Bernardino Poccetti

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Un'incisione tratta dall'autoritratto agli Uffizi
Affreschi nella grotta del Buontalenti

Bernardino Poccetti, pseudonimo di Bernardo Barbatelli (Firenze, 26 agosto 1548Firenze, 10 novembre 1612), è stato un pittore italiano. Di bassa statura, per la sua specializzazione in affreschi di facciate e in decorazioni a grottesche fu chiamato anche con altri soprannomi, come Bernardino delle Grottesche, Bernardino delle Facciate o Bernardino delle Muse. Il soprannome "Poccetti" con cui è più noto pare derivi, invece, dalla sua abitudine a "pocciare" (letteralmente succhiare, per traslazione "bere") nelle osterie.

Fu un prolifico pittore di affreschi, attivo in Toscana, per lo più a Firenze, che lasciò invece poche e spesso qualitativamente inferiori opere a olio[1].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origini e apprendistato[modifica | modifica wikitesto]

Nacque a Firenze nel "popolo" di San Pier Gattolino, figlio di Bartolomeo, pentolaio nativo di Marino Val d'Elsa[1][2]. Rimasto orfano di padre in tenera età, quando la madre, monna Lucia, si risposò col tessitore di lino Pietro Ciardi, egli rimase a vivere con la nonna paterna in condizioni di povertà[2].

Compì il suo apprendistato nella bottega di Michele Tosini, il quale l'avrebbe preso come apprendista dopo essere rimasto colpito dal suo buon disegnare a carbone sul muro di una chiesa[1]. Aveva circa sette anni. Tra gli aneddoti legati alla sua infanzia, uno ricorda come il maestro, "da cui fu sempre riguardato ed amato come figliolo"[3], gli avrebbe chiesto di copiare un occhio nel lasso di tempo in cui lui, Michele, eseguiva una pittura da sopra una scala di legno; Bernardino, invece di eseguire la richiesta, dipinse il pittore stesso, l'opera e la scala, con proporzioni così ben eseguite che stupì il maestro[2].

Più che allo stile tradizionale di Michele di Ridolfo del Ghirlandaio, Bernardino dovette interessarsi in quegli anni alle decorazioni che Giorgio Vasari e la sua numerosa bottega portavano avanti, tra il 1565 e il 1570 circa, dentro palazzo Vecchio, in particolare al Tesoretto e allo studiolo di Francesco I. I primi lavori dell'artista dovettero essere essenzialmente grottesche, genere allora molto in voga nel quale gli assistenti di Vasari (in particolare Cristofano Gherardi e il Poppi) andavano raggiungendo esiti particolarmente briosi e raffinati anche nel cantiere di palazzo Vecchio[1]. Scrisse il Baldinucci che non sappiamo se il Poccetti fu spinto verso tale genere per inclinazione personale o per le buone prospettive di impiego; in ogni caso tale specializzazione giovanile influenzò anche la sua produzione figurata matura, all'insegna di un gusto spiccatamente decorativo e fastoso[1].

Si sposò con monna Lucrezia, nata nel 1560, dalla quale ebbe un figlio che morì da piccolo[2].

Pittore di grottesche e facciate[modifica | modifica wikitesto]

Graffiti della facciata del palazzo di Bianca Cappello

Nel 1570 si iscrisse nell'Accademia del Disegno, passo necessario per mettersi in proprio. Da quest'anno circa, fino grossomodo al 1580, l'artista si specializzò nella pittura di facciate, attività da cui gli derivarono i soprannomi "delle Facciate", "delle Grottesche" o "delle Muse". La sua prima opera documentata risale comunque al 1574, anno in cui aprì una bottega in via del Palagio (oggi il tratto più a ovest di via Ghibellina).

In questa iniziale attività di pittore di grottesche e di decoratore a graffito fu al seguito di Bernardo Buontalenti, col quale condivise gli studi di architettura e prospettiva. Fu così chiamato a decorare alcune facciate in palazzi progettati dal Buontalenti, compresa un'opera per l'amico e collega stesso, la facciata della sua casa in via Maggio, che doveva anche dare all'epoca un saggio delle proprie abilità, attirando la ricca committenza fiorentina[1]. Dipinse inoltre la volta della grotta nel giardino di Boboli.

