Le fiabe di Beda il Bardo

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Le fiabe di Beda il Bardo
Titolo originaleThe Tales of Beedle the Bard
AutoreJ. K. Rowling
1ª ed. originale2008
Genereracconti
Sottogenerefantasy
Lingua originale inglese

Le fiabe di Beda il Bardo (The Tales of Beedle the Bard) è uno pseudobiblion a cui si accenna nel romanzo Harry Potter e i Doni della Morte di J. K. Rowling. Nel settimo libro, infatti, è narrata solo una fiaba tratta dal libro: La storia dei tre fratelli.

È Albus Silente che lo lascia in eredità a Hermione Granger: la ragazza è l'unica tra i tre protagonisti ad aver studiato antiche rune ed è quindi in grado di leggerlo a Harry e Ron con l'ausilio del suo Dizionario runico. Alcune delle fiabe scritte da Beda, come La fonte della buona sorte, Il mago e il pentolone salterino e Baba Raba e il ceppo ghignante, sono famose tra i piccoli maghi quanto Cenerentola o Cappuccetto Rosso per i ragazzi babbani. Una di queste, La storia dei tre fratelli, prende ispirazione da una storia vera (nel mondo di Harry Potter, si intende), di cui furono protagonisti Antioch, Cadmus e Ignotus Peverell, i primi padroni dei Doni della Morte.

Nella realtà, il libro è stato poi effettivamente scritto e illustrato dalla stessa J. K. Rowling, in sole sette copie, destinate alle persone che, nel corso degli anni, sono state più coinvolte nella stesura e nella pubblicazione della serie di Harry Potter. Solo una di esse è stata messa all'asta nel dicembre 2007, poi vinta da Amazon, ed i proventi sono stati destinati ad una campagna di beneficenza.

Amazon ha annunciato che metterà in vendita a partire dal 4 dicembre 2008 circa 100.000 copie di Edizioni Lusso che costeranno circa 100 dollari, questo perché l'edizione sarà una riproduzione dell'aspetto delle copie originali di J. K. Rowling. I proventi saranno di circa 4 milioni di sterline e saranno donati alla Children's High Level Group. L'edizione tascabile costerà invece circa 12 dollari[senza fonte].

In Italia il libro è stato pubblicato il 4 dicembre 2008 da Salani, ed i suoi proventi vengono donati alla The Children's High Level Group[1].

Le fiabe[modifica | modifica wikitesto]

In tutto nel libro vi sono cinque fiabe, quattro delle quali citate nei libri della saga. Alla fine di ogni fiaba si incontrano le annotazioni e i commenti scritti da Albus Silente, che commentano il contenuto della fiaba. Una nuova traduzione è stata affidata a Hermione Granger e gode della gentile concessione di pubblicazione da parte della professoressa Minerva McGranitt, attuale preside di Hogwarts, ad uso delle nuove generazioni di maghi e Babbani.
Tra le annotazioni di Silente sembra che ci sia un'altra fiaba di Beda il Bardo[2], dal titolo di "Ghiozza la Capra Zozza", che era la preferita da suo fratello minore Aberforth. È possibile che ne esistano altre, ma l'autrice non l'ha dichiarato.

Il mago e il pentolone salterino[modifica | modifica wikitesto]

C'era una volta un vecchio mago gentile che adoperava la magia con generosità e saggezza a beneficio dei suoi vicini. Invece di rivelare la vera origine del suo potere, egli fingeva che le pozioni, gli incantesimi e gli antidoti gli sorgessero già bell'e fatti dal piccolo calderone che chiamava la sua pentola fortunata. Nel raggio di miglia, la gente veniva da lui con i propri problemi e il mago era lieto di dare una rimestata alla pentola e aggiustare ogni cosa.

Il mago, che era molto amato, visse fino a una notevole età, poi morì, lasciando ogni bene all'unico figlio. Costui era di disposizione molto diversa dal suo gentile padre. Coloro che non sapevano praticare la magia erano, nella sua opinione, privi di alcun valore, e più d'una volta egli aveva litiga-to col padre per via dell'abitudine di quest'ultimo di dispensare soccorso magico ai vicini.

Alla morte del padre, il figlio trovò nascosto nella vecchia pentola un pacchettino, che recava il suo nome. Lo aprì, sperando che vi fosse dell'oro, ma invece c'era una pantofola morbida e spessa, troppo piccola per indossarla e senza compagna. Un frammento di pergamena all'interno della pantofola diceva: «Con la viva speranza, figlio mio, che tu non ne abbia mai bisogno».

