Canzone (musica)

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Un trio, accompagnato da un liuto ne Il concerto di Lorenzo Costa (1490).

Una canzone (detta più formalmente brano musicale), in musica, è una composizione musicale, scritta per essere eseguita da una o più voci, per lo più con accompagnamento strumentale.

Canzone strumentale[modifica | modifica sorgente]

Esempio di Chanson

Nel XVI secolo e nella prima metà del XVII, la canzone era tuttavia una forma strumentale, una versione profana del più severo Ricercare di tendenza mottettistica.[1] Originariamente era la trascrizione per organo o altri strumenti della Chanson française e per questo ebbe il nome di Canzon francese o Canzon alla francese o Canzone da sonate. Queste canzoni hanno forma simile al Ricercare a più temi. Le caratteristiche peculiari furono: ritmi vivaci, note ripetute per ingraziosire i temi, limpidezza polifonica, alternanza di sezioni imitative e dialoganti, varietà di struttura. I titoli furono curiosamente derivati dai patroni dei compositori. La canzone per strumento a tastiera diverrà poi una componente essenziale della fuga, mentre quella per strumenti monodici ispirerà la sonata da chiesa. Nella canzone barocca i contrasti di scrittura, carattere e tempi aumenteranno rispetto alla canzone rinascimentale. I primi esempi di canzone organistica vennero forniti da Marco Antonio Cavazzoni (1523), da Giovanni Gabrieli fino a Girolamo Frescobaldi (dal 1627 al 1635), che molto spesso unì le varie strofe delle sue Canzoni con brevi e libere cadenze. Dalla fine del Cinquecento la canzone polistrumentale raggiunse i suoi vertici grazie a Adriano Banchieri, Tarquinio Merula e ancora a Frescobaldi con una serie di sezioni alternate in libertà e contrastanti, tendenti sempre più, di fatto, alla sonata.

Canzone vocale[modifica | modifica sorgente]

Caricatura che descrive un'esecuzione di una canzone.

Musica destinata al popolo, di facile presa e assimilazione, si giovò agli inizi di elementi colti e popolari. È quasi impossibile stabilire dove sia nato questo genere e chi siano stati i primi autori, anche se in Europa i primi esempi risalirono al Medioevo e il patrimonio più antico sembrerebbe quello proveniente dall'Antico Egitto con la tradizionale canzone popolare della trebbiatura.[2]

La canzone romana lascia tracce nel XII secolo D.C. (1.100) con il brano "Er Pellegrino" e nel XIV secolo D.C. (1.300) con il brano "Sonetto" o perlomeno queste le testimonianze che hanno poi trovato conferma dai documenti risalenti a quel periodo. Gli unici brani esemplari ritrovati di quel tempo sono stati tramandati da una tradizione che ancora oggi trova posto nelle caratteristiche vie del centro storico di Roma, interpretati anche da illustri nomi romani del panorama teatrale e cinematografico italiano.

La canzone napoletana derivò dalla villanella del Cinquecento eseguita con l'accompagnamento di strumenti a fiato e a percussione, riadattata ad un modo di cantare più popolare ed assorbì in seguito alcuni aspetti formali e stilistici dell'opera buffa del Settecento, miniera d'oro anche per il vasto repertorio impreziosito di umanità, drammaticità e spensieratezza.[3] La canzone napoletana ebbe alterne fortune e dopo un periodo di declino, verso la fine del Seicento, allontanata dalla città, trovò nuova linfa creativa nelle campagne, prima di riesplodere nuovamente al suo ritorno cittadino. Basti citare alcuni brani che hanno varcato i confini nazionali, come Te voglio bene assaje di Donizetti, Fenesta ca lucive attribuita tra gli altri anche a Vincenzo Bellini, Santa Lucia di Teodoro Cottrau, agevolati dal felice connubio tra compositori di alta maestria e poeti raffinati e incisivi.[4]

Raramente altre canzoni regionali sono riuscite a varcare i limiti dialettali, così come appare arduo rintracciare un comune denominatore ed uno stile univoco per la canzone italiana, diversamente dal caso francese, dove le radici del vaudeville derivarono dalla chanson del Cinquecento, come evidenziato dallo stile, dalla tradizione del giornale-cantato.[1] Sempre nell'Ottocento in Germania si verificò un altro grande connubio fra musica e poesia, denominato Lied, che ebbe in Franz Schubert uno dei massimi esponenti.

Il cantante folk Pete Seeger.

Se l'origine della canzone è strettamente legato a quello della musica popolare, potendo generalizzare, in ogni nazione si rintracciano tre filoni importanti:[2] il primo è quello folk che recupera arie, canti antichissimi e locali che provengono sia dai campi sia dal mare e dai monti ed in Italia si suddivisero a seconda della provenienza geografica, in ballate narrative nel nord, costituite da un substrato celtico, mancante invece nel Meridione, al di sotto delle antiche strofe latine, e in strambotti nel sud; il secondo è quello della canzone per la danza, che prevede una prevalenza della musica sui testi, il terzo è quello poetico che cerca di esprimere sentimenti e ideali da diffondere, da cui nascono sia le canzoni generalmente tipiche del nord con argomenti storici, politici, militareschi, familiari e occasionalmente sentimentali, in cui assume maggiore priorità il contenuto sulla forma, tranne che per le musiche da ballo, sia quelle tipiche del sud sognanti, ammiccanti, edulcorate, distraenti con argomenti sentimentali ma anche paesaggistici e familiari, talvolta strappalacrime come la lunga sequenza di canzoni dedicate agli emigranti.[3]

