Pseudobiblion

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Per Pseudobiblion (dal composto greco ψευδής/ψευδές, falso, e βιβλίον, libro) si intende un libro fittizio citato come vero in un’opera letteraria. Gli pseudobiblia sono, nell’accezione comune del termine, spesso utilizzati al fine di approfondire e rendere più verosimile l’universo narrativo nel quale sono inseriti.

Definizione[modifica | modifica wikitesto]

Lo scrittore statunitense Lyon Sprague de Camp è stato il primo ad associare il termine pseudobiblia a quei libri che “non sono mai stati scritti, ma che esistono solo come un titolo, con magari degli estratti, in un’opera di finzione o pseudo-fattuale” nell'articolo The Unwritten Classics (in italiano: I classici mai scritti), pubblicato su The Saturday Review of Literature nel 1947[1]. Si tratta di un libro immaginario, creato come artificio narrativo.

Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco parlano di pseudobiblia in termini di libri nascosti, soppressi o banditi, i libri non riconosciuti o nascosti in altri libri.[2] Secondo Domenico Cammarota[3] gli pseudobiblia possono essere suddivisi in quattro categorie:

  1. Libri esistiti ma che oggi non esistono più perché andati distrutti, perduti o dispersi;.
  2. Libri che non sono mai esistiti ma che potrebbero esistere (per ricostruzione apocrifa, giochi di citazioni, ecc.);
  3. Libri che esistono ma è come se non esistessero (per irreperibilità o estrema rarità);
  4. Libri che esisteranno ma che ora non esistono.

Gli pseudobiblia sono quindi i falsi libri o i libri che mentono. La menzogna non riguarda ciò che essi dicono, bensì la loro stessa esistenza.[4]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

De Camp individua come primo pseudobiblion il Libro di Thot, citato nella storia di Setnau Khaemuast, proveniente da un papiro di età tolemaica; tuttavia in una gran quantità di miti e racconti dell’antichità sono presenti quelli che possono essere considerati pseudobiblia: nella Bibbia ad esempio sono nominati numerosi testi immaginari, come il libro sigillato da sette sigilli nell’Apocalisse di Giovanni[5] e il libro che Dio fa scrivere a Mosè per raccontare la vittoria di Israele sugli Amaleciti[6]

È il Rinascimento che vede l’affermarsi degli pseudobiblia. Un esempio importante di questo periodo è il manoscritto dell’arcivescovo Turpino, opera di finzione alla base a sua volta di un’altra opera di finzione sulle gesta di Rinaldo, il “famoso Arnaldo”, che Luigi Pulci afferma essere di ispirazione per il suo Morgante. Anche Boiardo e Ariosto affermeranno di aver preso ispirazione dal manoscritto di Turpino per l’Orlando Innamorato e l'Orlando Furioso.

Altro caso è la Biblioteca di San Vittore nel sesto capitolo del Gargantua di Rabelais: una lista lunghissima di pseudobiblia inserita con intenti comici e satirici dall’autore; solo uno degli innumerevoli esempi raccolti nell’opera di Rabelais.

Facendo un balzo in avanti anche nel Don Chisciotte Cervantes dichiara di aver tradotto la storia da un manoscritto in aljamiado, una scrittura araba del castigliano medievale. L’intento di Cervantes è parodico, tant’è vero che nella seconda parte del romanzo i personaggi stessi del Chisciotte leggono lo pseudobiblion che racconta le loro stesse gesta.

Avvicinandosi sempre di più alla modernità i casi di pseudobiblia si moltiplicano sempre di più. Innumerevoli scrittori dell’Ottocento come Edgar Allan Poe, Artur Conan Doyle, Alessandro Manzoni e Gustave Flaubert hanno utilizzato questo espediente nelle loro opere.

Uno dei casi più classici e interessanti di pseudobilion è senza dubbio quello del Necronomicon. Inventato dalla penna di Lovecraft, fu utilizzato come base per innumerevoli racconti e romanzi. L’impatto dell’opera di finzione fu talmente forte che iniziarono a circolare voci sulla sua reale esistenza e persino sul suo paratesto (un articolo sulla rivista Sir! del 1953 lo descriveva come stampato su pelle umana). In seguito lo stesso De Camp acquistò in Iraq un manoscritto scritto con una sequenza di segni insignificanti, poi spacciato per lo pseudobiblion di Lovecraft.

Casistica[modifica | modifica wikitesto]

Vi sono diversi casi di pseudobiblia che, dopo essere stati citati, sono stati pubblicati realmente (esempi su tutti, il celebre Manuale delle Giovani Marmotte o il Necronomicon citato nelle opere di Howard Phillips Lovecraft). Inoltre, vi sono alcuni casi di pseudobiblion il cui titolo coincide con quello del romanzo in cui sono citati (come nei casi de L'ombra del vento e Guida galattica per autostoppisti). Altri casi rilevanti sono La cavalletta non si alzerà più, centrale ne La Svastica sul Sole di Philip K. Dick ed il Libro Rosso di J.R.R. Tolkien.

Nel cinema[modifica | modifica wikitesto]

Un caso celebre di pseudobiblion nel cinema italiano lo si trova nel primo film della saga di Fantozzi, in una famosa scena in cui il protagonista corre alla stazione per riportare il libro giallo "L'albicocco al curaro" alla figlia di un'azionista dell'Azienda. Nella corsa Fantozzi rivela anche il nome dell'assassino: Dylan Chesterton Junior.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ http://www.unz.org/Pub/SaturdayRev-1947mar29-00007
  2. ^ Cfr. Gianfranco de Turris, Sebastiano Fusco “Gli pseudobiblia nella letterature fantastica” in Robert William Chambers, “Il re in giallo” Roma, Fanucci, 1975, pp.7-28
  3. ^ “Gli pseudobiblia di Chtulhu”, Roma, Fanucci, 1986, pp.217-233
  4. ^ Marcello Bonini, Books That Are, Yet Are Not, La letteratura degli pseudobiblia, Tesi di laurea in Letterature Comparate, Alma Mater Studiorum, Bologna, 2016
  5. ^ 5.1
  6. ^ 17.14

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giuseppe Fumagalli, Delle biblioteche immaginarie e dei libri che non esistono, Tip. Lombardi, Milano 1892
  • Alfredo Serrai, Cataloghi fantastici, in Storia della bibliografia, vol. IV, a cura di M.G. Ceccarelli, Bulzoni, Roma 1993 (pp. 272–280)
  • Paolo Albani, Paolo Della Bella, Mirabiblia. Catalogo ragionato di libri introvabili, Zanichelli, Bologna 2003

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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