Il figlio maledisse la mente rammollita del padre, poi gettò la pantofola nel calderone, deciso a usarlo d'ora in avanti come cestino per la spazzatura.

Quella stessa notte una contadina bussò alla porta.

«Mia figlia si è riempita di verruche, signore» disse. «Vostro padre le mischiava uno speciale impiastro in quel vecchio pentolone...»

«Vattene!» gridò il figlio. «Che m'importa delle verruche della tua mocciosa?»

E sbatté la porta in faccia alla vecchia.

Immediatamente si udì un fracasso venire dalla cucina. Il mago accese la bacchetta e aprì la porta; con sommo stupore, vide la pentola del padre: le era spuntato un unico piede di ottone e saltellava sul posto, in mezzo alla stanza, producendo uno spaventevole baccano sulle pietre del pavimento. Il mago le si avvicinò meravigliato, ma fece un balzo all'indietro quando vide che l'intera superficie della pentola era coperta di verruche.

«Oggetto disgustoso!» urlò, e cercò prima di far Evanescere la pentola, poi di pulirla magicamente, infine di gettarla fuori di casa. Ma nessuno dei

suoi incantesimi funzionò ed egli non poté impedire alla pentola di seguirlo saltellando fuori dalla cucina e fino a letto, salendo fragorosamente i gradini di legno della scala.

Il mago non riuscì a dormire tutta la notte per il rumore della vecchia pentola verrucosa accanto al letto, e la mattina dopo quella riprese a saltellare dietro di lui fino al tavolo della colazione. Clang, clang, clang, faceva la pentola col piede di ottone, e il mago non aveva neanche assaggiato il porridge quando si udì bussare di nuovo alla porta.

Sulla soglia c'era un vecchio.

«È la mia vecchia asina, signore» spiegò. «S'è persa, o ce l'hanno rubata, e senza di lei non posso portare la roba al mercato e stasera la mia famiglia avrà fame».

«E io ho fame adesso!» ruggì il mago, e sbatté la porta in faccia al vec-chio.

Clang, clang, clang, faceva il piede d'ottone della pentola sul pavimento, ma ora al suo chiasso s'erano aggiunti i ragli di un asino e i lamenti di esse-ri umani affamati, che echeggiavano nelle profondità della pentola.

«Basta. Stai zitto!» strillò il mago, ma tutti i suoi poteri non servirono a far tacere il pentolone verrucoso, che gli saltellò dietro per tutto il giorno, ragliando e gemendo e sfracassando, dovunque egli andasse e qualsiasi cosa egli facesse.

Quella sera bussarono per la terza volta alla porta, e sulla soglia c'era una ragazza che singhiozzava come se le si stesse spezzando il cuore.

«Mio figlio è malato grave» disse. «Per piacere, aiutateci. Vostro padre mi ha raccomandato di venire se avevamo...»

Ma il mago le sbatté la porta in faccia.

Allora l'insopportabile pentola si riempì fino all'orlo di acqua salata e sparse lacrime per il pavimento, senza perciò smettere di saltellare, ragliare, gemere e produrre nuove verruche.

Anche se per il resto della settimana non vennero altri abitanti del villaggio alla casa del mago, la pentola lo teneva informato delle loro molte sventure. Nel volgere di pochi giorni, non si trattava più solo di ragli e gemiti e lacrime e saltelli e verruche, ma anche di asfissie e vomiti e pianti di bambino, di uggiolii di cane, di rigurgiti di formaggio andato a male e latte inacidito e di un'invasione di lumache voraci.

Il mago non poteva dormire né mangiare con la pentola accanto, ma quella non ne voleva sapere di andarsene ed egli non aveva modo di farla tacere né di indurla a fermarsi.

Alla fine, il mago non resse più.

«Portatemi tutti i vostri problemi, tutti i vostri guai e le vostre disgrazie!» urlò, correndo nella notte con la pentola che gli saltellava dietro lungo la strada per il villaggio. «Venite! Lasciate che io vi curi, vi sistemi e vi consoli! Ho la pentola di mio padre e vi guarirò!»

E con l'abominevole pentola sempre alle calcagna, corse per la strada e gettò incantesimi in ogni direzione.

