Eruzione del Mount St. Helens del 1980

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Eruzione del 1980 del Mount St. Helens
Il Monte St.Helens dal fianco sud dopo l'eruzione
Il Monte St.Helens dal fianco sud dopo l'eruzione
Vulcano Monte Sant'Elena
Paese Stati Uniti d'America
Eventi correlati sciame sismico con scosse tra 2.6 e 4.5 di magnitudo
Centro/i eruttivo/i parete nord del vulcano
Cratere ampio 365 m
Quota/e prima dell'eruzione: 2,950 m

dopo l'eruzione: 2,549 m s.l.m.

Prima fase eruttiva 18 maggio 1980

L'eruzione del 1980 del St. Helens, uno stratovulcano situato nello Stato di Washington, negli Stati Uniti, fu una delle più rilevanti mai avvenute nel XX secolo. Classificata come evento VEI-5 (Volcanic Explosivity Index - Scala di esplosività dei vulcani) l'eruzione fu l'unica davvero importante dal 1915, anno dell'eruzione del Lassen Peak in California.[1]

L'eruzione fu preceduta da una serie di fenomeni sismici nei precedenti due mesi, e da sbocchi di vapore causati dalla pressione del magma a poca profondità sotto il vulcano, che creò un enorme rigonfiamento e una serie di fratture lungo tutta la parete nord del St. Helens.

Gli scienziati dell'USGS (United States Geological Survey) convinsero le autorità a chiudere il parco del Mount St. Helens al pubblico, rinviando la sua apertura nonostante le continue pressioni dei visitatori. Questa decisione salvò nei giorni dell'eruzione migliaia di vite.

Domenica 18 maggio alle 8:32 di mattina un terremoto causò il collasso dell'intera parete nord del vulcano, liberando milioni di metri cubi di gas, rocce e lapilli contenuti al suo interno.

La colonna di fumo che si venne a formare raggiunse un'altezza di 24 km nell'atmosfera, e riatterrando si depositò su 11 stati americani.[2] Allo stesso tempo parte della neve e dei ghiacciai sulla vetta del monte si sciolsero, dando vita a una serie di fenomeni di frana, i Debris flow, cioè colate fangose e dense di detriti (alberi, piante, rocce, sabbia) che raggiunsero in poco tempo il Columbia river. Molte altre esplosioni susseguirono a quella principale nell'arco di quell'anno, ma non della stessa intensità.

Nell'eruzione persero la vita 57 persone[3] e migliaia di animali. Furono devastati migliaia di chilometri quadrati dell'area protetta del parco, causando oltre un miliardo di dollari di danni e l'aspetto del Mount St. Helens cambiò radicalmente. Immediatamente dopo l'eruzione la cima del vulcano lasciò spazio a un enorme cratere che tuttora si estende in obliquo dall'altezza massima del cono vulcanico fino alle pendici. Negli anni successivi anche la tutela del parco, affidata alla Burlington Northern Railroad diventò di competenza dei servizi forestali degli Stati Uniti.

Un momento dell'eruzione del 1980.

Fasi preliminari dell'eruzione[modifica | modifica wikitesto]

Il St. Helens rimase in stato di quiete per più di un secolo, dalle sue ultime attività del 1840 e 1850, fino al marzo del 1980[4]. Una serie di piccoli terremoti iniziò il 15 marzo, segno che il magma sottostante il vulcano era in movimento.[5]. Il 18 marzo alle 3.45 Pacific Daylight Time (la fascia di fuso orario che va dai confini con l'Alaska fino alla California) un terremoto di magnitudo 4.2 Richter a poca profondità (percepito inizialmente come un 4.1) con epicentro sotto il lato nord del vulcano[5] segnalò ufficialmente il risveglio dell'attività vulcanica dopo 123 anni di riposo.[6]

Erupting conical volcano
Una foto del vulcano scattata dall'USGS il 10 aprile 1980, 38 giorni prima dell'eruzione.