La ricerca storica sulla musica popolare ha rintracciato le origini di varie canzoni vocali folk nell'Italia settentrionale, come ad esempio il trallalero corale e di compagnia in Liguria, lo stornello umoristico e farcito di personaggi come il tipico Crapapelada in Lombardia, il villotta lirico e monostrofico nelle tre Venezie e in Friuli, e scendendo giù per la Penisola, lo stornello, i rispetti e le canzoni corali i bei in Toscana, il batacchio (o vatocco) a più voci contrastate nelle Marche e negli Abruzzi, il "saltarello" tipico ballo della regione Lazio, la canzone a ffigliola, la fronna è limone e la tarantella in Campania e nella Puglia, i hhiuri e i rispetti in Calabria, i ciuri in Sicilia e i mutos in Sardegna. Ma nell'Italia meridionale molti di queste canzoni si possono considerare varianti più o meno vicine agli stornelli toscani.

Le canzoni moderne di dividono in melodiche e sincopate e la loro popolarità fu inizialmente dovuta alla popolarità dei caffè-concerto, poi alla diffusione dell'industria discografica e dei suoi prodotti sempre più appetibili al grande pubblico, al film musicali, alla radio e alla televisione.

Il tenore Beniamino Gigli.

Nell'opera[modifica | modifica sorgente]

Il termine canzone, o canzonetta, è usato raramente nell'opera, per lo più ad indicare episodi in cui il personaggio intona realmente una canzone, spesso accompagnato da strumenti a pizzico. Verdi ha definito canzoni alcune arie di Rigoletto (Atto III: «La donna è mobile»), Un ballo in maschera (Atto I: «Dì tu se fedele», atto III: «Saper vorreste») e Otello (Atto IV: Canzone del salice).

miniatura

Nella musica pop[modifica | modifica sorgente]

Uno dei gruppi leader della musica pop: The Beatles

La forma musicale più diffusa nella musica leggera è naturalmente la canzone. Essa è eseguita di solito da formazioni ridotte (strumenti come chitarra, basso, batteria e tastiere), ma qualche volta anche da formazioni orchestrali più o meno grandi.

Vediamo più da vicino come si caratterizza la struttura di una canzone. Generalmente è caratterizzata da tre elementi principali: una melodia (il canto), un’armonia (gli accordi) e un tempo (grado di velocità e andamento ritmico). Queste tre componenti possono essere sviluppate, intrecciate e arricchite in vari modi. L'impianto più frequente di una canzone è dato da introduzione, strofa, ritornello (o refrain) ripetizione della strofa, eventuale breve inciso strumentale, di nuovo un ritornello (a volte con variazione) e finale (o cadenza). Lo standard di una canzone di musica leggera è caratterizzato pertanto dall’alternanza strofa/ritornello, con una “cornice” di introduzione e finale, la cui durata complessiva (delle versioni radio), per esigenze commerciali, dovrebbe essere compresa in un range di 3 ÷ 4 minuti.

Questa semplice formula può presentare molte varianti. Spesso fra la strofa e il refrain è presente un bridge (o ponte) che costituisce appunto un passaggio di diversa struttura armonica e melodica per lanciare il ritornello. Nella stesura dell’arrangiamento a volte il brano viene “incorniciato” da un motivo aggiunto che può fungere da introduzione, intermezzo strumentale, o finalino. E se si tratta di un riff corto può essere riproposto ad ogni cambio di strofa. Per imprimere un “cambio di marcia”, un’impennata energetica ad un brano un po’ stanco e monotono, un "trucco" diffusissimo - forse abusato ma sempre efficace - è far salire la tonalità di mezzo tono o più. In genere il salto si fa a metà canzone, all’uscita della strofa o del ritornello, e l’operazione può ripetersi anche più volte. Quando il disegno melodico lo permette, tra una frase cantata e l’altra, si può introdurre un contrappunto solistico strumentale che, alternandosi e avvolgendosi al motivo conduttore, può arricchirlo e caratterizzarlo.

Spesso nella musica leggera si adotta questo schema[senza fonte]:

  • Introduzione: 2 o più misure
  • Strofa: 8-12 misure
  • Ritornello: 8-12 misure
  • Ritornello implicito: 4 misure
  • Solo: 8 misure
  • Conclusione: 1-2 misure

Ma trattasi solo di una linea di massima.

Non va naturalmente dimenticato un quarto elemento, forse il più importante, sempre presente nella canzone leggera: il testo, intorno al quale gira tutto il brano.

Il testo è in genere per rime. A ciascuna riga di testo vengono fatte corrispondere 4 misure. Pertanto una strofa od un ritornello sono associati e due righe, tipicamente (ma non sempre e non necessariamente) in rima. Il testo di una canzone usualmente segue un filo logico o narrativo all'interno dei suoi versi, ma sono ugualmente diffuse canzoni che non rispettano questo criterio (per esempio nel genere hip hop). Esistono anche canzoni che sono il proseguimento musicale/narrativo di un'altra canzone contenuta normalmente nello stesso album, come è uso nei concept album, tipici del Progressive rock anni Settanta e considerabili un po' dei moderni poemi sinfonici a tema (vedi per esempio album storici come In the court of Crimson King (King Crimson) Nursery crime (Genesis) Octopus (Gentle Giant), Close to the edge (Yes), veri e propri capolavori (oltre che musicali) di letteratura cantata, o ancora The Wall dei Pink Floyd o Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory dei Dream Theater).