Di quell'epoca restano essenzialmente le sole facciate del palazzo di Bianca Cappello, in larga parte conservatasi miracolosamente nelle forme cinquecentesche, e quella del palazzo de' Benci, mentre numerosi lavori sono da tempo perduti: oltre alla casa di Bernardo Buontalenti, la casa Pitti in via Santo Spirito, la casa Compagni in via del Parione, ecc.[1]

Sempre il Baldinucci riportò come il Poccetti amasse inserire in quel periodo tra le grottesche figure di proporzioni più grandi, dimostrando già in queste fasi una vocazione per la pittura più ampiamente figurativa. In particolare, sulla facciata della casa di Niccolò Compagni (distrutta nel Seicento per far spazio al palazzo Corsini al Parione) dipinse Nove Muse che riscossero uno straordinario successo nell'ambiente fiorentino[1].

Il viaggio a Roma[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni 1579-1580 dovette essere incoraggiato a intraprendere un viaggio a Roma che, per quanto breve, fu di fondamentale importanza[1], tanto che al ritorno fu "tanto mutato da quel di prima", come scrisse il Baldinucci.

Alloggiato a casa Chigi, poté vedere direttamente gli affreschi di Raffaello e dei suoi allievi, che studiò con intenso accanimento: per non distrarsi si era chiuso a chiave nella stanza in cui alloggiava, ricevendo il cibo da una ruota[2]. Riscoprendo il primo classicismo dell'Urbinate, si orientò verso un superamento dell'ultima maniera fiorentina e romana, ormai divenuta di sterile accademismo, inserendosi in una corrente "purista" che in quegli stessi anni contava già Santi di Tito, Mirabello Cavalori e Girolamo Macchietti[1].

In particolare con gli ultimi due condivise uno spettro di artisti ispiratori più ampio, che comprendeva le soluzioni spaziali di Fra Bartolomeo e Andrea del Sarto, nonché una certa nostalgia per la semplicità e l'equilibrio quattrocentesco (come nelle opere del Ghirlandaio); personalmente poi non rinnegò la libertà nelle articolazioni delle figure dei primi manieristi fiorentini (Pontormo, Rosso Fiorentino), né il senso scenografico dei più vicini Salviati e Vasari. Ne derivò uno stile vivace, a tratti pittoresco, fluido ma ricco ricco anche di dettagli secondari, presentati con ugual risalto a quelli primari, capace di creare fastosi insiemi, movimentati nella linea e ricchissimi dal punto di vistra cromatico[1].

Rientro a Firenze[modifica | modifica wikitesto]

La volta del salone di palazzo Capponi-Vettori

Rientrato a Firenze non si occupò più di decorazioni di facciate di palazzi e iniziò a competere con i maggiori pittori fiorentini contemporanei. Aveva il vantaggio di possedere una notevole abilità tecnica, che gli permetteva di finire rapidamente le commissioni e, tenendo onestamente conto del tempo impiegato, non pretendeva alte remunerazioni, garantendosi una vasta committenza, religiosa e laica, pubblica e privata, che è all'origine dell'ingente quantità di sue pitture pervenuteci, a Firenze e nelle zone limitrofe[1].

Nel 1580, appena rientrato da Roma, si dedicò con altri pittori a un primo ciclo storico-narrativo, in sei lunette, con le Storie di san Domenico nel chiostro grande di Santa Maria Novella. Generosamente offerte per il convento domenicano da Ludovico Capponi juniore (il cui stemma si vede assieme a quello della moglie Margherita Vettori), furono seguite dalla decorazione di soffitto e pareti di un grande salone nel palazzo del Capponi (1583-1586), in cui si trovano motivi quattrocenteschi (soprattutto lunette con le imprese di Casa Capponi) uniti a motivi più liberi e moderni, come la spartizione della volta non estranea ad echi michelangioleschi[1].

