Kitty Genovese

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Ritratto di Kitty Genovese realizzato dalle gemelle Rebecca e Alexandra Chipkin, Kew Gardens, NY, 2005

Catherine Susan Genovese, comunemente nota come Kitty Genovese (New York, 7 luglio 1935[1]New York, 13 marzo 1964), era una donna di New York che fu accoltellata a morte nei pressi della sua casa nel quartiere di Kew Gardens, distretto del Queens, New York. Le circostanze del suo assassinio e l'apparente reazione (o, piuttosto, la mancanza di reazione) da parte dei suoi vicini furono riportate da un articolo di giornale pubblicato due settimane dopo e avviarono un filone di indagine sul fenomeno psicologico che divenne noto come "effetto spettatore", "complesso del cattivo samaritano" o anche "sindrome Genovese".

La vita[modifica | modifica sorgente]

Kitty Genovese nacque a New York City da una famiglia italoamericana appartenente alla middle class; era la maggiore di cinque fratelli e trascorse l'infanzia nel quartiere di Brooklyn. Dopo che sua madre fu testimone di un omicidio in città, la sua famiglia, nel 1954, scelse di trasferirsi nel Connecticut. Tuttavia la diciannovenne Kitty decise di restare nella città dove sarebbe vissuta per altri nove anni. Col tempo, accettò un lavoro di gestore di bar nel locale Ev's 11th Hour Sports Bar, sulla Jamaica Avenue, in Hollis, Queens. All'epoca del suo omicidio, viveva in un appartamento del Queens che condivideva con una sua socia gerente, Mary Ann Zielonko, con la quale era anche fidanzata.[2][3]

L'aggressione[modifica | modifica sorgente]

La Genovese tornò a casa in auto molto tardi, il 13 marzo 1964. Arrivò nei pressi della sua casa circa alle 3 e 15 della notte e parcheggiò a circa 30 metri dall'uscio dello stabile, in modo da lasciar dormire Mary Ann nel loro appartamento sulla via; fu quindi avvicinata da un uomo chiamato Winston Moseley. Moseley le corse dietro e la raggiunse in breve tempo, accoltellandola alla schiena per due volte. Quando la donna gridò, le sue urla furono udite da parecchi vicini; ma, in una fredda notte, con le finestre chiuse, solo pochi di loro riconobbero quei suoni per richieste di aiuto. Quando uno dei vicini gridò contro l'aggressore: «Lascia stare quella donna!», Moseley fuggì e Kitty Genovese, lentamente, si fece strada verso il suo appartamento, ubicato alla fine del fabbricato. Era gravemente ferita; tuttavia ora si trovava fuori dal campo visivo di quei pochi che potevano aver ragione di credere che ella avesse bisogno di aiuto.

Le registrazioni delle prime chiamate fatte alla polizia erano poco chiare, e la polizia stessa non dette evidentemente alta priorità a quella faccenda. Un testimone riferì che suo padre chiamò la polizia dopo il primo attacco e affermò che una donna «era stata picchiata selvaggiamente ma si era levata in piedi e barcollava all'intorno».

Altri testimoni videro Moseley entrare nella sua auto e andarsene, solo per tornare dieci minuti più tardi. Eglì cercò sistematicamente la sua vittima nell'area del parcheggio, alla stazione ferroviaria, ed in un piccolo complesso di appartamenti, finché non la trovò, adagiata, appena cosciente, in un androne sul retro dell'edificio. Fuori dalla vista della strada e di quelli che potevano aver sentito o visto qualcosa dell'attacco precedente, Moseley procedette ad un secondo assalto, pugnalandola per diverse volte. Le ferite di coltello alle mani hanno suggerito che la donna abbia tentato di difendersi. Mentre Kitty Genovese era in fin di vita, l'uomo la violentò. Quindi le rubò circa 49 dollari e la lasciò agonizzante nell'androne. La durata complessiva dell'aggressione fu di circa mezz'ora.

Pochi minuti dopo la fine dell'aggressione, un testimone, Karl Ross, chiamò la polizia. Le forze dell'ordine ed il personale medico arrivarono entro pochi minuti dalla chiamata di Ross; la Genovese venne portata via in ambulanza e morì nel tragitto in ospedale. Successivamente, le indagini disposte dalla polizia e dal pubblico ministero rivelarono che approssimativamente una dozzina di persone vicine (anche se quasi certamente non i 38 citati dall'articolo del New York Times) avevano avuto modo di udire od osservare parti dell'attacco, sebbene nessuno avesse potuto vedere, od essere stato consapevole, dell'intero episodio. Solo un testimone (Joseph Fink) si era reso conto che la donna era stata pugnalata già nel primo attacco e soltanto Karl Ross era conscio di questo fatto nel secondo. Molti erano del tutto inconsapevoli che un'aggressione o un omicidio era in corso; alcuni dissero di aver pensato che ciò che avevano visto o udito era un litigio amoroso, o schiamazzi di ubriachi, o un gruppo di amici che erano usciti da un bar, quando Moseley aveva effettuato il primo attacco contro la Genovese.

