Sacrario militare di Asiago

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Sacrario militare di Asiago
Sacrario militare di Asiago
Tipo militare
Confessione religiosa mista
Ubicazione
Stato Italia Italia
Città Asiago
Comune Asiago-Stemma.png Asiago
Costruzione
Periodo costruzione 1932
Data apertura 1936
Architetto Orfeo Rossato
Note 54.289 salme

Il sacrario militare di Asiago, più noto come sacrario del Leiten, è uno dei principali ossari militari della Prima guerra mondiale. Sorge sul colle del Leiten (pronuncia Laiten) presso Asiago, in Veneto, a 1058 m s.l.m.

L'ossario di Asiago è diventato, insieme a quelli del Pasubio, del monte Grappa e di Tonezza del Cimone, simbolo della provincia di Vicenza.

Cenni storici[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cimiteri di guerra dell'Altopiano dei Sette Comuni.

Nel 1932, durante il periodo fascista, nacque l'idea di raccogliere in un unico, imponente, monumento-ossario, tutte le salme italiane presenti nei numerosi cimiteri di guerra sparsi sull'altopiano di Asiago.

Il sacrario venne progettato dall'architetto Orfeo Rossato di Venezia e venne ultimato nel 1936. Due anni dopo, nel 1938, tutte le salme italiane furono lì trasferite. Alla fine degli anni sessanta tuttavia, si concordò con l'Austria il trasferimento anche delle salme dei soldati austroungarici, rimaste a riposare nei cimiteri rimasti. Gli austriaci chiesero però che 5 cimiteri austroungarici degli allora 8 rimasti potessero rimanere dov'erano.

Caratteristiche[modifica | modifica sorgente]

È costituito da un unico piano, a pianta quadrata con lato di 80 metri, in cui è ricavata la cripta con i loculi dei caduti disposti lungo le pareti delle gallerie perimetrali ed assiali, mentre al centro vi è la cappella votiva di forma ottagonale.

Nei pressi dell'ingresso alla cripta è stato allestito un museo diviso in due settori. Al di sopra della cripta si apre un ampio terrazzo, cui si accede da una scalinata larga 35 metri, sulla parte superiore sorge un arco trionfale quadrifronte alto 47 metri, al centro del quale è stata posta una simbolica ara votiva. Ai quattro lati del terrazzo, nel parapetto della balconata, sono incisi ed indicati da frecce i nomi delle località della zona più importanti durante la Grande guerra.

Caduti[modifica | modifica sorgente]

I quattro ossari nello stemma della provincia di Vicenza: l'ossario del Pasubio, l'ossario del monte Cimone, il sacrario militare di Asiago ed il sacrario militare del monte Grappa.

Nel sacrario riposano i resti di 54.286 caduti italiani ed austro-ungarici della guerra 1915-1918 di cui oltre 33.000 ignoti e 3 della guerra 1940-1945. I nominativi dei soldati noti sono incisi, in ordine alfabetico, da sinistra a destra sui singoli loculi. I resti mortali di 21.491 caduti italiani ignoti e 11.762 austro-ungarici ignoti sono invece raccolti in grandi tombe comuni nelle gallerie centrali più prossime alla cappella.

I corpi dei soldati custoditi nel sacrario di Asiago provengono per la maggior parte da 36 cimiteri di guerra della zona. Fra i noti riposano 12 caduti decorati di medaglia d'oro al valor militare:

Il sacrario non raccoglie le salme di tutti i caduti sull'Altopiano durante la Grande Guerra, ma solo una parte. I soldati dispersi sull'Altopiano infatti sono ancora migliaia[1]. Nella sola battaglia dell'Ortigara i dispersi furono 4.500; nella Strafexpedition oltre 82.500[1][2].

Sentieri di guerra[modifica | modifica sorgente]

Il sacrario è punto di arrivo dell'alta via Tilman (AVT) che parte da Falcade e tappa del sentiero della Pace.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Cesare Alberto Loverre, L'architettura necessaria/Culto del caduto ed estetica della politica, in Un tema del moderno: i sacrari della Grande Guerra, in "Parametro" XXVII, 1996, pp. 18–32.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Scoperte tombe austroungariche. URL consultato il 27-08-2012.
  2. ^ Dati relativi al periodo 15 maggio - 31 luglio 1916, forniti dal Diario della Prima Armata in "1916. Le montagne scottano", di Gianni Pieropan, ed. Tamari editori, Bologna, 1968, pag. 214

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