Augusto nell'eredità storica culturale

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Augusto.

Replica di epoca fascista dell'Augusto di Prima Porta (via dei Fori Imperiali, Roma)

Per Augusto nella cultura, si intende il ricordo e il mito che ha avuto in questi duemila anni il fondatore dell'Impero romano. Augusto è considerato un personaggio di fondamentale importanza per la storia d'Europa e del Mondo occidentale e il fondatore di un regime politico che ha controllato e governato per secoli il bacino del Mediterraneo e buona parte dell'Europa. Fu probabilmente il più importante tra gli imperatori romani. Michael H. Hart[1] lo posiziona al diciottesimo posto nella classifica dei più importanti personaggi della Storia.

Una parte della storiografia moderna peraltro ha analizzato criticamente la personalità e l'operato politico di Augusto; a partire soprattutto dagli studi dello storico neozelandese Ronald Syme[2], Augusto è stato duramente criticato per il suo comportamento spietato e opportunistico prima dell'assunzione del potere, per la sua ipocrisia e la sua evidente ambizione egemonica e per la sua decisione irreversibile di organizzare un reale regime dittatoriale personale, chiudendo l'epoca della Repubblica romana.

L'immagine di Augusto si è modificata più volte nel corso dei secoli ed è stata spesso strumentalizzata per scopi che con la persona e la politica del Princeps hanno poco o nulla a che fare. Già Augusto stesso si è mosso per lasciare ai posteri una immagine di sé il più possibile positiva. La sua autobiografia (Commentarii de vita sua) è andata persa, ma l'elenco delle imprese, il cosiddetto Res Gestae Divi Augusti, dà una buona idea di come il principe volesse essere visto. Una trascrizione delle res gestae è ancora oggi visibile sul lato est del basamento del museo dell'Ara Pacis a Roma, unico elemento rimasto della pre-esistente costruzione, la teca del Morpurgo.

Ciò che meglio ricorda questo imperatore nella cultura occidentale quotidiana è l'ottavo mese dell'anno, Agosto, che fu rinominato in suo onore dal Senato romano, nell'anno 8 a.C., quando l'imperatore entrò nel pantheon delle divinità adorate dai Romani. E sempre da Ottaviano Augusto prende il nome anche il ferragosto (feriae Augusti). Sempre il senato aggiunse un giorno alla durata, togliendolo a febbraio, per renderlo uguale a luglio (dedicato a Cesare).[3]

Un mito che dura da due millenni[modifica | modifica wikitesto]

«La mia bontà mi innalzerà alla gloria celeste»

(Lettera di Augusto a Tiberio, Svetonio, De vita Caesarum, Divus Augustus, 2,71[4])

Il regno di Augusto coincide con la fondazione di un regime che durò circa quindici secoli attraverso il declino dell'Impero romano d'Occidente e la caduta di Costantinopoli nel 1453. Entrambi i suoi nomi, il primo adottivo di Caesar, ereditato da Gaio Giulio Cesare, il secondo di Augustus divennero titoli permanenti degli Imperatori romani dopo la sua morte. In molte lingue, Caesar divenne sinonimo di imperatore, come il tedesco Kaiser, il bulgaro e poi russo Zar. Il culto del Divus Augustus continuò fino a quando la religione di Stato divenne il Cristianesimo nel 391 con Teodosio I. Di conseguenza molte sue statue e busti vennero prodotti nei secoli successivi. Copie delle sue Res gestae divi Augusti furono scritte e poste ovunque dopo la sua morte[5] L'iscrizione in latino venne tradotto in greco e posto su molti pubblici edifici come il tempio di Ankara (Monumentum Ancyranum), chiamato dallo storico Theodor Mommsen la "regina delle iscrizioni".[6]

Frammento delle Res Gestae dal Monumentum Ancyranum. Ankara, Turchia

Nell'Antichità[modifica | modifica wikitesto]

Nelle Res gestae divi Augusti Augusto fornisce egli stesso la base per la sua gloria futura. Così l'imperatore trasfigura la sua presa del potere (con la sua vittoria con un esercito privato della guerra civile contro Marco Antonio) e presenta come restaurazione della Repubblica la fondazione del suo principato assoluto[7]:

(LA)

«1. Annos undeviginti natus exercitum privato consilio et privata impensa comparavi, per quem rem publicam a dominatione factionis oppressam in libertatem vindicavi. Eo nomine senatus decretis honorificis in ordinem suum me adlegit C. Pansa et A. Hirtio consulibus, consularem locum simul dans sententiae ferendae, et imperium mihi dedit. Res publica, ne quid detrimenti caperet, a me pro praetore simul cum consulibus pro[viden]dum iussit. Populus autem eodem anno me consulem, cum cos. uterque in bello cecidisset, et triumvirum rei publicae costituendae creavit. 2. Qui parentem meum [interfecer]un[t eo]s in exilium expuli iudiciis legitimis ultus eorum [fa]cin[us, e]t postea bellum inferentis rei publicae vici b[is a]cie.»

(IT)

«1. A 19 anni, di mia iniziativa e con spesa privata, misi insieme un esercito, con il quale restituii alla libertà la Repubblica, oppressa dalla dominazione di una fazione. Per questo motivo, essendo consoli Gaio Vibio Pansa e Aulo Irzio, il Senato mi incluse nel suo ordine per decreto onorifico, dandomi assieme il rango consolare e l'imperium militare. La Repubblica mi ordinò di provvedere, essendo io propretore, insieme ai consoli che nessuno potesse portare danno. Nello stesso anno il popolo romano mi elesse console e triunviro per riordinare la Repubblica, poiché entrambi i consoli erano stati uccisi in guerra. 2. Mandai in esilio quelli che trucidarono mio padre(Cesare), punendo il loro delitto con procedimenti legali; e, muovendo poi essi guerra alla repubblica, li vinsi due volte in battaglia.»

(Augusto, Res gestae divi Augusti, pars prima, cap. 1 e 2)

Lo storico Luciano Canfora commenta questa versione ufficiale di Augusto evidenziandone l'illegalità della presa del potere da parte di Augusto[8]:

«Così iniziano le "Res Gestae Divi Augusti", fatte incidere come suo testamento da Augusto ormai vecchio. Un testo minaccioso con il quale Augusto rivendicava la legalità della sua inquietante carriera politica. Ben diverso è il resoconto che ne dà Tacito, grande smascheratore del linguaggio politico: la devozione per il padre Cesare e la situazione politica di emergenza erano stati solo pretesti per la sete di dominio di Ottaviano Augusto che non esitò a schierarsi dalla parte dei cesaricidi, osò arruolare un esercito privato e lo mosse contro Antonio, ebbe quasi sicuramente una oscura parte nella morte dei due consoli in carica e alla fine puntò sulla capitale scortato dall'esercito vincitore. A diciannove anni, si fece attribuire la massima magistratura imponendo come collega un parente che era una semplice comparsa, liquidata fisicamente dopo poche settimane; atterrì, armi in pugno, il Senato imponendogli di avallare una procedura sfacciatamente incostituzionale; avviò, creando una inedita magistratura straordinaria - il "triumvirato" -, le più feroci proscrizioni. Questa la "marcia su Roma" di Gaio Giulio Cesare Ottaviano, figlio adottivo di Cesare, e futuro Augusto, il 19 agosto dell'anno 43 a.C.»

(Luciano Canfora, La prima marcia su Roma, 2009)

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Nicola di Damasco ha cercato, nella sua biografia (frammentaria) di Augusto, di presentarlo solo nella luce migliore.

