Folclore romagnolo

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Il folclore romagnolo può essere definito come l'insieme delle pratiche tradizionali condivise dagli abitanti della Romagna, che sono entrate stabilmente a far parte della sua cultura materiale, orale e simbolica:

  • Cultura materiale: dimore rurali, artigianato, vita agricola e marinara;
  • Cultura orale: canti delle stagioni, orazioni, insieme ai gesti e alle danze che li accompagnano.
  • Cultura simbolica: personaggi mitologici, santi protettori.

Il più importante trattato di indagine (e forse anche il primo per completezza in Italia) sul folclore romagnolo lo si deve al forlivese Michele Placucci, con l'opera intitolata Usi e pregiudizj de' contadini della Romagna. Operetta serio-faceta (1818). Placucci scriveva che i contadini romagnoli usavano mangiare fave "nell'anniversario dei morti" (cioè il 2 novembre), perché comunemente si riteneva che questa pianta avesse il potere di rafforzare la memoria, così che nessuno dimenticasse i propri defunti. Altra tradizione riportata dal Placucci è quella di confezionare il ripieno dei cappelletti privo di carne. Ma il trattato del Placucci non è il più antico: nel 1778 il sacerdote riminese Giovanni Antonio Battarra pubblicò a Roma un'opera denominata Pratica agraria, in cui indagava sugli usi, le credenze e le tradizioni dei contadini romagnoli.

Parliamo quindi di una società del passato, in cui la maggior parte della popolazione non era alfabetizzata e svolgeva un'attività agricola di sussistenza.
Oggi, in Romagna, il folclore viene mantenuto vivo da benemerite associazioni culturali: alcune raccolgono e catalogano le cante romagnole, altre fanno rivivere la magia della spanocchiata e della sfujareja; altre ancora organizzano vere e proprie sagre che durano dai due ai sette giorni. Tali manifestazioni non sono da confondere con le "Feste medievali" e simili, che sono invece una moda del nostro tempo.

Cultura materiale[modifica | modifica wikitesto]

L'abitazione rurale[modifica | modifica wikitesto]

In Romagna coesistono da tempo tradizioni di diversa provenienza. Un esempio è dato dall'abitazione rurale: le famiglie poverissime abitavano in capanne, costruite con i sassi prelevati dal letto di un fiume, con arbusti e con la terra impastata di paglia intrisa di sterco bovino. Le famiglie di modesta condizione vivevano, insieme ai propri animali, in piccole case senza servizi.
I contadini meno poveri abitavano invece in case costruite in muratura. Al piano terra si trovavano la camera grande con il focolare, la stalla e la cantina; al piano superiore vi erano le camere per dormire. Sotto il tetto c'era il solaio, dove si custodivano i cereali immagazzinati per alimentare la famiglia per un anno intero.[1]

Il pozzo contadino[modifica | modifica wikitesto]

Nel cortile delle abitazioni dei contadini romagnoli c'era sempre un pozzo. Il pozzo veniva eretto a ridosso della casa o vicino alla carraia. Attorno al pozzo si ristoravano i contadini impegnati nei lavori sull'aia. Un secchio d'acqua era sempre disponibile per i viandanti; ognuno poteva dissetarsi e riposarsi prima di riprendere il cammino.
In famiglia, si attingeva (u s' pischéva) l'acqua del pozzo per i molteplici usi quotidiani: principalmente per abbeverare il bestiame, pulire la stalla, irrigare l'orto, lavare gli indumenti del lavoro e fare il bucato. Per ultimo venivano la cucina (scaldare l'acqua) e l'igiene personale, dove si faceva sempre molta economia.
Nella stagione estiva il pozzo veniva usato come "frigorifero". Al suo interno (camísa) venivano calati dei pentolini con dentro gli avanzi dei pasti del giorno prima e poi si conservavano le vivande fresche in occasione dei pranzi domenicali.

Come il focolare domestico era considerato fonte di sacralità, al pozzo venivano attribuite facoltà profetiche, tanto che gli uomini si accostavano sull'orlo (in' s'l'urèl) per scrutare il fondo e indovinare in anticipo gli eventi lieti o infausti. Secondo le credenze popolari, vicino al pozzo ci si liberava anche dalle jettature e dal malocchio. Un rito molto frequente era effettuato sui bambini deperiti. Per cacciare i foruncoli che comparivano sulle palpebre dei loro occhi, un adulto faceva le corna con le dita rivolte verso il foruncolo e ripeteva per tre volte la formula liberatoria: Lazaròl [orzaiolo] futù! Torna indrì d'in dov t'sì vnù!