Funerali[modifica | modifica sorgente]

Seguendo il volere della madre, Kitty Genovese fu seppellita nel cimitero monumentale della città di New Canaan (Connecticut). La famiglia richiese di mantenere riservata l'ubicazione della tomba all'interno del camposanto, e che i visitatori non fossero indirizzati alla tomba dal personale del cimitero.

Il colpevole[modifica | modifica sorgente]

Winston Moseley, un operatore di macchine da stampa, fu più tardi catturato in concomitanza con un altro crimine; egli confessò non soltanto l'omicidio di Kitty Genovese ma anche due altri delitti, che avevano avuto entrambi risvolti sessuali. Perizie psichiatriche successive suggerirono che Moseley fosse un necrofilo. Fu dichiarato colpevole di omicidio e condannato a morte.

Moseley rilasciò una confessione alla polizia in cui espose minuziosamente l'aggressione, circostanziando le prove obiettive raccolte sulla scena del crimine. Il suo movente per l'attacco era semplicemente: «per uccidere una donna». Fu stabilito che Moseley si alzò, quella notte, circa alle due del mattino, lasciando sua moglie addormentata a casa, e guidò in giro alla ricerca di una vittima. L'uomo spiò Kitty Genovese e la seguì nel parcheggio.

Moseley testimoniò anche al proprio processo, descrivendo circostanziatamente l'aggressione e non lasciando alcun dubbio che egli fosse l'assassino.

La condanna a morte fu convertita successivamente, in carcere a vita. La Corte d'Appello di New York ritenne che Moseley avrebbe dovuto avere la possibilità di argomentare di essere "incapace di intendere e di volere" nell'ascoltare la sentenza in cui la corte di giustizia ritenne che egli era stato mentalmente consapevole.

Nel 1968, nel contesto di uno spostamento nell'ospedale di Buffalo, nello stato di New York, dove era stato portato d'urgenza a causa del fatto che si era infilato un barattolo di minestra nel retto, cercando un pretesto per lasciare la prigione, Moseley sopraffece il guardiano e lo malmenò al punto da fargli sanguinare gli occhi. Quindi si impossessò di una mazza, cercò di sferrare un colpo alla volta della persona più vicina a lui e prese cinque ostaggi, assaltandone sessualmente uno, prima di essere catturato. Successivamente ha partecipato anche alla rivolta della prigione di Attica (New York) del 9 settembre 1971.

Moseley è tuttora detenuto; la libertà condizionale gli è stata negata per la quindicesima volta nel 2011. Una precedente udienza per la libertà condizionale non ha mostrato pentimento e si è difeso dicendo che «per una vittima all'esterno, è questione di una volta, di un'ora o di un minuto, ma per una persona in galera è per sempre».[4]

Impatto sulla pubblica opinione[modifica | modifica sorgente]

La storia dell'assassinio di Kitty Genovese divenne una parabola pressoché istantanea della insensibilità, o almeno dell'atteggiamento di apatia nei confronti degli altri, mostrato dalla gente della città di New York, dall'America urbana, o in generale dall'umanità. Molto di questo inquadramento dell'evento sopraggiunse a seguito della pubblicazione, sul New York Times del 27 marzo 1964 (due settimane dopo l'omicidio), di un articolo investigativo[5] a firma di Martin Gansberg. L'articolo era intitolato: "Trentotto che hanno visto l'omicidio non hanno chiamato la polizia"; la visione pubblica della storia si cristallizzò attorno ad una citazione da quell'articolo, proveniente da un non identificato personaggio del vicinato, che vide parte dell'attacco ma che, deliberatamente, prima di sollecitare infine un altro vicino a chiamare la polizia, non volle «restare coinvolto».

Altri rapporti, citati da Harlan Ellison nel suo libro, Harlan Ellison Watching, affermarono che un uomo alzò il volume della radio in modo da non sentire le urla della Genovese. Ellison dice che il verbale che ha letto ha ascritto la citazione del «restare coinvolto» a quasi tutti i trentotto che presumibilmente assistettero all'omicidio.

Mentre i vicini della Genovese erano diffamati dall'articolo, "38 spettatori che se ne sono stati con le mani in mano" è una concezione fuorviante. L'articolo comincia con:

« Per più di mezz'ora trentotto rispettabili cittadini, rispettosi della legge, hanno osservato un killer inseguire e accoltellare una donna in tre assalti separati a Kew Gardens. »

L'incipit è evocativo ma inaccurato rispetto ai fatti. Nessuno dei testimoni ha osservato gli attacchi nella loro interezza. A causa della configurazione del complesso edilizio e del fatto che gli attacchi si sono svolti in differenti locazioni, nessun testimone ha osservato l'intera sequenza. La maggior parte di essi ha soltanto ascoltato spezzoni dell'episodio senza comprenderne la gravità, alcuni hanno visto solo piccole parti dell'attacco iniziale, e nessun testimone ha osservato direttamente lo stupro e l'attacco in un vestibolo esterno che si concluse con la morte della Genovese.

