Graellsia isabellae

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Farfalla luna spagnola
Graellsia isabellae1.jpg
Femmina di Graellsia isabellae
Stato di conservazione
Status none DD.svg
Dati insufficienti[1]
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Sottoregno Eumetazoa
Superphylum Protostomia
Phylum Arthropoda
Subphylum Tracheata
Superclasse Hexapoda
Classe Insecta
Sottoclasse Pterygota
Coorte Endopterygota
Superordine Oligoneoptera
Sezione Panorpoidea
Ordine Lepidoptera
Sottordine Glossata
Infraordine Heteroneura
Divisione Ditrysia
(clade) Apoditrysia
(clade) Obtectomera
(clade) Macroheterocera
Superfamiglia Bombycoidea
Famiglia Saturniidae
Sottofamiglia Saturniinae
Tribù Saturniini
Genere Graellsia
Grote, 1896
Specie G. isabellae
Nomenclatura binomiale
Graellsia isabellae
(Graëlls, 1849)
Serie tipo
Saturnia isabellae
Graëlls, 1849
Sinonimi

Actias isabellae
(Graëlls, 1849)
Graellsia ceballosi
Gómez Bustillo & Fernández Rubio, 1974
Graellsia extensa
Agenjo, 1953
Graellsia neuroflexaclara
Abós Castel, 1983
Graellsia obscura
Agenjo, 1953
Graellsia paradisea
Marten, 1955
Graellsia roncalensis
Gómez Bustillo & Fernández Rubio, 1974
Graellsia rufa
Agenjo, 1953
Graellsia rufina
Agenjo, 1953
Saturnia diana
Fairmaire, 1849
Saturnia isabellae
Graëlls, 1849

Sottospecie
  • G. i. isabellae
  • G. i. galliaegloria

Répartition graellsia isabellae.svg

La farfalla luna spagnola (Graellsia isabellae (Graëlls, 1849))[2], talvolta indicata anche semplicemente come isabella, è un lepidottero appartenente alla famiglia Saturniidae, diffuso nell'Europa sud-occidentale. È l'unico rappresentante attualmente riconosciuto del genere Graellsia Grote, 1896.[3][4][5][6][7]

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Il genere Graellsia fu proposto nel 1896[3] dall'entomologo britannico Augustus Radcliffe Grote in memoria dello scopritore della specie, lo spagnolo Mariano de la Paz Graëlls y de la Aguera; l'epiteto specifico isabellae (= di Isabella) è stato dato in onore della regina Isabella II di Spagna.[8]

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Adulto[modifica | modifica wikitesto]

Il dimorfismo sessuale è fondamentalmente limitato alla forma delle ali posteriori, alla struttura delle antenne ed alla forma dell'addome, così come descritto più avanti.[4]

Maschio (sopra) e femmina

La colorazione di fondo della pagina superiore dell'ala anteriore può variare tra il giallo-verdastro ed il verde bluastro, lievemente traslucido, con nervature rosso-brunastre in forte risalto. La costa, così come il termen ed il margine interno, sono bordati della stessa tonalità di rosso che tinge le nervature, mentre l'apice, la banda sub-terminale e l'area alla base della costa digradano verso una tonalità gialla più tenue. La zona terminale presenta inoltre due bande nerastre parallele che, con andatura irregolare, corrono dall'estremità di R fino a quella di 1A+2A, per poi ripiegare repentinamente verso la zona basale in prossimità del tornus, così da convergere nel margine interno all'altezza del terzo centrale. All'estremità distale della cellula discale, che qui appare chiusa, si osserva una vistosa macchia ocellata (lievemente più grande nei maschi) costituita da tre anelli concentrici, disposti attorno ad un'area centrale trasparente: l'anello più esterno risulta nerastro, quello mediano appare bluastro basalmente e giallognolo distalmente, mentre l'anello più interno è marcatamente rosso. L'apice non è falcato, mentre il termen, pur se irregolare, non presenta dentellature e risulta più diritto nella femmina, mentre nel maschio tende ad assumere una lieve concavità.[2][4]
La pagina inferiore dell'ala anteriore riprende fedelmente la composizione cromatica di quella superiore, anche per quanto riguarda la macchia ocellata.[2][4]
L'ala posteriore ha colorazioni analoghe a quelle dell'ala anteriore sia nella tonalità di fondo, come pure nelle nervature e nella macchia ocellata. La cellula discale è anche qui chiusa; il termen è liscio ed il margine addominale è vistosamente frangiato. Nella fascia sub-marginale si osserva una sola linea nera, al posto delle due dell'ala anteriore. Il maschio è facilmente distinguibile per la presenza della "coda" della regione anale più sviluppata e tinta principalmente di giallino, laddove nella femmina tale processo appare soltanto abbozzato. In ambo i sessi non sono presenti né il frenulum, né il retinaculum.[2][4]
Le antenne sono giallastre; nel maschio sono pettinate, tranne per gli antennomeri terminali del flagello; nella femmina, al contrario, i processi laterali sono molto ridotti.[4]
Il capo è nerastro, ad esclusione di un ciuffo giallo nella regione frontale; gli occhi sono mediamente sviluppati; la spirotromba è vestigiale ed i palpi labiali sono ridotti.[4]
Il torace è rivestito di folta peluria, con una colorazione fulva sia dorsalmente (ma più scura), sia ventralmente. Le zampe sono rossastre superiormente e arancioni-rosate inferiormente.[4]
L'addome, più tozzo nella femmina, è anch'esso molto peloso, e si mostra con anelli alternati gialli e rossastri.[2][4]
L'apertura alare può variare da 80 a 110-120 mm.[4]

