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Lavinio (città antica)

Coordinate: 41°39′11.16″N 12°28′21.36″E
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Lavinio
Heroon di Enea
Nome originale Lāvīnĭum
Cronologia
Fondazione frequentazione dall'età del bronzo; abitato stabile dalla prima età del ferro
Fine continuità fino all'età tardoantica
Amministrazione
Dipendente da Repubblica romana, Impero romano
Territorio e popolazione
Lingua latino
Localizzazione
Stato attuale Italia (bandiera) Italia
Località Pratica di Mare (Pomezia)
Coordinate 41°39′11.16″N 12°28′21.36″E
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Lavinio
Lavinio

Lavinio (in latino Lāvīnĭum) fu una città del Latium vetus, a sud di Roma, nel territorio dell'odierna Pratica di Mare (Pomezia). Secondo la tradizione mitica romana fu la città fondata da Enea e dagli esuli troiani, sede dei Penati e centro religioso di primaria importanza per il nomen Latinum e per la stessa Roma, che vi mantenne culti federali fino all'età imperiale.[1]

Topografia e territorio

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Lavinium sorgeva su un pianoro tufaceo a breve distanza dalla costa tirrenica, in posizione dominante e in antico anche portuale.[2] Il paesaggio costiero antico era profondamente diverso dall'attuale: un ampio sistema di lagune costiere comunicanti con il mare aperto, alimentato dai corsi d'acqua che scendevano dai Colli Albani, costituiva l'ambiente in cui le fonti collocano l'approdo degli «eroi venuti dal mare».[3]

L'elemento centrale di questa «geografia» del mito è il fiume Numico, identificato con l'attuale Fosso di Pratica, presso il quale le fonti ambientano la battaglia tra Latini e Rutuli e la scomparsa di Enea.[4] In corrispondenza dell'approdo di Lavinium, dove il Numico abbandonava la laguna costiera degli stagna Numici per raggiungere il mare, sorgeva il locus Solis Indigetis, un grande santuario costiero identificato con il luogo dello sbarco di Enea.[5]

La posizione del sito era inoltre parte di un preciso sistema di rapporti visivi con il resto del Latium: dal monte Albano, sede delle Feriae Latinae, si scorgono in lontananza sia le colline di Roma sia l'acropoli di Lavinium e il mare, in una relazione di reciproca visibilità che ha un ruolo nel «paesaggio religioso» del suburbium romano.[6]

La leggenda di Enea e la sua formazione

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Santuario delle XIII are

Secondo la tradizione Enea, fuggito da Troia in fiamme e approdato dopo lunghe peregrinazioni sulle coste del Lazio, fondò nel territorio dei Laurentes la città di Lavinium, ultima sede dei Penati troiani; dal suo matrimonio con Lavinia, figlia del re Latino, sarebbe disceso, attraverso i re di Alba Longa, il ceppo da cui nacquero Romolo e Remo.[7] Il nome della città era ricondotto dalle fonti a quello di Lavinia,[8] e la fondazione collocata d'estate, due anni dopo la caduta di Troia.[9]

La critica moderna considera tuttavia questa tradizione una costruzione posteriore. Secondo Ferdinando Castagnoli la leggenda di Enea nel Lazio è «un fatto del tutto artificiale»: il problema storico consiste nello stabilire l'età e le cause della sua formazione, non nel cercarvi il ricordo di un reale arrivo di genti egee, per il quale la scarsità e sporadicità delle importazioni micenee non offre alcuna prova.[10] La leggenda di Enea fondatore di Roma (creazione di storici greci, a partire da Ellanico di Mitilene) e quella lavinate ebbero probabilmente origini indipendenti: quest'ultima sarebbe germinata localmente nell'ambito dei culti di Lavinium e sarebbe stata poi valorizzata da Roma per motivazioni politiche, come strumento di coesione del nomen Latinum, a partire dal foedus del 338 a.C.[11]

