Pettorazza Grimani

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Pettorazza Grimani
comune
Pettorazza Grimani – Stemma
Pettorazza Grimani – Veduta
Municipio
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneCoat of Arms of Veneto.png Veneto
ProvinciaProvincia di Rovigo-Stemma.png Rovigo
Amministrazione
SindacoGianluca Bernardinello (lista civica Con te per Pettorazza) dal 26-5-2014
Territorio
Coordinate45°08′N 12°03′E / 45.133333°N 12.05°E45.133333; 12.05 (Pettorazza Grimani)Coordinate: 45°08′N 12°03′E / 45.133333°N 12.05°E45.133333; 12.05 (Pettorazza Grimani)
Altitudinem s.l.m.
Superficie21,45 km²
Abitanti1 540[1] (31-12-2018)
Densità71,79 ab./km²
Frazioninessuna Località: Bagnara, Boscofondi, Giaron, Papafava, Pilotta, Stoppacine
Comuni confinantiAdria, Cavarzere (VE), San Martino di Venezze
Altre informazioni
Cod. postale45010
Prefisso0426
Fuso orarioUTC+1
Codice ISTAT029035
Cod. catastaleG525
TargaRO
Cl. sismicazona 4 (sismicità molto bassa)
Nome abitantipettorazzani
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Pettorazza Grimani
Pettorazza Grimani
Pettorazza Grimani – Mappa
Posizione del comune di Pettorazza Grimani nella provincia di Rovigo
Sito istituzionale

Pettorazza Grimani (Petorassa Grimani in veneto) è un comune italiano di 1 540 abitanti della provincia di Rovigo, in Veneto, situato ad est del capoluogo. Nel territorio del Comune, i fiumi principali sono: Adige, Scolo Tron, Ceresolo, Bresega, Fossa Stella. C'è inoltre un lago naturale, il Lago Lezze, ed anche un lago artificiale, Cava Vanetto.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La storia di Pettorazza Grimani, al pari di quella degli altri centri sorti lungo la riva destra dell'Adige, è inscindibile dalle tormentate vicende di questo fiume, che per millenni ha disegnato e subito dopo cancellato, aiutato dall'incontenibile furia delle acque in piena, confini e paesaggi sempre diversi.

Il Comune di Pettorazza Grimani presenta una peculiarità insolita per i paesi di contenuta estensione territoriale, è suddiviso in due parrocchie, tale suddivisione ricorda l'antica ripartizione del territorio comunale proprio ad opera del fiume che in prossimità di Pettorazza effettuava un'ansa di grandi dimensioni.

Il territorio che oggi è di competenza della Parrocchia di Pettorazza Papafava era racchiuso dall'enorme ansa e si trovava ubicato a sinistra del fiume, appartenendo alla giurisdizione padovana, mentre le terre che si trovavano all'esterno dell'ansa appartenevano ai veneziani e in particolare ai Grimani che hanno dato il nome al comune.

La situazione territoriale di questo piccolo comune è emblematica del rapporto tra uomo, terra e fiume tipico di queste zone ed è difficilmente riscontrabile in altri contesti geografici.

Il Polesine è una terra unica impregnata di valori, usi e tradizioni frutto della secolare condizione di estrema precarietà causata dal costante conflitto tra acqua e terra, due elementi primordiali da sempre temuti e rispettati dalle genti qui stabilite, che hanno subito a lungo questa situazione prima di imparare ad “ammaestrare” il fiume attraverso drastici interventi idraulici .

Il timore reverenziale nei confronti del fiume ha origini ancestrali e rivive forte e tangibile nei numerosi e preziosi ex-voto conservati presso il Santuario della Madonna delle Grazie a testimonianza delle innumerevoli inondazioni che hanno martoriato i luoghi limitrofi.

La situazione di estrema precarietà che per molti secoli ha scandito i locali ritmi di vita finì con l'imponente intervento di rettifica delle anse del fiume realizzato tra il 1782 e il 1784 l'esecuzione dell'opera si rese necessaria, in quanto tra il 1654 e il 1772 si erano verificate ben 8 rotte in questo sito e numerose altre in località vicine.

Un primo progetto per la rettifica delle anse fluviali che interessavano il territorio di Pettorazza era stato avanzato già alla fine del Cinquecento, tuttavia la realizzazione di tali lavori fu stabilita solo nel 1605 giungendo alla piena attuazione solo alla fine del secolo seguente.