Facciamo degli esempi di canzoni famose analizzandone le caratteristiche.

My Way” è la più classica forma canzone. Due strofe, un refrain, ancora una strofa, un refrain con finale. Altra caratteristica esemplare molto diffusa e presente in questo bellissimo brano è la tradizionale strofa su note di altezza media o medio-grave che si dispiega poi nel ritornello con note più alte ascendenti fino alla due più acute che fanno da epilogo all’inciso.

Anche “Yesterday” si identifica formalmente con la normale successione 2 strofe, ritornello, strofa, ritornello, strofa. Entrambi questi due grandi successi internazionali sono privi di un'introduzione vera e propria, partendo subito con la strofa, fatta eccezione per due battute strumentali sull'accordo iniziale.

My sweet lord”, l’introduzione (o intro) invece ce l’ha, ed è un caso celeberrimo di brano tutto costruito sulla ripetizione in loop di un’unica, azzeccatissima, frase melodica.

Impressioni di settembre” è passata alla storia del pop per il suo stupendo inciso strumentale che la fa da protagonista rispetto ad una strofa-ouverture e ad un bridge-preludio, entrambi cantati introspettivamente in atmosfera sospesa che esplode nel magico orizzonte del sintetizzatore lanciato verso l’infinito.

In Italiano[modifica | modifica sorgente]

Le origini[modifica | modifica sorgente]

Prima dell'Unità la canzone popolare in Italia era quasi esclusivamente in dialetto, nei vari dialetti della penisola.
Le canzoni in italiano erano poche: nel Settecento qualche canto religioso (Tu scendi dalle stelle, 1754); a metà dell'Ottocento i canti politici del Risorgimento (gli inni di Mameli e di Garibaldi, Addio, mia bella, addio e qualcun altro)[5].
Alla stessa epoca risale la prima canzone "leggera", Santa Lucia di Teodoro Cottrau del 1849, da molti considerata la prima canzone italiana. Si trattava, in ogni modo, di un caso isolato e nemmeno di un'opera originale, in quanto era la traduzione italiana di una barcarola napoletana.

1861-1915[modifica | modifica sorgente]

Ancora all'epoca dell'Unità d'Italia c'erano due generi di canto completamente distinti, da un parte l'opera, che aveva ampia diffusione in tutti i ceti sociali, e dall'altra la canzone popolare in dialetto. Le prime forme di canzone italiana discesero da questi due generi.
Dall'opera derivò la romanza[6][7], che è un'aria di tipo operistico, ma destinata ad essere eseguita da sola, spesso nei salotti eleganti. Il più tipico compositore di romanze fu Francesco Paolo Tosti, ma la più famosa romanza rimane Mattinata di Ruggero Leoncavallo del 1904, scritta per Enrico Caruso. Né può essere dimenticata Musica proibita di Stanislao Gastaldon del 1881.
Dalla canzone dialettale si sviluppò invece una produzione di canzoni popolari anonime in lingua italiana, fra le quali hanno un posto particolare quelle legate al tema dell'emigrazione (Mamma mia, dammi cento lire).
Nell'ultimo decennio dell'Ottocento aprirono a Napoli, Roma, Torino, Milano, sull'esempio francese, i caffé-concerto o cafés chantants[8], nei quali si cantavano soprattutto canzoni nei rispettivi dialetti, spesso a doppio senso[9].

Aiuto
Vincenzo Di Chiara (1864-1937) (info file)
La spagnola — Versione strumentale

Tuttavia, in questi locali si formò anche un repertorio di canzoni in italiano, fra cui Ciribiribin (1898), La spagnola (1906) e la patriottica Tripoli, bel suol d'amore (1911). Si trattava pur sempre di poche canzoni rispetto alla prolificità della coeva canzone classica napoletana che in quei decenni attraversava uno dei suoi periodi migliori.
Bisogna, infine, menzionare il repertorio delle canzoni religiose in lingua italiana, destinate non alla messa (che era ancora in latino), ma alle processioni ed ai pellegrinaggi ai santuari.

1918-1929[modifica | modifica sorgente]

Un tipico spartito degli anni venti

È negli anni intorno alla Grande Guerra che si afferma la canzone italiana con i caratteri che oggi conosciamo: scritta da autori noti, in lingua italiana, sempre più svincolata dai moduli operistici, semmai spesso scritta su ritmi da ballo (valzer, tango, fox-trot ed altri). La produzione è ormai continua e la diffusione nazionale (almeno nelle città). Il luogo dove nasce questa nuova canzone è il tabarin e perciò è destinata alle classi agiate. Al tabarin si esibiscono i primi cantanti, rigorosamente in abito da sera (in cilindro e marsina gli uomini, in abito lungo e boa di pelliccia le donne): Armando Gill (Come pioveva), Gino Franzi (Scettico blues, Lucciole vagabonde), Anna Fougez (Vipera, Abat-jour, Addio signora), Isa Bluette (Creola). I maggiori autori di canzoni degli anni venti furono E.A. Mario (Vipera, Balocchi e profumi) e la coppia Cherubini-Bixio (Tango delle capinere, Violino tzigano, Mamma), tutti autori che continuarono a scrivere canzoni di successo fino agli anni Quaranta.
Le canzoni del tabarin descrivevano l' amore in termini cinici e crudi, in antitesi al perbenismo borghese e cattolico, talvolta tuttavia terminavano con un colpo di scena moralistico e lagrimevole.
Epigona di questo mondo può essere considerata Milly, che, tuttavia, saprà far propri i successivi sviluppi della canzone, tanto che alla fine di una lunga carriera, negli anni Sessanta, canterà Brecht, Gaber e De André e si esibirà al fianco di Jannacci.