Trenta anni dopo la morte di Cesare Augusto, il filosofo ebreo Filone di Alessandria scrive un elogio di Augusto e, nonostante il suo monoteismo, gli conferisce titoli divini. Il personaggio che ne esce è un eroe dalle doti sovrumane, salvatore del mondo, vittorioso sulla violenza e sulla guerra civile. Il testo, in greco, è rivolto ai lettori orientali e risente delle concezioni politiche orientali. Non deve soprendere una così smaccata celebrazione se si contestualizza questa apoteosi alle sciagure che avevano colpito Alessandria d’Egitto dopo la sconfitta di Azio e alle violenze perpetrate contro il giudaismo da Caligola, assassinato proprio in quegli anni. Filone e gli ambienti dei dotti e dei funzionari statali alessandrini vedono la monarchia augustea, e la sua discendenza, come la garanzia più sicura della stabilità politica e della fine del terrore. Anche dal punto di vista dottrinale Filone, seguace del Platonismo, dà per scontata l'imperfezione della realtà sensibile e quindi la doppiezza, la venalità e la sete di potere dei politici. Da ciò la grande devozione e l'onore tributati ad un imperatore nella Letterra a Gaio:[9][10]:

Filone di Alessandria, André Thevet(1502-1509)
(EL)

«τί δέ; ὁ τὴν ἀνθρωπίνην φύσιν ὑπερβαλὼν ἐν ἁπάσαις ταῖς ἀρεταῖς, ὁ διὰ μέγεθος ἡγεμονίας αὐτοκρατοῦς ὁμοῦ καὶ καλοκαγαθίας πρῶτος ὀνομασθεὶς Σεβαστός, οὐ διαδοχῇ γένους ὥσπερ τι κλήρου μέρος τὴν ἐπωνυμίαν λαβών, ἀλλ’ αὐτὸς γενόμενος ἀρχὴ σεβασμοῦ καὶ τοῖς ἔπειτα; ὁ τοῖς μὲν πράγμασι τεταραγμένοις καὶ συγκεχυμένοις ἐπιστάς, ὅτε εὐθὺς παρῆλθεν ἐπὶ τὴν τῶν κοινῶν ἐπιμέλειαν; 144. νῆσοι γὰρ πρὸς ἠπείρους καὶ ἤπειροι πρὸς νήσους περὶ πρωτείων ἀντεφιλονείκουν ἡγεμόνας ἔχουσαι καὶ προαγωνιστὰς Ῥωμαίων τοὺς ἐν τέλει δοκιμωτάτους· καὶ αὖθις τὰ μεγάλα τμήματα τῆς οἰκουμένης, Ἀσία πρὸς Εὐρώπην καὶ Εὐρώπη πρὸς Ἀσίαν, ἡμιλλῶντο περὶ κράτους ἀρχῆς, τῶν Εὐρωπαίων καὶ Ἀσιανῶν ἐθνῶν ἀπὸ ἐσχάτων γῆς ἀναστάντων καὶ βαρεῖς πολέμους ¦ ἀντεπιφερόντων διὰ πάσης γῆς καὶ θαλάττης πεζομαχίαις <καὶ ναυμαχίαις>, ὡς μικροῦ σύμπαν τὸ ἀνθρώπων γένος ἀναλωθὲν ταῖς ἀλληλοκτονίαις εἰς τὸ παντελὲς ἀφανισθῆναι, εἰ μὴ δι’ ἕνα ἄνδρα καὶ ἡγεμόνα, τὸν Σεβαστόν [οἶκον], ὃν ἄξιον καλεῖν ἀλεξίκακον.145. οὗτός ἐστιν ὁ Καῖσαρ, ὁ τοὺς καταρράξαντας πανταχόθι χειμῶνας εὐδιάσας, ὁ τὰς κοινὰς νόσους Ἑλλήνων καὶ βαρβάρων ἰασάμενος, αἳ κατέβησαν μὲν ἀπὸ τῶν μεσημβρινῶν καὶ ἑῴων, ἔδραμον δὲ καὶ μέχρι δύσεως καὶ πρὸς ἄρκτον, τὰ μεθόρια χωρία καὶ πελάγη κατασπείρασαι τῶν ἀβουλήτων· 146. οὗτός ἐστιν ὁ τὰ δεσμά, οἷς κατέζευκτο καὶ ἐπεπίεστο ἡ οἰκουμένη, παραλύσας, οὐ μόνον ἀνείς· οὗτος ὁ καὶ τοὺς φανεροὺς καὶ ἀφανεῖς πολέμους διὰ τὰς ἐκ λῃστῶν ἐπιθέσεις ἀνελών· οὗτος ὁ τὴν θάλατταν πειρατικῶν μὲν σκαφῶν κενὴν ἐργασάμενος, φορτίδων δὲ πληρώσας· 147. οὗτος ὁ τὰς πόλεις ἁπάσας εἰς ἐλευθερίαν ἐξελόμενος, ὁ τὴν ἀταξίαν εἰς τάξιν ἀγαγών, ὁ τὰ ἄμικτα ἔθνη καὶ θηριώδη πάντα ἡμερώσας καὶ ἁρμοσάμενος, ὁ τὴν μὲν Ἑλλάδα Ἑλλάσι πολλαῖς παραυξήσας, τὴν δὲ βάρβαρον ἐν τοῖς ἀναγκαιοτάτοις τμήμασιν ἀφελληνίσας, ὁ εἰρηνοφύλαξ, ὁ διανομεὺς τῶν ἐπιβαλλόντων ἑκάστοις, ὁ τὰς χάριτας ἀταμιεύτους εἰς μέσον προθείς, ὁ μηδὲν ἀποκρυψάμενος ἀγαθὸν ἢ καλὸν ἐν ἅπαντι τῷ ἑαυτοῦ βίῳ.»

(IT)

«Che dire di colui che in tutte le virtù superò la natura umana, a cui lo splendore della sua fortuna e la grandezza della sua potenza meritarono per primo il nome di Augusto? Perché non l’ha ricevuto in eredità dai suoi antenati, egli lo inaugurò nella sua famiglia e lo trasmise ai suoi discendenti. Egli prese il timone dello stato in mezzo a tumulti e discordie, [144] nel momento in cui le isole e i continenti, sotto la guida dei più illustri di Roma, si disputavano l’Impero. L’Asia e l’Europa, popoli strappati alle frontiere più remote si sono quindi scontrati in un'immensa, furiosa mischia, per terra e per mare. Queste lotte minacciavano di spazzare via tutta l’umanità, se non fosse stato per l’intervento di un solo uomo, il capo della famiglia degli Augusti, che meritò così il titolo di Nume tutelare. [145] Questo illustre Cesare, scongiurando le tempeste che si addensavano da tutti i punti dell'orizzonte, riportò serenità, rimediò alle calamità pubbliche che, tra i Greci ed i Barbari, dall’oriente all’occidente, dal nord al mezzogiorno, avevano riempito di desolazione terre e mari. [146] Non solo ha sciolto, ma ha spezzato i lacci che rinserravano il mondo. Ha messo fine alle guerre aperte e occulte del brigantaggio, ha purgato i mari dai pirati e li ha coperti di navi e merci, [147] ha dato libertà a tutte le città, ha portato ordine al posto dell’anarchia. È stato lui a plasmare con la dolcezza della civiltà le nazioni selvagge e isolate, che ha allargato i confini della Grecia e ha fatto, delle terre più belle del mondo barbaro, una nuova Grecia. È stato il custode della pace, l'equo dispensatore di leggi e, finché è vissuto, la fonte di ogni prosperità»

(Filone di Alessandria, Legatio ad Gaium, 143-147)

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Tuttavia si trovano nella storiografia antica anche testimonianze molto critiche, sia in Tito Livio, che era nel circolo di Mecenate e protetto da Augusto, sia in storici successivi, Seneca il Vecchio, Lucio Anneo Seneca, Sallustio, Svetonio, Tacito.

Lucio Anneo Seneca nel ‘’De brevitate vitae’’, dialogo scritto nel 55 d.C., probabilmente ispirandosi alle ‘’Historiae’’ del padre Seneca il Vecchio, coevo di Augusto, esprime un giudizio particolarmente severo sul principato di Augusto, ripreso da autori contemporanei[11]:

«Costretto a combattere dapprima contro i concittadini, poi contro i colleghi ed infine contro i parenti, versò sangue per mare e per terra. Portato dalla guerra attraverso la Macedonia, la Sicilia, l’Egitto, la Siria, l’Asia e su tutti quanti i lidi, volse a combattere contro gli stranieri i suoi soldati, stanchi di uccidere Romani. Mentre rappacificava le Alpi e domava i nemici penetrati in terre già assoggettate, mentre spostava i confini oltre il Reno, l’Eufrate e il Danubio, proprio nella capitale si affilavano contro di lui i pugnali di Murena, Cepione, Lepido, Egnazio e di altri. Non era ancora sfuggito alle insidie di costoro, ed ecco che sua figlia e tanti giovani dell’aristocrazia, come se avessero prestato giuramento in un esercito dell’adulterio, riempivano di timori la sua vecchiaia già minata: era comparso Iullo, ed ancora una volta si dovevano temere un Antonio ed una donna. Per togliersi quelle piaghe s’era amputate le membra, ma, sotto, se ne formavano altre; ridotto come un corpo appesantito dal troppo sangue, scoppiava sempre da qualche parte. Perciò desiderava ritirarsi; quella speranza, quel pensiero lo ristoravano dalle fatiche. E quello era il desiderio rimasto all’uomo che poteva appagare tutti i desideri.»