La caveja e il galletto[modifica | modifica wikitesto]

La caveja e il galletto, i simboli della Romagna.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Caveja.

Sono i simboli per eccellenza della Romagna.
La caveja trae la sua origine, come tutti i simboli della tradizione popolare, dalla vita agricola: si tratta di un'asta di acciaio fornita in testa di alcuni anelli, in un numero variabile da due a sei.
Serviva a bloccare il giogo, trainato dai buoi, al timone dell'aratro o del carro, per evitare che il timone slittasse in caso di rallentamento o di arresto improvviso. I simboli] più diffusi, inseriti fra elementi decorativi, erano quelli del gallo, della mezzaluna, del Sole, dell'aquila e alcuni simboli cristiani, tra cui la croce e la colomba.

E' gal (il gallo), da sempre simbolo di virilità e sangue e rappresentato a livello iconografico nella storia di Romagna alla stregua della caveja e del Passatore, ha nei suoi tratti somatici e nei colori del piumaggio un estratto di fierezza ed armonia tipici della terra romagnola.

Il plaustro[modifica | modifica wikitesto]

Caratteristico anch'esso del mondo contadino, il plaustro (dal latino plaustrum), è il carro agricolo a quattro ruote con timone[2]. In Romagna la tradizione vuole che sia dipinto a mano. Spesso viene decorato con pitture a fiorami o ad arabeschi. Solitamente il carro recava l'immagine di San Giorgio. A Forlì, invece, il plaustro portava l'icona della Madonna del fuoco, protettrice della città.

Gli sciucarè[modifica | modifica wikitesto]

Gli "schioccatori" (o cioccarini) di fruste sono un'antica e tipica tradizione romagnola.
L'origine degli sciucarè è, naturalmente, contadina. Quando si arava il campo, una persona aveva la mansione di schioccare la frusta in aria (come per dare un colpo "a salve") per intimidire i buoi che non stavano andando al ritmo giusto. Se le bestie non avessero tenuto il ritmo, la prossima schioccata non sarebbe stata lanciata in aria, ma avrebbe colpito le terga degli animali. In dialetto, il punto terminale della frusta è chiamato stciuchèn, mentre il manico è chiamato parpignan.

Con l'avvento dei trattori il ruolo dello schioccatore è andato presto esaurendosi. Ma la fervida fantasia dei romagnoli ha trovato il modo di recuperare questa antica tradizione.

Oggi gli sciucarè sono parte integrante delle esibizioni delle scuole di ballo liscio. Salgono, infatti, sui palchi delle sagre schioccando le fruste a tempo di musica. Dal 1963, infine, si assegna a Brisighella la celebre “Frusta d’oro”, il premio al miglior sciucarè. I concorrenti si sfidano tra di loro in una sorta di torneo.

Calendario e vita sociale[modifica | modifica wikitesto]

Calendario e alimentazione

I piatti tipici romagnoli assumono un particolare significato se collegati alle festività del calendario. Per esempio, i cappelletti si mangiavano a Natale perché tale minestra ripiena aveva attinenza con la fertilità e la gravidanza. I passatelli, abbondantemente impastati d'uovo, erano di rito per Pasqua perché l'uovo è simbolo di rigenerazione e di rinascita.

Religione popolare e lavoro

Quando in Romagna i poveri erano veramente poveri, le famiglie bisognose mandavano i propri figli a lavorare presso la casa di un contadino come manovale tuttofare, "garzone". I contratti dei garzoni erano annuali. Per tradizione, l'accordo veniva concluso oralmente tra i due capifamiglia: quello del ragazzo e quello della famiglia che lo prendeva in consegna. Per tradizione, il giorno scelto per la partenza dei ragazzini era il 25 marzo, l'Annunciazione di Maria. Quel giorno, infatti, prendeva il nome di Madòna d'j garzòn. Passate le Feste di S. Pietro, a giugno, i braccianti non potevano più essere licenziati (ma i lavoratori avevano anche degli obblighi: se si accettava un lavoro nei campi a marzo, dopo le Feste di S. Pietro non si poteva più abbandonare il fondo).
Per quanto riguarda invece la stagione agricola, i contratti di mezzadria duravano da fine marzo a fine settembre. Il giorno tradizionale della scadenza dei contratti di mezzadria era il 29 settembre, ricorrenza di San Michele Arcangelo, l'angelo protettore di pastori e greggi. Nel corso del XX secolo, questa data fu sostituita dalla festa di Ognissanti (1º novembre).