In una casa le verruche della bambina svanirono nel sonno; l'asina per-duta fu recuperata con un Incantesimo di Appello da un lontano roveto e atterrò dolcemente nella propria stalla; il bambino malato fu cosparso di dittamo e si svegliò, sano e roseo. In ogni casa colpita dalla malattia e dal dolore, il mago fece del suo meglio e gradualmente la pentola che aveva accanto smise di gemere e vomitare e tornò calma, lucente e pulita.

«Allora, Pentolone?» chiese il mago tremante, al sorgere del sole.

La pentola fece un ruttino, col quale rigurgitò la pantofola che il mago le aveva gettato dentro, e gli permise di infilargliela al piede di ottone. Insie-me, tornarono verso la casa del mago, il passo della pentola finalmente at-tutito. Da quel giorno, il mago aiutò gli abitanti del villaggio così come aveva fatto suo padre, per evitare che la pentola scalciasse via la pantofola e ricominciasse a saltellare.

Annotazioni di Silente[modifica | modifica wikitesto]

La prima fiaba di Beda, venne abbastanza criticata dalla comunità magica. Questo per via della lezione morale impartita dalla fiaba stessa, ovvero la tolleranza e la cura verso la gente non magica, comunemente nota dai maghi come Babbani. Infatti, Beda era piuttosto avanti per i suoi tempi, visto che nel quindicesimo secolo si erano già tristemente consumate cacce alle streghe da parte dei Babbani. Ciò portò nei maghi il disprezzo verso di essi e coloro che, nonostante la supposta superiorità data dalle innate abilità magiche, vi si relazionavano. Venne addirittura scritta un'altra versione della fiaba, secondo cui un mago perseguitato dai suoi vicini Babbani fa scatenare il suo Pentolone gigantesco, che ingoia tutti gli abitanti; alla fine, arrivando ad un compromesso, il mago viene lasciato agire nei suoi esperimenti magici mentre il Pentolone rigetta fuori le sue vittime. Sembra che ancora oggi diverse famiglie dal pensiero spiccatamente anti-Babbano continuino a raccontare questa versione ai loro figli. La fiaba venne anche modificata da Beatrix Bloxam (1794-1910) nel suo libro Le Fiabe del Funghetto in una versione molto più mielosa e buonista, con l'ovvia intenzione di preservare l'innocenza dei bambini: tuttavia tale scopo non venne mai raggiunto dal momento che la lettura di tali fiabe provocava spesso nei bambini maghi violenti attacchi di nausea e vomito, che portarono al totale bando di tali fiabe.

La fonte della buona sorte[modifica | modifica wikitesto]

C'erano una volta, tre streghe, Asha, Altheda e Amata, e un cavaliere Babbano, Messer Senzafortuna. Tutti e quattro erano infelici: Asha era malata incurabilmente, Altheda era stata derubata di tutto da uno stregone, Amata era stata abbandonata dal suo amore e il cavaliere era (come dice il nome) sfortunato. Per lenire il dolore, i quattro decisero di dirigersi verso la Fonte della Buona Sorte, dove avrebbero deciso chi sarebbe stato il fortunato a potersi bagnare. Sulla strada per la Fonte, i viaggiatori incontrarono tre Sfide che bloccarono loro il passaggio, esigendo come pedaggio ad ognuno dei viaggiatori una prova della loro sofferenza. Ognuna delle tre streghe si adoperò per riguadagnare la via: Asha donò le proprie lacrime, Altheda le gocce del proprio sudore e Amata i ricordi felici del suo perduto amore. Infine i quattro pellegrini arrivarono alla Fonte, talmente stremati e deboli che la malata Asha cadde al suolo svenuta: Altheda subito si adoperò per miscelare una potente pozione che Asha bevve ormai prossima alla morte, ed il filtro la guarì completamente. Improvvisamente, le tre streghe capirono che nessuna di loro sentiva più il bisogno di bagnarsi nelle acque della fonte miracolosa: Altheda realizzò di poter essere una capace Guaritrice e potersi togliere dalla povertà; Amata, che aveva ceduto i ricordi del suo amato, si rese conto di non soffrirne più della perdita; Asha, ormai guarita, avrebbe potuto continuare la propria vita serenamente ed in salute. Messer Senzafortuna capì, quindi di essere il fortunato vincitore e bagnatosi nelle acque magiche, chiese la mano ad Amata che accettò. I quattro se ne andarono immensamente felici, ignari che in realtà la Fonte non possedeva e non aveva mai posseduto alcun potere magico.

