Politica economica fascista

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Con politiche economiche fasciste ci si riferisce agli strumenti utilizzati dai governi fascisti in ambito economico e finanziario.

Caratteri generali[modifica | modifica sorgente]

Il Fascismo sostiene di rappresentare una terza via rispetto al socialismo internazionale ed al capitalismo liberale, fornendo un'alternativa economica alle due ideologie precedentemente esistenti.[1]

I caratteri fondamentali delle dottrine economiche fasciste sono rappresentati da: corporativismo, socializzazione, dirigismo, autarchia, socialismo nazionale, sindacalismo nazionale. Queste caratteristiche possono essere ritrovate sia nelle politiche economiche dei fascismi di governo sia nei principi di tutti i movimenti fascisti senza incarichi dall'inizio del novecento ad ora, sebbene ognuno di essi abbia dato a queste caratteristiche un peso diverso, a seconda del luogo e del periodo storico.

Il corporativismo viene favorito in un'ottica di collaborazione di classe, in contrapposizione alla lotta di classe marxista ed all'individualismo capitalista, sostenendo che le differenze tra gli uomini sono feconde e positive (contrariamente a quanto sostenevano i socialisti),[2] ma anche la necessità di convogliare la forza delle singole classi sociali nell'alveo dell'interesse nazionale, conferendo allo Stato un ruolo di intermediario nelle relazioni tra esse (a differenza dei liberalcapitalisti).[3] Si ritiene infatti che la prosperità derivi dal raggiungimento di una rinascita spirituale e culturale dello Stato stesso e da tale capacità di intermediario e risolutore di divergenze classiste.[4] I governi fascisti offrirono infatti benefici alle imprese, tentando di incoraggiare i profitti e la crescita di una grande industria pesante (ancora assente in Italia al tempo), facendo però in modo che tutte le attività economiche prestassero servizio per l'interesse nazionale.[5]

Il dirigismo economico[6] identifica invece un'economia in cui il governo esercita una forte influenza direttiva controllando produzione ed allocazione di risorse. In generale, eccetto la nazionalizzazione di alcune industrie, le economie fasciste inizialmente sono sempre state basate su proprietà ed iniziativa privata condizionate al servizio nei confronti dello Stato.[7] Successivamente, in alcuni casi (Repubblica Sociale Italiana e Argentina peronista ad esempio), si arrivò alla socializzazione della proprietà dei mezzi di produzione tra i lavoratori di ogni grado dell'impresa.

L'autarchia fu uno degli obiettivi principali dei governi e dei movimenti fascisti.[8] L'intenzione dei provvedimenti autarchici è quella di realizzare l'autosufficienza economica della nazione, eliminando il ricorso alle importazioni dall'estero e favorendo perciò lo sviluppo del lavoro e della produzione nazionale interna.

« Il fascismo scoraggiò o vietò il commercio estero: l'idea era che troppo commercio internazionale avrebbe reso l'economia nazionale dipendente dal capitale internazionale e quindi vulnerabile alle sanzioni economiche internazionali. »

Altra base concettuale della dottrina fascista fu la visione delle relazioni umane influenzata dal darwinismo sociale di tipo nazionale, per il quale esiste nel susseguirsi della Storia una "lotta per la vita" tra le diverse comunità e stirpi, nella quale le nazioni decadenti soccombono di fronte a quelle più giovani e forti.[9] Secondo De Grand questo portò a promuovere gli interessi degli affaristi, distruggendo sindacati ed organizzazioni della classe lavoratrice.[10], in realtà furono le leggi fascistissime del 1926 a sciogliere le organizzazioni precedenti, riconoscendo giuridicamente il sindacato nazionale fascista, costituito poi nel 1934 in diversi sindacati all'interno delle varie corporazioni, in cui lavoratori e dirigenti erano inquadrati secondo le affinità professionali.

Italia fascista e Repubblica Sociale Italiana[modifica | modifica sorgente]

Movimentismo fascista[modifica | modifica sorgente]

Il Partito Nazionale Fascista di Benito Mussolini salì al potere in Italia il 28 ottobre 1922, al termine di un periodo di forte fermento sociale durato almeno tre decenni.