Anche i tempi di produzione del vino erano connessi al lunario. Dopo essere stato messo nelle botti, il vino veniva pressato a dovere e segnato da una croce propiziatoria il giorno di San Martino (11 novembre). I produttori di formaggio di fossa sapevano bene che il giorno in cui estrarre dalle cave le forme era il 25 novembre, festa di Santa Caterina. Nel pieno del freddo invernale, l'annata agricola iniziava il giorno di Sant'Antonio abate (17 gennaio).

Il tempo e le opere nei campi

I momenti principali dell'anno erano scanditi da usanze molto sentite dal popolo.

  • febbraio: il 2 febbraio è il giorno della Candlóra (Candelora). Scrutare il cielo indicherà come sarà il tempo in primavera. Il proverbio dice: Madòna Candlóra, che neva o che pióva, da l'invéran a sem fòra; e se sta e' sulatël, un gni è incora un msarël (Madonna Candelora, che nevichi o che piova, dall'inverno siamo fuori, se c'è anche un pallido sole, l'inverno durerà ancora un mese). La Candlóra è associata alla festa della Purificazione di Maria. In chiesa si benedicono le candele, che vengono distribuite alle famiglie,
  • Gli ultimi tre giorni di febbraio e i primi tre di marzo si fa Lôm a mèrz (luce a marzo) con l'accensione dei grandi fuochi (al fugarèn) per propiziarsi quel mese, caratterizzato da un tempo molto incerto. Alla fine della stagione fredda i contadini accatastavano in un ampio sterrato gli sterpi, i rami secchi e i resti delle potature. L'ultimo giorno di febbraio, da tutte le case si elevava un grande fuoco con il materiale bruciato. Se il fumo andava verso la collina era di buon auspicio (significava che i prodotti, abbondanti, avrebbero dato una mano ai montanari). Si faceva a gara a chi produceva il falò più alto di tutti[3]. Un'altra usanza propria del mese di marzo erano i Fuochi di San Giuseppe. Questi falò illuminavano le notti tra il 18 e il 19 marzo, in coincidenza con la data dell'equinozio. Anche questa celebrazione aveva intenti purificatori e propiziatori.
  • marzo: a fine mese, attorno al 25 marzo (Madòna d'j garzòn) arrivava il momento della semina della canapa.
  • maggio: Sânta Cròs (croci propiziatorie). Un mese dopo la Pasqua i contadini ricordavano la solennità della Santa Croce[4]. La mattina del 3 maggio confezionavano, a digiuno, sottili croci di canna. Dopo avervi legato un ramoscello d'ulivo (benedetto la Domenica delle Palme), le piantavano in mezzo al campo per proteggere il raccolto, che era sulla via della maturazione, dalle intemperie. Il 3 maggio era ritenuto adatto anche per la tosatura delle pecore. Lo testimoniano alcuni detti popolari della Bassa: Par Sènta Crosa pigra tosa (Per Santa Croce pecora tosata) e Par Sènta Crosa ciàpa al tusur e tosa (Per Santa Croce prendi le forbici e tosa).
Contadini al lavoro: mietitura tradizionale all'inizio del Novecento.
  • Con l'inoltrarsi della bella stagione andavano a maturare le coltivazioni. I contadini erano impegnati nei seguenti lavori:
  • grano: mietitura e trebbiatura (batdùra);
  • granoturco: raccolta e sfogliatura delle pannocchie (sfujareja o spanucèda);
  • vite: vendemmia.