(Lucio Anneo Seneca, ‘’Dialoghi’’, ‘’De brevitate vitae’’ , traduzione A. Marastoni, Rusconi, Milano, 1979, pp. 456-457)

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Svetonio, partigiano della tradizione repubblicana e senatoriale, ancora all'inizio del II secolo d.C, descrive la crudeltà e l'odio che guidava le azioni di Augusto. Nelle Vite dei Cesari, attingendo dagli archivi imperiali e da fonti non ufficiali, così descrive la vittoria a Filippi, sottolineando che Augusto non era soddisfatto finché non vedeva il cadavere del rivale[12][13]:

(LA)

«Nec successum victoriae moderatus est, sed capite Bruti Romam misso, ut statuae Caesaris subiceretur, in splendidissimum quemque captivum non sine verborum contumelia saeviit; ut quidem uni suppliciter sepulturam precanti respondisse dicatur, iam istam volucrum fore potestatem; alios, patrem et filium, pro vita rogantis sortiri vel micare iussisse, ut alterutri concederetur, ac spectasse utrumque morientem, cum patre, quia se optulerat, occiso filius quoque voluntariam occubuisset necem. Quare ceteri, in his M. Favionius ille Catonis aemulus, cum catenati producerentur, imperatore Antonio honorifice salutato, hunc foedissimo convitio coram prosciderunt.»

(IT)

«Si guardo bene tuttavia dall'essere moderato nella vittoria, ma inviò a Roma la testa di Bruto perchè fosse gettata ai piedi della statua di Cesare e si accanì contro tutti i prigionieri più nobili, ricoprendoli di insulti; così, ad uno che supplicava di poter essere sepolto, pare abbia risposto che ci avrebbero pensato gli uccelli. Altri due prigionieri, padre e figlio, chiedevano di aver salva la vita; egli ordinò loro di tirare a sorte o giocare alla morra per sapere a quale dei due avrebbe dovuto concedere la grazia. Poi stette a guardarli mentre morivano, perchè il padre, che si era offerto, fu sgozzato da lui stesso e il figlio, a sua volta, si diede la morte volontariamente. Per questo tutti gli altri prigionieri, tra i quali il celebre M. Favonio, l'emulo di Catone, quando furono condotti al supplizio, carichi di catene, salutarono rispettosamente Antonio con il titolo di generale, ma gratificarono Augusto dei più sanguinosi insulti.»

(Svetonio, Vite dei Cesari, Augusto, 13, 1)
Cornelius Tacitus, stampa da The Works of Cornelius Tacitus; with an Essay on his Life... di Arthur Murphy,1829

Lo storiografo Tacito, sostenitore della tradizione repubblicana, scrive agli inizi del II secolo, nei suoi Annales sulla fondazione del Principato augusteo[14]

(LA)

«Igitur verso civitatis statu nihil usquam prisci et integri moris: omnes exuta aequalitate iussa principis aspectare ...»

(IT)

«A seguito dei profondi cambiamenti avvenuti nell'ordinamento dello stato, non rimaneva traccia alcuna dell'antico, incorrotto carattere romano. Tutti, perduto il senso dell'eguaglianza, aspettavano gli ordini del principe …»

(Tacito, Annales, I, 4)

Dopo un passaggio critico sull'eredità postuma di Augusto vista con i propri occhi, Tacito riassume il dibattito sul principe stesso iniziando dalle argomentazioni a favore, che proponevano come inevitabile il passaggio del potere nelle mani di un unico Principe essendo superata la possibilità storica della repubblica[15]:

(LA)

«At apud prudentes vita eius varie extollebatur arguebaturve. Hi pietate erga parentem et necessitudine rei publicae, in qua nullus tunc legibus locus ad arma civilia actum, quae neque parari possent neque haberi per bonas artes. multa Antonio, dum interfectores patris ulcisceretur, mula Lepido concessisse. postquam hic socordia senuerit, ille per libidines pessum datus sit, non aliud discordantis patriae remedium fuisse quam [ut] ab uno regeretur. non regno tamen neque dictatura, sed principis nomine constitutam rem publicam; mari Oceano aut amnibus longinquis saeptum imperium; legiones, provincias, classes, cuncta inter se conexa; ius apud cives, modestiam apud socios; urbem ipsam magnificio ornatu; pauca admodum vi tractata quo ceteris quies esset»

(IT)

«… Le persone esperte di politica, invece, facevano la sua vita oggetto di esaltazioni o di attacchi con disparate valutazioni. Sostenevano gli uni che alle guerre civili, non organizzabili né praticabili nel rispetto delle leggi, era stato costretto dall'amore per il padre e dalla situazione di emergenza dello stato, quando, allora, la legalità era scomparsa. Pur di vendicarsi degli uccisori del padre, molto aveva concesso ad Antonio, molto a Lepido. Sprofondato quest'ultimo nell'indolenza senile e rovinatosi l'altro con folli passioni, nessun rimedio restava a una patria lacerata se non il governo di uno solo. L'ordinamento dello stato peraltro non fu quello di un regno o di una dittatura, ma si resse sul nome e l'autorità di un principe. E ricordavano che l'impero aveva come confini l'Oceano e fiumi remoti; lo stretto collegamento tra legioni, province, flotte in un unico sistema unitario; che erano assicurati il rispetto della legge nei confronti dei cittadini e un corretto rapporto con gli alleati; ricordavano la stessa Roma splendidamente abbellita; i pochi casi di ricorso alla forza, per garantire a tutti gli altri la pace.»

(Tacito, Annales, I, 9)

Tacito prosegue poi riassumendo tutte le accuse che venivano mosse ad Augusto a partire dalla crudeltà e dall'astuzia[16]

(LA)

«Dicebatur contra: pietatem erga parentem et tempora rei publicae obtentui sumpta: ceterum cupidine dominandi concitos per largitionem veteranos, paratum ab adulescente privato exercitum, corruptas consulis legiones, simulatam Pompeianarum gratiam partium; mox ubi decreto patrum fasces et ius praetoris invaserit, caesis Hirtio et Pansa, sive hostis illos, seu Pansam venenum vulneri adfusum, sui milites Hirtium et machinator doli Caesar abstulerat, utriusque copias ocupavisse; extortum invito senatu consulatum, armaque quae in Antonium acceperit contra rem publicam versa; proscriptionem civium, divisiones agrorum ne ipsis quidem qui fecere laudatus. sane Cassii et Brutorum exitus paternis inimicitiis datos, quamquam fas sit privata odia publicis utilitatibus remittere: sed Pompeium imagine pacis, sed Leidum specie amicitiae deceptos; post Antonium, Tarentino Brundisinoque foedere et nuptiis sororis inlectum, subdolae adfinitatis poenas morte exsolvisse. pacem sine dubio post haec, verum cruentam: Lollianas Varianasque clades, interfectos Romae Varrones, Egnatios, Iullos. nec domesticis abstinebatur: abducta Neroni uxor et consulti per ludibrium pontifices an concepto necdum edito partu rite nuberet; Q. +Tedii+ et Vedii Pollionis luxus; postremo Livia gravis in rem publicam mater, gravis domui Caesarum noverca. nihil deorum honoribus relictum, cum se templis et effigie numinum per flamines et sacerdotes coli vellet. ne Tiberium quidem caritate aut rei publicae cura successorem adscitum, sed quoniam adrogantiam saevitiamque eius introspexerit, comparatione deterrima sibi gloriam quaesivisse. etenim Augustus paucis ante annis, cum Tiberio tribuniciam potestatem a patribus rursum postularet, quamquam honora oratione quaedam de habitu cultuque et institutis eius iecerat, quae velut excusando exprobraret. ceterum sepultura more perfecta templum et caelestes religiones decernuntur.»

