Un maledetto imbroglio

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Un maledetto imbroglio
Maledettoimbroglio-titoli.jpg
Titoli di testa del film
Titolo originale Un maledetto imbroglio
Paese di produzione Italia
Anno 1959
Durata 120 min
Dati tecnici B/N
Genere noir
Regia Pietro Germi
Soggetto Carlo Emilio Gadda
Sceneggiatura Alfredo Giannetti, Ennio De Concini, Pietro Germi
Produttore Giuseppe Amato
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Leonida Barboni
Montaggio Roberto Cinquini
Musiche Carlo Rustichelli
Costumi Bona Magrini
Trucco Raffaele Cristini, Leandro Marini
Interpreti e personaggi
Doppiatori originali
Premi

Un maledetto imbroglio è un film del 1959 diretto e interpretato dal regista italiano Pietro Germi. La trama è una rielaborazione[1] del romanzo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda.

L'atmosfera del film[modifica | modifica wikitesto]

Il commissario Ingravallo esce dal palazzo di Piazza Farnese teatro del delitto.

Il film inizia con l'inquadratura della fontana di Piazza Farnese con in sottofondo la canzone Sinnò me moro, scritta dallo stesso Germi con la collaborazione di Rustichelli, e cantata da Alida Chelli. In questo modo lo spettatore verrà introdotto subito nell'ambiente popolare romano e capirà di stare per assistere ad un dramma sentimentale di sangue e passione. La successiva scena ha come nucleo focale il condominio dove un caos di voci ripropone grottescamente il "pasticciaccio", l'imbroglio del romanzo.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Il commissario (Pietro Germi), la servetta (Claudia Cardinale) e l'assassinata (Eleonora Rossi Drago).

Nell'antico palazzo di Piazza Farnese, il commissario Ingravallo sta interrogando il commendatore Anzaloni, collezionista d'arte, che ha subito un furto in casa. Il derubato si mostra stranamente reticente nel rispondere alle domande del commissario che, preso da istintiva antipatia per il personaggio, che appare effeminato ed equivoco, incomincia a sospettare qualcosa di poco chiaro nel furto.

Durante l'interrogazione il maresciallo Saro trova sul pavimento della casa dell'Anzaloni un biglietto del treno per i Castelli romani. Sospettando che sia un biglietto della domestica Assuntina la interrogano arrivando al suo fidanzato, Diomede. Il commissario sospetta che il furto sia stato attuato da Diomede e procede ad interrogarlo. Questi rivela il suo alibi in quanto confessa che rimpolpa i suoi guadagni facendosi pagare per le sue prestazioni a ricche turiste americane. Di questo lavoro straordinario l'ingenua ragazza, prossima alle nozze, non sa niente e Ingravallo spontaneamente sente di doverla proteggere. La turista con cui Diomede confessa di essere stato, nega tutto, per cui il suo alibi cade.

Il commendatore Anzaloni nel frattempo appare sempre più ambiguo in quanto prima chiede di non divulgare il furto ai giornali e poi si dà per malato per non presentarsi al commissariato.

Dopo qualche tempo nello stesso palazzo la vicina di casa del commendatore Anzaloni, la bella signora Liliana Banducci, presso cui lavorava Assuntina, viene scoperta morta dal cugino della vittima, Massimo Valdarena. Ingravallo viene incaricato di indagare e tutto appare strano sia nel comportamento del marito sia in quello del cugino che appaiono come se volessero nascondere qualcosa. Alla lettura del testamento della vittima si scopre che la signora Banducci ha escluso dall'eredità il marito che manifesta una forte contrarietà. Il commissario scopre anche che il cugino si fa falsamente passare per medico, che conosce bene il marito della Banducci contrariamente a quello che invece loro stessi avevano affermato, che dirige un centro estetico che sembra essere piuttosto una casa d'appuntamenti mascherata dove si scopre che una giovane possiede un anello che faceva parte dei gioielli rubati al commendatore Anzaloni che vengono recuperati da un ricettatore ben conosciuto dalla polizia.

Dalle indagini sull'omicidio viene alla luce che sia il cugino che il marito della vittima si spartiscono i favori di un'ex cameriera di casa: Virginia. I sospetti convergono proprio su questi ultimi personaggi ritenuti complici dell'assassinio.

Tuttavia Ingravallo scopre casualmente che la chiave, che la cameriera gli ha dato per entrare a compiere i rilievi di polizia nella casa della vittima, in realtà è una copia,[2] mentre l'originale è nelle mani di Diomede che confessa di essere stato sorpreso durante un tentativo di furto in casa della Banducci e, riconosciuto da questa, di averla uccisa preso dal panico e afferma che Assuntina non sapeva niente di quanto è accaduto.