La battitura terminava per S. Lorenzo (10 agosto). Spesso il lavoro era accompagnato da canti popolari, appresi e tramandati oralmente. Finito il lavoro, la sera si faceva grande festa. La festa più caratteristica della campagna romagnola era quella della sfujareja, a settembre. Dopo la raccolta del granoturco o mais avveniva la spannocchiatura sull'aia. Era un evento cui partecipavano tutti i membri della comunità. Gli adulti ripulivano la parte dell'aia interessata al lavoro, poi realizzavano i sedili (di legno) su cui si sarebbero seduti gli spannocchiatori; infine approntavano il carretto (e' baròz) che avrebbe trasportato le pannocchie presso ciascuna famiglia. La spannocchiatura cominciava verso sera. Ciascuno prendeva dal cumulo una pannocchia e toglieva le foglie; poi si girava indietro e la poneva in una cesta. Le foglie venivano gettate in un mucchio a parte. I giovanotti avevano il compito di far sì che tutto procedesse con ordine: controllavano che le pannocchie fossero sempre alla portata e venivano a svuotare le ceste (in quei frangenti riuscivano ad avvicinare le ragazze ed a scambiare qualche parola). La serata si concludeva in allegria con canti e balli, al suono dell'organino.

  • agosto: avveniva taglio delle canne di canapa.
  • autunno: avveniva la lavorazione della canapa. La fase più importante era la gramolatura. Il nome deriva dall'attrezzo, la gramola per macinare le pannocchie, che veniva azionato a mano. La gramolatura era anche l'evento socialmente più atteso poiché, per tradizione, gli adulti lasciavano questa incombenza ai ragazzi, i quali ne approfittavano per parlare fra di loro e conoscersi. Nascevano anche nuovi amori. La gramolatura andava avanti fino a tarda notte. L'occasione era propizia anche per le proposte di matrimonio. L'espressione T'a m' dé un sciaf ch'a t' dagh un bés è associata a questi momenti, quando un giovane, entusiasta di stare vicino alla propria amata, scambiava il 'no' (schiaffo) per il tanto atteso 'sì'. Le donne di casa eseguivano la cardatura e la filatura durante l'inverno.
  • novembre: Sân Martén (San Martino). L'11 novembre, ricorrenza del santo, è il giorno che chiudeva l'annata agricola. Si celebravano feste di ringraziamento a Dio per i doni della terra[5]. Sân Martén, oltre a segnare la fine dei contratti agricoli, rappresentava anche l'inizio del ciclo invernale con la svinatura del vino nuovo, la raccolta delle castagne e la macellazione del maiale nelle aie. San Martino portava anche l'appellativo di Sân Martén d'j Bec (San Martino dei becchi). A Santarcangelo di Romagna si celebra tuttora la Fiera dei Becchi, famosa in tutta la Romagna. Un tempo l'11 novembre era riconosciuto giorno festivo anche dallo Stato.
  • A Natale si accendeva in tutte le case un grosso ceppo (e' zoch) di tronco d'albero e lo si lasciava bruciare accanto al focolare. Il ceppo doveva ardere fino al giorno dell'Epifania. La sera del 5 gennaio le tavole venivano imbandite perla cena lauta dell'Epifania, che era di buon augurio per l'anno appena iniziato. Alla cena seguiva la veglia. La veglia non si svolgeva a stomaco vuoto, ma era interrotta da un pasto. Si mangiava una piadina dolce, ricca di conserva di frutta. Un'usanza di questo pasto notturno era la vintura (ventura, sorte). Dentro la piadina l'arzdora aveva messo una monetina (era questa la vintura). Poi la piadina era tagliata a fette e mangiata dai familiari. Chi si ritrovava tra i denti la vintura, era il “lovo”, il mangione della famiglia. Costui conservava gelosamente la monetiva, perché aveva il potere di un talismano.[6]
E' Lunêri di Smémbar
Luneri2008.jpg
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lunêri di Smémbar.

Il calendario più famoso di Romagna nasce nella notte di San Silvestro del 1844 dall'idea di un gruppo di amici, tra cui il pittore Romolo Liverani e l'incisore Achille Calzi, riuniti in una famosa osteria di Faenza, l'Ustarèja dla Marianàza. Da allora, viene pubblicato ininterrottamente ogni anno. In italiano si può tradurre con "lunario dei pezzenti" o "dei beoni": sono le persone semplici che, di fronte a un bicchiere di buon vino, dimenticano (smèmbar) i problemi e sorridono alla vita.

Il trebbo[modifica | modifica wikitesto]

Durante la stagione autunnale e invernale, caratterizzata da serate lunghe e fredde, era consuetudine per le famiglie contadine trovarsi a casa dell'uno o dell'altro per trascorrere la serata insieme. Ci si riuniva nella stalla, l'unico ambiente sufficientemente ampio e moderatamente riscaldato (dal fiato del bestiame). Ciascun membro della famiglia era dedito alla propria attività: le donne filavano (al mulinello oppure con il fuso e la rocca) chiacchierando sottovoce; gli uomini giocavano a carte, in compagnia di un fiasco di vino, o parlavano tra loro per organizzare il lavoro dell'indomani; i bambini giocavano, oppure ascoltavano le storie dei nonni, che spiegavano com'è il mondo attraverso il racconto. I bambini rimanevano finché non arrivava pirò, il sonno.