Per completare il panorama canoro degli anni venti, bisogna ricordare che questo è il periodo d'oro dell'operetta italiana, e che le più celebri arie delle operette sono state spesso cantate da sole, come semplici canzoni (ad esempio Salomé).

1930-1945[modifica | modifica sorgente]

La nascita del cinema sonoro (in Italia a partire dal 1930) permise la diffusione delle canzoni attraverso i film. Il più grande successo degli anni trenta in questo senso fu Parlami d'amore Mariù cantata da Vittorio De Sica nel film Gli uomini, che mascalzoni... del 1932.

La fine degli anni trenta ed i primi anni quaranta videro un grande rinnovamento della canzone italiana. Innanzitutto si diffuse la radio e perciò la canzone si rivolse alla piccola borghesia, che ascoltava la radio in casa. Un ruolo importante ebbero quindi i direttori delle due orchestre di musica leggera dell'EIAR, Cinico Angelini e Pippo Barzizza.
Nonostante l'ostilità del Regime Fascista, queste orchestre, soprattutto la seconda, diffusero lo swing in Italia, che però doveva essere chiamato italianamente "ritmo sincopato" (Maramao perché sei morto, Ba-ba-baciami piccina, Pippo non lo sa e, finita la Guerra, In cerca di te). I più famosi interpreti di questo genere furono Alberto Rabagliati, Natalino Otto, il Trio Lescano, Silvana Fioresi.
Fra gli autori negli anni trenta emersero la coppia Bracchi-D'Anzi (Non dimenticar le mie parole; No, l'amore no), soprattutto nel genere swing lento e sentimentale, e Vittorio Mascheroni (Bombolo; Fiorin Fiorello), specializzato in canzoncine allegre e quasi nonsense[10].
In proposito bisogna precisare che accanto allo swing statunitense negli anni trenta arrivò in Italia (con meno problemi di censura) un altro ritmo afroamericano, la rumba cubana, di cui proprio Bombolo fu uno dei più famosi esempi.
Accanto al filone di influenza americana, ve n'era però uno più gradito al Regime, che proponeva canzoni di argomento rurale (Reginella campagnola) o municipale, spesso fiorentino (Mattinata fiorentina) o romano, e di forma generalmente melodica. Il maggior interprete di questo genere fu Carlo Buti[11]. A questo ambito possono essere ricondotti anche due antesignani dei cantautori, Odoardo Spadaro ed Ettore Petrolini.
V'era, infine, un altro genere vicino al Regime ma musicalmente più moderno, quello delle canzoni che esprimevano i desideri della piccola borghesia (Mille lire al mese) e che esaltavano la modernità stile Novecento.

Il dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

Nella seconda metà degli anni quaranta, probabilmente per reazione ai traumi della Guerra[12], le canzoni erano spensierate e volutamente stupide. In particolare furono in voga canzoncine di ambientazione sudamericana in lingua maccheronica (O mama mama è rimasta la più famosa), in cui si mise in luce la giovane Nilla Pizzi.

Nel 1951 nacque il Festival di Sanremo, che pur tra tante polemiche e critiche riuscirà, nel corso dei decenni, a lanciare decine di canzoni italiane nel mondo, sia in lingua originale sia tradotte ed eseguite da affermate star internazionali (valga per tutte l'esempio di Io che non vivo senza te interpretata da Dionne Warwick). La prima edizione fu vinta da Nilla Pizzi con Grazie dei fiori. Nei primi anni del Festival prevalevano le canzoni melodiche, di argomento romantico o patriottico, interpretate da cantanti come Claudio Villa, Giorgio Consolini, Achille Togliani, Luciano Tajoli, Teddy Reno, Gino Latilla, Carla Boni. Accanto ad esse vi erano, tuttavia, anche canzoni più scherzose e ritmate, spesso scritte da Mario Panzeri (Papaveri e papere, Casetta in Canadà) i cui testi non erano peraltro innocenti come poteva sembrare[13].

La radio (e quindi la RAI) esercitava un vero predominio sulla musica in questo periodo, in cui la diffusione dei dischi era ancora scarsa ed elitaria. Le canzoni erano tuttavia diffuse anche attraverso altri mezzi, che permettevano una maggiore libertà espressiva.

Le colonne sonore dei film continuavano ad avere un ruolo importante nella musica leggera ed in questo periodo si affermò internazionalmente come compositore di musica da film Armando Trovajoli (El negro zumbòn).