Il paleomeandro dell'Adige che dava vita alla cosiddetta “Volta di Pettorazza” è chiaramente visibile grazie alle fotografie aeree, che hanno permesso la scoperta di una complessa e secondaria paleoidrografia superficiale che segue l'orientamento dei limites della centuriazione nel territorio a sud dell'Adige compreso tra San Martino di Venezze e Pettorazza Grimani, caratterizzato da “riprese e sconvolgimenti dei fossati e degli antichi percorsi agresti”.

L'ansa dell'Adige in prossimità di Pettorazza esisteva presumibilmente anche in epoca romana.

Anche allora la situazione idrografica della zona era critica e l'alterato regime di portata dei fossati minori rese inagibili numerosi tratti del piano stradale della cosiddetta “via di Villadose”, in particolare nell'area a sud-ovest di Beverare interessata da straripamenti di corsi d'acqua e da riempimenti alluvionali lungo il percorso viario.

Le difficili condizioni della viabilità e della rete idrica interna spinsero i Romani a creare un percorso alternativo che aggirasse l'area di difficile bonificazione attorno a Pettorazza, per questo in località Barbarighe, a nord-est del ponte sullo scolo Ceresolo, dal rettifilo stradale Buso-Monsole, si distacca un percorso viario che proseguendo per due chilometri in modo discorde rispetto alle centurie si ricongiunge parallelo alla “via di Villadose” in località Stopaccine (frazione di Pettorazza Grimani) dove flette leggermente ad est, poco prima di incontrare il lato maggiore occidentale di una particolare struttura poligonale che circoscrive il paleomeandro dell'Adige a monte di Pettorazza Grimani rettificato solo nel 1783.

Tale struttura costituisce tutt'oggi una problematica emergente e ancora in fase di definizione per cui in questa presentazione verranno considerate ipotesi e considerazioni non ancora del tutto avvalorate.

“Questa singolare opera antropica è costituita da una fascia di terreno larga circa 30 m, limitata da lineazioni corrispondenti a fossati e sentieri, in parte ancora attivi: essa dà origine ad una poligonale aperta con 11 lati di lunghezza variabile, che segue e si adatta alle morfologie particolarmente rialzate degli argini dell'antica ansa fluviale”.

La struttura risulta quindi in stretto legame con la “via di Villadose” ma anche con il percorso stradale che oltre l'Adige si collega ad Agna, potrebbe quindi trattarsi di un particolare raccordo tra l'argine destro dell'Adige e il sistema viario di Adria e dell'antica fascia costiera.

Sembra inoltre che il tratto della via Annia sia collegato a tale struttura attraverso l'attuale corso fluviale dalla località Bernarda a Rottanova, questo potrebbe quindi essere il collegamento alternativo con la “via di Villadose” dopo i citati problemi di drenaggio dell'area circostante Pettorazza Grimani.

Questa “poligonale aperta” risulta estranea al tessuto centuriale dell'ager adriese pur attraversandolo, per la netta mancanza di parallelismo con alcuni limites presenti ai margini del suo percorso e per la mancanza di ortogonalità con la “via di Villadose”.

Il dibattito sulla reale natura di questa opera anomala rimane quindi aperto anche perché la struttura poligonale di Pettorazza, unica nel suo genere, è presente e ben visibile in tutte le mappe del territorio in quanto ricalcata per la maggior parte della sua estensione da sentieri e fossati ancora attivi.

Origini[modifica | modifica wikitesto]

L'origine del vocabolo “Pettorazza” affonda le proprie radici in un passato molto lontano, quando la Volta dell'Adige divideva l'odierno territorio comunale in due centri, Pettorazza Papafava e San Giovanni, ubicati rispettivamente a sinistra e a destra dell'Adige.

Lo storico Francesco Antonio Bocchi di Adria parla dei “villaggi delle due Pettorazze” sostenendo che prima del 1783 si trovavano entrambi sulla sponda sinistra del fiume, ma Pettorazza Nuova (poi Grimani) fu sempre a destra dell'Adige, in territorio veneziano e ciò è provato dal fatto che il Consorzio di S.Giustina (il cui comprensorio era a destra dell'Adige) per rimediare ai danni causati da una rotta del fiume, avvenuta nel 1654, impose una contribuzione ai proprietari consorziati, tra i quali figurava anche il territorio di S.Giovanni.

Si narra che sulla sponda sinistra del fiume, sul confine fra il territorio Padovano e Veneziano, sorgesse una torre grande e goffa, da cui l'accrescitivo di “torrazza”, le terre circostanti situate “ai piedi della torrazza” vennero allora denominate di “Petorrazza” (dal dialetto “piè déa toràssa”).