Nel contempo si registrarono affreschi nel convento di Monticelli (1582, perduti), nella compagnia della Santissima Annunziata (1585-1590, con altri, mostrano la sua conoscenza delle incisioni del Dürer), in Santa Felicita (1589, Miracolo della Neve nella cappella Canigiani).

Maturità artistica[modifica | modifica wikitesto]

Gesù accoglie l'anima di san Bruno, certosa di Firenze

Le Storie di san Bruno nella cappella maggiore della chiesa della certosa del Galluzzo (1592-1593) mostrano la raggiunta pienezza dei mezzi di frescante, in cui si ritrovano spunti arcaistici innestati con le trovate del manierismo. Alla Certosa lavorò a più riprese dal 1590 (volta dei Quattro Dottori della Chiesa), poi nel 1597-98 (decorazione della cappella delle Reliquie), nel 1602 (olio con Tobia) e nel 1607 (piccolo affresco della Trinità)[1]. In questo periodo si notano anche spunti di vivace naturalismo, soprattutto nei ritratti[1].

Gli anni novanta del Cinquecento e il primo decennio del Seicento furono molto intensi. Diventato l'agiografo prediletto dei certosini, realizzò le decorazioni, oltre che a Firenze, anche nelle certose di Siena (vasto ciclo di affreschi, 1596, e un'Ultima Cena già nel refettorio, 1597, oggi nella Pinacoteca nazionale di Siena) e di Pisa (Ultima Cena nel refettorio, 1598). In queste opere si nota l'adesione alle esigenze di propaganda devozionale propugnate dalla Controriforma, con un linguaggio pittorico chiaro e popolare.

Nel 1598 si avvicinò inoltre all'ordine Servita, con la decorazione delle cappelle della Madonna del Soccorso e di Sant'Ignazio nella chiesa della Santissima Annunziata a Firenze.

Nel 1599 lavorò alla cappella di Santa Maria del Giglio presso l'allora chiesa del Cestello (oggi Santa Maria Maddalena de' Pazzi), in cui spicca l'Incoronazione della Vergine tra le schiere di santi, dove dimostrò di padroneggiare la disposizione ampia e disinvolta delle figure, caratterizzate da scioltezza e grandiosità, con panneggi morbidi che richiamano Andrea del Sarto e i senesi Vanni e Salimbeni.

Altre opere sul finire del secolo furono l'affresco con la Vergine tra la Maddalena e San Giovanni nella chiesa di Santa Monaca, la tela del Miracolo di sant'Andrea Corsini, la tavola dell'Annunciazione e l'affresco del Sacrificio di sant'Elia (1600) nella chiesa del Carmine. Mentre dipingeva Sant'Andrea Corsini che sulla porta di Avignone libera cieco sempre al Carmine ebbe un colpo apoplettico, da cui fu "liberato" grazie all'intercessione del santo. Il suo fu uno dei miracoli portati nel processo canonico per la canonizzazione di Andrea Corsini: nei documenti ne resta la testimonianza, assieme a quella della moglie Lucrezia, che aveva pure ricevuto numerose grazie.

Il nuovo secolo[modifica | modifica wikitesto]

Scena della Genesi, chiostro degli Angeli

Nel successivo decennio continuò ininterrotta la lunga serie di lavori a Firenze e dintorni. Nel 1601 affrescò nove lunette del chiostro della Sagrestia della chiesa di Santa Maria degli Angeli, nel 1601-1602 lavorò a una parte delle lunette con Storie di sant'Antonino nel chiostro principale del convento di San Marco, nel 1603 le Storie della famiglia Usimbardi nell'omonimo palazzo, nel 1604 le lunette del chiostro dei Morti nella Santissima Annunziata e la decorazione della cappella Pucci, nello stesso anno una Cena nel refettorio della Badia a Ripoli, nel 1606 la Cappella Strozzi in Santa Trinita[1].

All'Annunziata in particolare, tra le quattordici lunette che dipinse, fu particolarmente celebrata quella dell'"Affogata" (oggi una delle più rovinate), per la quale il vescovo Alessandro Marzi Medici inviò all'artista 25 piastre nuove su una guantiera d'argento. Bernardino però restituì la guantiera non sapendo che farsene, così come respingeva le somme offertegli se non credeva di essersele meritate[2].