Annotazioni di Silente[modifica | modifica wikitesto]

La seconda storia di Beda, era molto popolare tra i piccoli maghi, un classico nel suo genere. Così popolare che si provò ad inscenare una recita a Hogwarts durante gli anni in cui ero insegnante di Trasfigurazione e Armando Dippet era Preside. Purtroppo, la recita fu destinata ad essere ricordata come disastrosa e senza eguali (non se ne fecero più altre dopo questa); tale disastro venne provocato sia da un triangolo sentimentale (del tutto ignorato dagli insegnanti organizzatori) che esisteva tra gli allievi-attori che interpretavano Amata, Messer Senzafortuna e Asha (culminato con un tumultuoso duello magico), sia dal fatto che una delle sfide sul cammino della fonte (un gigantesco serpente) si rivelò in realtà essere un pericoloso Ashwinder sottoposto ad un Incantesimo di Ingozzamento, che esplose in un guizzo di fiamme danneggiando la Sala Grande e provocando non pochi feriti. Nonostante la sua popolarità anche la fiaba ebbe il suo numero di detrattori, come per Il Mago e il Pentolone Salterino. Questo era specialmente dovuto ad una serie di lamentele riguardo al matrimonio tra maghi e Babbani incarnato da Amata e Messer Senzafortuna, lamentele soprattutto a me sottoposte da Lucius Malfoy, il padre di Draco. In seguito alle lamentele che mi sottoposero, ci fu anche il mio rifiuto di bandire tale storia da Hogwarts che porterà alla forte rivalità tra me e il signor Malfoy.

Lo stregone dal cuore peloso[modifica | modifica wikitesto]

C'era una volta, uno stregone che disprezzava l'amore per la debolezza che a suo giudizio esso arrecava e che per isolarsi da qualunque legame affettivo si inabissò nelle Arti Oscure. Dopo molti anni, lo stregone sentì due servi parlare di lui, l'uno provando pietà, l'altro deridendolo. Offeso e per ripicca, decise di trovare moglie, per suscitare l'invidia altrui. Il giorno dopo conobbe una bellissima strega e cominciò a corteggiarla, ritrovandosi però davanti al dubbio di lei per l'improvviso cambiamento. Ad una festa, lei gli confidò che avrebbe ricambiato il suo amore se avesse dimostrato di avere un cuore. Lo stregone la portò nei sotterranei del suo castello, dove in uno scrigno di cristallo vi era rinchiuso il suo cuore, peloso e deforme a causa di nefande magie. Lei, piena di orrore, gli chiese di rimetterlo al suo posto, nel proprio petto, e lui così fece. Alla festa gli invitati, non trovando i due da nessuna parte, li cercano dappertutto. Alla fine giunti nelle cantine, vennero colti dal raccapriccio quando videro lo stregone ormai reso folle dal suo cuore oscuro, con il cuore della strega in mano e il corpo di lei ai suoi piedi. Voleva sostituire il suo cuore con quello puro della donna, ma il suo cuore contorto e irsuto era selvaggio e si rifiutava di abbandonare il corpo. Così lo stregone se lo strappò di petto e, con entrambi i cuori in mano, morì.

Annotazioni di Silente[modifica | modifica wikitesto]

La fiaba non ha mai ricevuto critiche come le due precedenti. Anzi, la sua versione è rimasta del tutto intatta nei seguenti secoli. Secondo me, questo fu dovuto al fatto che la fiaba è un importante memento a non abusare della Magia Oscura, né oltrepassarne i limiti che porterebbero alla degenerazione umana. Inoltre, si parla della ricerca dell'immortalità da parte dell'uomo, sottolineata dall'orribile somiglianza fra l'oscurità delle magie praticate dello stregone sul proprio cuore con la creazione degli Horcrux. Tuttavia, la fiaba viene raccontata ai bambini solamente quando sono abbastanza grandi da non avere incubi di ogni sorta. La Bloxam mancò di citare questa fiaba nella sua opera perché non seppe mai adattarla per le piccole orecchie dei bambini, fatto notevolmente influenzato dal trauma infantile occorsole ascoltando il racconto che una sua zia faceva ad una sua cuginetta, origliando alla porta.