Le carte catastali antecedenti il 1782 (anno dell'intervento di rettifica della volta dell'Adige ad opera della Repubblica Veneta) riportano infatti il toponimo di “Petorrazza” con una “t” e due “r” e solo agli inizi dell'Ottocento il nome muta in “Pettorazza”.

Prima del ‘400 il territorio ubicato a destra dell'Adige veniva chiamato con il nome di San Giovanni e attorno al 1600 assunse il toponimo di Cà Grimani, desunto dalla villa che la celebre famiglia veneziana fece edificare in prossimità del fiume, la denominazione attuale gli è pervenuta nel XVI secolo quando fu costruita la chiesa di S.Salvatore, poi demolita nel 1889.

L'Adige separava il borgo di Pettorazza Vecchia (poi Papafava, a sinistra del fiume) da quello di Pettorazza Nuova (poi Grimani, a destra).

Sembra quindi ritenersi certo che Pettorazza Papafava, ben più antica, abbia imposto il proprio nome solo in un secondo momento all'altro territorio confinante, di proprietà della nobile famiglia dei Grimani.

Tale appellativo fa fondatamente supporre che il nome sia stato esteso al territorio della destra Adige solo in un secondo momento, e cioè solo dopo l'unione delle due “Pettorazze” avvenuta dopo la rettifica del fiume Adige nel 1782-83.

È quindi fondato sostenere che la torre che ha dato origine a tale toponimo si trovasse in territorio padovano, e quindi sulla sponda sinistra del fiume anziché in territorio veneziano (sulla sponda destra), un altro elemento che sembra avvalorare tale ipotesi è da ricercare nella denominazione data alla giurisdizione della sponda opposta a quella padovana, prima San Giovanni e poi Cà Grimani (da notare la totale mancanza di qualsiasi riferimento al nome Pettorazza).

Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto]

Architetture religiose[modifica | modifica wikitesto]

  • Chiesa di San Giuseppe (XX secolo). Sede parrocchiale, conserva al suo interno opere d'arte e arredi sacri provenienti dalla chiesa del Santo Salvatore demolita alla fine del XIX secolo.
  • Santuario della Beata Maria Vergine delle Grazie (XVII secolo). Sito nella frazione Papafava, l'edificio è frutto dell'ultimo ampliamento del 1546, resosi necessario per accogliere i fedeli che veneravano un affresco, dipinto da ignoti nel 1519, sull'originale sostegno in muratura che segnava il confine territoriale tra la signoria padovana e la Repubblica di Venezia, poi traslato al suo interno.

Architetture civili[modifica | modifica wikitesto]

Corte Grimani[modifica | modifica wikitesto]

L'imponente complesso architettonico della corte noto in paese come “Palazzon”, è circondato dallo stesso ambiente che l'ha visto sorgere alcuni secoli or sono, oggi è situato nei pressi del vecchio ingresso del paese collegato alla strada arginale dell'Adige, dal quale dista poche decine di metri.

È difficile risalire alla data di costruzione della villa anche se è possibile individuare due date legate alla vendita di alcuni latifondi del Polesine, le cosiddette Valli d'Adria, ai Grimani, le due date in questione sono:

  • il 24 agosto 1524 quando il Consiglio generale di Adria decise di livellare le Valli d'Adria ad Antonio Grimani figlio di Vincenzo alla modica cifra di 10 ducati annui, corrispondenti a 24 grammi d'oro per l'affitto annuo di almeno 3.000 Ha di valli, l'esiguità della cifra trova giustificazione nel fatto che agli abitanti di Adria doveva essere garantito il diritto di vagantivo su quelle terre;
  • il 9 ottobre 1560, quando la famiglia Grimani affrancò il canone annuo corrispondendo al comune di Adria 200 ducati.

I Grimani quindi ebbero la necessità di costruire un'abitazione in territorio polesano, forse proprio quella che sarebbe diventata Corte Grimani.

Il 2 agosto 1989 il Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali ha sottoposto “Corte Grimani” ai vincoli di tutela monumentale ai sensi della legge 1º giugno 1939 n. 1089, grazie al riconosciuto valore storico ed artistico del grande complesso.

Il palazzo padronale (alla cui destra si trova l'ingresso alla corte) è ubicato direttamente sulla strada ed è sprovvisto di un viale d'accesso, in netto contrasto con le altre realizzazioni architettoniche dell'epoca, volte ad attribuire un ruolo di centralità e rappresentanza alla villa padronale.