Dopo che i bambini erano andati a letto cominciava la seconda parte della serata. Uomini e donne si radunavano allo stesso tavolo ed iniziavano a raccontare fatti e pettegolezzi. Alcune volte il capofamiglia invitava un fulèsta (pl. fulèstar), ovvero un cantastorie (vedi Infra). In questo caso il cantastorie era il vero protagonista del trebbo ed i presenti rimanevano tutti all'ascolto delle immaginifiche storie da lui raccontate

Giochi di carte[modifica | modifica wikitesto]

Mazzo di carte romagnole

In Romagna esiste una lunga tradizione nei giochi di carte. Le carte romagnole raffigurano personaggi a figura intera, in stile spagnolo, sono in totale 40 e misurano 58×88 mm.

Maraffone

Il nome è la traduzione italiana della parola dialettale marafòn. Il gioco è nato in un'area compresa tra Faenza e Cesena, poi si è diffuso in tutta la Romagna. Nel ravennate e nel faentino prende il nome di beccaccino, o tri sèt cun e' taj ("tressette col taglio").
Il gioco si svolge in quattro, con un mazzo di carte regionali, ovvero romagnole (come nella figura a fianco). Non si gioca da soli, ma in due: Nord-Sud contro Ovest-Est. Si tengono dieci carte in mano. L'andamento del gioco è antiorario.
Si scarta una carta alla volta, quindi una partita di maraffone è composta da 10 "mani". La partita non si svolge nel silenzio: i giocatori accompagnano le calate più importanti con esclamazioni, come Böss (Busso = voglio la carta migliore), Strèss (striscio = ne ho ancora), Vòl (volo = non ne ho più). Anche la briscola giocata per tagliare una presa va chiamata ad alta voce: - brèscla! - Si realizza una maraffa quando si dispone di asso, due e tre dello stesso seme.
Il maraffone accompagna da sempre le serate passate in osteria. Nato come gioco popolare, è considerato oggi il gioco nazionale di Romagna.
Fino a pochi anni fa il maraffone era un gioco tipicamente maschile, oggi lo praticano anche le donne.

Cultura orale[modifica | modifica wikitesto]

Blasone popolare[modifica | modifica wikitesto]

Il blasone popolare romagnolo è ricco di motti ed espressioni di scherno. I temi più frequenti sono la rivalità tra città e campagna e tra due città vicine. Gli argomenti preferiti sono le caratteristiche degli abitanti. Si prendono in giro mestieri, produzioni, abitudini, veri o presunti che siano.
Gli imolesi erano soliti descrivere gli abitanti della vallata del Santerno con queste parole:

« Virtò ed dodg paìs d'la muntègna rumagnola:

La bânda ed Mazzancol,
i màzadur d'Casël,
i ledar ed Tussgnân,
i 'bariagôn de' Borgh,
i superbiôn d'Funtâna,
e' bël möd de' Casôn,
ch'j vö di bchìr, vega a Sassiôn,
l'abilitê d'Pianchêldla,
e' pont d'Castël de' Rì,
la mùsica d'Palazol,
i tracagnott ed Chêsla
… e j sganasôn de' Riöl. »

(Augusto Muratori, Al fotti d'la nona, Imola, 1973.[7])

Il Fulér (o Fulèsta)[modifica | modifica wikitesto]

Esisteva in ogni villaggio un narratore di fiabe popolari. I più bravi erano molto considerati e la loro popolarità andava oltre i confini del paese. Percorrevano la Romagna sostando nei trebbi (nella casa di un contadino) e raccontavano le loro storie davanti a un pubblico appassionato. Spesso i personaggi raccontati nelle fóle (fiabe) erano contadini che vivevano avventure in paesi lontani e conoscevano la ricchezza, per poi ripiombare nella miseria, fino all'intervengo magico risolutore. Le favole non avevano solo la funzione di impressionare e intrattenere, ma anche di proiettare i desideri, consci e inconsci, degli spettatori.
Già alla fine dell'Ottocento si iniziò un'opera di raccolta e trascrizione delle fiabe popolari. Tra i letterati che si prestarono a quest'opera di recupero della tradizione si segnalano: Aldo Spallicci, Francesco Balilla Pratella, Libero Ercolani, Gianni Quondamatteo e Giuseppe Bellosi. Tra i fulér di cui sono stati tramandatii nomi, si ricordano: Maria Babini, Emma Galanti, Concetta Gulmanelli, Paolino Tasselli, Angela Vistoli e - forse il più famoso - Pietro Camminata, detto Piròn dal fól.