Il fascismo storico italiano seguì nella sua politica economica linee guida diverse e drastici cambi di velocità nelle riforme: tratti maggiormente socialisti e rivoluzionari nel periodo movimentista (1919-1922), nel tardo regime e durante la Repubblica Sociale Italiana (1943-1945), più lenti ed ingessati durante la prima parte del ventennio, ma seguenti un unico filo logico. Durante il fascismo regime si scontrarono spesso due visioni differenti: una più rivoluzionaria ed una conservatrice (spesso dominante), che determinò dichiarazioni molto diverse tra loro da parte dei membri dello stesso Partito Nazionale Fascista.[11]

Nei decenni precedenti la Marcia su Roma si sviluppò un notevole attivismo in tutta la società, in special modo tra la classe lavoratrice, realizzatosi in molteplici movimenti di matrice diversa: sindacalismo rivoluzionario, anarchico e socialista, futurismo, nazionalismo, ecc. Il Partito Socialista Italiano guadagnò un crescente consenso elettorale, mentre nel 1919 a Sansepolcro vennero fondati i Fasci Italiani di Combattimento, nucleo originario del Fascismo, da parte di un movimento eterogeneo di nazionalisti, socialisti, futuristi, sindacalisti, interventisti reduci della Grande Guerra, ecc.

Dopo il biennio rosso, anni di scioperi, scontri e violenze ai limiti della guerra civile (principalmente tra socialisti, fascisti, repubblicani e forze dell'ordine l'uno contro l'altro), vista l'incapacità delle forze politiche tradizionali di gestire la situazione, il Re Vittorio Emanuele III dette a Mussolini l'incarico di formare un nuovo governo dopo la Marcia su Roma. Questo in quanto ritenne il Fascismo l'unica possibilità per concludere le violenze ed allontanare la paura diffusa tra gli industriali e la classe media, che ritenevano che la rivoluzione bolscevica fosse imminente. Poco dopo l'ascesa al potere, Mussolini definì la propria posizione economica dicendo: "Il governo fascista accorderà piena libertà all'impresa privata ed abbandonerà ogni intervento nell'economia privata."[12]

Regime fascista[modifica | modifica sorgente]

Durante i primi quattro anni di governo, dal 1922 al 1925, Mussolini tenne una politica economica improntata al laissez-faire sotto il Ministero delle Finanze di Alberto De Stefani: incoraggiò la libera concorrenza, ridusse le tasse, abbatté regolamentazioni economiche e restrizioni al commercio[13] e ridusse inoltre la spesa pubblica riequilibrando il bilancio, privatizzando alcuni monopoli governativi (come la zecca di stato). Alcune leggi introdotte precedentemente dai socialisti, come la tassa sulle eredità, furono abrogate.[14]

Nel 1925 si iniziò anche a distruggere la cartamoneta al fine di frenare l'inflazione. Complessivamente furono inceneriti 320 milioni di lire[15].

Alla presenza del ministro Alberto De Stefani vengono scaricati i sacchi pieni di cartamoneta destinati all'incenerimento
I sacchi contenenti cartamoneta prima di essere inceneriti vengono verificati

Durante questo periodo la ricchezza aumentò e la produzione industriale superò il picco raggiunto durante il periodo bellico alla metà degli anni venti, pur con un aumento dell'inflazione.[16] Complessivamente, in questo primo periodo, la politica economica fascista seguì principalmente le linee del liberalismo classico, con l'aggiunta di tentativi di stimolo della produzione domestica e di equilibrio di bilancio.[17]

In un discorso del maggio 1924, Mussolini dichiarò di appoggiare il diritto allo sciopero.[18]

« Una volta che Mussolini riuscì a guadagnarsi un potere più solido [...] il laissez-faire fu progressivamente abbandonato in favore dell'intervento governativo, il libero commercio fu rimpiazzato dal protezionismo e gli obiettivi economici furono espressi sempre più con esortazioni e terminologia militare." »
(Patricia Knight in Mussolini and Fascism[19])

