De fortuna (Plutarco)

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De fortuna
Titolo originaleΠερὶ τύχης
Altri titoliSulla fortuna
Plutarch of Chaeronea-03.jpg
Busto moderno di Plutarco nella sua Cheronea.
AutorePlutarco
PeriodoI-II secolo
Generesaggio
Sottogenereoratoria
Lingua originalegreco antico
SerieMoralia

Il De fortuna (in greco antico: Περὶ τύχης) è un'opera letteraria di Plutarco, catalogata all'interno dei Moralia, strutturata come una orazione[1].

Struttura[modifica | modifica wikitesto]

In mancanza di qualsiasi informazione riguardante il breve saggio[2], possiamo solo supporre che possa essere stato pensato come una conferenza. La discussione di tali argomenti, in effetti, era un topos delle declamazioni.

Plutarco difende la capacità umana di autodeterminazione contro la sorte, la Tyche che in età ellenistica si stimava avesse un ruolo preponderante nelle vicende umane:

«L'uomo solo, come dice Platone, "nudo, disarmato, con i piedi non calzati e senza letto in cui sdraiarsi", è stato abbandonato dalla Natura. "Eppure con un dono tutto questo mitiga"[3]: è il dono del ragionamento, della diligenza e della previdenza.»

(Cap. 3 - trad. A. D'Andria)

Secondo l'autore, le arti non hanno bisogno della Fortuna per giungere a compimento, semplicemente perché è l'intelligenza umana a dominare il caso: sicché, la Fortuna porta con sé una nota di imprevedibilità, ma non è signora di tutte le azioni umane.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ 97C-100A.
  2. ^ 5 capitoli.
  3. ^ Tragicorum Graecorum Fragmenta, Adespota, fr. 367 Nauck.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Plutarco, La fortuna, a cura di Francesco Becchi, Napoli, D'Auria, 2010, ISBN 88-7092-311-8.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]