Teoria del pazzo

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Richard Nixon è considerato l'ideatore della Teoria del pazzo

La teoria del pazzo (o del folle) è un tipo di politica estera che punta a spaventare i propri nemici convincendoli che li si potrebbe attaccare con reazioni enormemente sproporzionate, cioè appunto da pazzi.

È stata attribuita a Richard Nixon, presidente degli Stati Uniti d'America dal 1969 al 1974.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Noam Chomsky riporta un documento ufficiale USA (rapporto STRATCOM):

« È importante che "i pianificatori non siano troppo razionali nel determinare [...] quali siano gli obiettivi che contano di più per l'oppositore", che vanno comunque tutti colpiti. "Non è bene dare di noi stessi un'immagine troppo razionale o imperturbabile". "Il fatto che gli USA possano diventare irrazionali e vendicativi, nel caso che i loro interessi vitali siano attaccati, dovrebbe far parte dell'immagine che diamo in quanto nazione." È "giovevole" per la nostra condotta strategica che "alcuni elementi possano sembrare fuori controllo". »
(Noam Chomsky 2000, p. 189)

Chomsky contestualizza e interpreta questo passaggio in questo modo. In seguito al crollo dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti si sono trovati ad affrontare degli stati che prima erano inseriti in una delle orbite contrapposte di USA e URSS o comunque si tenevano nel mezzo (i paesi del mondo «terzo»), e quindi erano relativamente sotto controllo, mentre adesso vi sfuggono e non vogliono assoggettarsi all'ordine mondiale guidato dagli USA (fra questi i cosiddetti «Stati canaglia»).[1] Per avere influenza su questi paesi, gli Stati Uniti sentono la necessità di condurre una politica di deterrenza[2] che a molti sembra risuscitare la cosiddetta teoria del pazzo, attribuita originariamente a Nixon (della cui politica estera sarebbe stata la pietra angolare), il quale avrebbe spiegato la propria gestione della guerra del Vietnam, apparentemente irrazionale, dicendo che voleva far credere che, essendo ossessionato dal comunismo, avrebbe potuto attaccare dovunque e con qualunque forza, anche contro gli stessi interessi degli USA, e che perciò sarebbe stato meglio assecondarlo per evitare rischi.

Usando questa strategia (di cui l'incursione in Cambogia del 1970 sarebbe stata una parte), Nixon convinse il governo del Vietnam settentrionale a negoziare la pace.[1] In realtà pare che il concetto sia stato elaborato in Israele negli anni cinquanta dal governo laburista, il cui primo ministro pacifista Moshe Sharret scrisse nel proprio diario che esponenti del governo «parlavano a favore di atti di follia», e che «noi diventeremo pazzi [se ci faranno arrabbiare]». Tale politica del pazzo ante litteram era diretta in parte contro gli stessi USA, ritenuti ai tempi poco affidabili.[1]

Un ingrediente necessario della teoria del pazzo è la disponibilità di armamenti pericolosi e inarrestabili, come le armi atomiche, che conservano perciò sostanzialmente la stessa funzione che avevano ai tempi della Guerra Fredda: nessuna altra arma infatti può sprigionare una simile potenza in tempi rapidi.[1]

Ma ciò che è più importante è dimostrare con delle dimostrazioni di forza che non è poi tanto remota le possibilità che le si usi. Solo così si può dare credibilità alle proprie minacce e pressioni internazionali sugli altri Stati del mondo. Infatti, secondo Chomsky il tutto si riduce a una questione di credibilità.[1]

L'utilità delle armi nucleari è effettiva solo se si abbandona la politica che ne prevede l'uso solo per difesa, stabilendo che potrebbero anche essere usate come misura preventiva. In generale, tutte le guerre preventive rientrerebbero in questa strategia, compresa dunque la guerra in Iraq.[1]

Recentemente gli Stati Uniti hanno cambiato la propria politica in merito all'uso di armi nucleari: il Pentagono ha rilasciato la Dottrina per le Operazioni Nucleari Congiunte, dove si dice fra l'altro che «per massimizzare la capacità di dissuasione, è essenziale che le forze americane si preparino effettivamente ad usare armi nucleari», e che prevede la possibilità di usarle in attacchi preventivi, in particolare contro nemici che si preparassero ad attaccare con armi di distruzione di massa e contro installazioni atte a produrli (si noti che secondo le convinzioni degli Stati Uniti ai tempi della guerra in Iraq secondo queste norme sarebbe stato possibile attaccare con armi nucleari). Inoltre le Direttive Presidenziali sulla Sicurezza Nazionale permettono al Presidente di ordinare un attacco con armi nucleari anche senza l'approvazione del congresso.[1]

Retrospettivamente, si può dire che già il lancio delle bombe atomiche sul Giappone aveva una funzione simile, e cioè dimostrare la potenza degli Stati Uniti e la loro disponibilità a farne uso, se come sostenuto da alcuni storici[3], in realtà non era necessaria una simile strage per terminare la guerra, essendo ormai il Giappone – unico a resistere ancora – incapace di proseguire il conflitto; tesi però contrastata da altri.[1]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h Noam Chomsky, Il nuovo umanitarismo militare, Asterios Editore, Trieste 2000.
  2. ^ Si veda il rapporto dello STRATCOM citato sopra.
  3. ^ B.H. Liddell Hart, storia militare della seconda guerra mondiale, capitolo 39 vol. 2, Mondadori, Milano 1970

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Noam Chomsky, Il nuovo umanitarismo militare (spec. pp. 188 sgg.), Asterios Editore, Trieste 2000. ISBN 88-86969-40-6
  • (EN) Rapporto del Comando strategico degli USA (STRATCOM) intitolato Linee essenziali per la deterrenza nel dopo guerra fredda (1995), nell'app. 2 di Hans Kristensen, Nuclear Futures: Proliferation pf Weapons of Mass Destruction and US Nuclear Strategy, British American Security Information Counsil, Basic Research Report 98.2, marzo 1998.
    Alcuni estratti in Associated Press, Irrationality suggested to intimidate US enemies, Boston Globe, 2 marzo 1998, e Noam Chomsky, Rogues States, Z, aprile 1998.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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