La dimora principale risulta formata da un unico blocco, sviluppato su tre piani più il piano sottotetto, che è illuminato da occhi ovali piuttosto radi rispetto alle finestre sottostanti.

La casa padronale è caratterizzata da una regolarità geometrica priva di dettagli decorativi degni di rilievo, le uniche particolarità si trovano nella facciata interna, (che in origine doveva trattarsi di un fianco) scandita simmetricamente da due canne fumarie aggettanti che incorniciano la scala che porta al piano nobile, su una delle canne fumarie del lato sud esistono ancora le tracce di un'antica meridiana, un altro particolare è dato inoltre dal cornicione sottotetto.

La facciata era affrescata con disegni a motivi tzigani ma il rifacimento dell'intonaco ne ha cancellato le tracce, visibili fino a qualche decina di anni fa.

Infine una stravagante caratteristica del palazzo è data da una colonna a ridosso della porta d'accesso (datata1820) svincolata da qualsiasi progetto artistico e avente come unico scopo l'occultamento di un tubo di scarico.

La terrazza e la balaustra che segnano l'ingresso mostrano caratteri posteriori a quelli dell'edificio, che emerge per la sua compattezza di volume e sembra quasi voler nascondere l'originalità e la vastità degli edifici interni.

Ciò è dovuto principalmente allo stretto legame tra Villa Veneta e Campagna che contraddistingue la maggior parte delle “ville venete” del Polesine, di carattere più rurale che aulico.

Qui come in altri grandi complessi vicini, la struttura della Villa è influenzata dalle esigenze imposte dal ruolo di tenuta agricola da sempre rivestito dalla corte.

Non si è a conoscenza della data di edificazione degli edifici ma è certo che il palazzo è più antico degli altri immobili, tutti di matrice settecentesca, e una mappa conservata presso l'Archivio di Stato di Venezia datata 20 maggio 1687 lo conferma.

La carta mostra un progetto di deviazione del corso del fiume che in quel tratto effettuava un'ampia ansa, rettificata a partire dal 1782, e raffigura la sola facciata del palazzo che sorgeva proprio nel punto terminale dell'ansa.

Un'altra carta conservata all'Archivio di stato di Venezia e riguardante il nuovo corso dell'Adige dopo i lavori di rettifica, riporta la facciata della dimora padronale denominata “Casa della N.S. Loredana (Mi.ª ?) Grimani K.ª Morosini”.

L'edificio pesantemente rimaneggiato nel tardo-settecento, “presenta una tessitura muraria coerente con i criteri funzionali e distributivi dell'insediamento veneto di campagna, conferendo alla centralità geometrica e spaziale dell'approccio interno la tradizionale funzione del disimpegno e dello smistamento degli ambienti d'uso.”

Non è dato sapere chi ha progettato l'immobile e ignoto è anche il nome di chi ha progettato gli altri edifici che compongono il grandioso e monumentale complesso, ossia l'edificio sormontato da torretta (sul retro del palazzo), il grande edificio i cui ambienti erano adibiti a cantina e granaio, l'essiccatoio (di cui rimangono pochi resti), il “Paradiso” nome dato al solo granaio e che oggi designa l'intero edificio (sul lato opposto alla casa padronale), e le scuderie, una costruzione le cui due ali si uniscono dando vita ad una sorta di cuneo.

Oltre al già citato palazzo padronale, il complesso di Corte Grimani si compone di altri imponenti edifici compresi i resti dell'essiccatoio ora non più esistente.

La corte è delimitata a nord e a est da due imponenti edifici adibiti a granai e dalle residenze dei salariati e a sud dalle scuderie, del complesso faceva parte anche un oratorio oggi non più esistente.

Gli spazi adibiti a granaio rivestono un volume complessivo di circa 28.000 metri cubi e ciò fa riflettere sulla produttività delle terre circostanti di proprietà dei Grimani.

Sul lato settentrionale si erge l'edificio più ampio della corte (m.56 x 14,20) una barchessa di imponenti dimensioni, i cui volumi sono disposti su tre piani coperti con tetto a padiglione. L'edificio è stato eretto nel XVIII secolo, il piano terra è scandito ritmicamente da una serie di dodici ampie ed eleganti arcate a tutto sesto, metà delle quali si presentano cieche, la facciata è inoltre segmentata verticalmente da lesene, interrotte da due fasce marcapiano orizzontali, inoltre in posizione centrale è presente lo stemma della famiglia Grimani.