Ciò nondimeno, l'attenzione dei media per l'omicidio Genovese indusse la riforma del sistema di pronto intervento telefonico della polizia di New York; il sistema era spesso inefficiente e indirizzava gli individui al dipartimento sbagliato. Inoltre, alcune comunità organizzarono programmi di osservazione del quartiere e iniziative analoghe per gli appartamenti degli edifici, al fine di aiutare le persone in pericolo.

Secondo il New York Times, in un articolo pubblicato il 28 dicembre 1974, dieci anni dopo il delitto Genovese, la venticinquenne Sandra Zahler fu percossa a morte nel primo mattino del giorno di Natale, in un appartamento dell'edificio affacciato sul sito dell'uccisione di Kitty Genovese. I vicini dissero ancora di aver sentito grida e «feroci colluttazioni» ma non avevano fatto nulla.[6]

Gli studi di Latané e Darley[modifica | modifica sorgente]

Il melodrammatico servizio del giornale dette l'avvio anche a serie indagini di psicologia sociale sull'effetto bystander (effetto spettatore). Gli psicologi sociali Bibb Latané e John Darley iniziarono una serie di ricerche sui motivi per cui non sempre le persone intervengono di fronte alle emergenze. I risultati dei loro studi, pubblicati nel libro The unresponsive bystander: Why doesn't he help?, portarono all'elaborazione di concetti come l'ignoranza pluralistica e la diffusione di responsabilità.

Il caso Genovese nella cultura di massa[modifica | modifica sorgente]

  • Il cantante folk Phil Ochs allude al delitto Genovese nella prima riga della sua canzone "Outside a Small Circle of Friends".
  • Joan Baez, una popolare cantante folk di quegli anni, ha scritto una canzone intitolata, "In The Quiet Morning", che era ispirata alla morte di Kitty Genovese, ma fu successivamente dedicata a Janis Joplin.
  • In un episodio del telefilm Nip/Tuck una paziente, con tono aspro, fissa un appuntamento sotto il nome di Kitty Genovese; questa paziente fissa altri appuntamenti con il nome di vittime famose di omicidi, sia reali sia inventate.
  • Nella pubblicazione a fumetti della serie Watchmen, una donna, che potrebbe essere stata Kitty Genovese per le analoghe circostanze in cui viene uccisa, ordina un vestito fatto con un tessuto inusuale, ma quando il vestito è pronto cambia idea. L'omicidio della donna ispirerà Walter Kovacs a diventare Rorschach e a combattere il crimine; inoltre quel tessuto verrà poi utilizzato dallo stesso Kovacs per creare la sua caratteristica maschera.
  • Il film The Boondock Saints inizia con un predicatore che utilizza la storia dell'assassinio di Kitty Genovese in un sermone per illustrare l'idea che osservare passivamente un delitto sia criminale come commettere il delitto stesso — o forse persino di più.
  • Un film per la TV del 1975, Death Scream, era genericamente ispirato all'omicidio di Kitty Genovese.
  • Una scena del film della serie Halloween, di John Carpenter, in cui Laurie Strode (interpretata da Jamie Lee Curtis) chiede aiuto mentre viene inseguita da Michael Myers, ma è ignorata dai suoi vicini, potrebbe essere ispirata all'attacco a Kitty Genovese.[senza fonte]
  • Harlan Ellison ha utilizzato la morte di Genovese e i rapporti della presunta inattività volontaria dei suoi vicini come base per "The Whimper of Whipped Dogs", una storia (che ha vinto il premio Edgar Allan Poe) raccolta nella sua antologia "Deathbird Stories".
  • Un romanzo di Dorothy Uhnak, Victims, era evidentemente ispirato al delitto Genovese.[senza fonte]
  • Un episodio del 1996 del telefilm Law & Order, intitolato "Remand", era genericamente basato sul caso Genovese.
  • Nel 2005 una pièce teatrale, The Witnesses of Kitty Genovese, scritta da J.R. Teeter, sull'ultima notte della vita di Kitty Genovese, è stato distribuito e visto in produzioni Off-Broadway.[7]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ (EN) Kitty Genovese in A Picture History of Kew Gardens, NY. URL consultato il 12 marzo 2007.
  2. ^ Remembering Kitty Genovese, SoundPortraits, 13 marzo 2004
  3. ^ "Sound Portraits: Remembering Kitty Genovese", NPR (13 marzo 2004)
  4. ^ Joe Mahoney, "Kitty's Killer Denied Parole — Again," "New York Daily News", 4 febbraio 2006.
  5. ^ Martin Gansberg, "Thirty-Eight Who Saw Murder Didn't Call the Police," New York Times, 27 marzo 1964.
  6. ^ Robert D. McFadden, "A Model's Dying Screams Are Ignored At the Site of Kitty Genovese's Murder", New York Times 27 dicembre 1974, recuperato il 7 marzo 2007.
  7. ^ Bread and Water Theatre

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • A.M. Rosenthal, (1964). Thirty-Eight Witnesses: The Kitty Genovese Case. University of California Press. ISBN 0-520-21527-3.
  • H. Tajfel e C. Fraser. Introduzione alla psicologia sociale. Il Mulino. Bologna. 1984 (p. 170). ISBN 88-15-00507-2

Controllo di autorità VIAF: 31312635

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