(IT)

«A ciò si opponeva: che l'amore per il padre e l'emergenza dello stato erano serviti come puro pretesto; che aveva invece, per sete di dominio, mobilitato, con distribuzione di denaro, i veterani, e, ancor giovane e semplice cittadino, si era allestito un esercito; che aveva corrotto le legioni agli ordini del console e simulato simpatie per il partito pompeiano; ma che poi, quando, grazie a un decreto del senato, potè mettere le mani sulle prerogative e il potere di pretore, tolti di mezzo Irzio e Pansa (furono uccisi dai nemici? Oppure a Pansa sparsero del veleno sulla ferita e Irzio venne ucciso dai suoi soldati e per macchinazione dello stesso Augusto?), si era impadronito delle loro truppe; che aveva estorto il consolato a un senato riluttante e rivolto le armi, avute per combattere Antonio, contro lo stato; che per le proscrizioni dei cittadini e le distribuzioni di terre era mancata l'approvazione di quegli stessi che le avevano volute. Passi la morte di Cassio e dei Bruti, immolati alla vendetta paterna, benchè sia un dovere sacrificare l'odio personale al pubblico bene: ma Sesto Pompeo fu tratto in inganno con la prospettiva di pace, e Lepido con una falsa amicizia; più tardi Antonio, adescato dagli accordi di Taranto e di Brindisi e dalle nozze con la sorella, scontò con la morte una subdola parentela. Sì, certo, dopo questo, venne la pace, ma a prezzo di quanto sangue: le disfatte di Lollio e di Varo; gli assassinii, a Roma, di uomini come Varrone, Egnazio, Iullo. E non gli si risparmiava la vita privata; s'era preso la moglie di Nerone, per poi consultare, per scherno, i pontefici sulla legittimità delle nozze con una donna già incinta; e le esibizioni di ricchezza di Q. +Tedii+ e di Vedio Pollione. Passavano infine a Livia, madre nefasta allo stato e matrigna ancor pi? nefasta alla casa dei Cesari. Deploravano che non ci fosse più spazio per il culto degli dèi, perchè Augusto aveva voluto essere onorato con templi e con statue divine da flamini e sacerdoti. Del resto aveva designato Tiberio come successore non certo per affetto o per il bene dello stato, ma perchè, percepita l'arroganza e la crudeltà di lui, voleva assicurarsi la gloria dall'odioso confronto. Infatti Augusto, pochi anni prima, nel chiedere ai senatori il rinnovo della potestà tribunicia per Tiberio, aveva lasciato cadere, pur in un discorso elogiativo, accenni alla sua persona e alle sue abitudini, per farne, parendo scusarli, oggetto di deplorazione. In ogni caso, conclusa la cerimonia della sepoltura, Augusto si vide decretare un tempio e onori divini.»

(Tacito, Annales, I, 10)

Le descrizioni di Tacito e quelle dello del senatore Cassio Dione, che scrive nel II secolo, hanno alcune somiglianze. Ma mentre Tacito registra un quadro piuttosto negativo del primo Princeps, perché deplora la caduta della Repubblica e la politica di potenza di Augusto, la rappresentazione di Dione è positiva.

Come la maggior parte degli storiografi antichi, anche Tacito nomina solo raramente le proprie fonti. Sono note diverse opere di storiografi senatori che hanno scritto prima di lui, tra cui quella di Aulo Cremuzio Cordo, che apparentemente ha rappresentato Bruto e Cassio molto positivamente. Anche Aufidio Basso ha descritto almeno in parte il principato di Augusto; tuttavia, non è noto a che punto inserire la sua Historiae. Anche Servilio Noniano probabilmente scrisse sulla signoria del Princeps.[17] Svetonio elaborò materiale da queste opere perdute di questo periodo nelle sue vite dei Cesari. Ma Tacito potrebbe essere stato il primo storico la cui valutazione complessiva su Augusto era negativa.[18]

Letterati e una parte della storiografia latina considerarono Augusto come il più grande degli imperatori romani. Le sue politiche certamente estesero i confini e la durata della vita dell'Impero e avviarono la celebrazione della Pax romana o Pax Augusta. In questo modo si dà credito alla visione idilliaca di pace e prosperità raffigurata dallo stesso Augusto nelle Res gestae divi Augusti. Ma Tacito, nonostante la vulgata storiografica ufficiale definirà "cruenta" questa pace[19]:

(LA)

«Pacem sine dubio post haec, verum cruentam ...»

(IT)

«Dopo queste cose pace senza dubbio, ma cruenta ...»

(Tacito, Annales, X, 1)

Tacito cita non solo i massacri delle guerre esterne (che furono rimproverati anche a Giulio Cesare), come Teutoburgo ma anche, nella stessa Roma, la repressione delle congiure e del dissenso politico, che era iniziata con la Proscrizione. Il Senato romano non poteva fare altro che augurare ai successivi imperatori che fossero "più fortunati di Augusto e migliori di Traiano" (Felicior Augusto, melior Traiano).[20]

Nel II secolo d.C. San Cesareo di Terracina operò la cristianizzazione del culto pagano di Augusto.

San Cesario di Terracina, il santo che ha sostituito e cristianizzato il culto pagano di Cesare Augusto

. Fin dalla prima età cristiana, Cesario di Terracina fu il santo scelto, per il suo nome, a consacrare alla fede di Cristo i luoghi che già appartennero ai Cesari pagani[21]. Il nome del santo richiama quello degli ambienti degli edifici pubblici romani detti Caesareum o Augusteum, riservati al culto degli imperatori: ciò esprime la volontà della Chiesa di soppiantare la devozione per i defunti sovrani di Roma con quella verso un martire cristiano[22]. Il nome Cesario infatti è infatti legato a Gaio Giulio Cesare, al suo figlio adottivo, Gaio Giulio Cesare Ottaviano e all'appellativo Caesar degli imperatori romani[23].

Il Palatino divenne in epoca romana la residenza ufficiale degli imperatori; il primo fu Cesare Ottaviano Augusto che fece edificare la sua domus sul versante sud-occidentale del Colle. Nel Medioevo il Palatino divenne uno spazio cerimoniale, raramente abitato dall'imperatore, dove Cesario era l'unico santo raffigurato[24]. Secondo lo storico Hartmann Grisar, il titolo di San Cesario anche da solo annunciava il nuovo carattere cristiano della potenza dei Cesari[25].

Il culto di San Cesario nacque e si sviluppò sulla via Appia[22], la strada romana che collegava Roma a Brindisi: lungo il percorso della "regina viarum" si trovava la sua primitiva tomba a Terracina e, nel tratto iniziale della via Appia nei pressi delle terme di Caracalla, era la Chiesa di San Cesareo

Cippo pomeriale con iscrizione Iussu imp(eratoris) Caesaris, qua aratrum ductum est (Per volere dell'imperatore Cesare fu fissato questo solco per dove passò l'aratro), Anfiteatro campano, Santa Maria Capua Vetere

In Campania esistono diverse epigrafi lungo la Via Appia (sulla facciata del Palazzo Messore a Marcianise; nella Cattedrale di Terracina[26]), a Capua, presso la Chiesa di San Bartolomeo Apostolo. Questa stessa iscrizione si trova anche su altri cippi, come quello del Museo Archeologico Nazionale di Napoli e quello del campanile del Duomo di Capua.

Sulle estreme propaggini dei Colli Albani, vicino a Velletri, si estendono, sul colle detto San Cesareo, i ruderi di una grande villa romana, ritenuta per tradizione proprietà della famiglia degli Ottavi, la Gens Octavia, di origine veliterna[27]. Durante il Medioevo, sui resti di questa antica villa nacque un insediamento cristiano, dedicato a San Cesareo di Terracina, come attestato da un battistero costruito riutilizzando un ambiente in laterizi. Attualmente i ruderi di questo edificio sono identificati con il nome "Villa di San Cesareo".

A Napoli l'antico culto pagano dell'imperatore Cesare Augusto fu sostituito e cristianizzato dal diacono Cesario. Il culto del santo terracinese a Napoli è antichissimo: in uno strumento rogato il 16 giugno del 1288, ai tempi di Carlo I d'Angiò, si fa memoria di un luogo fuori le mura di Napoli, vicino al casale di San Giovanni a Teduccio, che si chiamava "S. Cesarei ad Susurram", nei pressi della chiesa di S. Arcangelo all'Arena[28]. Nella Chiesa di Santa Brigida si conserva un busto reliquiario ligneo del martire San Cesario, nel quale è incastonato un frammento osseo del santo. Vicino a Piazza Municipio, dalla terrazza che fiancheggia la via Cesario Console si eleva, dominando il mare, una statua di Augusto donata Benito Mussolini alla Città di Napoli nel 1936, riproduzione in bronzo dell'Augusto di Prima Porta, conservata nei Musei Vaticani. A Napoli nel 2 d.C. fu proprio Augusto a far edificare il tempio dei giochi Isolimpici e ad indire gli "agoni quinquennali", una grande festa sportiva che ricordava i fasti delle gare con le fiaccole in onore di Partenope. Lo stesso imperatore vi assistette nel 14 d.C., poco prima di morire, a Nola, il 19 agosto. Da Nola partì il corteo funebre diretto a Roma lungo la via Appia.

