Su Iside e Osiride

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Su Iside e Osiride
Titolo originale Περὶ Ἴσιδος καὶ Ὀσίριδος
Altro titolo De Iside et Osiride
Plutarch of Chaeronea-03.jpg
Busto moderno di Plutarco nella sua Cheronea.
Autore Plutarco
1ª ed. originale II secolo d.C.
1ª ed. italiana 1841
Genere Saggio
Sottogenere critica letteraria
Lingua originale greco antico
Preceduto da Vite dei X oratori
Seguito da Sulla malignità di Erodoto

Su Iside e Osiride (Περὶ Ἴσιδος καὶ Ὀσίριδος - De Iside et Osiride) è un'opera[1] di Plutarco tramandata nei suoi Moralia[2]

Struttura[modifica | modifica wikitesto]

Il lavoro è dedicato a Clea, una donna colta e intelligente, sacerdotessa di Delfi, ai quali Plutarco aveva dedicato anche il suo De mulierum virtutibus[3]. Si tratta, senza dubbio, di un'opera nata dalle discussioni con Clea in materia di religione e sull'atteggiamento giusto con cui avvicinarvisi.

Partendo dall'atteggiamento con cui accostarsi al dio da uomini saggi, Plutarco passa a trattare di Iside che, secondo lui, è «dea eletta per sapienza e amante di sapienza»[4], cui è avverso Tifone, mostro e simbolo di malvagità. Su questo sfondo, Plutarco racconta a lungo[5] i costumi del sacerdozio egizio, del quale Plutarco descrive abiti, usi, riti, regole di vita, collocandolo sempre, alla maniera greca, in una luce di razionalità. I capitoli 12-76, invece, sono dedicati all'esposizione allegorica del mito di amore e rinascita rappresentato, appunto, da Iside e suo marito Osiride.

Analisi critica[modifica | modifica wikitesto]

La conoscenza che Plutarco aveva dell'Egitto non era profondaː anche se, infatti, lo aveva visitato[6], non è possibile dire quanto tempo vi fosse rimasto e quanto avesse imparato da libri e sacerdoti.

In effetti, una notevole fonte di informazioni a disposizione di Plutarco per questo testo erano i libri, a partire da Erodoto, dal quale, tuttavia, il nostro trae poco, probabilmente concentrando le sue ricerche su testi ritenuti più fededegni come Manetone e Ecateo di Abdera - quest'ultimo, fonte anche di Diodoro Siculo, con cui le informazioni plutarchee spesso concordano -. Una questione notevole nel trattato è data dai tentativi di Plutarco per spiegare la derivazione di varie parole, in particolare il suo tentativo di derivare parole egiziane da radici greche; ma in questo senso pecca non più di Platone, che ci ha dato alcune etimologie fantasiose, soprattutto nel Cratilo, o di di Erodoto.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ 351c-384c.
  2. ^ Traduzione italiana in: Plutarco, Diatriba isiaca e dialoghi delfici, a cura di Vincenzo Cilento e Paola Volpe Cacciatore, Napoli, D'Auria, 2005, ISBN 88-7092-254-5.
  3. ^ Moralia, 242E-263C.
  4. ^ Cap. 2.
  5. ^ Cc. 4-11; 77-80.
  6. ^ Moralia, 678C.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Plutarco, Diatriba isiaca e dialoghi delfici, a cura di Vincenzo Cilento e Paola Volpe Cacciatore, Napoli, D'Auria, 2005, ISBN 88-7092-254-5..

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]