Le zirudelle[modifica | modifica wikitesto]

Le zirudelle sono una forma di canzoni miste a filastrocche che hanno costituito un vero e proprio genere espressivo. Il vigore e la salacità di certi modi dire, a volte sin troppo schietti per un orecchio suscettibile, fanno comunque del dialetto una componente fondamentale di quel carattere gioviale e aperto che è la caratteristica riconosciuta della "romagnolità".

Orazioni e cante[modifica | modifica wikitesto]

La Romagna contadina ha una ricca tradizione di "cante" e "stornelli", che da secoli si sono tramandati oralmente di padre in figlio. Mentre gli "stornelli" (in romagnolo al sturnèli è al femminile) potevano essere cantati da una singola persona, le "cante" erano a più voci. Venivano eseguite, per esempio, a fine trebbiatura, quando tutti si radunavano nell'aia. Oppure la sera, quando più famiglie si radunavano a casa di qualcuno (A trebb, in romagnolo) e gli uomini cantavano mentre le donne filavano. Un'altra tradizione legata all'attività agricola erano le "maggiolate": l'intonazione di canti propiziatori che si eseguiva all'inizio della bella stagione come augurio per una buona annata. Esistevano gruppi organizzati, forniti di fisarmonica e violino (o chitarra), che si spostavano di podere in podere per eseguire canti e poesie cantate, ricevendo in omaggio prodotti della campagna (salami, vino, formaggi, uova). Si chiamavano "maggiolatori" o "maggiaioli". Abbigliati con cappello di paglia o panno (le donne con il fazzoletto), sostavano nelle aie per cantare e, a volte, ballare. Il giorno della maggiolata per eccellenza era il primo maggio.

Si ricordano le sacre uraziòn e i canti che sottolineano i momenti principali della vita agricola:

  • al chênti a la stesa;
  • al chênti a la rastladura;
  • al chênti a la sfujadura.

Oggi esistono molte corali che mantengono viva la tradizione musicale romagnola, tutte denominate "canterini romagnoli", dal nome della corale polifonica 'capostipite' creata nel 1910 dal forlivese Cesare Martuzzi. Il coro, composto da appassionati provenienti da ogni ceto sociale di sesso maschile, eseguiva "cante romagnole" scritte dallo stesso Martuzzi in collaborazione con il poeta Aldo Spallicci. Negli anni tra le due guerre, con l'apporto di altri autori (Francesco Balilla Pratella, Turibio Baruzzi, Guido Bianchi, Igino de Biase, Alberto Ceccarelli) cori simili vennero fondati in tutte le città della Romagna e il repertorio si arricchì di veri capolavori che andavano al di là del confine strettamente regionale.

Le corali anche oggi si esibiscono indossando gli abiti tradizionali. Così si presentano gli uomini:

  • calzoni e giacchetta corta della medesima stoffa, camicia bianca, fazzoletto colorato al collo, larga fascia multicolore che avvolge il girovita, calzini rossi e scarpe di vacchetta gialla. In testa, la caratteristica "cappellina" (in romagnolo caplína è sostantivo femminile) in paglia.

Per le donne:

  • larga gonna a fiori che giunge fino alla caviglia, grembiule, camicetta (spesso bianca), bustino di velluto stretto in vita, ampio scialle, calze bianche a righe rosse e una semplice calzatura.

Seguendo la tradizione inaugurata dai "Canterini romagnoli" di Imola nell'immediato dopoguerra, spesso le corali fanno parte di un gruppo più ampio che comprende anche un corpo di ballo (di ballo liscio).

Danze tradizionali[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Romagna#Danza_popolare_in_Romagna.

Mitologia[modifica | modifica wikitesto]

Mazapégul[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Mazapégul.

Il Mazapégul è il folletto tipico della mitologia romagnola.
È un piccolo animale: sembra un gatto, uno scimmiotto o un coniglietto.