Uovo[modifica | modifica wikitesto]

Le uova sono marroncine e tondeggianti, di dimensioni 2 x 1,8 mm, con micropilo pronunciato. Vengono deposte singolarmente o in piccoli gruppi, e schiudono in circa 10-15 giorni.[9][10]

Larva[modifica | modifica wikitesto]

Il bruco attraversa diversi stadi per portare a termine il proprio sviluppo, passando da una lunghezza di 5 mm (appena dopo la schiusa) fino a 80 mm (a completa maturazione); inizialmente appare nero con due file laterali di scoli giallastri; negli stadi successivi tende a diventare via via grigiastro fino a quando, ormai giunto alla quinta età, si mostra sempre munito di scoli, ma con la livrea laterale composta di macchie bianche e verdi alternate e le parti dorsali e ventrali scure, con zampe rossicce e pseudozampe giallastre. Nell'insieme può ricordare da vicino la larva matura di Actias selene Hübner, 1807.[2][10]

Pupa[modifica | modifica wikitesto]

La crisalide misura da 32 a 35 mm e ricorda abbastanza quella di Saturnia pyri (Denis & Schiffermüller, 1775); è obtecta, liscia e di un colore simile al mogano, provvista di un cremaster non troppo sviluppato, e racchiusa in un bozzolo sericeo color oro, di dimensioni 55x30 mm, che incorpora tra le fibre anche resti di aghi di pino. Si rinviene solitamente nel terreno, ai piedi della pianta nutrice.[9][11][10]

Biologia[modifica | modifica wikitesto]

Ciclo vitale[modifica | modifica wikitesto]

La pupa rappresenta lo stadio svernante. In primavera, dopo lo sfarfallamento, avviene l'accoppiamento, che raramente dura più di due ore, con i maschi che vengono attratti dai feromoni femminili, rilevati grazie a chemiocettori posti sulle antenne. Gli adulti restano inattivi durante le ore del giorno, quando è possibile osservarli in posizione di riposo con le ali disposte "a tetto", ed iniziano a volare solo dopo il crepuscolo. I maschi sono attratti dalla luce artificiale fin dall'inizio della fase adulta, mentre le femmine solo dopo l'accoppiamento. Immediatamente dopo la copula, nelle prime ore della notte, la femmina depone le uova a piccoli gruppi (in totale 100-150 unità), tra 1 rametti dei pini. Dopo 7-10 giorni avviene la schiusa. I piccoli bruchi, talvolta gregari nelle prime fasi ed in seguito più solitari, tendono a prediligere le foglie delle piante più vecchie, ed il loro accrescimento, che attraversa ben cinque diversi stadi larvali, dura in totale da un mese a quaranta giorni. Al termine della maturazione larvale il bruco si lascia cadere sul terreno sottostante la pianta ospite, ove si impupa in un bozzolo sericeo molto resistente al freddo, posto tra le foglie secche della lettiera del sottobosco, ove supera l'inverno successivo. Qualora l'inverno non sia sufficientemente freddo, la pupa può rimanere quiescente per un altro anno, per poi emergene come immagine la primavera ancora successiva.[11][12]
[10] In cattività gli adulti sono sopravvissuti in media 8 giorni la femmina e 5 giorni il maschio, con un minimo di 2 ed un massimo di 16 giorni.[13]

Periodo di volo[modifica | modifica wikitesto]

La specie è univoltina, con adulti che sfarfallano tra marzo e luglio a seconda della latitudine, della quota altimetrica e del clima.[11][13]

Alimentazione[modifica | modifica wikitesto]

Come di regola nei Saturniidae, gli adulti non si alimentano, avendo esclusivamente funzione riproduttiva.[9]