Il ministro De Stefani si dimise nel 1925: la sua politica di libero commercio lo aveva reso inviso ad ampi settori dell'industria pesante italiana e della proprietà terriera, inclini al protezionismo e contrari alle sue aperture doganali, fino ad alienargli il consenso dello stesso Mussolini[20]. Dissonante con il costume economico nazionale era anche la sua avversità ai salvataggi bancari e industriali per mano statale, a cui pure si era dovuto inizialmente adeguare[20]. Fu la stessa Confindustria a invocarne la rimozione, quando, nella primavera del 1925, la politica deflattiva messa in atto per fronteggiare un rialzo innaturale dei titoli di borsa aveva causato un crollo improvviso degli stessi valori di borsa[20].

Nel 1926, in un suo discorso, Mussolini chiese politiche monetarie che fermassero l'inflazione e stabilizzassero la valuta italiana mentre, con le leggi fascistissime, proibì gli scioperi creando una speciale magistratura che si occupasse del lavoro e della sua difesa e dette riconoscimento giuridico al sindacato nazionale fascista, che venne poi ristrutturato con la riforma corporativista. Dal 1927 al 1929, con il nuovo ministro delle Finanze Alberto Beneduce, le politiche monetarie del governo determinarono un periodo di deflazione per l'economia italiana.[21][22]

Il 2 luglio 1926 venne creato il Ministero delle Corporazioni, che ebbe competenze sul controllo e sulla regolamentazione dei salari e delle condizioni del lavoro, ma anche sull'alta direzione dell'intera economia nazionale. Mussolini si dichiarò convinto di poter realizzare, attraverso il meccanismo corporativo, la mobilitazione civile ed economica di tutti gli italiani.

« "Il corporativismo è la pietra angolare dello Stato fascista, anzi lo Stato fascista o è corporativo o non è fascista" »
(Benito Mussolini, discorso del 1º ottobre 1930[23])

Nell'aprile del 1927 fu pubblicata la Carta del lavoro, uno dei documenti fondamentali del fascismo. Secondo il giudizio del suo autore principale, Giuseppe Bottai, questo documento portava l'Italia a essere il paese più avanzato del mondo nel campo della legislazione del lavoro. Con essa fu istituito il tribunale del lavoro, col compito di giudicare i conflitti fra capitale e lavoro al di fuori delle rivendicazioni violente di tutte le classi sociali, in quanto non tollerando lo Stato nessuna forma di giustizia privata, sia in campo civile che penale, questa sarebbe stata vietata anche sul luogo di lavoro (decisione in cui rientrano i divieti di scioperi e serrate del 1926).

Nel 1929 l'Italia subì relativamente poco, rispetto alle altre nazioni europee, gli effetti della Grande depressione, grazie al sistema bancario solido, all'economia protezionista e poco improntata agli scambi finanziari ed al commercio internazionale ed all'economia ancora principalmente improntata sul settore primario.[24] Comunque sia, nella contingenza internazionale, i prezzi diminuirono, la produzione rallentò e la disoccupazione salì dai 300.787 individui del 1929 a 1.018.953 nel 1933.[25]

Fu in questo frangente che il Fascismo operò una svolta economica in senso nazionalistico e protezionista: nazionalizzò le holding delle grandi banche, che avevano accumulato notevoli quantità di titoli industriali approfittando della crisi,[26] emise nuovi titoli per garantire un credito alle banche e si garantì il controllo dei prezzi in conformità con l'interesse nazionale.[27]

Vennero costituiti enti pubblici, tra i quali il più importante fu l'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) (1933). Questo andò a raccogliere tutte le partecipazioni statali in banche ed imprese private, divenendo proprietario delle maggiori banche italiane (tra cui il Banco di Roma, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia)[28], e del 20% dell'intero capitale azionario nazionale (detenendo tra l'altro la proprietà di Ansaldo, Ilva, Cantieri Riuniti dell'Adriatico, SIP, SME, Terni, Edison,...), tra cui il 75% della produzione di ghisa e il 90% dell'industria cantieristica navale.[24] Tanto che nel 1935 Mussolini si vantò del fatto che tre quarti delle imprese italiane dipendessero dallo Stato.[29] Una delle prime azioni in questo senso fu il salvataggio del complesso metallurgico Ansaldo con un finanziamento di 400 milioni di Lire.

