Basilica di Santa Trinita

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Coordinate: 43°46′12.64″N 11°15′2.40″E / 43.7701778, 11.250667

Santa Trinita, la facciata
Questa voce riguarda la zona di:
Via de' Tornabuoni e
Piazza Santa Trinita
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La Basilica di Santa Trìnita è una delle basiliche più importanti nell'evoluzione storico artistica della città di Firenze; secondo l'uso fiorentino, che rispecchia la pronuncia latina al nominativo[1], ha la caratteristica pronuncia sdrucciola (Trìnita). Si affaccia sull'omonima piazza Santa Trinita e da il nome anche al vicino ponte Santa Trinita.

Indice

[modifica] Le origini

La cripta

Fu fondata a metà dell'XI secolo da monaci vallombrosani, in uno stile romanico molto sobrio, che rifletteva l'austerità dell'ordine. Inizialmente fuori dalla cinta muraria matildina, ne fu in seguito inclusa nel 1172-75.

Sulla controfacciata interna sono stati portati alla luce i segni dell'antica struttura medievale assieme a una serie di iscrizioni e lapidi dello stesso periodo. Di quel periodo si è conservata anche la cripta sotto al pavimento. La sua entrata è sbarrata da una grata; all'interno si possono ancora vedere delle rovine di colonne in marmo verde, che anticamente si innalzavano su basi di marmo bianco. L’antico pavimento del presbiterio era a mosaico in bianco e nero, con disegni di animali fantastici. Infine è da segnalare un Cristo della scuola del Verrocchio in terracotta policroma.

Ha una forma a T per la mancanza di abside, e si espande su tre navate divise da sottili pilastri rettangolari su archi a sesto acuto e volte a crociera. Tra il 1250 e il 1258 venne ricostruita in forme gotiche, la prima chiesa fiorentina ad abbracciare il nuovo stile. Tra gli architetti coinvolti viene indicato Neri di Fioravanti, anche se non è certo. La pianta venne impostata a tre navate con archi a sesto acuto, volte a crociera ogivali e cappelle allineate sul fondo del transetto ed ai lati delle navate laterali.

I pilastri delle navata centrale divergono leggermente avvicinandosi al transetto, creando un effetto ottico di avvicinamento, probabilmente non casuale ma voluto, visto che anche le altezze delle arcate subiscono un simile incremento[2].

Il campanile è sprovvisto di fondamenta proprie, appoggiandosi su una parete laterale della chiesa; non c’è modo di raggiungerlo dall’edificio religioso, ma bisogna salire fino al tetto e di lì proseguire per uno stretto passaggio ed una scala a pioli. Da notare, incastonata nel campanile, una Madonna col Bambino in terracotta.

[modifica] Il corredo artistico

Sposalizio della Vergine, affresco di Lorenzo Monaco

Gradualmente la chiesa venne ingrandita ed abbellita. Nella prima metà del Trecento ottenne il titolo di abbazia. Fu iniziata una ricostruzione in stile gotico, e i lavori si protrassero per quasi un secolo a causa anche del sopraggiungere della peste nera. Il prestigio dei Vallombrosani si rifletteva anche nella grande quantità di opere d'arte che confluivano, come la monumentale Maestà di Cimabue, ora agli Uffizi. In quel periodo vennero aggiunte le cappelle laterali, e tutta la chiesa venne rivestita di affreschi, in buona parte distrutti nei rimaneggiamenti successivi.

Tutte le cappelle laterali furono rimaneggiate nel '600, ad eccezione della Cappella Bartolini Salimbeni, la quarta a destra, che conserva un pregevole ciclo di affreschi di Lorenzo Monaco, le Storie della Vergine, eseguiti fra il 1420 e il 1425, coprendo i precedenti dipinti di Spinello Aretino (una Madonna in trono è stata riscoperta e staccata e si trova nella cappella accanto insieme alla sinopia relativa), e una pala dello stesso autore che raffigura L'Annunciazione. Anche la canellata in ferro è originale e risale al 1420.

La Cappella Strozzi, dal nome della potente famiglia fiorentiva, fu progettata da Lorenzo Ghiberti e Filippo Brunelleschi (1418-1423) e corrisponde all'attuale sagrestia: qui fu realizzata la tomba di Onofrio Strozzi, scolpita da Pietro Lamberti nel 1418, e qui giunse la splendida pala con l'Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano, ora agli Uffizi, datata 1423, mentre Lorenzo Monaco iniziava la Deposizione, poi magnificamente conclusa una decina di anni dopo dal Beato Angelico, ora al Museo Nazionale di San Marco.

Del 1450 circa è la dolente Maddalena lignea di Desiderio da Settignano, di ispirazione donatelliana .