Le larve attaccano gli aghi di Pinaceae quali:[4][6]

Tuttavia, in cattività questi bruchi sono stati anche alimentati con foglie di Liquidambar L. (Altingiaceae).[10]

Parassitoidismo[modifica | modifica wikitesto]

Le larve di questa specie possono essere vittima di parassitoidismo da parte di ditteri tachinidi come Compsilura concinnata (Meigen), 1824, Drino inconspicua (Meigen), 1830, Masicera silvatica (Fallén), 1810, Trypeta signata Meigen, 1826, oltre a imenotteri icneumonidi come Coelichneumon orbitator (Thunberg, 1822), ed Exeristes roborator (Fabricius, 1793).[10][14][15]

Distribuzione e habitat[modifica | modifica wikitesto]

È plausibile che la specie, ben adattata a climi rigidi, abbia occupato durante l'ultimo periodo interglaciale una porzione più ampia del continente europeo; dopo l'ultima glaciazione, in seguito al rapido innalzamento delle temperature, questo taxon si è trovato limitato in piccole zone a quota più elevata. L'attuale areale relitto è costituito da varie popolazioni isolate presenti in Spagna centrale e orientale (province di Ávila, Girona, Jaén, Lleida, Madrid, Navarra e Segovia), Andorra e Francia meridionale e sud-orientale (Dipartimenti di Ain, Alpi dell'Alta Provenza, Alte Alpi, Ardèche, Drôme e Pirenei Orientali). Sono stati riportati anche voli in Svizzera sud-occidentale (Canton Vallese) e Italia nord-occidentale (Valle d'Aosta), ma il dato è da confermare.[4][5][10]

L'habitat è rappresentato dalle pinete delle zone alpine e subalpine, con una quota altimetrica compresa tra 500 e 1.800 m.[4][10]

Tassonomia[modifica | modifica wikitesto]

La sistematica del taxon è ancora oggi in via di definizione; a diverse popolazioni di Graellsia isabellae, con lievi variabilità fenotipiche, è stato di volta in volta attribuito lo status di sottospecie a sé stanti, o addirittura di specie congeneri distinte; al momento la tendenza più condivisa è quella di considerarle tutte come sinonimi di G. isabellae. L'unica sottospecie riconosciuta oggi, pur con molte riserve, è G. i. galliaegloria che indicherebbe l'insieme delle popolazioni francesi.[4]
Un discorso a parte va invece fatto per quanto concerne il genere monotipico Graellsia Grote, 1896. Dal momento che G. isabellae sembra non avere affinità filogenetica con alcun saturnide europeo, ma soltanto con le specie olartiche del genere Actias Leach, [1815], è stato proposto di spostare la specie in quest'ultimo genere (Actias isabellae)[5]. Tuttavia, recenti analisi cladistiche compiute all'interno della tribù Saturniini starebbero a dimostrare il contrario, ponendo il genere Graellsia come parafiletico rispetto al "gruppo" Actias.[16] In realtà la questione appare ben lungi dall'essere risolta.[4]

Sinonimi[modifica | modifica wikitesto]

Sono stati riportati undici sinomimi:[4][6][17]

= Graellsia isabellae ceballosi Gómez Bustillo & Fernández Rubio, 1974[18]
  • Graellsia extensa Agenjo, 1953 - Graellsia 11: 10[19] - Locus typicus: Spagna (sinonimo eterotipico)
  • Graellsia neuroflexaclara Abós Castel, 1983[6] (sinonimo eterotipico)
  • Graellsia obscura Agenjo, 1953 - Graellsia 11:10[20] (sinonimo eterotipico)
  • Graellsia paradisea Marten, 1955 - Ent. Z. 65: 155[6] - Locus typicus: Spagna, Girona (sinonimo eterotipico)
= Graellsia isabellae paradisea Marten, 1955[21]
  • Graellsia roncalensis Gómez Bustillo & Fernández Rubio, 1974 - Rev. Soc. Hisp. Lus. Amer. Lepid. 5[6] - Locus typicus: Spagna, Navarra, valle di Roncal (sinonimo eterotipico)
= Graellsia isabellae roncalensis Gómez Bustillo & Fernández Rubio, 1974[22]
  • Graellsia rufa Agenjo, 1953 - Graellsia 11: 9[23] - Locus typicus: Spagna (sinonimo eterotipico)
  • Graellsia rufina Agenjo, 1953 - Graellsia 11: 9[24] - Locus typicus: Spagna (sinonimo eterotipico)
  • Saturnia diana Fairmaire, 1849 - Ann. Soc. Ent. Fr. (2) 7: LXII[25] - Locus typicus: non indicato (sinonimo eterotipico)
  • Saturnia isabellae Graëlls, 1849 - Revue Mag. Zool. (2) 1: 601[2] - Locus lypicus: Spagna, Sierra de Guadarrama (sinonimo omotipico, basionimo)

