Pier Candido Decembrio

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Pier Candido Decembrio (Pavia, 24 ottobre 1398Milano, 12 novembre 1477) è stato un letterato e storico italiano dell'età umanistica.

Nota biografica[modifica | modifica wikitesto]

Nato a Pavia, figlio del vigevanese Uberto Decembrio che fu uno dei primi umanisti lombardi, seguendo le orme paterne si formò nelle belle lettere e nelle arti liberali, e nel 1419 fu chiamato da Filippo Maria Visconti alla corte milanese, divenendo segretario del Duca. Dopo la sua morte (1447), parteggiò per la Repubblica Ambrosiana, che lo inviò ambasciatore in Francia per chiedere soccorso contro Francesco I Sforza, che stava per sottometterla: egli stesso fu poi incaricato di consegnare al nuovo padrone le chiavi della città. Ovviamente contrario al nuovo regime, nel 1450 esulò a Roma, dove il papa Niccolò V lo nominò segretario apostolico, ruolo che svolse anche sotto il suo successore, Callisto III. Ebbe poi simile incarico dal re di Napoli, Alfonso d'Aragona. Nel 1459, riconciliatosi con il duca Francesco, tornò a Milano; tra il 1466 e il 1474 fu a Ferrara allo corte di Borso d'Este. Rientrato definitivamente a Milano, una malattia improvvisa pose termine alla sua vita il 12 novembre 1477. Fu tumulato in un fastoso sepolcro nella basilica di Sant'Ambrogio.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Pier Candido Decembrio davanti alla Madonna, dettaglio dal suo sepolcro

La straordinaria produzione del Decembrio (gli sono attribuite centoventisette opere) si divide essenzialmente tra le traduzioni e le opere storiche. Tradusse dal greco in latino parte dell'Iliade, la Ciropedia di Senofonte, alcune Vite di Plutarco, le Storie di Appiano, rivide la Repubblica di Platone tradotta da Manuele Crisolora e dal padre Uberto Decembrio (metà XIV sec.-1428), cosa che solleverà lo sdegno del fratello Angelo Decembrio (il quale polemizzerà con la Celestis politia; e dal latino in italiano i Commentari di Giulio Cesare, la Storia di Alessandro Magno di Curzio Rufo, la prima decade di Tito Livio.

Scrisse un Compendio di Storia Romana e un riassunto delle Vite di Plutarco (conosciuto come Epitoma); la Peregrina Historia, compilazione storica generale, comporta dal De muneribus Romanae Reipublicae sulle magistrature romane, da un De homins genitura e da una Cosmographia. Inserendosi nel dibattito politico (Salutati, gli scontri tra Poggio e Guarino) scrisse una Comparatio Alexandri et Caesaris.

Le sue opere più note sono le Vite dei duchi Filippo Maria Visconti (1447) e Francesco Sforza (1461-62, appena rientrato a Milano). Prendendo a modello Svetonio, come lui fu pronto a scrivere dei due sovrani, e anche se del primo era stato segretario, il ritratto è a volte impietoso, mettendo in luce i vizi e le debolezze dei personaggi. Questo forse contribuì all'immagine negativa della personalità del duca Filippo Maria che tuttora si tramanda. Per questo suo animo così poco cortigiano subì prima il sarcasmo di Francesco Filelfo, suo contendente, e poi la censura di Paolo Giovio, lo storico "ufficiale" dei duchi di Milano. La lettura dei classici gli avevano ispirato l'amore per le libertà repubblicane (da cui il vano sostegno alla repubblica ambrosiana, duramente pagato) e l'odio per i tiranni. Posizioni ormai anacronistiche, come lo furono quelle dei suoi modelli, ma che rivelano la nobiltà del suo animo. Celebrativa di Milano è invece la De laudibus Mediolanensium urbis panegyricus (in comparationem Florentinae urbis)(1436; Garin: 1468), scritta utilizzando come modello della Laudatio Florentinae urbis di Leonardo Bruni (pre 1404), col quale aveva intrattenuto in passato buoni rapporti (deterioratisi a seguito della traduzione dell'Aristotele politico). Milano viene contrapposta a Firenze nell'emulazione della grandezza di Roma antica.

Di lui si conserva anche una vastissima corrispondenza in 22 libri, dei progettati 34.

Da precettore scrisse un Grammaticon, compilazione grammaticale latina basata in specie su Nonio Marcello. Fu anche poeta e raccolse un Epigrammatum liber, con circa 150 componimenti latini e un Aeneidos Supplementum, si soli 89 versi.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Paolo Viti, «DECEMBRIO, Pier Candido», in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 33, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1987.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

  • Decèmbrio, Pier Candido la voce in Enciclopedie on line, sito "Treccani.it L'Enciclopedia italiana". URL visitato il 1º maggio 2013.

Controllo di autorità VIAF: 7483748 LCCN: n84095727

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