Ma soprattutto gli anni cinquanta furono il "periodo d'oro" della rivista e poi della commedia musicale.
Le musiche dei più famosi spettacoli di Garinei e Giovannini furono composte a turno da tre jazzisti (un fisarmonicista e due pianisti) anche se non si trattava di brani jazz: Gorni Kramer, che fu il più fecondo in questo ambito, Lelio Luttazzi, e lo stesso Trovajoli che compose le musiche di Rugantino, probabilmente il capolavoro del genere.
Molte canzoni della rivista erano cantate dal Quartetto Cetra (Vecchia America, In un palco della Scala e Un bacio a mezzanotte), ricordato soprattutto per la garbata ironia e la particolare vena parodistica che successivamente trasferì in televisione.

Alla fine del decennio si sviluppò il cosiddetto filone "turistico" o delle "canzoni-cartolina", che raccontavano amori fra turisti stranieri e ragazze italiane, spesso sullo sfondo di paesaggi e monumenti nostrani. La lingua di queste canzoni tendeva al pastiche italiano-dialetto-lingua straniera; mentre la musica era prevalentemente jazz. Il più tipico interprete di questo filone fu Nicola Arigliano, mentre fra gli autori si deve citare Lelio Luttazzi; il titolo più celebre rimane Arrivederci Roma.

Il miracolo economico[modifica | modifica sorgente]

A cavallo fra gli anni cinquanta e i sessanta la canzone italiana subì la sua più profonda metamorfosi. Il cosiddetto miracolo economico permise un'ampia diffusione dei dischi, ascoltati sia sul giradischi (o nel mangiadischi) sia sul juke-box. Questo significò la fine del quasi monopolio radiofonico sulla canzone e consentì una maggiore varietà di generi musicali, che rappresentavano i gusti sempre più differenziati della società italiana in trasformazione.

La prima innovazione fu l'affermarsi della figura del cantautore che associa il ruolo del cantante e dell'autore.

Già a metà degli anni cinquanta avevano iniziato ad incidere Domenico Modugno, Renato Carosone e Fred Buscaglione, ma la consacrazione definitiva dei cantautori avverrà nel 1958 con la vittoria a Sanremo di Nel blu dipinto di blu cantata da Modugno.

Negli anni immediatamente successivi si imposero due "scuole" di cantautori, quella genovese di Umberto Bindi, Gino Paoli, Bruno Lauzi, Luigi Tenco e Fabrizio De André, più legata al modello degli "chansonniers" francesi, e quella "milanese" di Sergio Endrigo, Ornella Vanoni, I Gufi, Cochi e Renato, Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci, maggiormente influenzata dalla musica americana.

Accanto a queste "scuole" più "impegnate" v'era un gruppo, prevalentemente romano, di cantautori dedito a temi più romantici e, come si diceva allora, "balneari": Edoardo Vianello, Gianni Meccia, Nico Fidenco, Jimmy Fontana, cui vanno aggiunti autori non romani, come Piero Focaccia, Riccardo Del Turco e Los Marcellos Ferial.

Ad essi possono essere accostati anche Peppino di Capri e Fred Bongusto, che furono i più popolari cantanti "confidenziali" italiani.

Domenico Modugno in Eurovisione nel 1958

La seconda innovazione di quegli anni fu l'irrompere del Rock and roll in Italia, rapidamente imitato da molti giovani cantanti italiani, alcuni dei quali capaci di trovare un compromesso tra le innovazioni esterofile e la tradizione italiana.

La data spesso citata è quella del 1957, quando si tenne al "Palazzo del ghiaccio" di Milano il primo "Festival italiano del rock and roll". In quell'occasione e negli anni immediatamente successivi emerse la generazione dei cosiddetti "urlatori": Tony Dallara, Adriano Celentano, Tony Renis, Little Tony, Bobby Solo, Pino Donaggio, Mina, Betty Curtis.

Verso la metà degli anni sessanta arrivò l'ondata del beat inglese. I primi cantanti "yé-yé" italiani furono Gianni Morandi e Rita Pavone, ma il punto di riferimento del beat italiano fu il Piper Club di Roma, da dove partirono le carriere di Caterina Caselli e Patty Pravo, alle quali può essere accostata anche Nada.

Un posto particolare spetta alla coppia Lucio Battisti-Mogol, considerata il culmine del beat italiano ma anche classificabile fra i cantautori, almeno per quanto riguarda Battisti. Questi autori rielaborarono le sonorità rhythm and blues in modo originale ed efficace all'interno della tradizione melodica italiana, per accompagnare testi innovativi che hanno reso popolari i moduli poetici del Novecento.

Infine bisogna ricordare i "complessi" beat, quali l'Equipe 84, i Dik Dik, i Camaleonti, The Rokes, I Corvi, I Giganti, i Nomadi, i New Trolls.

Nel corso degli anni sessanta emersero anche nuovi interpreti melodici, come Dalida, Gigliola Cinquetti, Iva Zanicchi, Orietta Berti, Massimo Ranieri, Mino Reitano, Al Bano, Nicola Di Bari, a dimostrazione della vitalità della tradizione italiana, soprattutto nell'Italia Meridionale.

Quanto agli autori, i maggiori "parolieri" del decennio furono il già citato Giulio Rapetti in arte "Mogol", Franco Migliacci, nonché Paolo Conte, futuro cantautore. Come arrangiatori si devono segnalare Luis Bacalov ed Ennio Morricone, ben più noti come autori di colonne sonore.