Nel seminterrato sono ospitate ampie cantine, ove sono alloggiate enormi botti di legno ed altre, più recenti, in cemento, una particolarità è data da una vasca al centro della quale si erge un largo tubo collegato direttamente ad una falda sotterranea.

Questo particolare sistema idraulico permetteva di sapere in anticipo quando il livello dell'Adige si alzava. Un tombino nel pavimento della cantina serviva inoltre a controllare il livello del fiume evitando che l'acqua invadesse la cantina quando l'Adige era in piena.

A ovest della barchessa sorge l'edificio con torretta e vi si collega architettonicamente riprendendo il caratteristico tetto a padiglione e, in facciata, il motivo a lesene con porticato ad archi.

Un tempo il piano terreno era destinato a rustico, mentre il lato occidentale ospitava un'abitazione.

La facciata è scandita da sei lesene che incorniciano altrettante arcate al piano terra, la presenza di un'arcata cieca (la seconda da sinistra) marca la suddivisione tra gli ambienti adibiti ad abitazione e quelli adibiti alle quotidiane attività della corte.

Il piano terra è oggi destinato ad officina e conserva alcuni macchinari di inizio secolo, tra cui un antico trapano a colonna e un antico tornio a puleggia, il piano superiore era infine adibito a granaio.

Sempre al piano terra si trovava la fucina del fabbro, caratterizzata dal colore nero e fuligginoso delle pareti.

Sul lato occidentale dell'edificio è addossata una torretta coronata da una merlatura irregolare, l'immobile è datato al 1805 e fu la prima sede municipale del comune a partire dal 1820.

La torretta ospitava un antico orologio con ingranaggi in legno, di cui rimangono pochissimi resti, su di essa sono ancora visibili un cartiglio in intonaco e il supporto di una campanella che serviva a richiamare la gente dai campi.

È inoltre presente un altro stemma della famiglia Grimani, anche se alcuni lo attribuiscono alla famiglia Gattemburg, che nell'Ottocento era proprietaria del complesso rurale.

L'essiccatoio

Ad est rispetto alla barchessa, sono presenti quattro colonne bianche in pietra d'Istria, unica testimonianza superstite di un fabbricato non più esistente: l'essiccatoio.

Le quattro colonne lo legavano organicamente all'edificio del Paradiso e mitigavano il passaggio dagli spazi vuoti di questo agli spazi pieni dati dalle arcate cieche della barchessa.

La presenza di elementi di grande pregio architettonico come le colonne doriche conferisce senza dubbio un aspetto aulico e classicheggiante ad una struttura di servizio come l'essiccatoio, che aveva una pianta circolare del diametro interno di 7 metri ed era provvisto di una camera di essiccamento alta 70 centimetri.

Sul tetto due grandi fori servivano ad attrarre l'aria che poi veniva riscaldata da un fornello alimentato a carbone coke e convogliata nella camera di essiccazione da un particolare ventilatore.

All'interno, la camera era provvista di una rete metallica sostenuta da appositi cavalletti metallici, è stato appurato che uno strato di 25 cm. di granoturco, pari a 300 ettolitri, veniva essiccato in circa due ore.

La normale temperatura di essiccazione era di 60° centigradi ma poteva salire fino ad 80° per un lavoro più veloce, la costruzione di tale edificio si rese necessaria ed indispensabile per le particolari condizioni climatiche della zona caratterizzata da autunni umidi e piovosi che impedivano la normale essiccazione delle granaglie sull'aia, una volta essiccate le granaglie venivano trasportate ai mulini natanti per la macinazione.

Verso i primi anni del ‘900 l'essiccatoio fu trasformato in un forno a causa della progressiva perdita della centralità produttiva della corte e a causa della graduale comparsa sul territorio di piccole e medie aziende direttamente condotte da famiglie rurali.

Dietro l'essiccatoio c'era la chiesa di S.Salvatore, demolita nel 1889 a causa di continue infiltrazioni d'acqua e per far posto ai lavori di potenziamento dell'argine, su cui fu costruito uno schermo protettivo in pietra.

I Gattemburg-Morosini, proprietari terrieri subentrati ai Grimani, finanziarono la costruzione di una nuova chiesa tra il 1889-1890 che fu dedicata a S. Giuseppe sposo di Maria.