Il commissario farà arrestare l'assassino ma salverà Assuntina dall'accusa di complicità, impietosito di lei e del figlio che sta aspettando.

Critica[modifica | modifica wikitesto]

La polemica con Gadda[modifica | modifica wikitesto]

Da un'intervista allo sceneggiatore Alfredo Giannetti risulta lo scontro stilistico e caratteriale tra Germi e Gadda: «Le devo dire la verità, che non si è mai detta. "Un maledetto imbroglio" non è nato né da Germi né da me, è nato da Peppino Amato, il produttore, che - siccome questo libro di Gadda, il "Pasticciaccio" aveva avuto, insolitamente in Italia, un successo editoriale importante (poche migliaia di copie, ma in Italia era già tanto) - propose a Germi di trarne un film. (Aveva questo pregio, Peppino Amato: era un uomo ignorante, ma con un senso pratico sbalorditivo, un istinto...) Germi ne lesse metà e poi gli disse: «Senti, ma chi è l'assassino? Io non sono riuscito a capire, sono arrivato a metà. Pieno di parole complicate…» Non l'ha mai letto. Ma la cosa abbastanza curiosa è che per il Pasticciaccio noi abbiamo avuto due Nastri d'Argento, di cui uno per il soggetto originale. Cosa incredibile, ma giusta. E ricordo che Gadda (un uomo timidissimo e simpaticissimo, straordinario) aveva una gran soggezione di Germi, e Germi aveva una gran soggezione di lui. Per cui, mi ricordo, Gadda veniva, vedeva delle scene, e a un certo punto diceva: «Senta Giannetti, che nome avete dato a quel personaggio?» Adesso non mi ricordo che nome era. E lui: «Ah, non si potrebbe cambiare, non so, in Carpedoni?» Lui aveva questa cosa di fare sempre delle associazioni con gli animali. «Perché sembra una carpa. Carpedoni…» E io: «Sì, sì, dopo glielo dico a Germi. Sì, sì, in doppiaggio si può cambiare». Dopo andavo da Germi, alla sera: «Lo sai che ha detto Gadda?» «Cosa ha detto?» «Se potevamo cambiare il nome del personaggio in Carpedoni». «Perché?» «Perché dice che assomiglia a una carpa». «Andassero a fare in culo questi intellettuali cretini!» Germi quando lo vedeva scappava: «Ecco, eccolo là, mandalo via, mandalo via». «Come, lo mando via! È una persona rispettabile, un'autorità, un filologo». Era una persona così garbata, un uomo delizioso.»[3]

Gadda non era certo un autore congeniale alla personalità di Germi che sosteneva inoltre l'originalità dell'opera filmica rispetto a quella letteraria:

« In generale, mi sembrerebbe un sintomo di decadenza, per il cinema, ridursi a cercare le sue storie nei romanzi. Per quanto mi riguarda, mi sentirei diminuito se risultasse che nel mio lavoro mi aggancio alla letteratura. Io credo nell’assoluta autonomia del cinema; non solo, ma credo che sia molto difficile che un film veramente importante nasca da un libro.[4] »

Secondo il critico Ignazio Licata[5] sarebbe stato molto difficile per il regista riprodurre il nuovo linguaggio di Gadda nel film: egli infatti sostenne di essersi limitato a confezionare un buon racconto giallo, proprio quello che nel romanzo, che vuol essere piuttosto il manifesto di un nuovo stile letterario, un po' si perdeva tra le considerazioni intellettuali dell'autore, che certo Germi non aveva molto apprezzato. Ma in effetti Germi ha assorbito gli elementi essenziali dell'opera di Gadda e, quasi inconsapevolmente li ripropone, inaugurando quel filone del cinema italiano che negli anni sessanta e settanta porterà sullo schermo numerosi romanzi gialli all'italiana dello stesso Gadda, Giorgio Scerbanenco, Sergio Donati, Leonardo Sciascia.[6]