Gli anni sessanta videro infine un accentuarsi del divismo dei cantanti, favorito dalla diffusione della televisione e da manifestazioni come il Cantagiro. Si pensi ai già citati Adriano Celentano e Mina, Gianni Morandi, Rita Pavone, Ornella Vanoni[14]. In proposito bisogna ricordare la vittoria di Gigliola Cinquetti all'Eurofestival del 1964.

Gli Anni Settanta[modifica | modifica sorgente]

Negli anni settanta fiorirono filoni canori di breve durata, legati alla situazione politica e sociale.

Innanzitutto, vi furono i cantanti legati alla contestazione giovanile, come Ivan Della Mea, Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli, Alfredo Bandelli, Pino Masi, Gualtiero Bertelli, Eugenio Finardi, gli Area, gli Stormy Six. Essi appartenevano a generi musicali diversi, dal folk revival, al cantautorato, al rock. La canzone di protesta ebbe la sua massima manifestazione nei Festival del Proletariato Giovanile tenuti dal 1974 al 1976 al Parco Lambro di Milano.

Un secondo filone tipico di quegli anni fu proprio il folk revival di artisti come Milva, Gabriella Ferri, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Mario Merola, Rosanna Fratello, Toni Santagata, Raoul Casadei, Otello Profazio, il Duo di Piadena, Louiselle. I contenuti e le motivazioni di questi cantanti furono varie, si andava dalla riscoperta colta della cultura popolare alla nostalgia per la campagna da parte dei meridionali immigrati al Nord.

Ma probabilmente il fenomeno più tipico degli anni settanta fu la "esplosione" dei complessi: anche in questo caso i generi musicali toccati furono diversi, si andava dal progressive rock italiano della Premiata Forneria Marconi, del Banco del Mutuo Soccorso, delle Orme, degli Osanna, ai canti religioso-hippie dei Delirium; dal pop romantico dei Cugini di Campagna, degli Homo Sapiens, dei Collage, degli Alunni del Sole, del Giardino dei Semplici, dei Nuovi Angeli, dei Califfi, fino a quello balneare e ballabile dei Santo California, degli Albatros, della Strana Società, dei Flora Fauna Cemento, dei Daniel Sentacruz Ensemble, dei Vicini di Casa. Queste canzoni pop sentimentali e balneari sono state la colonna sonora della liberazione sessuale, in particolare hanno descritto per la prima volta nella storia della canzone italiana il rapporto sessuale, sia pure in termini ancora romantici ed idealizzati.

Alcuni di questi complessi rimarranno protagonisti della musica leggera italiana fino ai primi anni novanta: i Matia Bazar, i Pooh, i Ricchi e Poveri.

Oggi gli anni settanta sono ricordati soprattutto come il periodo in cui ebbero maggior rilievo i cantautori. In questo decennio nacquero, infatti, nuove "scuole" di cantautori, i cui esponenti si ispiravano prevalentemente al folk americano e a Bob Dylan in particolare[15]. È stata la generazione di cantautori più impegnata politicamente.

Intorno al Folkstudio di Roma si raccolse la cosiddetta Scuola romana, rappresentata da Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Mimmo Locasciulli, Rino Gaetano, Sergio Caputo. Altri esponenti della "scuola romana", più "romantici", possono essere considerati: Claudio Baglioni, Riccardo Cocciante, Franco Califano, Ivan Graziani, Luca Barbarossa.

Gli artisti del Folkstudio rivoluzionarono il concetto e la struttura stessa della canzone. Questi artisti sono pilastri della cosiddetta canzone d'autore, espressione creata alla fine degli anni sessanta da un giovane critico musicale, Enrico de Angelis, che diverrà anni dopo responsabile artistico del Club Tenco.

Negli stessi anni un altro nucleo di cantautori emerse fra Bologna e Modena: si trattava di Lucio Dalla, Francesco Guccini, Pierangelo Bertoli, Claudio Lolli.

Intanto le scuole milanese e genovese continuavano rispettivamente con Roberto Vecchioni e Ivano Fossati.

Infine, a Napoli si affermò Edoardo Bennato.

Un discorso a parte merita Angelo Branduardi, non a caso detto il menestrello di Cuggiono, che recuperò e rielaborò melodie e sonorità medioevali e popolari ed è perciò accostabile al progressive.

La diffusione di tutti i generi musicali fin qui descritti fu favorita, a partire dalla metà degli anni settanta, dalla nascita delle radio libere, le prime radio private in Italia, generalmente gestite da giovani, che meglio conoscevano i gusti dei loro coetanei e che perciò diffondevano generi musicali trascurati o censurati dalla RAI.

Alla fine del decennio si imposero due cantanti, amici fra loro dal tempo del Piper, Renato Zero e Loredana Berté, che con le loro trasgressioni e il gusto per la teatralità diedero una "scossa" al pop italiano con una sorta di "glam" nostrano.

Negli stessi anni Umberto Tozzi, Alan Sorrenti ed Umberto Balsamo ebbero grande successo, anche internazionale, con i loro brani ballabili, che rappresentarono la disco music italiana.

Per completare il paesaggio della canzone italiana negli anni settanta, bisogna infine ricordare che intorno a questo decennio ebbero particolare successo come canzoni autonome le sigle televisive. Tipiche interpreti ne furono le soubrettes Raffaella Carrà, Loretta Goggi e Heather Parisi.