Sottospecie[modifica | modifica wikitesto]

In questo assetto sistematico, vengono riconosciute unicamente due sottospecie:[4][6]

Iconografia[modifica | modifica wikitesto]

Larva[modifica | modifica wikitesto]

Adulto[modifica | modifica wikitesto]

Conservazione[modifica | modifica wikitesto]

Pur avendo una distribuzione frammentaria, tuttavia nell'insieme la specie non appare minacciata, essendo peraltro protetta sul territorio francese dalla Convenzione di Berna.[4][27]

La Lista rossa IUCN classifica questo taxon con lo status DD (dati insufficienti).[1]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b (EN) World Conservation Monitoring Centre, Graellsia isabellae in IUCN Red List of Threatened Species, Versione 2014.3, IUCN, 2014.
  2. ^ a b c d e f g h i (FRLA) Mariano de la Paz Graëlls y de la Aguera, Description d'un Lépidoptère nouveau de la tribu des Saturnides, appartenant à la Faune entomologique espagnole in Revue et magasin de zoologie pure et appliquée, (2) 1, Parigi, Bureau de la Revue et Magasin de Zoologie, dicembre 1849, pp. 601-602. URL consultato il 28 febbraio 2013.
  3. ^ a b Augustus Radcliffe Grote, Mitteilungen aus dem Roemer-Museum, vol. 6, Hildesheim, 1896, p. 3.
  4. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s (EN) Patrice Leraut, Moths of Europe, Gaëtan du Chatenet (prefazione); Nicholas Flay (traduzione in inglese); Gilbert Hodebert (disegni), I (Saturnids, Lasiocampids, Hawkmoths, Tiger Moths...), 1ª edizione, Verrières-le-Buisson, N.A.P., novembre 2006, pp. 29, tav. 1, figg. 1-2, ISBN 2-913688-07-1.
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  6. ^ a b c d e f g h Funet. URL consultato il 28 febbraio 2013.
  7. ^ (EN) Lemaire, C. & Minet, J., The Bombycoidea and their Relatives in Kristensen, N. P. (Ed.) - Handbuch der Zoologie / Handbook of Zoology, Band 4: Arthropoda - 2. Hälfte: Insecta - Lepidoptera, moths and butterflies, Kükenthal, W. (Ed.), Fischer, M. (Scientific Ed.), Teilband/Part 35: Volume 1: Evolution, systematics, and biogeography, ristampa 2013, Berlino, New York, Walter de Gruyter [1998], 1999, pp. 321 - 354, ISBN 978-3-11-015704-8, OCLC 174380917. URL consultato il 17 dicembre 2014.
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  9. ^ a b c (EN) Scoble, M. J., Higher Heteroneura in The Lepidoptera: Form, Function and Diversity, seconda edizione, London, Oxford University Press & Natural History Museum [1992], 2011, pp. 320-322, ISBN 978-0-19-854952-9, LCCN 92004297, OCLC 25282932.
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  13. ^ a b INRA - Institut National de la Recherche Agronomique. URL consultato il 28 febbraio 2013.
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  18. ^ NHM - The Global Lepidoptera Index - Graellsia ceballosi. URL consultato il 28 febbraio 2013.
  19. ^ NHM - The Global Lepidoptera Index - Graellsia extensa. URL consultato il 28 febbraio 2013.
  20. ^ NHM - The Global Lepidoptera Index - Graellsia obscura. URL consultato il 28 febbraio 2013.
  21. ^ NHM - The Global Lepidoptera Index - Graellsia paradisea. URL consultato il 28 febbraio 2013.
  22. ^ NHM - The Global Lepidoptera Index - Graellsia roncalensis. URL consultato il 28 febbraio 2013.
  23. ^ NHM - The Global Lepidoptera Index - Graellsia rufa. URL consultato il 28 febbraio 2013.
  24. ^ NHM - The Global Lepidoptera Index - Graellsia rufina. URL consultato il 28 febbraio 2013.
  25. ^ (FR) Leon Fairmaire, Comunications in Annales de la Société entomologique de France, (2) 7, Parigi, 1849, pp. LXII. URL consultato il 28 febbraio 2013.
  26. ^ NHM - Global Lepidoptera Index - Graellsia isabellae galliaegloria. URL consultato il 28 febbraio 2013.
  27. ^ Sito del Consiglio d'Europa - Convenzione di Berna - Allegato III (artropodi). URL consultato il 28 febbraio 2013.

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