Tra le opere fuori Firenze, oltre a quelle già ricordate nelle certose di Siena e Pisa, le Storie di Santi nel chiostro di Santa Maria dei Servi a Pistoia (1602), la tavola dell'Andata al Calvario del Museo comunale di Arezzo e l'Ultima Cena di Casa Vasari.

Il parlatoio di Sant'Apollonia

Non aveva nel frattempo abbandonato la pratica della grottesca, in cui diede prova di un'abile capacità grafica: ne sono esempio alcune volte del primo corridoio degli Uffizi, o nel bagno della villa medicea di Artimino. In quest'ultima opera la vena macchiettistica e popolaresca si fonde con un gran numero di riferimenti culturali, dall'ambiente artistico locale e all'antico, dalla natura e la vita quotidiana ai primi esempi di pittura di genere fiamminga, con notevoli capacità di riprodurre illusoriamente i materiali più disparati, dalle sete ai marmi, alle boiserie[1].

Nella decorazione della cupola della chiesa di Santa Apollonia si riconosce l'influsso della pittura di Federico Barocci.

Nel 1608, infine, la sua carriera culminò con una commissione per la famiglia granducale, gli affreschi dei Fatti dei primi granduchi medicei nella sala di Bona in palazzo Pitti. In questa fase della tarda maturità si iniziano a notare anche gli influssi eleganti di Jacques Caillot[1].

Opera eccezionale è ritenuta l'Autoritratto nella raccolta del corridoio Vasariano, caratterizzato da un'inusitata leggerezza atmosferica e da una stesura cromatica di spumosa densità, quasi anticipatrice di suggestioni settecentesche. Questi effetti "a macchia", di grande modernità (sviluppati dall'esempio di Andrea del Sarto), si riscontrano soprattutto nei particolari di forme in controluce[1].

Numerosi sono i suoi disegni pervenutici, in massima parte al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, al British Museum, all'Albertina[1].

Ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

Scene di vita ospedaliera a lato della Strage degli innocenti, Spedale degli Innocenti

Negli ultimi anni, ormai anziano, vedovo e senza eredi, si avvicinò all'istituzione dello Spedale degli Innocenti, per la quale dipinse una serie di affreschi in cambio dell'accoglienza, tra cui due lunette e una volta nel loggiato, una Strage degli Innocenti con scene della vita dei neonati e la lunetta con Esculapio nel refettorio (1610) e la Disputa di santa Caterina (1612), ultima sua opera[1].

Nonostante fosse stato molto richiesto dai personaggi più elevati della Firenze del suo tempo, il Poccetti condusse sempre vita umile, disordinata e stravagante, a continuo contatto con il volgo, spinto da un ingenuo desiderio di primeggiare[1]. I documenti ricordano come avesse donato spesso denaro a gente povera e come amasse intrattenersi nelle osterie con un certo Giorgio ferravecchio, il sargiaio Maso, l'orpellaio Nato, l'oste della taverna dell'Inferno Saione, un certo Musa Cozzone, il barbiere Secco e Battistone. L'amicizia con gente simile, a suo dire, lo rendeva signore, mentre accostandosi ai nobili non sarebbe potuto essere altro che un servitore[2]. Forse proprio dalla sua propensione al bere derivò, come sostiene pur con qualche dubbio il Baldinucci, il suo soprannome con cui è più noto, il Poccetti, da "pocciare"[1].

Amava macchinare burle anche pesanti, secondo lo spirito più tipicamente fiorentino, ricordate nelle Veglie piacevoli. Sue vittime furono il pittore Ulisse Ciocchi da Monte San Savino, gobbo dalla nascita, il calzolaio Piacentino che tartagliava, il doratore timido Giovanni Granini, che fu portato per finta alle prigioni del Bargello[2].

Gli ultimi anni di vita li passò in una modesta casa di "via di Sitorno" (oggi via della Chiesa), con un servitore[2].