Fate[modifica | modifica wikitesto]

Nei racconti popolari della Romagna un posto di rilievo è dedicato agli esseri fatati. Uno studio pubblicato nel 1927 da Nino Massaroli (Diavoli, diavolesse e diavolerie in Romagna) rappresenta quasi sempre la fata,

« quale fiorisce nelle novelle del focolare romagnolo, sotto forma di una veccia-vecchina; pulita, linda, dall’aria casalinga e simpatica di nonnina (…) Essa ha un preciso e gentile incarico, un esatto compito: disfare i malefici delle streghe; difendere le creature prese di mira dai geni del male, dai mostri della notte (…) Le fatine romagnole amano mostrarsi sotto forme piccolissime (…) La fata romagnola abita nella cappa del camino, sulla quercia dell’aia, nei pignattini del pagliaio »

(il pagliaio romagnolo s’erge sull’aia a forma conica retto da un’asta interna, sulla cui cima mettono un orinale od un pignattino per scongiurare le streghe).

Le fate romagnole dispensano protezione in particolare ai bimbi appena nati. Per ricevere la loro benevolenza occorreva svolgere vari rituali scaramantici come quello di offrire pani bianchi o rosate focacce (…) durante il loro passaggio, che in vari luoghi dell’Alpe di Romagna, avviene al vigilia dei morti, o la notte di Natale o dell’Epifania oppure recitare paròl faldédi (parole fatate) ed anche formole d’invocazione che in Romagna Toscana usavano dire a propiziarsi la fata del mattino nel mettersi in viaggio, e che vive tutt’ora in bocca ai fanciulli romagnoli: Turana, Turana - Rispondi a chi ti chiama - Di beltà sei regina - del cielo e della terra - di felicità e di buon cuore.

Alle fate è infine dedicato un racconto ambientato nelle colline fra Castrocaro e Faenza:

« Sotto Monte Sassone, accanto ai ruderi del castello della Pré Mora (Pietra Mora), nel banco dello spungone sullo strapìombo della voragine del rio della Samoggia, fra le colline a monte di Faenza e Castrocaro nella zona di demarcazione dell’antico confine fra la terra del Papa e quella del Granducato, sono scavate le quattro grotte delle fate (chiamate anche busa – buca - e camaraz – cameraccie). Questa pietra era un prodigioso palazzo, nei lontani millenni delle Fate che lo disertarono quando l’uomo non credette più alla poesia, ma vi lasciarono, pegno del ritorno, i loro magici telai d’oro, su cui l’anima tesseva le canzoni che nessuno sa più! E perché l’uomo non ne facesse sua preda, confidarono la guardia dei telai a un biscione che sibila minacce e con un soffio precipita nella voragine le ladre scalate, quando mai tentassero le porte inviolabili. »
(L. de Nardis, La Piê, 1925.)

Ségavècia (Segavecchia)[modifica | modifica wikitesto]

La leggenda narra che una donna, un giovedì di Quaresima, periodo di astinenza dalla carne, mangiò un salsicciotto; fu quindi condannata a morte e giustiziata per stregoneria. Nei tempi andati il giovedì di mezza Quaresima era dedicato alla penitenza e al digiuno. Oggi le occasioni di penitenza si sono trasformate in feste: la vecia da sghè viene segata nella piazza del paese e dal suo ventre capiente escono giocattoli e dolci.
Alcuni antropologi hanno fornito una spiegazione che va al di là dei racconti tradizionali. R. Cortesi, ad esempio, che identifica con il nome "vecchia" l'ultimo covone mietuto, ritiene che il nome significhi, in realtà, il "rito del sacrificio dell'ultimo covone", e vada ad ascriversi, perciò, nel ricordo di atavici riti agrari. Le feste della Segavecchia più rinomate in Romagna sono quelle di Forlimpopoli[8] e di Cotignola.

Piligrèna[modifica | modifica wikitesto]

La Piligrèna (anche Lôma o Lumèta) è il nome che si dà in Romagna ai fuochi fatui ("da poco", di apparenza ma di scarsa consistenza). Un tempo tali fenomeni erano considerati misteriosi e si credeva che fossero una manifestazione della potenza magica della terra. Secondo una credenza ancestrale, infatti, la terra è «viva» e detiene il potere di resuscitare. A tal proposito queste manifestazioni luminose venivano associate a "povere anime" che per espiare le loro colpe vagavano senza pace oppure a defunti implacati che andavano in cerca di una degna sepoltura.[9] La Piligrèna serviva anche a spaventare i bambini per evitare che andassero a sfidare i morti al cimitero di notte. Le madri li ammonivano così: Sta 'tenti ch'la j è la piligrèna c'at ciàpa!.

