Luciano Bonaparte

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Luciano Bonaparte
Fabre - Lucien Bonaparte.jpg

Ministro degli Interni del Consolato
Durata mandato 24 dicembre 1799 –
7 novembre 1800
Predecessore Pierre-Simon de Laplace
Successore Jean-Antoine Chaptal

Senatore del Primo Impero Francese
Durata mandato 2 agosto 1802 –
2 aprile 1814

Membro della camera dei Pari del Primo Impero Francese
Durata mandato 2 giugno 1815 –
7 luglio 1815

Luciano Bonaparte (Ajaccio, 21 maggio 1775Viterbo, 29 giugno 1840) è stato un politico francese, fratello dell'imperatore Napoleone Bonaparte, più tardi principe di Canino e Musignano.

La vita[modifica | modifica wikitesto]

Gioventù e periodo rivoluzionario[modifica | modifica wikitesto]

Nacque il 21 maggio 1775 ad Ajaccio da Carlo Maria Buonaparte, politico e nobile patrizio toscano, e da Maria Letizia Ramolino, discendente da nobili toscani e lombardi.

Studiò in Francia quindi, tornato in Corsica ed ancora giovanissimo, si legò a Pasquale Paoli,[1] (detto U Babbu di a Patria), patriota corso, indipendentista e resistente, fra i protagonisti della cacciata dei genovesi dall'isola). Trasferitosi in Francia con la famiglia allo scoppiare dei moti rivoluzionari di Parigi, sostenne Robespierre.

Entrò nell'organizzazione dell'intendenza militare grazie alla sua appartenenza ai Club rivoluzionari (al tempo si faceva chiamare Bruto Buonaparte). Fu commissario di guerra nell'armata del Reno (1795), poi in Corsica (1796) ed infine riuscì a farsi eleggere deputato nel Consiglio dei Cinquecento (1798), ancorché privo dell'età minima prevista. Sostenne in quella sede i diritti delle vedove di guerra e quello della libertà di stampa.

Eletto Presidente del Consiglio dei Cinquecento (23 ottobre 1799), consentì la riuscita del colpo di Stato del 18 brumaio sciogliendo la seduta poco prima che il fratello Napoleone fosse messo fuori legge dal Consiglio. Fu lui stesso che, uscendo dalla sala di Saint-Cloud in cui si svolgeva la seduta, gridò ai veterani schierati all'esterno e comandati da Gioacchino Murat e dal Leclerc[2] che nell'aula erano comparsi dei pugnali con i quali alcuni congiurati avrebbero cercato di colpire il generale Bonaparte. La scena successiva, in cui Luciano estrasse un pugnale puntandolo contro il fratello dichiarando "Non esiterei io stesso a pugnalare mio fratello, se attentasse alla libertà dei francesi"[3], fu la prova della sua buona fede e mosse i militari ad intervenire nel senso richiesto, provocando così la cacciata dei deputati da parte delle truppe.

Divenne subito dopo Ministro dell'Interno[4] e poi ambasciatore a Madrid (1800).

Luciano Bonaparte e l'ultima seduta del Consiglio dei Cinquecento[modifica | modifica wikitesto]

Lo storico Jacques De Norvis rievoca in questa maniera l'ultima seduta del Consiglio dei Cinquecento e il comportamento del suo presidente, Luciano Bonaparte :

«La più grande effervescenza regnava sempre in questo consiglio (...) alla vista di Bonaparte e dei suoi soldati le imprecazioni si udirono per tutta la sala: "Qui sciabole! gridarono i deputati: qui uomini armati! a terra il dittatore! a terra il tiranno!" (...) Molti deputati, invasi dal furore, si avanzano sino a lui (...) Bonaparte credette allora che si attentasse alla sua vita, e non poté proferir parola. Immantinente i granatieri s'avanzarono sino alla tribuna, fendendo la folla (…) Nel mezzo di una tale tumultuosa scena il presidente Luciano procura inutilmente di difendere suo fratello, noverando i suoi segnalati servigii, ed assicurando il Consiglio che la patria non aveva nulla da temere dal lato suo: chiede che sia richiamato ed inteso; ma non ottiene altre risposte: "Fuori della legge! Ai voti per mettere il general Bonaparte fuori della legge!"