Gli Anni Ottanta[modifica | modifica sorgente]

Gli anni ottanta hanno visto una saldatura fra canzone d'autore e musica elettronica, in quanto i cantautori dell'epoca, come Franco Battiato, Gianna Nannini e Enrico Ruggeri, provenivano da esperienze progressive, rock, punk, ma spesso anche da studi di musica classica e colta. A questi tre artisti possono essere accostati i già citati Matia Bazar, che in questo decennio hanno vissuto la loro fase più sperimentale e sofisticata, nonché Donatella Rettore, Ivan Cattaneo, Alberto Camerini, Jo Squillo, Giuni Russo, ovvero i diversi aspetti della new wave italiana.

Un caso a parte è stato quello di Paolo Conte, già citato come autore, che negli anni Ottanta ha raggiunto il successo internazionale come cantautore jazz. Questo artista può essere considerato l'epigono delle scuole milanese e genovese degli anni Sessanta, con i cui esponenti aveva collaborato.

Ma la vera novità degli anni Ottanta sono stati due cantanti che, dopo essere arrivati fra gli ultimi a Sanremo, dove avevano scandalizzato per le loro voci impastate e roche, agli antipodi del "bel canto", e per i temi ed il lessico decisamente scorretti, sono tuttora i "rockers" italiani più popolari: Vasco Rossi e Zucchero Fornaciari.

Il successo sanremese non è invece mancato ad Eros Ramazzotti, anch'egli cantante dalla voce non conforme ai canoni della tradizione, in quanto decisamente nasale, ma proprio per questo efficace nell'esprimere la "normalità" e la "autenticità", in cui hanno potuto riconoscersi tanti ragazzi di periferia.

Nel genere romantico si sono affermate interpreti come Mia Martini, Fiorella Mannoia, Grazia Di Michele, Paola Turci, Anna Oxa, Spagna, Fiordaliso. In campo maschile gli interpreti di maggior successo di questo genere sono stati Toto Cutugno, Pupo, Christian, Mango, Amedeo Minghi, Fausto Leali, Eduardo De Crescenzo, Marco Ferradini, Fabio Concato.

Negli anni Ottanta c'è stato anche un ritorno del genere balneare, i cui successi sono stati ribattezzati in tale decennio "tormentoni estivi", ritorno guidato dai Righeira, dal Gruppo Italiano e da Lu Colombo. Le canzoni di questi artisti sotto un ritmo allegro nascondevano storie violente e addirittura apocalittiche[16].

Non si può infine dimenticare Cristina D'Avena, interprete di tante sigle di cartoni animati per bambini, che ha raggiunto grande notorietà, caso unico per una cantante specializzata in tale repertorio.

L'innovazione degli anni Ottanta nell'ascolto delle canzoni è stata rappresentata dallo walkman, che ha fatto scomparire in pochi anni la secolare abitudine di canticchiare le canzoni ed ha perciò ridotto l'importanza dell'orecchiabilità delle melodie.

Anni Novanta e Duemila[modifica | modifica sorgente]

Negli anni novanta sono diventati popolari generi musicali che fino ad allora erano noti solo a minoranze di appassionati ed eseguiti in cantine, centri sociali e piccoli locali.

Jovanotti ha fatto conoscere il rap al pubblico italiano, seguito dagli Articolo 31 e dai Sottotono. Successivamente si sono affermati rappers più impegnati e politicizzati, come Frankie HI-NRG MC, Caparezza e Fabri Fibra.

Negli stessi anni ha raggiunto la popolarità, grazie a Elio e le storie tese ed ai Pitura Freska, il genere demenziale e trash, che pure vantava un trentennio di storia.

Analogamente il grande successo dei Litfiba ha dato visibilità al movimento punk-new wave, che aveva una vita più che decennale, ed ha aperto la strada al rock alternativo in Italia, di cui sono o sono stati esponenti i Timoria, i Subsonica, i Negrita, le Vibrazioni, i Negramaro, gli Afterhours, i Marlene Kuntz, i Bluvertigo e, con caratteri più cantautoriali, i Tiromancino ed i Quintorigo.

A parte si deve considerare il Combat Rock e combat folk di gruppi come i CCCP fedeli alla linea, The Gang, i Modena City Ramblers, la Banda Bassotti e la Bandabardò. Questo genere musicale è rimasto legato ai centri sociali e ad una forte identità politica di sinistra, ha perciò raggiunto visibilità nazionale soprattutto durante i concerti del Primo Maggio.

Nel ventennio in questione è nata anche una nuova generazione di cantautori, fra i quali Luciano Ligabue, Carmen Consoli, Vinicio Capossela, Samuele Bersani, Daniele Silvestri, Max Gazzé, Sergio Cammariere, Simone Cristicchi, Arisa. Accanto ad essi va ricordato un complesso dedito alla canzone d'autore, la Piccola Orchestra Avion Travel.

Nell'ambito della musica pop hanno ricevuto apprezzamento anche dalla critica le voci "afro" di Giorgia, Elisa e Malika Ayane. Ma il record di vendite è spettato alle voci "italiane" di Laura Pausini e Gigi D'Alessio.

Molti sono stati anche i cantautori romantici del periodo: Nek, Tiziano Ferro, Biagio Antonacci, Luca Carboni, Alex Britti, Gianluca Grignani, Raf fra gli altri. Temi più drammatici hanno affrontato Marco Masini e Povia.

