Varlam Tichonovič Šalamov

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Immagine dal Museo Šalamov di Vologda

Varlam Tichonovič Šalamov – in russo: Варлам Тихонович Шаламов? – (Vologda, 18 giugno 1907Mosca, 17 gennaio 1982) è stato uno scrittore, poeta e giornalista sovietico. Prigioniero politico per lunghi anni, sopravvisse all'esperienza dei gulag.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

« Nati in anni sordi
la nostra vita non ricordiamo »
(V. Šalamov, da Ricordi di Irina P. Sirotinskaja[1])

Figlio di un prete ortodosso e di un'insegnante, si diploma al ginnasio nel 1923. Dopo due anni di lavoro, viene ammesso nel 1926 all'Università Statale di Mosca, nel dipartimento di Diritto Sovietico, dove, durante gli studi, si unisce ad un gruppo trockista. Viene arrestato il 19 febbraio 1929 e condannato a tre anni di lavori forzati nella città di Višera, sugli Urali settentrionali; l'accusa è quella di aver distribuito le Lettere al Congresso del Partito, note anche come Testamento di Lenin, in cui vengono sollevate critiche all'operato di Stalin, nonché di aver partecipato ad un picchetto dimostrativo per il decimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre con lo slogan "Abbasso Stalin!".

Rilasciato nel 1931, lavora nella città di Berezniki fino all'anno seguente, quando rientra a Mosca e riprende a dedicarsi alla scrittura. Nel 1936 vede la luce il suo primo racconto Le tre morti del Dottor Austino.

Il 12 gennaio 1937, durante le grandi purghe, è nuovamente arrestato per "attività trockiste contro-rivoluzionarie" e mandato ai lavori forzati per cinque anni nella Kolyma, tristemente nota come "la terra della morte bianca". Nel 1943 gli viene inflitta una seconda pena, stavolta per dieci anni, per "agitazione antisovietica". Tra le accuse, l'aver definito Ivan Bunin "un classico scrittore russo".

Nel lungo periodo di prigionia lavora dapprima nelle miniere d'oro, quindi in quelle di carbone. Le condizioni di vita dei forzati sono rese ancora più penose dal clima della regione; Šalamov si ammala di tifo e più volte è posto in regime punitivo, sia per reati d'opinione sia per tentativi di fuga.

Nel 1946 è ridotto allo stremo[2]. La sua vita viene salvata dal medico-prigioniero A. M. Pantjuchov che, correndo qualche rischio, riesce a prenderlo come proprio assistente presso l'ospedale del campo. Dopo un corso inizierà a lavorare stabilmente come infermiere negli ospedali e cantieri forestali del Dal'stroj, Direzione centrale dei cantieri dell'Estremo Nord. Questa nuova sistemazione gli consente di sopravvivere e, successivamente, di riprendere a scrivere. Rilasciato nel 1951, continua a lavorare ed a scrivere nello stesso ospedale. Nel 1952 spedisce alcune sue poesie a Boris Pasternak, che le apprezza pubblicamente. Al termine della prigionia la sua famiglia non esiste più: la figlia, ormai adulta, rifiuta di riconoscerlo.

Nel novembre 1953 - otto mesi dopo la morte di Stalin[3] - Šalamov ottiene il permesso di lasciare Magadan e si trasferisce nel villaggio di Turkmen, nell'Oblast' di Kalinin (oggi Oblast' di Tver), non lontano da Mosca. Inizia a lavorare alla raccolta di racconti ispirati alla vita di forzato, I racconti di Kolyma, che completerà nel 1973.

Dopo la morte di Stalin, numerosi zek[4] vengono rilasciati e riabilitati, altri avranno giustizia solo post mortem. Nel 1956 anche Šalamov consegue la riabilitazione ufficiale e, nel 1957, può tornare nella capitale sovietica, dove trova un impiego come corrispondente della rivista letteraria "Moskva". Le sue condizioni di salute, nel frattempo, dopo la lunga e dura prigionia, sono peggiorate tanto che, ormai invalido, gli viene assegnata una pensione.

In questo periodo conosce importanti scrittori quali Aleksandr Solženicyn, Boris Pasternak e Nadežda Mandel'štam, scrive saggi, poesie e, nello stesso tempo, lavora a quella che sarà la sua opera maggiore I racconti di Kolyma. Numerosi suoi scritti riescono ad espatriare in modo clandestino e si diffondono con il samizdat.

Nel 1978 viene stampata a Londra la prima edizione integrale in russo dei racconti. Nel 1987, dopo la morte dello scrittore, quando ormai era vicino il crollo dell'Unione Sovietica, l'opera vede la luce anche nella sua patria. Nel 1981 Šalamov viene anche insignito del Premio della Libertà dalla sezione francese del Pen Club.

I racconti di Kolyma è considerata una delle più importanti raccolte di racconti della letteratura russa del XX secolo. In Occidente le novelle di Šalamov sono state pubblicate senza la conoscenza o il consenso dell'autore che mostrò, per questo, particolare risentimento, come si deduce dall'introduzione dell'integrale italiana dell'opera. Per un peggioramento delle condizioni di salute, Šalamov trascorre gli ultimi tre anni della sua vita in una casa di riposo per scrittori anziani e disabili a Tušino in precarie condizioni economiche, dato che dalla pubblicazione estera della sua più importante opera non aveva guadagnato un solo rublo; tornato a Mosca, muore nel 1982 ed è sepolto nel cimitero di Kuncevo.

« Congiungersi all'immortalità non è cosa da poco,
un ruolo che non risulta facile.
Trema la mano, ed è incerto il passo,
trema la mano. »
(V. Šalamov, da Ricordi di Irina P. Sirotinskaja)[5])
Placca commemorativa posta sulla casa natale di Varlam Tichonovič Šalamov, a Vologda

Opere[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ I racconti di Kolyma (edizione integrale a cura di Irina P. Sirotinskaja, traduzione di Sergio Rapetti). Torino, G. Einaudi, 1999, p.XXVI
  2. ^ Il termine gergale russo è dochodjaga, доходяга, "giunto in fondo". "Il dochodjaga, il detenuto allo stremo, viene picchiato da tutta la scorta, il ripartitore, il caposquadra [...]. Diventi un dochodjaga e tocchi il fondo quando ti indebolisci del tutto a causa della mansione troppo gravosa, senza dormire a sufficienza, un lavoro di manovalanza a cinquanta gradi sotto zero" (Varlam Šalamov, Alcune mie vite, Milano, A. Mondadori, 2009, p.155)
  3. ^ Stalin muore il 5 marzo 1953 nella sua dacia nei dintorni di Mosca.
  4. ^ Abbreviazione gergale per zaključënnyj, заключённый, "prigioniero".
  5. ^ I racconti di Kolyma, ibidem, p.XXXIV

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Controllo di autorità VIAF: 97145969 LCCN: n79138807