« "Mentre in ogni altra parte del mondo o quasi la proprietà privata stava facendosi carico delle sofferenze causate dalla depressione, in Italia, grazie alle azioni di questo governo fascista, la proprietà privata non è stata solo salvata, ma anche rafforzata." »
(Giacomo Acerbo, Ministro dell'Agricoltura, 1934.[30])

Dal 1934 tra gli obbiettivi principali della politica economica venne posta l'autarchia, ossia l'autosufficienza agricola, industriale e nel reperimento di risorse e, più in generale, l'indipendenza economica nazionale. Vennero imposte significative tariffe doganali e barriere commerciali[31], in ottica di aumento della competitività dei prodotti italiani sul mercato interno.

Il Fascismo italiano adottò inoltre una politica di spesa pubblica keynesiana per stimolare l'economia attraverso il settore pubblico. Tra il 1929 ed il 1934 la spesa per i lavori pubblici triplicò e superò la spesa per la difesa, diventando l'elemento di maggiore rilevanza del bilancio governativo.[32]

Nel 1935, in seguito all'invasione dell'Etiopia, la Società delle Nazioni decretò l'applicazione di sanzioni commerciali nei confronti dell'Italia. Questo spinse Mussolini a raggiungere l'autarchia economica più rapidamente, rafforzando l'idea che l'autosufficienza fosse essenziale per la sicurezza nazionale, riducendo l'impatto delle sanzioni. In particolare, l'Italia proibì severamente la maggior parte delle importazioni e il governo cercò di persuadere i consumatori a comprare prodotti fatti in Italia. Ad esempio, fu lanciato lo slogan “Preferite il Prodotto Italiano”.[33] Nel maggio dello stesso anno, il governo obbligò individui e imprese a consegnare tutti i titoli esteri alla Banca d'Italia. Il 15 luglio 1936 le sanzioni economiche sull'Italia furono rimosse, ma la politica di indipendenza economica non subì mutamenti.

Il 19 gennaio 1939 venne istituita la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, che sostituiva la Camera dei deputati, e tenne la sua seduta inaugurale il 23 marzo dello stesso anno.

La legislazione sociale[modifica | modifica sorgente]

In una visione politicamente orientata all'interventismo economico e all'organicità ed inclusività nelle strutture dello Stato, furono varati numerosi provvedimenti in termini di legislazione sociale. I più importanti furono:

  • nel 1923 le leggi per la tutela del lavoro di donne e bambini[34], l'assistenza ospedaliera per i poveri[35], l'assicurazione contro la disoccupazione[36], l'assicurazione contro l'invalidità e la vecchiaia[37], l'assistenza alla maternità e all'infanzia[38], la Riforma “Gentile” della scuola pubblica[39];
  • nel 1927 le leggi per l'assistenza agli illegittimi e abbandonati[40], l'assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi[41] e la sistematizzazione ed organizzazione dell'attività lavorativa e sindacale nella Carta del Lavoro;
  • nel 1928 l'esenzione tributaria per le famiglie numerose[42];
  • nel 1929 l'assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali[43] e la costituzione dell'Opera nazionale orfani di guerra[44];
  • nel 1933 la creazione Istituto Nazionale Fascista per l'Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro I.N.A.I.L.[45];
  • nel 1933 l'istituzione libretto di lavoro[46] e dell'Istituto Nazionale Fascista per la Previdenza sociale I.N.P.S.[47];
  • nel 1937 la riduzione settimana lavorativa a 40 ore, ma con proporzionale riduzione del salario[48], la costituzione degli enti comunali di assistenza E.C.A.[49], l'introduzione degli assegni familiari[50], il sostegno alle casse rurali ed artigiane[51], l'estensione della tessera sanitaria per gli addetti ai servizi domestici[52] e la creazione dell'Istituto nazionale per le assicurazioni contro le malattie I.N.A.M..[53].

