De vitioso pudore

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
De vitioso pudore
Titolo originaleΠερὶ παίδων ἀγωγῆς
Altri titoliSull'imbarazzo
Plutarch of Chaeronea-03.jpg
Busto moderno di Plutarco nella sua Cheronea.
AutorePlutarco
PeriodoI-II secolo
Generesaggio
Sottogeneremorale
Lingua originalegreco antico
SerieMoralia

De vitioso pudore è il titolo comunemente dato ad un saggio di Plutarco (Περὶ δυσωπίας) incluso nei suoi Moralia[1].

Struttura e analisi[modifica | modifica wikitesto]

Dysōpia non ha un equivalente esatto in italiano e indica l'imbarazzo che ci obbliga ad accogliere una richiesta ingiustificata. Nella Vita di Bruto[2] è descritta come una "sconfitta per mano di chi è spudoratamente insistente". L'espressione, di significato non classico, fu condannata dagli atticisti[3]

Plutarco identifica la disopia con l'eccesso di vergogna di cui parla Aristotele[4] nell'Etica Nicomachea[5]. Anche in Plutarco la disopia è una passione[6] e uno degli estremi tra i quali si trova la disposizione desiderata[7], ma il mezzo non è mai chiamata virtù, né gli estremi sono chiamati vizi.

Come Aristotele e Platone[8], Plutarco tratta aidōs e aischynē virtualmente come sinonimi[9], implicando che la vergogna è la paura della cattiva reputazione[10]; e la sua citazione di Catone[11] è senza dubbio dovuta al desiderio di trovare un parallelo con le osservazioni di Aristotele sulle manifestazioni corporee della vergogna e della paura. Con le opinioni di Aristotele sulla vergogna e la giovinezza possiamo confrontare i riferimenti di Plutarco ai giovani[12].

Dopo una breve descrizione della disopia[13] Plutarco passa ai due grandi temi del suo saggio: la prova che il disturbo è dannoso e le modalità della sua cura, che risiede in una sorta di formazione[14] e nel fare determinate riflessioni. La formazione è presentata in 532B-C, le riflessioni (precedute da una discussione sull'uso del silenzio e di citazioni sull'insistenza a rispondere) sono presentate in 533D-F. Il saggio si conclude con un'esortazione a resistere all'esca della lode e alla minaccia di biasimo, e il suggerimento di un procedimento utile contro tutte le passioni: mantenere viva nella memoria la disgrazia e il danno subito dalla passione prima.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ 528C-536D.
  2. ^ VI 9, 986E.
  3. ^ Frinico, p. 190 ed. Lobeck.
  4. ^ 528E.
  5. ^ II 7, 14, 1108A 30‑35 e IV 9, 1‑3, 1128B 10‑21.
  6. ^ 528D.
  7. ^ 529A.
  8. ^ Leggi, I, 647A.
  9. ^ 529D.
  10. ^ 529A e 532D.
  11. ^ 528F.
  12. ^ 528F, 529B, 529C e 530A.
  13. ^ 528C‑529D.
  14. ^ 530E‑532D.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Plutarco, L'eccessiva arrendevolezza, a cura di Paola Volpe Cacciatore, Napoli, D'Auria, 1995, ISBN 88-7092-105-0.
  • Plutarco, Tutti i Moralia, a cura di E. Lelli e G. Pisani, Milano, Bompiani, 2017 - ISBNː 978-88-4529-281-1.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]