Nella parrocchiale sono conservati tele e suppellettili che originariamente appartenevano alla Chiesa di S.Salvatore, la chiesa conserva inoltre le spoglie dei martiri S. Mustolo e S. Felicita, probabilmente portate a Pettorazza dai nobili veneziani.

Una leggenda locale vuole che piova ogni volta che le spoglie dei due martiri vengono esposte in pubblico. Si narra che un tempo i Santi venissero esposti durante i periodi di siccità che potevano compromettere i raccolti.

Infine nella Cappella dell'Addolorata, a destra dell'altare maggiore vi è una cripta nella quale sono custoditi i sarcofagi di Loredana Gattemburg-Morosini e di sua madre Elisabetta Morosini.

Il “Paradiso"

L'edificio chiude ad est il complesso architettonico della corte e si distingue da tutti gli altri immobili per l'originalità della struttura.

Il nome gli deriva dall'appellativo con cui si definiva il granaio sito all'ultimo piano, un vero e proprio paradiso per i braccianti costretti a trasportare grosse quantità di grano (101 kg) fin lassù, la scala dapprima ripida e poi sempre più dolce conduce all'enorme locale che costituisce il granaio vero e proprio, il Paradiso appunto, uno dei luoghi più suggestivi di tutto il Polesine.

Sulle pareti del granaio permangono numerosi graffiti realizzati dai contadini nel corso del tempo, a testimonianza del duro lavoro quotidiano e della profonda religiosità di questi lavoratori.

La peculiarità della struttura è data dallo straordinario loggiato di sedici bianchissime colonne doriche in pietra d'Istria, molto probabilmente provenienti da una demolita villa dei Morosini a Venezia e trasportate fino a Ca' Grimani dopo essere state sezionate in vari pezzi per stivarle nelle antiche imbarcazioni dette “burchielli”, che risalivano la corrente dell'Adige a colpi di remi e trainate da robuste corde le “alzane”, assicurate a lunghe file di cavalli che percorrevano le strade arginali delle due sponde fluviali in senso opposto al deflusso della corrente.

Di particolare pregio architettonico è il sistema a capriate che sostiene il tetto, “la vastità dell'area ha imposto un laborioso impegno di carpenteria: la trama del tetto a travi inclinate (puntoni) orizzontali (catene) e verticali (ometti) è perfetta” come perfetta è la lavorazione ad incastro a coda di rondine delle lunghe travi” particolari che dimostrano la perizia dei costruttori e che hanno garantito nel tempo l'integrità dell'immobile.

Le travi del loggiato esterno recano tracce di antichi affreschi che un tempo decoravano l'intera trabeatura interna del loggiato con motivi ornamentali e floreali.

Rilevante è inoltre l'estrema elasticità della pavimentazione che risulta facilmente percepibile al semplice calpestio.

Le scuderie

Il complesso architettonico di corte Grimani è delimitato a sud dagli edifici delle stalle “alloggiate in una costruzione le cui due ali si uniscono dando vita ad una sorta di cuneo” in contrasto con l'andamento fortemente geometrico ed equilibrato degli altri edifici.

L'edificio è a due piani, in quello superiore veniva depositato il fieno e le aperture a forma di croce servivano per far passare l'aria.

In quello inferiore c'erano i cavalli e partire dagli inizi del ‘900 l'immobile divenne rimessa per le auto dei proprietari e le arcate furono chiuse per recuperare spazio nel parco.

L'aia

Nel cortile d'ingresso si trovano due vere da pozzo in marmo, la prima sembra essere di periodo gotico ed ha una funzione ormai puramente decorativa, infatti reca scolpito uno stemma a sei fiori con le iniziali “A.L”, la seconda è rimasta efficiente fino al 1949 e garantiva l'approvvigionamento idrico agli abitanti del paese.

“L'annessa aia in cui si svolge l'attività lavorativa dell'azienda agricola, costituisce un unicum organico con il corpo edificato” essa infatti costituisce il trait d'union tra i vari edifici accomunati dalla comune vocazione rurale ma estremamente eterogenei dal punto di vista architettonico. Realizzata interamente in cotto, nel 1889 fu ampliata con parte della pavimentazione di marmo proveniente dalla demolita chiesa di S.Salvatore.

Un antico arazzo in seta riproduce l'originaria struttura del complesso nel 1830,

nella riproduzione compare una torre situata all'interno della vasta aia, proprio di fronte allo stabile del “paradiso”, di quest'ultima rimane soltanto una testimonianza fotografica riprodotta in una cartolina postale del 1924.

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 31 dicembre 2018.
  2. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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