Il coinvolgimento dell'Italia nella Seconda guerra mondiale, come membro dell'Asse, richiese la trasformazione dell'economia nazionale in un'economia di guerra. Questo causò tensioni nel modello corporativo, per il negativo svolgimento della guerra stessa e la difficile opera di persuasione del governo nei confronti delle grandi imprese, renitenti a finanziare quella che veniva vista come una sconfitta certa. L'invasione degli Alleati nel 1943 portò al collasso della struttura politica ed economica italiana, con la divisione tra Repubblica Sociale Italiana (RSI) al nord ed un sud amministrato dagli Alleati.

Repubblica Sociale Italiana[modifica | modifica sorgente]

Tra il 1943 ed il 1945, nella Repubblica Sociale Italiana, si ebbero nuovi tentativi di rivoluzionare il sistema economico per il posizionamento della componente capitalista ed internazionalista con il governo alleato al sud. Il corporativismo venne inserito in un sistema economico aziendale socializzato, in cui lavoratori e dirigenti possiedono medesimi diritti e doveri. In questo caso il corporativismo funge da organo facente le funzioni del padrone, non più esistente questo come soggetto privato, sostituito adesso da un'assemblea di tutti i lavoratori che, al tempo stesso, possiedono e lavorano nell'azienda stessa.

Il 20 dicembre 1943 viene costituita la Confederazione Generale del Lavoro, della Tecnica e delle Arti (C.G.L.T.A.), come la base del sistema corporativo della RSI.[54] Suo scopo era di essere un contenitore organizzativo di tutte le singole corporazioni, rifondate sulla base delle nuove regole stabilite nel Congresso di Verona. Secondo queste regole le corporazioni avrebbero rappresentato ognuna un settore produttivo, secondo lo schema già esistente, e avrebbero rappresentato ogni ambito produttivo e, indirettamente, ogni lavoratore secondo una logica organicistica, in previsione della creazione della democrazia organica.

Il reddito pro capite nel 1944, principalmente a causa della guerra, si trovava ad uno dei punti più bassi del XX secolo.[55]

Germania nazionalsocialista[modifica | modifica sorgente]

« La storia mondiale ci insegna che nessun popolo è diventato grande attraverso la propria economia ma che un popolo può deteriorarsi molto bene in tal modo [...] l'economia è una questione di importanza secondaria. »
(Adolf Hitler, 1922[56])

Il nazionalsocialismo aveva una concezione della storia idealista, sostenendo che gli eventi umani fossero controllati da pochi individui eccezionali che seguono un alto ideale e conferendo perciò alle questioni economiche un valore minore. Hitler criticò tutti i precedenti governanti tedeschi, a partire da Bismarck, per aver "sottomesso la nazione al materialismo" e facendo affidamento all'espansione economico-finanziaria piuttosto che quella territoriale dello spazio vitale tedesco.[57]

Il "Programma dei venticinque punti" del partito, realizzato nel 1920, elencava anche richieste economiche, tra cui:

  • l'impegno dello Stato a procurare al cittadino la possibilità di vivere a guadagnare col lavoro (punto 7)
  • l'eliminazione dei guadagni ottenuti senza lavoro e senza fatica, l'eliminazione della schiavitù dell'interesse (punto 11)
  • la totale confisca dei profitti di guerra (punto 12)
  • la statalizzazione di tutte le imprese di carattere monopolistico (punto 13)
  • la partecipazione ai profitti delle grandi imprese (punto 14)
  • la riforma del commercio, a sostegno del ceto medio (punto 16)
  • la probizione della speculazione fondiaria e una vasta riforma agraria (punto 17)[58][59]

Negli anni venti ci furono alcune proposte di modifiche e cambiamenti al programma, come quello di Gottfried Feder che, nel 1924, propose un nuovo programma composto di trentanove punti.[60] Dopo il 1925 Hitler rifiutò di prendere in considerazione modifiche del programma del partito, in quanto esso era considerato inviolabile, pur non richiamandosi mai ad esso pubblicamente e non menzionandolo nelle sue opere, se non riferendosi ad esso con il "cosiddetto programma del movimento".[61]

I programmi economici nazionalsocialisti sono ancora oggi oggetto di dibattito.