Infine, gruppi come gli 883, i Ladri di Biciclette, i Lunapop, hanno proposto divertenti tormentoni estivi.

A partire dal 2009, con la vittoria di Marco Carta al Festival di Sanremo, i talent show hanno acquistato un ruolo determinante nell'affermazione dei nuovi cantanti. È ancora presto per dire se questo fenomeno apra un nuovo periodo della canzone italiana.

Record[modifica | modifica sorgente]

  • La prima canzone registrata è stata la canzone popolare francese Au clair de la lune, registrata nel 1860 da Édouard-Léon Scott de Martinville[17][18].
  • Il singolo più venduto del mondo è White Christmas del 1942 di Bing Crosby che ha venduto 50 milioni di copie[19].
  • La canzone più lunga mai registrata è Surgical Sound Specimens From the Museum of Skin (Delìrium Còrdia) del supergruppo Fantômas, unica canzone dell'album del 2004 Delìrium Còrdia; la canzone ha la durata di 74 minuti e 10 secondi[20]. Precedentemente il record apparteneva dal 2002 ai Green Carnation, con la canzone Light of Day, Day of Darkness dall'album omonimo.
  • La canzone più corta mai registrata è You Suffer del gruppo grindcore britannico dei Napalm Death della durata di 1.316 secondi dell'album Scum del 1987 ed è presente nel Guinness dei Primati[21], la canzone Leugo dell'album Palanche del 2006 del gruppo dialettale genovese dei Buio Pesto dura 571 millesimi di secondo, ma il primato non gli è stato ancora riconosciuto nel Guinness dei Primati[22].
  • La canzone con il titolo più lungo Regretting What I Said to You When You Called Me 11:00 On a Friday Morning to Tell Me that at 1:00 Friday Afternoon You're Gonna Leave Your Office, Go Downstairs, Hail a Cab to Go Out to the Airport to Catch a Plane to Go Skiing in the Alps for Two Weeks, Not that I Wanted to Go With You, I Wasn't Able to Leave Town, I'm Not a Very Good Skier, I Couldn't Expect You to Pay My Way, But After Going Out With You for Three Years I DON'T Like Surprises!! - A Musical Apology (Pentendomi di quel che ti ho detto quando mi hai chiamato 11:00 del mattino di venerdì per dirmi che alle alle 13:00 di venerdì pomeriggio avresti lasciato il tuo ufficio, sceso le scale, fermato un taxi per raggiungere l'aeroporto per prendere un aereo per andare a sciare sulle Alpi per due settimane, non che volessi venire con te, non avrei potuto lasciare la città, non sono una sciatrice molto brava, non potevo chiederti di pagarmi il viaggio, ma dopo tre anni che esco con te NON MI PIACCIONO LE SORPRESE! - [Queste sono] Scuse musicali), per un totale di 97 parole e 383 caratteri dell'album Future Fossils del 1983 della cantante statunitense Christine Lavin[23][24].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Le Muse, De Agostini, Novara, 1966, Vol.IV, pag.60-61
  2. ^ a b Universo, De Agostini, Novara, 1966, Vol.III, pag.50-51
  3. ^ a b Paolo Ruggieri, Canzoni Italiane, Fabbri Editori, 1994, Vol.I, pag.2-12
  4. ^ Paolo Ruggieri, Canzoni Italiane, Fabbri Editori, 1994, Vol.I, pag.13-24
  5. ^ L. Colombati (a cura di ), La canzone italiana 1861-2011, Mondadori, 2011
  6. ^ La nuova enciclopedia della musica, Garzanti, 1983
  7. ^ L. Colombati (a cura di ), La canzone italiana 1861-2011, Mondadori, 2011
  8. ^ L. Colombati (a cura di ), La canzone italiana 1861-2011, Mondadori, 2011
  9. ^ Gianni Borgna, Storia della canzone italiana, 1985
  10. ^ programma di sala "Made in Italy" Teatro Dal Verme di Milano, 29.5.2005
  11. ^ La nuova enciclopedia della musica, Garzanti, 1983
  12. ^ L. Colombati (a cura di ), La canzone italiana 1861-2011, Mondadori, 2011
  13. ^ Gianni Borgna, Storia della canzone italiana, 1985
  14. ^ La nuova enciclopedia della musica, Garzanti, 1983
  15. ^ L. Colombati (a cura di ), La canzone italiana 1861-2011, Milano, Mondadori, 2011
  16. ^ Gianni Borgna, Storia della canzone italiana, 1985
  17. ^ Jody Rosen, Researchers Play Tune Recorded Before Edison, New York Times, 27 marzo 2008.
  18. ^ FirstSounds.org, First Sounds archive of recovered sounds, MP3 archive, First Sounds, marzo 2008.
  19. ^ Guinness Book of Records, 2007 Edition, page 187
  20. ^ What is the longest song ever recorded?
  21. ^ Did You Know: The Shortest Song Ever Recorded
  22. ^ Buio Pesto:Palanche
  23. ^ THE WORLD'S LONGEST SONG TITLE
  24. ^ What is the longest song title?

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • AA.VV., 1983, La nuova enciclopedia della musica, Garzanti, Milano.
  • Borgna Gianni, 1985, Storia della canzone italiana, Laterza, Bari-Roma.
  • Castaldo Gino (a cura di), 1990, Dizionario della canzone italiana, Armando Curcio Editore, Milano.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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