Come ha mostrato Arnaldo Momigliano, le storie di Romolo e di Enea erano in origine indipendenti e furono più tardi collegate da genealogie artificiali che fecero di Romolo un discendente di Enea; la leggenda troiana risulta radicata a Roma e nel Lazio non oltre l'inizio del IV secolo a.C.[12] Nella scelta di essere fondati da Enea i Latini affermavano di non essere Greci, pur conservando parte del prestigio legato alla guerra di Troia; a Lavinium, a differenza di Roma, la concorrenza di un fondatore indigeno era debole.[13] La più antica testimonianza esplicita del legame tra Enea e Lavinium risale allo storico siceliota Timeo (inizio III secolo a.C.), che apprese dai Latini come Enea avesse portato a Lavinium oggetti sacri, da identificarsi con i Penati del popolo romano.[14]

La leggenda ebbe grande fortuna nella poesia latina di età augustea e imperiale, da Virgilio a Ovidio, e fu usata come strumento di legittimazione politica, in particolare dalla gens Iulia, che faceva risalire la propria origine a Enea attraverso Venere; altre gentes romane (Aemilii, Nautii, Geganii) vantavano analoga ascendenza troiana.[15]

Lavinio nella tradizione

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Le vicende di Lavinio riportate dalle fonti antiche per l'età più antica hanno valore leggendario e non storico. Secondo una versione il luogo dove sarebbe sorta la città fu quello di una contesa tra un lupo, un'aquila e una volpe, interpretata da Enea come segno della futura grandezza di Lavinio, le cui immagini sarebbero rimaste a lungo riprodotte nel forum cittadino.[16] Per un'altra versione la città sarebbe stata fondata dove una scrofa, prossima a partorire trenta porcellini, fu ritrovata da Enea dopo essere fuggita ai sacerdoti che intendevano sacrificarla.[17]

I Romani ritenevano Lavinio sacra perché vi si conservavano gli dèi ancestrali della città.[18]

Secondo Tito Livio Lavinio era città ricca e popolosa, tanto che Ascanio, trent'anni dopo la fondazione, la lasciò per fondare Alba Longa, senza che in quel periodo alcun vicino osasse attaccarla.[19] A Lavinio sarebbe stato ucciso Tito Tazio, re di Roma insieme a Romolo, in un moto di piazza, giunto in città per un sacrificio solenne, per non aver posto rimedio ai maltrattamenti subiti da ambasciatori di Laurentum a Roma.[20] Lucio Tarquinio Collatino, primo console della Repubblica romana con Lucio Giunio Bruto, si ritirò a Lavinio con le sue proprietà dopo essere stato indotto a lasciare la magistratura, in quanto inviso al popolo per la parentela con Tarquinio il Superbo.[21]

Alla stessa tradizione appartengono gli episodi dei secoli successivi. Nel 489 a.C. Lavinio sarebbe stata presa dall'esercito dei Volsci condotto da Gneo Marcio Coriolano,[22] anche se secondo Plutarco la città subì l'assedio ma non fu presa, perché i Volsci scelsero di attaccare Roma.[18]

«... Il primo bersaglio fu Circei: ne cacciò i coloni romani e restituì la città, ora libera, ai Volsci. Quindi conquistò Satrico, Longula, Polusca, Corioli, Mugilla, tutte città recentemente sottomesse dai Romani. Poi riprese Lavinio e di lì, raggiungendo la via Latina tramite delle scorciatoie, catturò una dopo l'altra Corbione, Vetelia, Trebio, Labico, Pedo. Infine da Pedo marciò su Roma e si accampò presso le fosse Cluilie, a cinque miglia dalla città.»

Nel 390 a.C. Marco Furio Camillo, nel discorso con cui convinse i Romani a non abbandonare Roma dopo il sacco gallico, ricordò i riti che per tradizione i Romani ancora compivano sul monte Albano e a Lavinio.[23]

La documentazione storica in senso proprio comincia con l'inserimento di Lavinio nell'orbita romana. Nel 338 a.C., al termine della guerra latina e con la dissoluzione della lega latina, Lavinio rinnovò con Roma un foedus di forma religiosa e di sostanza politica: connesso al culto lavinate dei sacra principia populi Romani Quiritium nominisque Latini, esso sanciva l'unità dei Latini sotto l'egemonia di Roma.[24] A questo stesso momento Alexandre Grandazzi riconduce la fissazione della sequenza mitica Lavinium-Alba-Roma come «dottrina ufficiale» romana.[25] All'intervento diretto dello stato romano successivo al 338 a.C. l'archeologia riconduce anche il rifacimento della porta urbica e una ripianificazione urbanistica dell'area forense.[26]