Altri esseri fantastici[modifica | modifica wikitesto]

Oltre a quelli testé citati esistevano: la borda (spettro, spauracchio per i bambini), e' papon (l'orco che mangia i bambini), l'om d'e' sach (l'uomo che mette nel sacco i bimbi cattivi), la mort imbariéga (macabro personaggio che impersonifica la morte). A Faenza viene soprannominata la Jacmèna ("la Giacomina") ed è identificata con un monumento funebre conservato nel Duomo.[10].
Invece la figura bonaria e che vuole bene ai fanciulli è la Vècja.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Valdo Pirazzini e Tonino Pini, Casupole, "zioni" e animali da cortile in Giornale di massa, settembre 2013.
  2. ^ Si dinstingue dal biroccio, che è il carro a due ruote con timone.
  3. ^ Federico Fellini ha mostrato un falò di marzo in apertura del suo film Amarcord.
  4. ^ La festività è stata spostata nel calendario del rito romano in seguito alla riforma liturgica del 1970. Oggi si celebra il 14 settembre.
  5. ^ La festività è assimilabile al Giorno del ringraziamento celebrato negli Stati Uniti e in Canada.
  6. ^ Luciano De Nardis, La Befâna in La Ludla (Ravenna), novembre-dicembre 2010, p. 8. URL consultato il 5 maggio 2013.
  7. ^ Caratteristiche di dodici paesi della montagna romagnola: La banda di Mezzocolle / i macellai di Casalfiumanese / i ladri di Tossignano / gli ubriaconi di Borgo [Tossignano]/ i superbi di Fontanelice / le belle maniere dei Casoni [di Romagna] / chi vuole dei beccai, vada a Sassoleone / l'abilità di Piancaldoli / il ponte di Castel del Rio / la musica di Palazzuolo [sul Senio] / i tracagnotti di Casola [Valsenio] / … e i papponi di Riolo [Terme].
  8. ^ Festa della Segavecchia di Forlimpopoli, tradizionale appuntamento di Forlimpopoli, Romagna Informazioni.com. URL consultato il 9 marzo 2010.
  9. ^ Giorgio Bellettini, Fuochi fatui tra scienza e superstizione, in «La Ludla», gennaio 2009, p. 6.
  10. ^ Paolo Toschi, Romagna solatia, Milano, Trevisini, 1924.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Anselmo Calvetti, Antichi miti di Romagna. Folletti, spiriti delle acque e altre figure magiche, Rimini, Maggioli, 1987.
  • Anselmo Calvetti, Alle origini di miti, fiabe e leggende. Teoderico e altri protagonisti, Ravenna, Longo, 1995.
  • Anselmo Calvetti, Romagna celtica, Ravenna, Longo, 1999.
  • Anselmo Calvetti, Stella d'Oriente. Miti e racconti: dalla Romagna all'Eurasia e dintorni, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2009.
  • Anselmo Calvetti, Fiabe tradizionali e iniziazioni giovanili: con particolare riferimenti [sic] alla Romagna, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2013.
  • Renato Cortesi, Sacro e profano. La religiosità popolare in Romagna tra reminiscenze pagane e Cristianesimo, Rimini, Il Cerchio, 2012.
  • Renato Cortesi, Streghe, folletti e santi fra Romagna ed Europa. La cultura del fantastico in Romagna tra origini storiche e meccanismi antropologici, Imola, La Mandragora, 2008.
  • Aldo Spallicci, Tradizioni di Romagna, Bagnacavallo, Tip. Scot., 1964.
  • Aldo Spallicci, Proverbi romagnoli, Firenze, Giunti, 1975.
  • Paolo Toschi e Angelo Fabi, Buonsangue romagnolo: racconti di animali, scherzi, aneddoti, facezie, Bologna, Cappelli, 1960.
  • Paolo Toschi e Angelo Fabi, Fiabe e leggende romagnole, Bologna, Cappelli, 1963.
  • Paolo Toschi, Romagna tradizionale. Usi e costumi, credenze e pregiudizi, Bologna, Cappelli, 1952.

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