornis, due sono le specie morfologicamente più simili all'ibis sacro: Threskiornis bernieri, ibis sacro del Madagascar, che si distingue semplicemente per avere le punte delle ali nere e dimensioni leggermente inferiori (a volte classificato infatti come sottospecie di T.aethiopicus[14]), e la forma australiana Threskiornis molucca, ibis bianco australiano, più massiccio dell'ibis sacro.

Una terza specie simile all'ibis sacro, Threskiornis solitarius, l'ibis sacro di Réunion, incapace di volare, si estinse nel XVIII secolo[13].

La specie nella mitologia[modifica | modifica wikitesto]

Il dio Thot rappresentato sotto forma di ibis.

L'ibis sacro era una animale fondamentale nella religione egizia, dato che la sua immagine era, con quella del babbuino, associata al dio Thot, simbolo dell'intelligenza e rappresentato anche con un ibis nel suo geroglifico[15]:

G26

Considerato allo stesso momento utile (divorava serpenti e carogne) e puro (beveva solo acqua limpida e pura, usata poi dai sacerdoti per funzione rituale[2]), l'ibis sacro era considerato intelligente per lo sguardo sempre fermo sull'obiettivo e le posture eleganti[16].

Gli ibis erano allevati in grandi spazi aperti[17] per poi essere uccisi, mummificati e messi in anfore da dare ai fedeli che invocavano una grazia a Toth[18]. Lo stesso avveniva col falco, simbolo di Horo, e migliaia di falchi ed ibis "pronti all'uso" vennero rinvenuti nella necropoli di Ermopoli[19].

Ciò, però, ha fatto venire un dubbio agli archeologi, facendo pensare che tantissime varietà di animali sacri venissero allevate solo per poi essere uccise a scopo sacrificale: la questione, nonostante i vari ritrovamenti, è ancora dibattuta[20].

Plinio il Vecchio, infine, nel X volume della Naturalis historia, parla di come gli ibis venissero invocati contro le incursioni dei serpenti e addirittura addomesticati dalla popolazione contro gli stessi[21] e del fatto che più volte i sacerdoti fermarono epidemie di peste immolando agli dèi un ibis sacro[22].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Regolamento di Esecuzione (UE) 2016/1141 della Commissione del 13 luglio 2016 che adotta un elenco delle specie esotiche invasive di rilevanza unionale, in Gazzetta ufficiale dell'Unione Europea.
  2. ^ a b c d Joanna Burger, op.cit., pag. 122
  3. ^ Arriva l'ibis sacro dal sito del Corriere della Sera
  4. ^ Roger Peterson: Guida degli uccelli d'Europa, capitolo 5: Uccelli introdotti
  5. ^ Nel maggio 2011 rilevati quattro esemplari nelle vicinanze di Vigevano, nel pavese. Novembre 2016 fotografati una trentina di esemplari nelle campagne di Mairano di Noviglio (MI). Il 9 ottobre 2017 avvistato uno stormo di circa 50 esemplari presso la Cascina Scocchellina di Parona Lomellina (PV) Ibis sacro: dal Nilo alle Lame del Sesia Archiviato il 20 aprile 2005 in Internet Archive.
  6. ^ Dati sulla popolazione da IUCN, su iucnredlist.org.
  7. ^ a b c Chris Gibson: Natura in tasca: Animali selvatici
  8. ^ Marta Avanzi: Il grande libro delle tartarughe acquatiche e terrestri
  9. ^ AA.VV.: La meravigliosa avventura della vita, pag.172
  10. ^ Touring Club Italiano: Gli uccelli, pag.122
  11. ^ Richard Dawkins: Il racconto dell'Antenato, pag.218
  12. ^ Richard Dawkins: Il racconto dell'Antenato, pag.221
  13. ^ a b Richard Dawkins: Il racconto dell'Antenato, pag.222
  14. ^ Joanna Burger, op.cit., pag. 124
  15. ^ Mario Tosi: Dizionario delle Divinità dell'Antico Egitto
  16. ^ Richard Dawkins: Il racconto dell'Antenato, pag.220
  17. ^ Joanna Burger, op.cit., pag. 123
  18. ^ Fleming, Furgus; Alan Lothian; Duncan Baird Publishers. The Way to Eternity: Egyptian Myth, pag.78
  19. ^ Fleming, Furgus; Alan Lothian; Duncan Baird Publishers. The Way to Eternity: Egyptian Myth, pag.82
  20. ^ AA.VV.: Egittologia
  21. ^ Plinio il Vecchio: Naturalis Historia, vol.X, cap.3
  22. ^ Plinio il Vecchio: Naturalis Historia, vol.X, cap.4

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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