È intimato a Luciano di ubbidire all'assemblea, e di sottomettere al voto del Consiglio, se suo fratello dev'esser posto fuori della legge. Pieno d'indignazione, ricusa, addica la presidenza ed abbandona il suo posto. Nel mentre ch'egli discendeva dalla tribuna, un drappello di granatieri, inviato da Bonaparte, comparisce e lo toglie dalla sala. Frattanto il generale era montato a cavallo; già aveva arringato i suoi soldati ed attendeva Luciano per disciogliere il Corpo Legislativo. Luciano arriva, monta a cavallo a lato di suo fratello, dimanda il concorso della forza per rompere l'assemblea (…) Frattanto, in seguito agli ordini di Bonaparte, Murat entrò nella sala dei Cinquecento alla testa dei granatieri, e la fé sgombrare a viva forza (...) Giammai videsi violare in sì fatta guisa le leggi di un paese[5].».

La rottura con Napoleone e l'esilio[modifica | modifica wikitesto]

Rimasto vedovo di Christine Boyer (1800), che aveva sposato nel 1794, sposò Alexandrine de Bleschamp, vedova del banchiere Jouberthon, entrando per questo in contrasto con il potente fratello che aveva per lui altri piani. Costretto per questo all'esilio, si stabilì a Roma nel 1804.[6]

Qui ottenne l'amicizia di Papa Pio VII sostenendo nel 1801 la necessità di un regime concordatario fra la repubblica francese e la Chiesa. Si stabilì a Canino (provincia di Viterbo), che il papa successivamente farà assurgere a principato per lui. Nel 1809, con l'annessione di Roma e degli stati pontifici alla Francia, costretto praticamente in una sorta di arresti domiciliari ed obbligato a chiedere l'autorizzazione al governatore militare francese per qualsiasi atto, si rassegnò nuovamente all'esilio e s'imbarcò per gli Stati Uniti, ma la nave sulla quale viaggiava fu catturata dagli inglesi che lo tradussero in Inghilterra (1810), nel Worcestershire, ove godette di una certa libertà di movimenti e, soprattutto, di attività culturale, lavorando ad un poema che aveva per soggetto Carlo Magno. Durante quel periodo di residenza obbligata gli nacque il decimo figlio (il sesto dalla seconda moglie), Luigi Luciano. Poté lasciare l'Inghilterra nel 1814, dopo l'invio in esilio, all'isola d'Elba, del fratello imperatore.

Riconciliatosi con il fratello Napoleone quando iniziarono i Cento Giorni, dopo Waterloo si ritirò prima in Inghilterra e poi nuovamente a Roma.

Nel 1814 fu nominato da Papa Pio VII Principe di Canino.

Il soggiorno definitivo in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Stemma nella chiesa di Canino

Proscritto dai Borboni durante la Restaurazione, si stabilì definitivamente in Italia nella sua residenza di Canino[7]. Il 21 marzo 1824 papa Leone XII lo insignì del titolo di principe di Musignano, come ricorda anche un monumento eretto dagli abitanti di Canino[8]. Nel 1837 Papa Gregorio XVI lo nominò principe Bonaparte.

Uomo di lettere, fine pensatore, trascorse il resto della sua esistenza fra Canino e Viterbo, dove si dedicò a studi archeologici e alle collezioni d'arte. Luciano con amici e parenti si recava spesso nella zona di Cattolica-S.G. Marignano, dove fu uno dei precursori di bagni di mare: le sue frequentazioni sulla costiera adriatica (Rimini inclusa) sono narrate in un volume pubblicato nel 2002 [1].

La salma di Luciano Bonaparte giace nella cappella di famiglia costruita nella Collegiata di San Giovanni e Sant'Andrea a Canino.