Uno sciame sismico investì l'area tenuta sotto osservazione tra il 25 e il 27 marzo, e crebbe fino a toccare un picco di magnitudo 4.5 sulla scala Richter nei giorni immediatamente successivi..[7] In questi giorni fu registrato un totale di 174 scosse di magnitudo 2.6 o superiore.[8]

Scosse di magnitudo 3.2 e più potenti si verificarono durante tutto il mese di aprile e maggio con cinque terremoti di magnitudo 4 o superiore ogni giorno nel mese di aprile, e otto ogni giorno nelle prime due settimane di maggio.[6] Nonostante gli evidenti segnali di attività geologica, non era ancora prevedibile il verificarsi di un'eruzione; fino a quel momento le conseguenze delle scosse si erano limitate a piccole valanghe di neve e ghiaccio dalla cima della montagna.

Alle 12:36 del 27 marzo un'eruzione, ma probabilmente due quasi simultanee, (causate dal collasso delle falde acquifere) scagliarono in aria roccia fusa e massi staccatisi dal cratere originale, dando vita a un nuovo cratere ampio 76 metri[6], e lasciando fuoriuscire una colonna di cenere alta 2,100 metri[8]. Da questo momento un lungo sistema di fratture lungo 4,900 metri si sviluppò sino all'estremità superiore del monte. L'eruzione fu seguita da altre scosse e da una serie di eruzioni che per lo più saturarono l'aria di cenere in colonne di fumo alte fino a 3,400 metri. La maggior parte delle ceneri ricadde fino a 20 km dal vulcano, ma quelle più sottili vennero furono trasportate dal vento fino a Bend (Oregon), a 240 km di distanza, e a 460 km a est di Spokane.

Un secondo nuovo cratere e una fumarola furono avvistati per la prima volta il 29 marzo. Il fumo era visibilmente emesso da entrambi i crateri e fu causata dalla combustione dei gas. L'elettricità statica generata dalle nubi di cenere che avvolgevano il vulcano emettevano lampi di luce ampi fino a 3 km. 99 esplosioni separate furono registrate nella sola giornata del 30 marzo, e piccole scosse furono percepite il primo di aprile, facendo allarmare i geologi e portando il governatore Dixy Lee Ray a dichiarare lo stato di emergenza il 3 aprile. Il Governatore Ray diede l'ordine di definire una zona rossa intorno al vulcano. Chiunque fosse stato sorpreso in quella zona sprovvisto di pass avrebbe ricevuto una sanzione pari a 600 dollari ed eventualmente il carcere (erano esclusi dall'ordinanza i proprietari di piccoli Cottage presenti nel parco).

Il 7 aprile il neo-cratere era diventato lungo 520 metri, ampio 365 e profondo 150. Una squadra dell'USGS dichiarò che nell'ultima settimana di quello stesso mese una sezione di 2,4 km di diametro del versante nord si era spostata di almeno 82 metri. Per tutto il mese di aprile e nei primi di maggio questa sezione si era gonfiata fino a un massimo di 1,5-1,8 metri al giorno, e intorno alla metà di maggio si era estesa per altri 120 metri. Al progressivo ingrossamento della parete conseguì l'inabissamento dell'area retrostante (compresa cioè tra il cratere e il fianco della montagna che si stava gonfiando) che in geologia viene chiamata graben. il 30 aprile i geologi annunciarono il pericolo dello scivolamento del versante, e che tale frana avrebbe potuto dar vita a un'eruzione. Cambiamenti tanto decisivi all'interno dell'edificio vulcanico erano relazionate alla costante deformazione delle rocce che aumentarono il volume totale interno fino a 100 metri cubi. L'aumento di volume a sua volta corrispondeva al volume del magma spinto verso l'esterno, che quindi portava alla deformazione del monte. Poiché il magma continuava a rimanere nel vulcano invece di fuoriuscire, il rigonfiamento venne denominato "cryptodome" (dal greco κρυπτός - segreto, e dall'inglese dome- cupola), per distinguerlo dal tradizionale Duomo di lava

Il duomo di lava interno al vulcano (cryptodome) in una foto del 27 aprile

Il 7 maggio una serie di eruzioni simili alle precedenti avvenute durante marzo e aprile scossero nuovamente il vulcano, e nei giorni successivi il rigonfiamento raggiunse la sua massima ampiezza. Un totale di mille eruzioni fu registrato nei giorni precedenti il 18 maggio, per lo più registrate a meno di 2,6 km sotto il fianco nord. Il 16 maggio il cessare delle eruzioni visibili fino a quel momento ridusse l'interesse dei visitatori, e il giorno successivo le autorità concessero l'entrata di alcuni mezzi per permettere ai proprietari delle baite e dei rifugi di controllare le proprie proprietà ed eventualmente portare con loro alcuni averi. Fu stabilito un secondo giro il giorno seguente alle dieci di mattina.