Degli avvenimenti successivi alla guerra latina si sa poco: Lavinio rimase importante più come luogo di memorie sacre che come centro urbano. Vespasiano vi inviò coloni (veterani del suo esercito), fondendo il territorio del municipium di Lavinio con quello della vicina Laurentum.[27] Il centro compare ancora negli itinerari di età tardoantica e altomedievale, come la Tabula Peutingeriana e la cosmografia dell'Anonimo Ravennate.[28]

Lavinio nella religione romana

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Lavinio costituì uno dei principali capitoli della storia della religione romana.[29] Le fonti antiche la definiscono «città madre dei Latini» (Dionigi di Alicarnasso) e oppidum quod primum conditum in Latio stirpis Romanae (Varrone), poiché vi si custodivano i Penati.[30] I più alti magistrati romani (consoli, pretori e dittatori) erano soliti recarsi a Lavinio all'inizio del mandato per sacrificare ai Penati e a Vesta; un'iscrizione onoraria di età imperiale attesta un sacerdozio specifico per il culto dei principia populi Romani Quiritium nominisque Latini quae apud Laurentes coluntur.[30]

Secondo Castagnoli la persistenza di questi culti si spiega come continuazione, in spirito di tradizione religiosa, di un antico culto federale di tutte le genti latine presso un santuario di Frutis (Afrodite) a Lavinium, al quale Roma partecipava in origine su un piano di parità con gli altri popoli latini; alla dissoluzione della lega la città, ridotta a centro di modesta importanza, mantenne il significato di città sacra.[31]

Questo ruolo si inserisce in un più ampio sistema rituale ricostruito da Grandazzi: all'inizio del mandato i consoli compivano un percorso cerimoniale in tre tappe (il Campidoglio a Roma, il monte Albano per le Feriae Latinae, e infine Lavinium per il sacrificio ai Penati e a Vesta), che riproduceva a ritroso la sequenza mitica Lavinium-Alba-Roma delle origini di Roma. Il paesaggio religioso del suburbium funzionava così come metafora dell'identità romana, e la sua messa a punto è databile agli anni successivi al 338 a.C.[32]

La localizzazione del sito dell'antica Lavinium era già stata riconosciuta nel XVI secolo dall'antiquario Pirro Ligorio; l'esplorazione archeologica sistematica ebbe inizio nel 1955-1956 per iniziativa di Ferdinando Castagnoli e Lucos Cozza, nell'ambito di quella che sarebbe divenuta la missione dell'Istituto di Topografia Antica dell'Università di Roma.[33] Il primo problema affrontato fu la definizione del percorso della cinta muraria e dei limiti dello spazio urbano.[34]

Fasi insediative

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La frequentazione dell'altura destinata a divenire l'acropoli è documentata con continuità da un momento antico del Bronzo Medio al Bronzo Finale, e prosegue nella prima età del ferro e in età arcaica. A partire almeno dal Bronzo Finale si delinea una forma complessa di aggregato pre-urbano, verosimilmente in relazione con la necropoli del Bronzo Finale (fasi BF2-BF3) individuata nell'area del futuro foro. L'occupazione stabile e diffusa del pianoro dell'area urbana è invece attestata solo a partire dalla fase laziale IIb.[35]

A Lavinium si riconoscono quattro fasi di fortificazione: la più antica pertinente all'insediamento pre-urbano, le successive tre alla vita della città.[34] Alla fase pre-urbana è riferito il fossato che isola la cosiddetta «piccola acropoli», propaggine nord-occidentale dell'altura.[36]

L'unico scavo estensivo dedicato alle mura urbane è quello condotto da Paolo Sommella e Cairoli Fulvio Giuliani nel 1969-1970 in corrispondenza della cosiddetta porta per Ardea: un imponente bastione a terrapieno con possente fodera in opera quadrata di cappellaccio, a protezione di una porta di tipo sceo, con un elevato ricostruibile di almeno sette metri.[37] Lo scavo ha rivelato, sotto le mura in opera quadrata, una precedente opera di fortificazione in spezzoni di cappellaccio misti a terra, il cui spigolo era realizzato con grossi massi che richiamano vagamente l'opera poligonale.[38]