I figli[modifica | modifica wikitesto]

Dalla prima moglie Cristina Boyer (Saint Maximin, 1773 - Parigi, 1800), sposata nel 1794, ebbe quattro figli, di cui solo due, entrambe femmine, sopravvissero fino all'età adulta:

Dalla seconda moglie Alexandrine de Bleschamp (Calais, 1778 - Senigallia, 1855), ebbe sei figli maschi e quattro femmine:

Ascendenza[modifica | modifica wikitesto]

Fabre - Lucien Bonaparte.jpg
Luciano Bonaparte
(1775 - 1840)
Padre:
Carlo Maria Bonaparte.jpg
Carlo Maria Buonaparte
(1746 - 1785)
Nonno paterno:
Giuseppe Maria Buonaparte
(1713 - 1763)
Bisnonno paterno:
Sebastiano Nicola Buonaparte
(1683 - prima del novembre 1720 o 1760)
Trisavolo paterno:
Giuseppe Buonaparte
(1663 – 1703)
Trisavola paterna:
Maria Bozzi
(1668 c. – 1704)
Bisnonna paterna:
Maria Anna Tusoli di Bocagnano
Trisavolo paterno:
Carlo Tusoli di Bocagnano
Trisnonna paterna:
Isabella
Nonna paterna:
Maria Saveria Paravicini
(1715 - prima del 1750)
Bisnonno paterno:
Giuseppe Maria Paravicini
Trisavolo paterno:
?
Trisavola paterna:
?
Bisnonna paterna:
Maria Angela Salineri
Trisavolo paterno:
Angelo Agostino Salineri
Trisavola paterna:
Francetta Merezano
Madre:
Robert Lefèvre 001.jpg
Maria Letizia Ramolino
(1750 - 1836)
Nonno materno:
Giovanni Geronimo Ramolino
(1723 - 1755)
Bisnonno materno:
Giovanni Agostino Ramolino
Trisavolo materno:
Giovanni Girolamo Ramolino
Trisavola materna:
Maria Letizia Boggiani
Bisnonna materna:
Angela Maria Peri
Trisavolo materno:
Andrea Peri
Trisavola materna:
Maria Maddalena Colonna d'Istria
Nonna materna:
Angela Maria Pietrasanta
(1725 - 1790)
Bisnonno materno:
Giuseppe Maria Pietrasanta
Trisavolo materno:
Giovanni Antonio Pietrasanta
Trisavola materna:
Paola Brigida Sorba
Bisnonna materna:
Maria Giuseppa Malerba
Trisavolo materno:
?
Trisavola materna:
?

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Grand Aigle dell'Ordine della Legion d'Onore - nastrino per uniforme ordinaria Grand Aigle dell'Ordine della Legion d'Onore
— Tuilieres 1815

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Paoli lo definì "il piccolo filosofo"
  2. ^ Murat di lì a poco diverrà cognato di Napoleone sposandone la sorella Carolina, mentre il Leclerc era già cognato di Napoleone, avendone sposato la sorella Paolina ai tempi dell'assedio di Tolone
  3. ^ Alberto Mario Banti, Napoleone e il bonapartismo, Lezioni di soria Laterza, i volti del potere, 7 dicembre 2008.
  4. ^ In questa carica ebbe un ruolo importante nella progettazione della colonna dell'attuale Place Vendôme a Parigi, la cui storia rimane legata agli eventi tragici del trascorso francese
  5. ^ La fine della Montagna in Studi Napoleonici-Fonti Documenti Ricerche
  6. ^ Della partenza da Parigi per l'Italia, rimane un diario di viaggio redatto da un suo compagno d'avventura, riportato alla luce dall'attenta analisi critica di H. Vallet (Les voyages en Italie 1804, Journal d'un compagnon d'exil de Lucien Bonaparte, Napoli, Centre Jean Bérard Institut Français de Naples, 1986)
  7. ^ Situata nell'attuale Piazzale Antonio Gramsci (presso l'edificio che oggi ospita un albergo)
  8. ^ foto

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • J.Tulard-J.F.Fayard-A.Fierro, Histoire e Dictionnaire de la Révolution Française, Paris, Éditions Robert Laffont, 1998 ISBN 2-221-08850-6

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Seggio 32 dell'Académie française Successore
François-Henri d'Harcourt 1803 - 1816 Louis-Simon Auger
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