L'imperatore Giuliano l'Apostata (331-363), ultimo imperatore pagano, nel dialogo satirico I Cesari o Saturnalia irride Augusto chiamandolo «camaleonte». Giuliano racconta a un amico la favola di una festa data da Romolo nella casa degli dèi, alla quale vengono invitati gli imperatori romani: è un pretesto per delineare di ciascuno i molti vizi e le poche virtù[29]. Il corteo degli invitati è aperto dall'«ambizioso» Giulio Cesare, al quale segue il «camaleontico» Ottaviano[30]:

«Mentre ancora Sileno scherzava, né gli Dei gli ponevano grande attenzione, entra, per secondo, Ottaviano, cambiando molte volte colore, come i camaleonti: se dapprima era pallido, tosto facevasi rubicondo; se era fosco, tenebroso, rannuvolato, non tardava a metter su il sorriso di Afrodite e delle Grazie. Pretendeva, fra l'altro, di avere occhi così sfolgoranti da eguagliare il re Sole. Non tollerava che alcuno al mondo reggesse il suo sguardo. E Sileno: «Càpperi!», esclama, «Che animale variabile è questo? E chissà che brutto tiro medita contro di noi!» — «Tregua agli scherzi!» gli fa Apollo. «Io lo metto qui nelle mani di Zenone, che d'un tratto ve lo trasforma in oro colato. Qua, Zenone, prenditi cura del mio pupillo». Zenone ubbidì, e, dopo avergli recitato all'orecchio qualche briciolo di dottrina, come fanno coloro che mormorano le formule magiche di Zamolxide, lo rese uomo sensato e prudente»

(Flavio Claudio Giuliano, I Cesari o la festa dei Saturnali, 309)

Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

Augusto e il suo tempo ebbero una significativa reinterpretazione dopo la cristianizzazione dell'Impero Romano. Dalla tarda antichità e dal Medioevo letterati e teologi cristiani hanno cercato di mettere in relazione la pax Augusta con la pax Christiana: la volontà di Dio avrebbe fatto nascere Gesù di Nazaret in periodo augusteo.

Nel Basso Medioevo questa argomentazione fu anche usata politicamente dai re romano-germanici; durante il servizio natalizio si evidenziava indirettamente, che al tempo della nascita di Gesù, c'è stato un imperatore romano, ma non un papa.[31].

Un gran numero di fonti medievali considerano positivamente Augusto seguendo Tommaso d'Aquino, che lo descrive tra i «boni reges» e scrive «Octavianus, etiam Augustus, qui modestissime Imperio usus est», in De Regimine principum, lib.I, opusculum XX[32].

Paolo Orosio[33], storico e discepolo di Agostino d'Ippona, attribuisce la felicità del periodo augusteo non alla grandezza di Ottaviano, ma alla potenza del figlio di Dio che nacque durante il suo principato: «non magnitudine Caesaris sed potestate filii Dei, qui in diebus Caesaris apparuit, extitisse» (Hist. III, XIII, 8). Queta interpretazione influenzò la tradizione successiva durante il Medioevo. Orosio scrive: «opportune compositis rebus Augusti Caesaris natus est Dominus Christus», «Igitur eo tempore, id est eo anno quo firmissimam verissimamque pacem ordinatione Dei Caesar composuit, natus est Christus, cujus adventui pax ista formulata est, in cuius ortu audientibus hominibus exsultantes angeli cecinerunt: Gloria in excelsis deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis». Inoltre, nascendo al tempo del censimento ordinato da Augusto, ufficializzò la sua venuta tra gli uomini anche per l'amministrazione romana, «inveniri hominem adscribique inter homines voluit» (Hist. VI XXII 7) e «civis Romanus census professione Romani» (Hist.VI XXII 8)[34]

Nel Medioevo la coincidenza tra il principato augusteo e la nascita di Cristo veniva quindi interpretrato come «il momento privilegiato nella storia del mondo, in cui si realizzano le condizioni lungamente preparate da Dio per l'avvento del Redentore». Dante Alighieri, sia nel Convivio sia nella Monarchia declina tale concezione secondo la sua visione storico-politica. Dante intanto giudica positivamente la personalità di Augusto quando Virgilio nell'Inferno (Inf., I, 71) afferma di essere vissuto «a Roma sotto 'l buono Augusto». Nei versi 73-81 del VI canto del Paradiso (Divina Commedia) Dante, con le parole di Giustiniano, così sintetizza le imprese di Augusto:

(volgare)

«Di quel che fé col baiulo seguente,
Bruto con Cassio ne l’inferno latra,
e Modena e Perugia fu dolente.

Piangene ancor la trista Cleopatra,
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
la morte prese subitana e atra.

Con costui corse infino al lito rubro;
con costui puose il mondo in tanta pace,
che fu serrato a Giano il suo delubro.»

(IT)

«Parafrasi:
Di quello che [il simbolo dell’aquila imperiale] fece col successore di Cesare [Ottaviano],
Bruto e Cassio latrano nell'Inferno,
e Modena e Perugia ne furono dolenti.

Ne piange ancora la triste Cleopatra,
che, sfuggendogli, si diede
la morte rapida e atroce col serpente.

Con Ottaviano l'aquila corse fino al Mar Rosso;
con lui ridusse il mondo in pace,
tanto che l’antico tempio di Giano fu chiuso.»

(Dante Alighieri, Paradiso, VI, 73-81)

.

In quel momento storico la volontà di Dio avrebbe creato il presupposto essenziale per legare la pace augustea alla nascita di Cristo: «La 'scelta' divina è addotta a garantire la necessità e la legittimità degl'istituti imperiali riconosciuti da Cristo stesso quando si sottopose all'editto del censimento approvandolo come giusto, giacché cum ad iuste edicere iurisdictio sequatur, necesse est ut qui iustum edictum persuasit iurisdictionem etiam persuaserit (Monarchia, II, X, 8). In tal modo è rivendicata ad Augusto una funzione altissima e autonoma, sotto il segno dell'approvazione divina: quella di deuteragonista nella vicenda capitale della salvazione alla quale la potestà civile concorre esercitandosi liberamente nella propria sfera».[35]

Epoca moderna fino alla rivoluzione francese[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni venti del 1500 Ludovico Ariosto mette in guardia i poeti e scrittori esemplificando come la letteratura sia stata al servizio della politica culturale e sostegno del loro potere (nel caso di Augusto grazie a Mecenate), corrompendo i letterati con favori e con la loro protezione[36]. Tra gli esempi, i versi su Augusto nel Canto XXXV dell’Orlando Furioso mostrano come Virgilio e altri letterati abbiano potuto occultare le sanguinose proscrizioni di cittadini romani e senatori:

«Non fu sì santo né benigno Augusto,
Come la tuba di Virgilio suona; ,
L’aver avuto in poesia buon gusto,
La proscrizion iniqua gli perdona.»

(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso – XXXV, 26)

Lo scrittore anglo-irlandese Jonathan Swift (1667–1745), nel suo Discourse on the Contests and Dissentions in Athens and Rome, è critico nei confronti di Augusto per aver instaurato la tirannia a Roma, e paragonò la Repubblica romana del II secolo a.C. alle virtù della monarchia costituzionale della Gran Bretagna.[37] L'ammiraglio e storico Thomas Gordon (1658–1741) paragonò Augusto al tiranno puritano Oliver Cromwell (1599–1658)[senza fonte]. Thomas Gordon e il filosofo e politico francese Montesquieu (1689–1755), entrambi sostenevano che Augusto fosse un vigliacco in battaglia[senza fonte]. Nelle sue Memoirs of the Court of Augustus, lo studioso scozzese Thomas Blackwell (1701–1757) ritiene Augusto un princeps del Machiavelli, "un usurpatore vendicativo e assetato di sangue", "malvagio e senza valore", "di medio livello", e un "tiranno"[38].