Scivolamento della parete nord[modifica | modifica wikitesto]

Alle 7 di mattina del 18 maggio il vulcanologo dell'USGS David A. Johnston, che aveva monitorato la situazione del vulcano per tutta la notte in una stazione a 10 km a nord di esso, analizzò i risultati di alcune misurazioni che aveva fatto alle prime luci dell'alba. Nell'attività eruttiva non vi erano stati particolari cambiamenti dai giorni successivi: Il rigonfiamento, le emissioni di anidride solforosa, e la temperatura del suolo non rivelarono nessun segno di un'imminente eruzione.

Improvvisamente alle 8:32 un terremoto di magnitudo 5.1 con epicentro proprio sotto il fianco nord portò l'intera parete vulcanica a scivolare verso la vallata, circa 10-15 secondi dopo il sisma. La frana, una delle più strabilianti della storia, viaggiando a una velocità compresa tra i 175 e i 250 km/h travolse il fianco occidentale dello Spirit Lake. In parte la frana si schiantò contro un altopiano di 350 metri a 10 km di distanza dal vulcano, scavalcandolo parzialmente, ma la maggior parte si riversò sul North Rork Toutle River, invadendo l'intera vallata con uno spesso strato di detriti altro 180 metri. Fu ricoperta un'area di 62 km quadrati, con una quantità di detriti pari a 2,9 chilometri cubi.

Gli esperti furono in grado di ricostruire la dinamica dell'evento grazie ad una rapida sequenza di foto scattate da Gary Rosenquist che si trovava a circa 18 km di distanza dall'esplosione. Rosenquist si salvò grazie alla topografia locale che canalizzò l'esplosione a poco più di 1,6 km dal punto in cui si trovava al momento dell'eruzione.

Quello che fino a pochi minuti prima era il fianco nord del vulcano si trasformò in un enorme deposito detritico vasto 17 miglia e mediamente spesso 46 metri, con punti nello Spirit Lake che raggiungevano oltre 1.6 km di spessore. Nell'impatto con la frana, tutta la massa d'acqua dello Spirit Lake venne scagliata nella valle, con onde di 180 metri, distruggendo migliaia di alberi e uccidendo centinaia di migliaia di animali. La frana si depositò in grandi quantità sul letto del lago, alzando il livellò dell'acqua di 61 metri.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Fisher, R.V., Heiken, G. & Hulen, J. 1998. Volcanoes:Crucibles of Change, Princeton University Press, 334pp.
  2. ^ Blaine Harden, Explosive Lessons of 25 Years Ago in The Washington Post, 18 maggio 2005, p. A03.
  3. ^ List of victims from monument at Johnson Ridge observatory, KGW news. (archiviato dall'url originale il 25 maggio 2009).
  4. ^ Gorney, Cynthia, The Volcano: Full Theater, Stuck Curtain; Hall Packed for Volcano, But the Curtain Is Stuck in The Washington Post, 31 marzo 1980.
  5. ^ a b Mount St. Helens Precursory Activity: March 15–21, 1980, United States Geological Survey, 2001. URL consultato il 26 maggio 2007.
  6. ^ a b c Harris, Fire Mountains of the West (1988), page 202
  7. ^ Ray, Dewey, Oregon volcano may be warming up for an eruption in Christian Science Monitor, 27 marzo 1980. URL consultato il October 31, 2010.
  8. ^ a b Mount St. Helens Precursory Activity: March 22–28, 1980, United States Geological Survey, 2001. URL consultato il 26 maggio 2007.

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