La datazione della fase più antica del bastione resta discussa, oscillando tra la prima e la seconda metà del VII secolo a.C.; la fase principale in opera quadrata è datata alla metà del VI secolo a.C. in base alle stratigrafie delle abitazioni arcaiche cui le mura si accostano.[39] Alessandro Maria Jaia ha proposto di mettere in relazione il personaggio sepolto nella tomba a cassone sotto l'Heroon di Enea con il «costruttore» di questo primo e più antico circuito difensivo.[40] Un successivo rifacimento della porta, con blocchi di tufo più consistente non locale (probabilmente proveniente dal territorio di Ardea), è stato riferito a un momento posteriore al 338 a.C. e testimonia il diretto intervento dello stato romano, in connessione con una più ampia ripianificazione dell'area forense.[26]

Le indagini hanno portato alla luce, oltre al tracciato delle mura, il Santuario delle XIII are, l'Heroon di Enea, due santuari extraurbani e vari depositi votivi.[41] L'Heroon di Enea è una sepoltura a tumulo del VII secolo a.C. ristrutturata alla fine del IV secolo a.C. in forma di heroon, identificata da Sommella con il monumento che le fonti ricollegavano alla scomparsa di Enea divinizzato come Pater Indiges; non si tratta propriamente della «tomba di Enea», bensì di un cenotafio, poiché il collegamento con l'eroe è il risultato di un processo cultuale posteriore alla sepoltura.[42]

Il santuario delle XIII are, i cui altari più antichi risalgono alla fine del VI secolo a.C., ha restituito abbondante materiale votivo e una lamina bronzea con dedica ai Dioscuri in latino arcaico (Castorei Podlouqueique qurois), databile intorno al 500 a.C. e annoverata tra i più antichi documenti della lingua latina, che attesta l'introduzione diretta del culto dei Dioscuri dal mondo greco in un'epoca vicina a quella della sua introduzione a Roma.[43] Dall'area proviene anche un'iscrizione bronzea con norme per i sacrifici a Cerere.[44]

In tempi recenti è stata individuata una XIV ara, poco distante dalle prime tredici. Il santuario è stato identificato da Castagnoli con il comune santuario latino di Venere (l'Aphrodision ricordato da Strabone);[45] la molteplicità degli altari è stata connessa al carattere federale del culto o, in alternativa, alla necessità di sacrifici simultanei nei giorni di festa.[43] Un secondo deposito votivo, di età repubblicana, è dedicato a Minerva.[N 1]

Per l'importanza del sito, nel 2005 è nato a Pomezia il Museo civico archeologico Lavinium, sotto la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio, che espone i reperti rinvenuti nell'area archeologica.

Il Decreto Ministeriale 25 marzo 2005 del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, ai sensi della Direttiva Habitat (92/43/CEE), ha istituito il sito di interesse comunitario denominato Antica Lavinium - Pratica di Mare.

Note esplicative

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  1. Sul culto di Minerva a Lavinium si veda F. Castagnoli, Il culto di Minerva a Lavinium, Quaderni Lincei 246, Roma 1979.