Lo storico inglese del ‘700 Edward Gibbon, in una visione personale della storia romana, commenta così la geniale astuzia politica di Augusto[39]:

«Il tenace rispetto di Augusto per una libera costituzione che egli aveva distrutto si può spiegare soltanto se si tien conto con molta attenzione del carattere di quello scaltro tiranno. Una mente fredda, un cuore duro e un temperamento pusillanime lo spinsero, all’età di diciannove anni, a assumere la maschera dell’ipocrisia, che in seguito non depose mai. Con la stessa mano, e probabilmente con la stessa disposizione d’animo, firmò la proscrizione di Cicerone e il perdono di Cinna. Le sue virtù, e anche i suoi vizi, erano artificiali e, seguendo i dettami del suo interesse, egli fu prima il nemico e poi il padre del mondo romano. Quando ideò l’ingegnoso sistema dell’autorità imperiale, la sua moderazione era ispirata dai suoi timori. Desiderava ingannare il popolo con una parvenza di libertà civile e le truppe con una parvenza di governo civile.»

(Edward Gibbon, Declino e caduta dell’Impero romano, 1776-1789)

Gli ideali giacobini della Rivoluzione francese non si accordavano con la figura di Augusto, identificato con l’istituzione imperiale e considerato tiranno e contrario ai volori repubblicani Maggiori simpatie riscuoteva la figura di Cesare, visto come dictator, ma rivoluzionario e vicino al popolo: veniva considerato oppositore della oligarchia senatoria, assimilata alla nobiltà dell’ancien régime. Le preferenze dei giacobini erano contraddittorie: da una parte esaltavano Bruto tirannicida e celebravano Vercingetorige come eroe nazionale, ma, dall'altra parte Cesare veniva rivalutato per esaltare le origini latine della Francia contro il nemico impero tedesco.

Napoleone Bonaparte ritratto come Marte, ispirandosi ad Augusto.

Al tempo di Napoleone[modifica | modifica wikitesto]

Napoleone Buonaparte preferirà identificarsi con Giulio Cesare sia come geniale generale, sia come uomo amato dal popolo[40]. D’altra parte il termine cesarismo, coniato in Francia a metà del 1800, ha significato simile a bonapartismo, per indicare uno stato autoritario[41].

Antonio Canova venne scelto e designato dall'imperatore Napoleone Bonaparte quale suo ritrattista ufficiale. Egli eseguì numerosi ritratti, tra i tanti anche il Monumento a Napoleone I in bronzo che attualmente si trova all'Accademia di Brera (copia delle statua di Napoleone da Apsley House a Londra). A proposito di questa opera è da ricordare l'aneddoto che riferisce di un Napoleone irritato per l'audacia dell'artista, al punto da rifiutare la statua perché si vergognava di essere stato ritratto nudo, nella personificazione di "Marte il Pacificatore". Secondo Eugenio La Rocca, curatore della mostra su Augusto, tenutasi nel 2014 presso le "Scuderie del Quirinale", il Canova si sarebbe rifatto all'immagine del primo imperatore romano nel ritrarre Napoleone.[42]

Durante il fascismo di Mussolini[modifica | modifica wikitesto]

Nel XX secolo di nuovo il fascismo italiano accese una vera e propria febbre di Augusto. Anche in Germania durante il nazismo diversi storici dell'antichità misero in relazione l'imperatore Augusto con la dittatura di Adolf Hitler, lo storico Ernest Kornemann definì il principato di Augusto come il primo Führerstaat[43]. Lo storico Wilhelm Weber nel suo Princeps tentò di rappresentare il principato di Augusto come modello per la cosiddetta nationale Erneuerung Deutschlands (rinnovamento nazionale della Germania) attraverso il Führerprinzip (principio di supremazia del capo), le Res Gestae come ͑ιερòς λόγος (discorso sacro) del princeps e di Augusto come σωτήρ (salvatore), instauratore di un nuovo ordine cosmico[44].

Inizialmente l'eroe in cui Mussolini si identificava come condottiero fu Giulio Cesare[45], solo con la fondazione dell'impero l'interesse si spostò su Augusto, fondatore dell'impero romano[46]. Il 9 maggio 1936 dal balcone di Palazzo Venezia Mussolini annunciava alla “oceanica” folla:

«Un grande evento si compie: viene suggellato il destino dell’Etiopia oggi, 9 maggio, XIV anno dell’era fascista …L’Italia ha finalmente il suo impero. Impero Fascista, perché porta i segni indistruttibili della volontà e della potenza del Littorio romano … In questa certezza suprema, levate in alto, o legionari, le insegne, il ferro e i cuori, a salutare dopo quindici secoli la riapparizione dell’impero sui colli fatali di Roma! Ne sarete voi degni? [Folla: Sì!][47]

Parata su via dei Fori Imperiali (allora "via dell'Impero") poco dopo la sua realizzazione

La propaganda fascista cominciò così a identificare il duce con Augusto. Furono pubblicati saggi e organizzati convegni. Le distorsioni storiografiche e interpretative sulla storia romana introdotte da molti intellettuali per riuscire a trovare analogie tra i due sistemi politici e adulare il dittatore «concorsero tutte a formare nella cultura storica successiva una visione distorta, fortemente ideologizzata, della storia romana – e di Augusto in particolare»[48]. Tra i molti nel 1937 il "mistico" fascista Emilio Balbo esaltò i due come protagonisti dei due imperi nel libro Protagonisti di due imperi di Roma: Augusto e Mussolini[49].

Emilio Bodrero, professore di filosofia e rettore dell'Università di Padova, aderì con passione al fascismo e fu chiamato nel 1940 alla cattedra di Storia della Dottrina del fascismo all'Università di Roma. A proposito della politica romana del fascismo, nel libro Roma e il fascismo, scrive:[50]

«Gli eventi più grandiosi della politica fascista sono stati la conciliazione con la Santa Sede, la fondazione dell’ impero e la risoluzione del problema dell’uomo... Una parola [l'Impero] che noi romani abbiamo inventato e creato e che dalla sua misteriosa etimologia è ascesa a significare la istituzione più grande che possa avvincere gli uomini fra loro... Ebbene c’è un’altra parola che noi dobbiamo pronunciare senza paura; noi dobbiamo proclamarci imperialisti, che non vuol dire ancora imperiali. Imperialisti perché anche noi abbiamo diritto alla nostra espansione, perché anche noi abbiamo diritto a conquistarci quello che il Duce ha chiamato “il posto al sole”. Siamo imperialisti perché è nostro sacrosanto diritto...»

(Emilio Bodrero, La politica romana del fascismo. 1939)

Così il passato augusteo giustificava la pretesa nascita mistica dell'uomo nuovo fascista e il suo diritto di supremazia. A conferma di ciò il liberale, ex Presidente del Consiglio del Regno d'Italia, Francesco Saverio Nitti:

«Dopo la Roma dei Cesari, dopo quella dei Papi, c'è oggi una Roma, quella fascista, la quale con la simultaneità dell'antico e del moderno si impone all'ammirazione del mondo.»

(Dal discorso del 18 aprile 1934; citato in Francesco Saverio Nitti, La disgregazione dell'Europa, Faro, Roma 1946)

Il volto di Roma nel ventennio fascista cambiò profondamente con le estese demolizioni dei vecchi quartieri cinquecenteschi la creazione della Via dell'Impero (oggi Via dei Fori Imperiali), dove venivano organizzate le parate militari fasciste, e con la fondazione del nuovo quartiere, l'EUR, in vista dell'Esposizione Universale del 1942. L'EUR doveva fondere la concezione razionalista dell'architettura moderna con la grandiosità monumentale e il classicismo. Un gruppo di archeologi fu incaricato di restaurare l'area del Mausoleo di Augusto e l'Ara Pacis[51][52].

Gli archeologi furono particolarmente coinvolti nella propaganda di regime. In particolare Giulio Quirino Giglioli si occupò dell'opera strategica di riportare alla luce il Mausoleo di Augusto[53]

L'EUR fu concepito come una rappresentazione dell'idea di una Roma eterna che riappariva nella modernità[54]. L'architetto Marcello Piacentini aveva avuto direttive perché la nuova architettura dell'Esposizione Universale di Roma caratterizzasse «la grande epoca di Mussolini in uno stile che non poteva definirsi né razionalista né neoclassicista perché era littorio »[55].

