Crocifisso di Santa Croce

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Crocifisso di Santa Croce
Crocifisso di Santa Croce
prima dei danni del '66
Autore Cimabue
Data 1272-1288 circa
Tecnica tempera su tavola
Dimensioni 448 cm × 390 cm 
Ubicazione basilica di Santa Croce, Firenze
Il crocifisso oggi

Il Crocifisso di Santa Croce è un'opera di Cimabue, dipinta per la basilica di Santa Croce a Firenze e tuttora ivi conservato. È attribuito al 1272-1288 circa ed è alto 4,48 metri e largo 3,90.

Storia[modifica | modifica sorgente]

La croce sagomata e dipinta viene attribuita a poco dopo il viaggio a Roma dell'artista del 1272 e segna un nuovo traguardo rispetto al precedente Crocifisso di San Domenico a Arezzo. La prima menzione scritta risale al Memoriale... dell'Albertini (1510), che la considerava da sempre esistente in chiesa. Tutte le fonti antiche (Albertini, Vasari, Borghini, Baldinucci, Bottari, ecc.) lo attribuiscono concordemente a Cimabue, ricordandolo ora nel transetto sinistro, ora sulla parete di ingresso. Nell'Ottocento fu spostato diverse volte, finché nel 1848 fu musealizzato entrando agli Uffizi. Dieci anni dopo, con la sistemazione del museo di Santa Croce, fece il suo ritorno al complesso francescano. Qui fu purtroppo semidistrutta durante l'alluvione di Firenze del 1966, venendo travolta dalle acque, che staccarono irrimediabilmente gran parte della superficie dipinta.

Restaurata con la massima cura possibile, la superficie pittorica appare oggi perduta per amplissime porzioni. Nonostante ciò restano le fotografie a testimoniare lo straordinario valore dell'opera.

Nella sua storia critica recente l'opera suscitò numerosi dubbi, anche per le difficoltà di stabilire esattamente i contorni stilistici del corpus di Cimabue in generale. Gaetano Milanesi ad esempio, nel monumentale commento alle Vite del Vasari (1848), ritenendo di Cimabue la Madonna Rucellai non ne trovava convergenze stilistiche nella croce, che quindi non gli attribuì. Dubbi ebbero anche Cavalcaselle (1864, poi fautore dell'attribuzione tradizionale dal 1875), Thode, Venturi, Van Marle. Accolta ma con riserve fu da Zimmermann (1899), Wackernagel (1902) e Offner (1950), mentre senza dubbi fu l'attribuzione di Aubert (1907), confermata poi da tutti gli altri studiosi. Oggi, per l'altissima qualità pittorica, la Croce è senza dubbio riferita la maestro, al massimo ammettendo una partecipazione della bottega in alcuni brani (Nicholson, Salvini, Garrison, Battisti).

Controversa è poi la datazione, oscilante tra gli anni settanta del Duecento e le ultime opere alla vigilia del Trecento: quella prevalente la colloca tra le ultime opere eseguite da Cimabue, prima del soggiorno a Pisa. La data più tarda è comunque il 1288, quando Deodato Orlandi firmò un crocifisso a Lucca, palesemente derivato da quello cimabuesco. Ciò pone la questione di dove potesse trovarsi la croce prima dell'edificazione della chiesa fiorentina, che fu terminata nel 1295. È comunque altamente probabile che fin da prima della consacrazione fosse stato progettato l'altare maggiore, con il crocifisso di Cimabue ad esso destinato proprio in virtù della dedica (alla santa Croce) dell'edificio, e che nell'attesa fosse stato collocato nell'antico edificio preesistente o in una parte già completata.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Il Cristo è ancora inclinato dolorosamente nella posa gloriosa ma allo stesso tempo piangente del Christus patiens, però il corpo è ancora più longilineo e sinuoso. Gli scomparti, come già nell'opera anteriore, non contengono figurazioni ma uno sfondo che ricorda un drappeggio, anche perché quello di sinistra è interamente occupato dal corpo di Cristo. Nei terminali sono dipinti la Vergine e San Giovanni a mezzobusto. La cimasa reca il cartiglio "INRI", mentre il soppedaneo (in basso) non è decorato.

Stile[modifica | modifica sorgente]

Lo stile pittorico, rispetto all'opera aretina, è molto migliorato, tanto da suggerire che sia stato eseguito un decennio dopo: la resa pittorica delicatamente sfumata a rappresentare una rivoluzione, con un naturalismo commovente (forse ispirato anche alle opere di Nicola Pisano) e privo di quelle dure pennellate grafiche che si riscontrano nel crocifisso aretino. La luce adesso è calcolata e modella con il chiaroscuro un volume realistico: i chiari colori dell'addome, girato verso l'ipotetica fonte di luce, non sono gli stessi del costato e delle spalle, sapientemente rappresentati come illuminati con un angolo di luce diverso. Le ombre, appena accennate su pieghe profonde come quelle dei gomiti, sono più scure nei solchi tra la testa e la spalla, sul fianco, tra le gambe.

Un vero esempio di virtuosismo è poi la resa del morbido panneggio, delicatamente trasparente e dalla consistenza setosa.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Eugenio Battisti, Cimabue, Istituto Editoriale Italiano, Milano 1963.
  • Enio Sindona, Cimabue e il momento figurativo pregiottesco, Rizzoli Editore, Milano, 1975. (ISBN non esistente)

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