Santa Trinita, la Cappella Sassetti del Ghirlandaio

Il capolavoro custodito nella chiesa è senz'altro la Cappella Sassetti, dal nome di una famiglia vicina ai Medici, affrescata da Domenico Ghirlandaio dal 1483 al 1486 circa. Lo stile di questi affreschi è esemplificativo della moda che dominava l'arte di quegli anni: la ricca borghesia fiorentina amava farsi ritrarre dal Ghirlandaio, il più quotato fra i pittori colti e raffinati del Quattrocento. Il ciclo è dedicato a San Francesco d'Assisi. Sono numerosissimi i ritratti di persone dell'epoca: Francesco Sassetti e la moglie sono raffigurati come donatori della cappella nella scena del miracolo ambientato in piazza Santa Trinita (fra l'altro il dipinto è una preziosissima testimonianza di come apparisse allora questa zona), mentre nel riquadro di San Francesco che riceve l'ordine francescano da Papa Onorio III (scena ambientata in Piazza della Signoria) compare il Sassetti che allora dirigeva il Banco Medici, assieme al figlio Teodoro, a Lorenzo il Magnifico e a Luigi Pulci. Sono presenti anche i figli del Magnifico che salgono le scale guidati dall'umanista Agnolo Poliziano. La pala d'altare è pure del Ghirlandaio e raffigura L'adorazione dei pastori. Il primo pastore si ritiene sia stato dipinto come autoritratto dell'autore.

Le tombe di Francesco Sassetti e della consorte Nera Corsi sono opera di Giuliano da Sangallo.

È presente anche uno dei capolavori di Luca della Robbia, la tomba in marmo e maiolica policroma del vescovo di Fiesole Benozzo Federighi, morto nel 1450, che si trova nella seconda cappella a sinistra. Il monumento risale al 1454.

Altri artisti rappresentati da opere nella chiesa sono Alesso Baldovinetti (Santo Vescovo, affresco 1470 circa), Spinello Aretino (tracce di affreschi che stavano sotto la cappella Bartolini Salimbeni, coperti da Lorenzo Monaco), Il Passignano (Cappella delle reliquie di San Giovanni Gualberto), Bicci di Lorenzo (Incoronazione della Vergine, tavola, 1430 circa), Giovanni da Ponte (frammenti di affreschi del Martirio di San Bartolomeo), Maso da San Friano (pala del Cristo risorto), eccetera.

[modifica] Il tardo Cinquecento

Alla fine del Cinquecento, nell'ambito dei rinnovamenti in seguito alla Controriforma che i granduchi medicei avevano promosso nelle chiese fiorentine, i Vallombrosani chiesero a Bernardo Buontalenti di rinnovare il presbiterio della chiesa di Santa Trinita e di ricostruire il convento. Il complesso assunse così uno stile sobrio e nel contempo imponente. Il Buontalenti, smantellando il coro dei monaci, realizzò così l'artificioso altare monumentale e con l'originale scalinata (1574), conservata ora nel Museo Diocesano di Santo Stefano al Ponte.

A quello stesso periodo risale la facciata, sempre del Buontalenti (1593), con sculture di Giovanni Caccini, in definitiva un'opera tipica del sobrio stile barocco fiorentino. Caratterizzata da un disegno geometrico simmetrico con elementi tradizionali ma disposti in varianti originali, tipicamente nello stile dell'autore. Per esempio le cornici in pietra delle porte e del rilievo centrale della Trinità richiamano le movenze di stoffe e cartigli. L'architetto di corte di Cosimo I non si preoccupò della reale forma della chiesa, preoccupandosi piuttosto di creare un armonioso prospetto nella piazza: ciò si deduce dal taglio verticale della facciata che non copre le due fasce laterali, coperte da un semplice bugnato a punta di diamante a sinistra e da intonaco a destra.

Negli stessi anni veniva eretta nel transetto sinistro la cappella delle Reliquie di San Giovanni Gualberto, progettata da Caccini con affreschi di Domenico Cresti detto il Passignano. Ulteriori interventi di rinnovamento nelle cappelle furono effettuati da Gherardo Silvani. La prima cappella di sinistra ha la volta affrescata da Bernardino Poccetti, mentre un'altra importante opera di quel periodo è la pala del Cristo Risorto di Maso da San Friano (1582). Altre opere coeve sono di Fabrizio Boschi e Matteo Rosselli (affreschi nella prima cappella a sinistra dell'altare), Ridolfo del Ghirlandaio (San Girolamo), ecc.

Nel 1584 Alfonso Parigi il vecchio costruì, su disegni di Bernardo Buontalenti, il chiostro del convento, che oggi fa parte della Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Firenze: è porticato su quattro lati e rialzato rispetto al piano della strada; le arcate a tutto sesto delle volte a crociera poggiano su possenti colonne con capitelli dorici; il piano d'imposta è segnato da una cornice marcapiano, che sottolinea una serie di finestre architravate; al centro si trova un pozzo circondato da aiuole.

[modifica] I restauri Ottocenteschi

In occasione dei restauri ottocenteschisi volle ripristinare l'aspetto gotico, anche a costo di interventi invasivi e deturpanti, come la rimozione dell'altare del Buontalenti. In quell'occasione furono anche collocate in Santa Trinita anche alcune opere prelevate dalla chiesa di San Pancrazio, ormai sconsacrata: fra queste il grande affresco staccato con San Giovanni Gualberto in trono, Santi e Beati vallombrosani, opera di Neri di Bicci (1455), e la già citata Tomba di Benozzo Federighi di Luca della Robbia ora nel transetto sinistro, che però negli spostamenti ha perduto il basamento originario.

[modifica] Note

  1. ^ Il nominativo è Trinitas, mentre l'ablativo trinitate ha originato la pronuncia tronca trinità.
  2. ^ A. Ambrosi, Visualità dello spazio architettonico medioevale, 1979

[modifica] Bibliografia

  • Mariella Zoppi e Cristina Donati, Guida ai chiostri e cortili di Firenze, bilingue, Alinea Editrice, Firenze 1997.

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