«All’ideazione e alla realizzazione del nuovo quartiere furono chiamati architetti di diverso orientamento diretti da Marcello Piacentini, ... Non mancarono le polemiche durante i concorsi banditi dal regime per la costruzione degli edifici permanenti, dal Palazzo dei Congressi a quello della Civiltà italiana, che resta uno dei monumenti più celebri dell’intero Ventennio. Ciò nonostante, i principali architetti italiani cercarono di realizzare i monumenti e gli edifici più importanti aderendo "al programma di massima", ovvero rispettando uno stile che ubbidisse a criteri di monumentalità e di grandiosità, conciliando il principio razionale con quello estetico e monumentale... I razionalisti che parteciparono alla progettazione in un primo tempo sperarono di avere lo spazio maggiore, anche perché pochi anni prima avevano vinto i concorsi per la realizzazione della stazione di Firenze e della cittadina laziale di Sabaudia... [in realtà] si trattava di una nuova forma di architettura che avrebbe sintetizzato la grandeur imperiale con i progetti degli architetti ... Una visione romana, moderna e totalitaria che proclamava la potenza di Roma nel suo slancio verso il futuro. I nuovi romani della modernità si apprestavano a governare per sempre[56]»

In occasione del bimillenario della nascita di Augusto nel settembre 1937 una grandiosa esposizione, la Mostra Augustea della Romanità[57], fu organizzata a Roma: Mussolini vi partecipò in divisa da comandante della Milizia fascista insieme a molti gerarchi[58][59]

«All’inaugurazione l’archeologo Giulio Quirino Giglioli, direttore dell’esposizione, tenne un discorso in un cui definì Mussolini « il novello Augusto della risorta Italia imperiale », « un genuino discendente di sangue degli antichi romani ». Lo testimoniava, secondo l’archeologo, l’origine romagnola di Mussolini il quale « era degno emulo di Cesare e di Augusto perché artefice di una nuova era della romanità nell’epoca moderna ». Altri noti studiosi si impegnarono nel sostenere l’identità fra il duce del fascismo e gli imperatori romani, o anche a dimostrare la superiorità di Mussolini su Cesare o su Costantino[56]»

(Alessandra Tarquini, Il mito di Roma nella cultura e nella politica del regime fascista, 2017)

La mostra suscitò grande interesse. Fu deciso di istituire un museo che esponesse permanentemente i materiali in essa presentati. Nacque così l'idea di un Museo della Civiltà Romana che sarà allestito all'EUR[60]

Nel 1939 lo storico Arnaldo Momigliano aveva paragonato la conquista del potere di Augusto con il colpo di Stato di Mussolini, mettendo in relazione la marcia su Roma del duce con quella dell'imperatore[61] (in seguito sarà ripreso da Luciano Canfora[8])

Storiografia contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

Abbastanza diverso avuto il giudizio dello storico Theodor Mommsen che aveva interpretato il l'organizzazione del Principato di Augusto non come una monarchia, ma come una diarchia, in cui il potere sarebbe stato diviso tra Senato e Princeps.[62]

Jean-Auguste-Dominique Ingres, Augusto ascolta la lettura dell'Eneide (c 1814)

Contro questa visione si è opposto Ronald Syme, la cui The Roman Revolution, del 1939, è la base della moderna ricerca su Augusto, prima di tutto per la ricchezza del suo materiale. Syme, la cui rappresentazione è stata segnata dalla diffusione dei movimenti fascisti in Europa, considerava Augusto un semplice dittatore[63]. Syme adotta un paradigma diverso per interpretare la storia di Roma, non più come lotta tra nobili e plebei, interpretazione iniziata da Tito Livio e ripresa dall'ideologia dalla rivoluzione francese, ma come lotta all'interno della sua classe dirigente per la conquista di potere, ricchezza e gloria. «La repubblica romana era in mano a patrizi e nobili che controllavano il senato, il consolato, la magistratura più importante perché militare, e perfino il tribunato. Le elezioni venivano vinte con accuse di ogni tipo ai rivali, giochi, feste, donazioni di grano e denaro al popolo. Gli uomini nuovi accedevano alle cariche solo se cooptati da qualche famiglia nobile per farsi difendere». I membri di questa oligarchia erano all'origine dele guerre civili. Così anche Syme ritiene che «l’abilità di Augusto fu di trasformare Roma in una monarchia senza eliminare le magistrature repubblicane, limitandosi a depotenziarle, accentrando ogni carica nelle sue mani e il comando di tutte le legioni dell’impero. Soprattutto, la trasformazione avvenne celebrando la repubblica, sottolineando la continuità del nuovo regime col precedente».[64]

In modo simile a Mussolini – solo con una valutazione opposta, negativa – Syme ha visto nella sua ascesa paralleli al fascismo emergenti: il regime di Augusto era emerso da una rivoluzione, egli stesso era un uomo di partito che con il denaro e le armi aveva messo da parte la vecchia classe dirigente e l'aveva sostituita con una nuova. Come uomo di potere aveva portato alla tomba la vecchia cadente repubblica per fondare, sotto una facciata apparentemente repubblicana, una autocrazia.

Lo storico Jochen Bleicken (1926-2005) giudica criticamente ma non in senso peggiorativo Ottaviano: nella storia antica solo Alessandro Magno e Giulio Cesare fecero prestazioni paragonabili a quelle di Augusto. Tuttavia, non lo si può equiparare con questi "grandi", che in fondo hanno lavorato in direzione fondamentalmente distruttiva. Augusto è stato prima di tutto il "costruttore dell'impero romano" e l'"educatore" della nuova élite del Principato.[65] Non ci possono essere dubbi sull'ipocrisia di Augusto o sul carattere di facciata del suo regime.[66]

Lo storico tedesco Dietmar Kienast (1925-1912) ha visto in Augusto il governante più disinteressato di tutta la storia.[67] Anche un altro storico tedesco Klaus Bringmann ha richiamato, nella sua biografia di Augusto pubblicata nel 2007, una valutazione complessiva positiva del regno del primo imperatore romano: a differenza di Ronald Syme ha visto nelle sue azioni la prova che il possesso del potere per Augusto non era fine a se stesso.[68]

Lo storico Werner Dahlheim, in Augustus. Ribelle, sovrano, salvatore. Una biografia (2010), giustappone la „mörderischen Winkelzüge der ersten Jahre“ (prevaricazione omicida dei primi anni)[69] del giovane Ottaviano un parere positivo sulla seconda parte della vita. Augusto gli appare, considerando la durata della sua azione di statista, come un "grande uomo"[70].

Per quanto riguarda la storiografia francese Augusto non è stato studiato fino alla seconda metà del ‘900; la lacuna è stata colmata dalle opere di Jean-Pierre Néraudau (1996) e di Pierre Cosme (2005) e dal volume di Frédéric Hurlet e Bernard Mineo del 2009 Le Principat d’Auguste, réalités et représentations du pouvoir autour de la 'Res publica restituta' [71].

Lo storico Claude Nicolet nel 1988 pubblica uno studio sulla storia economica e sociale di Roma tra la fine della repubblica e la fondazione dell’Impero[72]. Nel 2003 approfondisce la storia sull’antichità romana e su Augusto tra Repubblica e Impero e riprende il dibattito dal punto di vista della cultura francese sull’origine della nazione Francia: Germani o Galli romanizzati? (Germains ou Gaulois romanisés?)[73].

Lo storico Luciano Canfora mette in evidenza l’abilità di Augusto nel mostrare di voler “restaurare la Repubblica nell’atto stesso di archiviarla per sempre”[74]. Augusto, dopo essere stato testimone dell'assassinio di Cesare, di cui era figlio adottivo, visse per tutto il quarantennio del suo principato nel sospetto di complotti, spesso reali. Annotava sempre le sue parole prima di parlare di argomenti importanti, anche con la moglie Livia; in Senato indossava la corazza sotto la toga. Scrisse la sua autobiografia, manipolando gli avvenimenti e mascherando le sue intenzioni, i Commentarii (oggi perduti), contribuendo così al mito della pax augustea, Egli si presentava come difensore degli ideali della repubblica e dell'antica tradizione romana, mentre invece andava creando, in modo geniale e rivoluzionario, il regime imperiale di Roma[75]:

«Centrò l’obiettivo della creazione di un nuovo ordine stabile, a prezzo della repressione di ogni tentativo, di avvessari o di oppositori – reale o immaginario -, di togliergli il potere…Volle a tutti i costi diffondere un’immagine di stabilità e di serenità, e anche per questo agevolò il proprio culto, ma le notizie sopravvissute nella tradizione bastano a farci capire che la facciata copriva un pericolo costante»

(Luciano Canfora, Augusto, figlio di Dio, 2015, Laterza, p. 495)

.

Dal 18 ottobre 2013 al 9 febbraio 2014 alle Scuderie del Quirinale è stata organizzata la mostra Augusto in occasione del bimillenario della morte. L'esposizione di circa 200 opere disegnava il percorso della vita e della carriera dell'imperatore[76].