Baba Raba e il ceppo ghignante[modifica | modifica wikitesto]

C'era una volta, in un regno lontano, un Re avido e folle, che decise di tenere tutta la magia per sé. Così formò una Brigata di Cacciatori di Streghe e cani da caccia per catturare maghi e streghe del suo regno, e al contempo decise di assumere un mago istruttore e apprendere le arti magiche. Venuta a sapere delle iniziative del re, la comunità magica si nascose, ma un ciarlatano, avido di ricche ricompense, si presentò come mago alla corte del Re e si offrì di istruire il monarca. Con stupidi trucchi, l'imbroglione "istruì" il Re sulla magia. Ma un giorno una lavandaia del re, Baba, vedendo i due esercitarsi nel giardino del castello, rise degli sciocchi trucchi del Re. Questi, offeso, dichiarò che avrebbe eseguito degli incantesimi davanti a tutto il popolo: se il popolo lo avesse deriso, lui avrebbe condannato a morte il ciarlatano. Il ciarlatano, spaventato ed infuriato, si diresse verso la casa di Baba con l'intenzione di punirla, ma sbirciando da una finestra scoprì che Baba era una vera strega. Colta l'occasione al volo minacciò la strega di denunciarla se lei non avesse eseguito tutti i trucchi del Re, e così Baba accettò. Il giorno dell'esibizione, il Re, agitando scioccamente un rametto, fece sparire un cappello e levitare un cavallo (tutti incantesimi che in realtà erano opera di Baba, nascosta dietro un cespuglio). Ma quando il Re volle resuscitare un cane morto avvelenato fallì nell'impresa, facendo ridere il popolo. Terrorizzato, il ciarlatano denunciò Baba e tutti gli astanti si lanciarono al suo inseguimento all'interno di un bosco. Improvvisamente si fermarono sotto un albero ghignante e il ciarlatano ordinò che venisse abbattuto. Ma il ceppo, che era in realtà Baba, ghignò e avvertì che maghi e streghe non muoiono se segati in due: chiese quindi di provarlo sul ciarlatano, che impaurito confessò tutto. Dopo che quest'ultimo finì in prigione, Baba chiese al Re la fine alla caccia alle streghe e la costruzione di una sua statua dorata a lei dedicata. Il Re, umiliato, eseguì gli ordini. Infine, quando tutti se ne furono andati, un coniglio con una bacchetta in bocca uscì da sotto il ceppo, e se ne andò saltellando. Nessuno cacciò più i maghi e le streghe da quel regno e Baba continuò serena con la propria vita.

Annotazioni di Silente[modifica | modifica wikitesto]

Questa storia è in un certo senso la più realistica fra tutte quelle di Beda. Si viene a conoscenza di una delle regole fondamentali della magia: nessun incantesimo riporta in vita i morti. Molti bambini maghi rimangono delusi sentendosela raccontare, credendo che i propri genitori siano in grado di ridare la vita ai propri animaletti domestici morti. Altra novità fu l'introduzione letteraria degli Animagi, maghi capaci di trasformarsi in animali, anche se con qualche licenza letteraria, in quanto Beda vuole dare a vedere che gli Animagi riescano a parlare nella forma animale, cosa mai riscontrata. Un altro aspetto messo in luce da questa particolare fiaba è l'ignoranza dei Babbani riguardo ai poteri di un mago, ignoranza che secondo l'autore bisognerebbe perdonargli, senza abbandonare i propri simili non magici.

La storia dei tre fratelli[modifica | modifica wikitesto]

Il simbolo dei Doni della Morte, descritti per la prima volta ne "La Storia dei Tre Fratelli".

C'erano una volta tre fratelli, che viaggiavano lungo una strada tortuosa e solitaria al calar del sole.

