Maestà di Santa Trinita

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Maestà
Maestà
Autore Cimabue
Data 1280-1290
Tecnica tempera su tavola
Dimensioni 385×223 cm
Ubicazione Uffizi, Firenze

La Maestà di Santa Trinita è un'opera di Cimabue, dipinta su tavola, databile tra il 1280 e il 1290, conservata agli Uffizi di Firenze, nella Sala 2. Raffigura la Madonna in trono con il Bambino, contornata da otto angeli, e presenta in basso, quattro profeti a mezzo busto. Si tratta di una tempera su tavola e misura 385x223 cm.

Indice

[modifica] Storia

Secondo la testimonianza di Giorgio Vasari nelle Vite, l'opera fu commissionata a Cimabue dai monaci vallombrosani per ornare l'altare maggiore della chiesa di Santa Trinita a Firenze. Con il tempo, meno apprezzata rispetto ai dipinti della pittura del Rinascimento, fu sostituita dalla Trinità di Alessio Baldovinetti nel 1471 e trasferita in una cappella laterale della chiesa, fino a essere relegata nell'infermeria del monastero. Con la riconsiderazione della primitiva arte italiana, nell'Ottocento passò nelle Gallerie dell'Accademia fiorentina e, nel 1919, agli Uffizi.

Riferita a Cimabue già dal Vasari, l'attribuzione, con poche eccezioni di critici dell'Ottocento, ha trovato concordi tutti gli studiosi, che si sono però divisi riguardo della datazione dell'opera, incerti se considerarla precedente o di poco successiva all'esecuzione degli affreschi della Basilica superiore di Assisi. Recentemente è stato messo in dubbio anche la notizia del Vasari circa la commissione vallombrosana, per la totale mancanza di riferimenti nella pala all'Ordine o alla santa Trinità, titolare della chiesa. Si è allora immaginato che il committente originale fosse stata magari una confraternita e che per vie sconosciute nel Cinquecento doveva trovarsi in Santa Trinita[1].

Le espressioni dei personaggi sono dolci, come nel mosaico del Duomo di Pisa, per cui si pensa che sia verosimile collocare l'opera a quando era già attivo Giotto e Cimabue veniva influenzato dall'allievo.

[modifica] Descrizione e stile

La pala ha dimensioni monumentali, che erano ulteriormente accresciute di circa trenta centimetri con l'imponente cornice originaria, secondo i calcoli di Alessandro Cecchi che ne curò il restauro.

[modifica] La Madonna, il Bambino, il trono

Dettaglio

L'iconografia è quella bizantina della Madonna Hodeghétria, cioè in greco "che indica la via", perché mostra la Vergine (che secondo la tradizione può essere in piedi o in trono) che indica il Bambino: la Madonna simboleggia la Chiesa e il Bambino la Via, la Verità e la Vita. La Madonna è dipinta in ieratica frontalità, che è in contrasto con l'innovativa forma del trono, con una grande cavità al centro e visto in una prospettiva intuitiva secondo un inedito senso tridimensionale (la precedente Maestà del Louvre, già a Pisa, presenta invece ancora un trono in assonometria). Questa prospettiva centralizzata, traguardo di Cimabue maturo, venne ripresa di lì a poco da Giotto e poi dagli artisti trecenteschi.

Grande importanza ha il superamento della rigidità bizantina verso formule più sciolte e umanizzate, che fecero di Cimabue secondo Vasari il primo a superare la "scabrosa, goffa e ordinaria [...] maniera greca".

La qualità pittorica è altissima: se le pieghe delle vesti sono ancora rigide e piuttosto schematiche, le lumeggiature dorate dell'agemina suggeriscono i tocchi della luce sul manto della Madonna e la veste del Bambino, di grande fluidità e ricchezza inventiva. Più limitata è invece la gamma cromatica nel complesso, soprattutto se confrontata con gli immediati sviluppi della nascente scuola senese o con la tavolozza di Giotto, la quale, grazie alle sfumature che vanno dal molto chiaro al nero, rese d'un tratto antiquate e invecchiate le opere anteriori, come si trova traccia anche nei versi di Dante Alighieri dedicati ai due pittori (Purgatorio, XI, 94-96).

[modifica] I profeti

Abramo e David, dettaglio

Il trono crea un vero e proprio palcoscenico dove sono inquadrati, al di sotto di archi, quattro profeti, affacciati di busto in uno spazio realisticamente definito. Essi sono riconoscibili dal cartiglio che recano in mano, contenenti versi del Vecchio Testamento allusivi a Maria e all'Incarnazione di Cristo: due guardano il bambino, come per avvalorare le loro profezie e sono ai lati Geremia e Isaia; due al centro sono Abramo e David, che sono in asse col Bambino e evocano la discendenza del Salvatore dalla loro stirpe. Coi loro sguardi i profeti creano un triangolo che ha il vertice alla base del trono di Maria.

Angelo

[modifica] Gli angeli

Più tendenti alla disposizione in profondità, rispetto al precedente del Louvre, sono anche le figure degli angeli ai lati del trono. Nonostante l'astratto fondo oro si ha infatti una disposizione su piani che accennano uno spazio più reale, soprattutto grazie al loro relazionarsi col trono, toccandolo a altezze e profondità diverse.

Le loro teste sono inclinate ritmicamente verso l'esterno o l'interno, evitando la rappresentazione di profilo, riservata allora solo alle figure secondarie o negative (di lì a poco Giotto abbatterà questo principio). Ricordano da vicino gli angeli della Maestà affrescata nella Basilica superiore di Assisi. I loro corpi sono solidi, modellati da un chiaroscuro delicatamente sfumato e fluido (altra novità introdotta da Cimabue) nei panneggi delle vesti.

[modifica] Note

  1. ^ AA.VV., Galleria degli Uffizi, Collana I grandi musei del mondo, Scala Group, Roma 2003, pag. 21.

[modifica] Bibliografia

  • Eugenio Battisti, Cimabue, Milano, Istituto Editoriale Italiano, 1963.
  • AA.VV., Galleria degli Uffizi, collana I Grandi Musei del Mondo, Roma 2003.
  • Gloria Fossi, Uffizi, Giunti, Firenze 2004, pag. 110. ISBN 88-09-03675-1

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