Subito dopo la mostra al Quirinale in Francia al Grand Palais di Parigi è stata allestita la mostra Moi, Auguste, empereur de Rome, in occasione delle celebrazioni del bimillenario della morte di Augusto nel 2014[77].

L'eredità di Augusto nell'arte[modifica | modifica wikitesto]

Il contributo di Augusto all'arte è stato enorme, come riconosce il pur critico Svetonio[78]:

(LA)

«Urbem neque pro maiestate imperii ornatam et inundationibus incendiisque obnoxiam excoluit adeo, ut iure sit gloriatus marmoream se relinquere, quam latericiam accepisset. Tutam uero, quantum provideri humana ratione potuit, etiam in posterum praestitit»

(IT)

«La struttura di Roma non corrispondeva alla grandiosità dell'Impero ed era esposta alle inondazioni e agli incendi: egli l'abbellì a tal punto che giustamente si vantò di lasciare di marmo una città che aveva ricevuto di mattoni. Inoltre la fece sicura anche per il futuro, per quanto potè provvedere con la lungimiranza umana»

(Svetonio, Vita dei Cesari II (Augusto), 28)

In parte il sostegno alla poesia e alla letteratura, operato grazie al suo ricchissimo amico Mecenate con Virgilio e Orazio, e l'arricchimento di Roma con grandiose realizzazioni architettoniche per adeguarla al ruolo di centro del mondo, erano operazioni di propaganda personale e politica, anche se egli stesso celebrando la sobrietà e l'austerità della tradizione, negò sempre ogni tentativo di autocelebrazione. Inaugurò comunque la tradizione di splendore e magnificienza continuata dai suoi successori. In particolare Virgilio collaborò alla costruzione del mito della discendenza della Gens Julia, alla quale Augusto vantava di appartenere, da Enea e quindi da Venere.

Nei primi anni di principato portò a compimento le opere iniziate in precedenza soprattutto da Cesare e curò la nuova immagine che doveva avere il principe

L'immagine dell'imperatore[modifica | modifica wikitesto]

Augusto come pontifex maximus di via Labicana

L'immagine personale dell'imperatore era particolarmente curata tanto da stabilire implicitamente delle regole formali di ritrattistica ufficiale[79]. Questi schemi iconografici diventeranno simboli della classicità. Così l'Augusto di via Labicana lo rappresenta sereno, «con un lembo della toga sul capo, Augusto esprime il tipico atteggiamento romano della pietas, la devozione filiale nei confronti degli dei»[80]. Nell'Augusto di Prima Porta, statua in bronzo ispirata al Doriforo di Policleto, Augusto vuole essere raffigurato com condottiero vittorioso, inaugurando la tradizione «di statue loricate romane: il principe con il braccio levato per chiedere il silenzio, è vestito di una corazza riccamente decorata da una elaborata simbologia […] L’immagine del principe era dovunque, a Roma e in ogni angolo dell’impero, in qualunque luogo la gratitudine dei sudditi o la riconoscenza del senato si fossero rese tangibili con la realizzazione di un monumento celebrativo, fosse esso una statua, un altare, una colonna, un arco trionfale o addirittura un tempio»[81].

Il Tempio del Divo Giulio, costruito da Augusto per celebrare Giulio Cesare, fu completato nel 29 a.C.: mai prima di allora un tempio era stato dedicato a Roma a un mortale divinizzato. Augusto aveva fondato la sua propaganda e la sua legittimazione sul fatto di essere figlio (adottivo[82]) di Cesare; dato che questo subito dopo la morte era stato divinizzato, era implicito che poteva essere considerarsi divi filius, pur avendo rifiutato Augusto, astutamente, ogni titolo divino o rappresentazione come un dio. Si dovrà attendere la sua morte, quando, alla cerimonia solenne del funerale[83].

(LA)

«Nec defuit vir praetorius, qui se effigiem cremati euntem in caelum vidisse iuraret»

(IT)

«Non mancò naturalmente il vecchio pretoriano che giurò di aver visto salire al cielo il fantasma di Augusto dopo la cremazione»

(Svetonio, Vita dei Cesari II (Augusto),100)

La divinizzazione fu ufficializzata dal Senato nell'8 a.C.

Opere architettoniche ed edilizie[modifica | modifica wikitesto]

I fori imperiali nel plastico della Roma imperiale: il Foro Romano (a sinistra) e i fori di Cesare (al centro), Traiano, Augusto, Nerva, della Pace (dall'alto in basso), la Basilica di Massenzio (realizzato per la Mostra augustea della romanità del 1937 dall'architetto Italo Gismondi )

Nelle Res gestae Augusto elenca le opere realizzate: la ristrutturazione edilizia e urbanistica di gran parte della città, la costruzione della Curia Iulia e del Tempio di Apollo sul Palatino, il restauro del Campidoglio e del Teatro di Pompeo, la riparazione degli acquedotti, il completamento del Foro di Cesare, il restauro di ottantadue templi (per dimostrare la volontà di rinnovare il culto degli dei della tradizione), la costruzione del Tempio del Divo Giulio (Cesare). Le opere più significative per le istituzioni romane furono il Foro di Augusto e il tempio di Marte Ultore (cioè vendicatore, per celebrare la vendetta sui congiurati cesaricidi)[84].

Le novità introdotte da Augusto furono non solo gli elementi classicheggianti, fusione di stilemi tradizionali arcaici e di elementi ellenistici, oltre all'impiego copioso del marmo (al posto dei tradizionali mattoni e travertino), ma anche l'intuizione che questi modelli potevano essere replicati in ogni angolo dell'impero come simboli che immediatamente riconoscevano e celebravano il potere imperiale. Infatti anche gli imperatori successivi, fino a Nerone, si faranno raffigurare con le stesse caratteristiche anche a scapito della verosimiglianza fisica[85]. L'utilizzo di marmi bianchi e di elementi marmorei policromi fu consentita dall'inizio dello sfruttamento dell cave di marmor lunensis di Carrara e dall'importazione di alabastro, porfido e granito dall'Egitto dopo la sua annessione con la vittoria di Azio[86]

Nel 29 a.C. Augusto, colpito dalla tomba di Alessandro Magno ad Alessandria, iniziò la costruzione del suo Mausoleo in Campo Marzio, tra la via Flaminia e il Tevere, un'opera grandiosa che doveva essere il sepolcro suo e della sua dinastia. Così completava l'opera di propaganda autocelebrativa e di rifondazione politica. Sui pilastri ai lati dell'ingresso erano affisse le tavole di bronzo delle Res Gestae, la sua autobiografia.

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

  • Augusto è menzionato nel Vangelo secondo Luca 2:1
  • Lo scrittore scozzese Allan Massie scrisse nel 1986 il romanzo Augustus, in forma di autobiografia dell'imperatore romano[87].
  • Augustus è un romanzo storico in forma di epistolare, scritto dallo scrittore americano John Williams e pubblicato Viking Press, New York, nel 1972.
  • Augusto ha come protagonista l'imperatore Augusto in Sandman della DC Comics. Consigliato da Sogno e aiutato dal nano Licio l'imperatore si finge per un intero giorno un mendicante per poter riflettere senza essere osservato dagli dei.
  • Un busto di Augusto ha un importante ruolo in L'occhio di fuoco della serie dei I tre investigatori.
  • Augusto è l'esempio di un importante discorso nel libro di Kurt Vonnegut Dio la benedica, Mr. Rosewater.
  • John Edward Williams scrisse un romanzo intitolato Augustus che vinse nel 1973 il "National Book Award".
  • Augusto è un personaggio comprimario (con il nome di Octavius) nelle tragedie di William Shakespeare, Giulio Cesare e Antonio e Cleopatra.
  • Il romanzo storico Io, Claudio di Robert Graves vede Augusto giocare un ruolo centrale nella trama dell'opera. Egli è dipinto come un uomo retto, ben intenzionato, che desidera sinceramente di ritirarsi dal suo status di imperatore e ripristinare la Repubblica, ma è incoraggiato dalla moglie Livia a non farlo. Verso la fine della sua vita, Augusto riconosce gli errori di Livia e tenta di allontanarla dalla sua via e dichiarare Agrippa Postumo suo erede, portando così Livia ad avvelenare il marito. Augusto subisce numerosi dispiaceri, come quando è costretto a mandare in esilio sua figlia Giulia per i suoi numerosi adulteri.
  • Augusto è anche un personaggio centrale nella saga La legione occulta dell'autore italiano Roberto Genovesi.

Cinema e televisione[modifica | modifica wikitesto]

Video games[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]