Pietro Germi con Carlo Emilio Gadda

Là dove ad esempio Gadda mostra tutto il suo disprezzo per il fascismo, Germi, che ambienta il film in un'epoca successiva, lo ripropone quando fa scoprire in un armadio una grande foto di Banducci, un personaggio estremamente negativo, in divisa fascista. Si potrebbe dire che Germi è complementare a Gadda, che infatti apprezzò il film anche per la comune passione per la letteratura gialla che condivideva con il regista.[7] Germi in effetti non ha tradito il romanzo, ma lo ha rielaborato alla luce del suo sanguigno modo di leggerlo. Ne deriva un tipico, tradizionale poliziesco italiano, dove il classico investigatore, a metà tra il cinico e il romantico si muove in una Roma degli anni sessanta, resa più luminosa dal bianco e nero ricco di contrasto. Ancora una volta si ripropone nel personaggio di Ingravallo la filosofia di Germi, disgustato da certa umanità perbenista borghese, come quella rappresentata dall'ambiguo e viscido Valdarena, il bel cugino, certamente innocente dell'omicidio[8] ma per il commissario colpevole della sua ipocrita immoralità che punisce con un sonoro schiaffone. Ben diverso l'atteggiamento del regista nei confronti della Roma proletaria e "burina" di Assuntina e Diomede, anch'essi colpevoli per la loro rozza avidità, ma giustificati dallo loro stessa ignoranza. Nel film riappare per certi versi anche il senso del grottesco, che caratterizzerà altre successive opere di Germi ad ambientazione siciliana, qui rappresentato dai vari poliziotti, tra cui si distingue la macchietta del maresciallo siciliano Saro (Saro Urzì), e dell'allievo carabiniere settentrionale che il commissario non riesce a capire per il suo dialetto. Sembra addirittura riproporsi la complessità linguistica di Gadda nella scena, da commedia all'italiana, della telefonata durante la quale poliziotti e carabinieri tentano invano di farsi capire, ripetendo le stesse parole nella propria lingua, da un lontano centralino.

L'impegno morale di Germi si accosta allo scetticismo di Gadda. Avere sciolto il maledetto imbroglio non significherà per ambedue la vittoria della giustizia poiché anche chi è colpevole per la legge è a sua volta vittima del male del mondo.

Incassi[modifica | modifica wikitesto]

Incasso accertato nelle sale sino a tutto il 31 maggio 1964 389.192.203 

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La dicitura nei titoli di testa è libera riduzione per sottolineare la distanza dall'originale romanzo di Gadda.
  2. ^ Questo indizio della copia della chiave tramite il quale si scopre l'assassino, lo ritroviamo in un altro film: Il delitto perfetto del 1954 di Alfred Hitchcock.
  3. ^ Da "Pietro Germi. Ritratto di un regista all'antica", a cura di Adriano Aprà, Massimo Armenzoni, Patrizia Pistagnesi, Parma, Pratiche, 1989)
  4. ^ Pietro Germi, in E.Giacovelli, Pietro Germi, Firenze: La Nuova Italia, 1990, 5.
  5. ^ La presente recensione critica attinge rielaborandolo al saggio di Emanuela Gutkowski Un esempio di traduzione intersemiotica: dal «Pasticciaccio» a «Un maledetto imbroglio»
  6. ^ Bragaglia Cristina., Il Piacere del Racconto. Narrativa Italiana e cinema (1895-1990), La Nuova Italia, 1999
  7. ^ Questo giudizio positivo di Gadda è quanto lo scrittore aveva sempre pubblicamente dichiarato ma in realtà da una lettera datata Roma, 7 dicembre 1959, scritta alla nipote Anita Fornasini ne emerge un giudizio diverso:«Il film di Germi non mi sembra un capolavoro però gli sono egualmente grato di averlo fatto, anche se ha dato una soluzione diversa a tutto l'imbroglio inserendo nella matassa particolari da lui escogitati. Comunque ho dato ufficialmente segno del mio gradimento. e ti prego di dire che ne sono contento, se mai capitassero a Stresa (tutto è possibile) parenti o conoscenti di Germi o lui stesso. Te ne prego vivamente.» Dopo essersi lamentato del compenso ricevuto sia da lui che dal regista che «è mille miglia lontano dai '30 milioni per mammella' decernés alle poppe della Lollobrigida o alla bocca della Loren» Gadda conclude la lettera scrivendo «Non ti consiglio di fare un viaggio apposta per andare a vedere [il film] lontano. Se lo proiettano a Pallanza o ad Arona vacci, ossia andateci ma a Milano non ne vale assolutamente la pena» (in la Repubblica del 26 ottobre 2008, pag.36)
  8. ^ Interpretato da Franco Fabrizi, che riproporrà in quasi tutta la sua lunga carriera cinematografica lo stesso cliché del personaggio equivoco e vigliacco.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Catalogo Bolaffi del cinema italiano 1956/1965

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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