Maestà del Louvre

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Maestà del Louvre
Maestà del Louvre
Autore Cimabue
Data 1280 circa
Tecnica tempera su tavola
Dimensioni 424 cm × 276 cm 
Ubicazione Louvre, Parigi

La Maestà del Louvre è un'opera a tempera e oro su tavola (276x424 cm) di Cimabue, databile attorno al 1280 e conservata al Louvre di Parigi.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Il dipinto, che si trovava nella chiesa di San Francesco a Pisa (dove lo videro Antonio Billi e Vasari), venne trasportato a Parigi nel 1811, durante l'occupazione napoleonica da Jean Baptiste Henraux, su interessamento diretto dell'allora direttore del Museo Napoleone, particolarmente desideroso di implementare le raccolte di pittura "primitiva" italiana. Dopo le restituzioni la grande tavola fece parte di quei circa 100 dipinti che rimasero in Francia, per via delle grosse dimensioni che ne rendevano difficoltoso il trasporto.

La ascrissero a Cimabue con maggiori o minori interventi di bottega e datazione tarda Sirén, Thode, Frey, Adolfo Venturi, Berenson, Toesca, Sinibaldi, Ragghianti, Samek Ludovici, Salvini; propesero per una datazione giovanile Longhi, Volpe, Marcucci, Bologna. Negarono l'autografia Da Morrona, Douglass, Suida, Aubert, Soulier (alcuni di essi però la videro prima del restauro del 1936-37, e in un periodo in cui non erano ancora stati chiariti i confini attributivi con Duccio e la sua cimabuesca Madonna Rucellai). L'attribuirono alla bottega Strzygowski, Nicholson, Garrison, Lazarev, White, oppure a un seguace Van Marle. Battista, che la ipotizzava realizzata quando Cimabue era a Pisa per i mosaici del Duomo, pernsò a un'opera avviata dal maestro e conclusa, con qualche travisamento, da altri pittori.

Le reticenze sull'opera oggi sono per lo più messe in secondo piano accettando pienamente una datazione giovanile, mentre prima, legandola alla presenza dell'artista a Pisa nell'ultimo anno della sua carriera (il 1301-1302), essa appariva come un lavoro attardato e arcaizzante per quella data.

Descrizione e stile[modifica | modifica sorgente]

Verso il 1280 Cimabue eseguì la Maestà del Louvre, ritenuta anteriore alla Maestà di Santa Trinita. Il trono è infatti disegnato con un'assonometria intuitiva, non con la pseudo-prospettiva frontale come nell'altra tavola. È simile a quello della Maestà dipinta da Cimabue stesso nella Basilica inferiore di Assisi (databile tra il 1278 e il 1280), con i gradini in primo piano che invece seguono una prospettiva frontale ribaltata, che suscita un certo senso di instabilità e piattezza.

Gli angeli invece sono disposti in piani successivi, dando il senso di scansione spaziale, sebbene rispetto ad Assisi siano più schematici: ciò ha fatto pensare a una datazione anteriore o alla presenza di un collaboratore. Appaiono disposti ritmicamente attorno alla divinità secondo precisi schemi di simmetria, con l'inclinazione ritmica delle teste e senza un interesse verso la loro disposizione illusoria nello spazio: levitano infatti l'uno sopra l'altro (non l'uno "dietro" l'altro).

Maria poggia fiaccamente la mano destra sulla gamba del bambino, mentre lo cinge con l'altra, infilando le lunghe dita affusolate nella sua veste e alzando il ginocchio destro per sostenerne la figura. Il volto di Maria mostra un addolcimento duccesco, mentre pare estraneo a quel misto di espressività vivace e dolcezza di altre opere di Cimabue. Gesù, come consueto per l'epoca, appare come un giovane filosofo vestito all'antica, che rivela la sua natura divina benedicendo come un adulto. nella mano sinistra impugna un rotolo delle sacre scritture, un chiaro elemento di matrice orientale che rivela l'origine bizantina del modello.

Molto fine è il modo con cui i panneggi avvolgono il corpo delle figure, soprattutto della Madonna, che crea un realistico volume fisico. Non vi è usata l'agemina (le striature dorate).

La pala è incorniciata da un nastro di fitte decorazioni fitomorfe, intervallato da ventisei tondi bordati d'oro, con busti di Cristo (in cima), di angeli (nella simasa), di profeti e di santi (ai lati e nel bordo inferiore).

Cimabue con quest'opera stabilì un nuovo canone per l'iconografia tradizionale della Madonna col Bambino, con il quale si dovettero confrontare i pittori successivi: la Maestà è il modello più diretto per la Madonna Rucellai di Duccio di Buoninsegna, già in Santa Maria Novella e oggi agli Uffizi (con un trono analogo, e con una cornice con testine di santi quasi identica), che viene per questo attribuita a pochi anni dopo, verso il 1285 circa.

Opere simili[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Eugenio Battisti, Cimabue, Milano, Istituto Editoriale Italiano, 1963.
  • Enio Sindona, Cimabue e il momento figurativo pregiottesco, Rizzoli Editore, Milano, 1975. (ISBN non esistente)

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