Morì il 10 novembre 1612, dopo aver disposto dei propri beni in favore dei fratellastri Ciardi, nati dal secondo matrimonio della madre. Il suo funerale, organizzato solennemente dall'Accademia del Disegno, passò solennemente da via Maggio, il ponte Santa Trinita e il ponte alla Carraia, diretto verso il Carmine dove l'artista era stato miracolato. Durante la processione funebre un fortunale interruppe la cerimonia e il corteo dovette sostare per alcune ore nel luogo più vicino possibile, volle il caso l'osteria della Trave Torta presso il ponte alla Carraia, dove il Poccetti si recava già quotidianamente in vita[1]. Fu sepolto nella chiesa carmelitana: esisteva la sua lapide funebre che andò perduta durante la ristrutturazione settecentesca della chiesa[2]. Vi si leggeva:

PICTURAM MUNDO VIVENS
MORITURUS OLYMPO SPIRITUM
ET HUIC GELIDO FUNCTUS
DEDIT OSSA SEPULCRO

La traduzione è: "Da vivo ha dato al mondo la pittura, mentre moriva lo spirito al cielo, e da deposto le ossa a questo gelido sepolcro".

Note[modifica | modifica wikitesto]

Affreschi nel salone di palazzo Capponi-Vettori, Firenze
  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x Treccani.it
  2. ^ a b c d e f g h i j Bernardino Poccetti nel IV centenario della morte, articolo su La SS. Annunziata, n. 5, settembre/ottobre 2012.
  3. ^ Elogio

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Martirio di san Pietro nel chiostro dell'oratorio di San Pierino
  • Serie degli uomini più illustri nella pittura, scultura e architettura, vol. VII, Firenze 1773, pp. 195 ss.
  • Domenico Maria Manni, Le veglie piacevoli..., vol. 1-2, Firenze 1815, pp. 87 e ss.
  • Jane Turner (a cura di), The Dictionary of Art. 25, pp. 58–59. New York, Grove, 1996. ISBN 1884446000
  • Serie degli uomini, i più illustri nella pittura, scultura e architettura con i loro elogi e ritratti, tomo VII, Firenze 1773
  • V. F. Baumgart, in U. Thieme-F. Becker, Künstler - Lexikon, XXVII, Lipsia 1933, pp. 166 s. (sub voce Poccetti, Bernardino);
  • A. Venturi, Storia dell'arte italiana, IX, 7, Milano 1934, pp. 597 ss.;
  • C. Brandi, B. Poccetti..., in Old Master Drawings, IX (1934), pp. 12–14;
  • 0. H. Giglioli, Nuove attribuzioni per alcuni disegni degli Uffizi, in Bollettino d'arte, s. 3, XXX (1937), pp. 540 s.;
  • A. Graziani, Bartolomeo Cesi, in La critica d'arte, IV, 2 (1939), pp. 64, 66 s., 71, 82;
  • Mostra del Cinquecento Toscano in Palazzo Strozzi (catalogo), Firenze 1940, pp. 126, 161 s.;
  • M. Piacentini, Dipinti e disegni italiani in Atene, in L'Arte, XLIV (1941), p. 12;
  • L. Marcucci, Appunti per Mirabello Cavalori disegnatore, in Rivista d'arte, XXXVIII (1953), p. 94;
  • L. Marcucci, G. Macchietti disegnatore, in Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz, VII (1953-56), p. 129;
  • A. Foriani, Mostra di disegni di Andrea Boscoli, Firenze 1959, p. 7 e passim;
  • G. Briganti, La Maniera italiana, Roma 1961, p. 62;
  • D. Frey, Wandfresken B. Poccettis im palazzo Acciaiuoli zu Florenz, in Scritti di storia dell'arte in onore di Mario Salmi III, Roma 1963, pp. 63–76;
  • Enciclopedia Italiana XXVII, Treccani , pp. 575 ss.
  • Biblioteca nazionale di Firenze, Diario degli avvenimenti successi dal 1600 al 1637, Fondo nazionale II, 92 ff., 76r, v.

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