Note bibliografiche

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  1. Castagnoli 1967, pp. 1-4.
  2. Grandazzi 2010, pp. 576-577, 580.
  3. Madonna et al. 2022, pp. 123-124.
  4. Madonna et al. 2022, pp. 124-125.
  5. Madonna et al. 2022, pp. 128-131.
  6. Grandazzi 2010, pp. 576-578.
  7. Castagnoli 1967, p. 1.
  8. Tito Livio, I, 1.
  9. Dionigi di Alicarnasso, I, 63, 2.
  10. Castagnoli 1982, pp. 1-3.
  11. Castagnoli 1982, pp. 6-15; Calcani 2023, pp. 15-24.
  12. Momigliano 1982, pp. 4-12.
  13. Momigliano 1982, pp. 10-11.
  14. Momigliano 1982, p. 9.
  15. Momigliano 1982, pp. 11-12; Schmitzer 2005, pp. 23-33.
  16. Dionigi di Alicarnasso, I, 59, 5.
  17. Dionigi di Alicarnasso, I, 56, 1-2.
  18. 1 2 Plutarco, Vita di Coriolano, XXIX, 2.
  19. Tito Livio, I, 3.
  20. Tito Livio, I, 14.
  21. Tito Livio, II, 2.
  22. Dionigi di Alicarnasso, VIII, 21; Tito Livio, II, 39.
  23. Tito Livio, V, 52.
  24. Sommella 2011, pp. 96-97, 99-100; Castagnoli 1982, pp. 12-13.
  25. Grandazzi 2010, pp. 581, 585-588.
  26. 1 2 Jaia 2016, pp. 206-207.
  27. Sommella 1979.
  28. Fenelli 1990, pp. 461-462.
  29. Castagnoli 1967, p. 4.
  30. 1 2 Castagnoli 1967, p. 2.
  31. Castagnoli 1967, pp. 2-4.
  32. Grandazzi 2010, pp. 573-576, 585-588.
  33. Castagnoli 1967, pp. 4-5; Jaia 2016, p. 199.
  34. 1 2 Jaia 2016, p. 199.
  35. Jaia 2016, pp. 199-200.
  36. Jaia 2016, p. 200.
  37. Jaia 2016, pp. 201-202.
  38. Jaia 2016, pp. 203-204.
  39. Jaia 2016, pp. 203-205.
  40. Jaia 2016, p. 205.
  41. Castagnoli 1967, pp. 4-6.
  42. Sommella 2011, pp. 93-105.
  43. 1 2 Castagnoli 1967, pp. 5-6; Galinsky 1974, pp. 2-3.
  44. Castagnoli 1967, p. 6.
  45. Castagnoli 1982, pp. 10-12; Strabone, V, 3, 5.
Fonti antiche
Fonti storiografiche moderne
  • Giuliana Calcani, La leggenda di Enea. Adattamenti e varianti di un mito che ha scritto la storia di Roma, Roma, Edizioni Efesto, 2023, ISBN 978-88-3381-395-0.
  • (EN) Ferdinando Castagnoli, Lavinium and the Aeneas Legend, in Vergilius, n. 13, 1967, pp. 1-7.
  • Ferdinando Castagnoli, Lavinium I. Topografia generale, fonti e storia delle ricerche, Roma, De Luca, 1972.
  • Ferdinando Castagnoli, La leggenda di Enea nel Lazio, in Studi Romani, vol. 30, n. 1, 1982, pp. 1-15.
  • Lucos Cozza, Le tredici are, in Lavinium II. Le tredici are, Roma, De Luca, 1975, pp. 89-174.
  • Maria Fenelli, Lavinio, in G. Nenci, G. Vallet (a cura di), Bibliografia Topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle isole tirreniche, vol. 8, Pisa-Roma, 1990, pp. 461-518.
  • (EN) Karl Galinsky, The "Tomb of Aeneas" at Lavinium, in Vergilius, vol. 20, 1974, pp. 2-11.
  • (FR) Alexandre Grandazzi, Lavinium, Alba Longa, Roma: à quoi sert un paysage religieux?, in Revue de l'histoire des religions, vol. 227, n. 4, 2010, pp. 573-590.
  • Alessandro Maria Jaia, Le mura di Lavinium, in Paul Fontaine, Sophie Helas (a cura di), Le fortificazioni arcaiche del Latium vetus e dell'Etruria meridionale (IX-VI sec. a.C.). Stratigrafia, cronologia e urbanizzazione, Roma, Institut historique belge de Rome, 2016, pp. 199-212.
  • Sergio Madonna, Stefania Nisio, Maria Fenelli, Alessandro Maria Jaia, Luca Ebanista e Sonia Modica, Enea e Turno; il paesaggio del mito tra geologia ed archeologia, in Memorie Descrittive della Carta Geologica d'Italia, vol. 109, 2022, pp. 123-136.
  • (EN) Arnaldo Momigliano, How to Reconcile Greeks and Trojans, in Mededelingen der Koninklijke Nederlandse Akademie van Wetenschappen, Afd. Letterkunde, vol. 45, n. 9, 1982.
  • Ulrich Schmitzer, Legittimazione del presente attraverso la costruzione del passato. Troia nella poesia latina di età imperiale, in Gabriele Burzachini (a cura di), Troia fra realtà e leggenda, Parma, Monte Università Parma, 2005, pp. 23-45.
  • Paolo Sommella, Lavinium, Enea, Indiges. Alcune considerazioni, in Antonio Marchetta (a cura di), Il contributo di Giovanni D'Anna allo studio della letteratura latina, Roma, Viella, 2011, pp. 93-105.

Voci correlate

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