Dopo un po', i fratelli giunsero a un fiume troppo pericoloso da attraversare. Essendo versati nelle arti magiche ai tre fratelli bastò agitare la bacchetta per costruire un ponte. Ma prima di poterlo attraversare, trovarono il passo sbarrato da una figura incappucciata. Era la Morte, si sentiva imbrogliata, perché di solito i viaggiatori annegavano nel fiume, ma la Morte era astuta, finse di congratularsi con i tre fratelli per la loro magia e disse che meritavano un premio per la loro abilità a sfuggirle. Il maggiore chiese una bacchetta più potente di qualsiasi altra al mondo, così la Morte gliene fece una da un albero di Sambuco che era nelle vicinanze. Il secondo fratello, decise di voler umiliare la Morte ancora di più e chiese il potere di richiamare i propri cari dalla tomba, così la Morte raccolse una pietra dal fiume e gliela offrì. Infine, la Morte si rivolse al terzo fratello, un uomo umile, lui chiese qualcosa che gli permettesse di andarsene da quel posto, senza essere seguito dalla Morte. E così la Morte con riluttanza gli consegnò il proprio mantello dell'invisibilità. Il primo fratello raggiunse un lontano villaggio, armato della bacchetta di Sambuco e uccise un mago con cui in passato aveva litigato. Inebriato dal potere che la bacchetta di Sambuco gli aveva dato, si vantò della sua invincibilità. Ma quella notte, un altro mago rubò la bacchetta e per buona misura gli tagliò la gola e così la Morte chiamo a se il primo fratello. Il secondo fratello tornò a casa tirò fuori la pietra e la girò tre volte nella mano, con sua gioia la ragazza che aveva sperato di sposare prima della di lei morte prematura, gli apparve. Ma presto ella divenne triste e fredda perché non apparteneva al mondo dei mortali. Reso folle dal suo desiderio il secondo fratello si tolse la vita per unirsi a lei. E così la morte si prese il secondo fratello. Riguardo al terzo fratello, la Morte lo cercò per molti anni ma non fu mai in grado di trovarlo, solo quando ebbe raggiunto una veneranda età il fratello più giovane si tolse il mantello dell'invisibilità e lo donò a suo figlio. Poi salutò la Morte come una vecchia amica e andò lieto con lei congedandosi da questa vita da pari a pari.

La storia, riportata per intero nel settimo libro e molto importante per il ruolo centrale che ricopre in quest'ultimo, impressionò molto Silente da giovane. La lezione morale impartita da Beda è che nessuno può sconfiggere la Morte ed evitarla. Ironicamente, nonostante il semplice principio enunciato con chiarezza nella fiaba, nacque nei secoli la leggenda dei Doni della Morte, tre oggetti dagli incredibili poteri che avrebbero donato al suo fortunato possessore il titolo di 'Padrone della Morte', inteso come essere invulnerabile o immortale (esattamente il contrario di ciò che la fiaba si propone di esemplificare). Tale ricerca caratterizzerà tutte le fasi storiche successive al racconto per arrivare sino alle ultime vicende narrate nella serie.

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

  • Nel libro si scoprirà la vera origine della morte di Sir Nicholas de Mimsy-Porpington, comunemente conosciuto ad Hogwarts come Nick-Quasi-Senza-Testa.[3]
  • Ai tempi di Dippet lavoravano due insegnanti, il professor Herbert Beery di Erbologia e il professor Silvanus Kettleburn di Cura delle Creature Magiche, che aiutarono Silente per lo spettacolo della Fonte della Buona Sorte. L'uno era amante del teatro, l'altro era scavezzacollo e predecessore di Hagrid citato nel terzo libro della saga.
  • Il mago oscuro Godelot, citato come possessore della Bacchetta di Sambuco, è autore del volume Delle Magie Fetide e Putridissime, libro su cui vengono citati gli Horcrux nel sesto libro della saga.
  • Si scopre che le Maledizioni senza perdono vennero dichiarate illegali nel 1717.
  • Nel libro appaiono parecchie informazioni aggiuntive sulle bacchette magiche, sulla loro fabbricazione e sulla loro storia, altro perno su cui si basa l'intera saga.
  • Sono citati nel libro Enrico VI e Alexander Pope.
  • Beatrix Bloxam, Emeric il Maligno e Albus Silente sono tutti personaggi che appaiono nelle figurine delle Cioccorane.
  • Una lettura in chiave alchemica della Fonte della Buona Sorte è contenuta nell'antologia saggistica di beneficenza 'Potterologia', 2011, Camelozampa.
  • Beda richiama sia per nome che per funzione Beda il Venerabile, monaco e storico.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Comunicati: Le Fiabe di Beda il Bardo, in Adriano Salani Editore, 29 agosto 2008.
  2. ^ Citata brevemente sempre nelle fiabe di Beda il Bardo
  3. ^ Citata a pagina 31 dell'edizione Salani