La collocazione nazionalsocialista rispecchia comunque quella degli altri fascismi europei e mondiali, come traspare dalle affermazioni del suo fondatore. Hitler diceva infatti che "siamo socialisti, siamo nemici del sistema economico capitalistico odierno",[62], puntualizzando che la sua interpretazione del socialismo “non ha nulla a che fare con il socialismo marxista [...] il marxismo è contro la proprietà; il vero socialismo no."[63] e "Socialismo! Una parola del tutto infelice... Cosa significa davvero socialismo? Se le persone hanno qualcosa da mangiare e le proprie soddisfazioni, allora hanno il loro socialismo."[64] Fu anche citato per aver detto: "Dovevo solo sviluppare logicamente ciò che la socialdemocrazia aveva fallito [...] Il nazionalsocialismo è ciò che il marxismo sarebbe potuto essere se avesse rotto i propri assurdi legami con l'ordinamento democratico [...] Perché dobbiamo preoccuparci di socializzare banche ed industrie? Noi socializziamo gli esseri umani [...]".[65] In privato, Hitler disse anche: "Insisto assolutamente nel proteggere la proprietà privata [...] dobbiamo incoraggiare l'iniziativa privata ".[66], precisando in un'altra occasione che il governo avrebbe dovuto avere il potere di regolare l'uso della proprietà privata per il bene della nazione[67]. Un fondamento teorico di questo approccio eclettico al concetto di proprietà privata è nell'approccio filosofico mutuato da Fichte, che nel saggio Lo Stato Commerciale Chiuso ritiene la proprietà privata non come un diritto al possesso materiale di un bene quanto, piuttosto, un diritto esclusivo ad una determinata libera attività, di fatto vincolanto il diritto di proprietà agli effetti positivi che questo può generare all'interno di un sistema economico.[68]

« La caratteristica basilare della nostra teoria economica è che non abbiamo alcuna teoria. »
(Adolf Hitler[69])

Come gli altri fascismi, il nazionalsocialismo si rifaceva al darwinismo sociale, ossia l'idea che la selezione naturale si applichi alla società umana nella stessa misura degli organismi biologici[70]: riteneva che la storia prendesse forma da una lotta violenta tra nazioni e razze (allo stesso modo in cui avviene per le varie specie animali) e che soltanto le nazioni più sane e vitali, guidate da leader forti, fossero capaci di sopravvivere e svilupparsi[71]

La Repubblica di Weimar[modifica | modifica sorgente]

Il nazionalsocialismo inizia la sua ascesa durante la Repubblica di Weimar e lo shock della crisi del 1929.

I problemi economici (e non solo) tedeschi derivavano direttamente dalla sconfitta nella prima guerra mondiale: il Trattato di Versailles, considerato dalla popolazione come punitivo e umiliante, costrinse la Germania a cedere tutte le sue colonie, copiose aree del proprio territorio (a vantaggio di Francia, Belgio, Danimarca e Polonia) ricche di risorse (come la Ruhr), a quasi azzerare il proprio esercito e a pagare enormi somme in riparazioni di guerra (pari a 6,6 miliardi di sterline). Queste misure sanzionatorie danneggiarono pesantemente l'economia tedesca, creando anche un forte spirito di risentimento.

Il regime costituito in Germania nel 1919 non era stato accettato con benevolenza né dalle formazioni conservatrici né dal partito comunista, mostrando l'inadeguatezza dei socialdemocratici e cattolici.

Tra il 1930 ed il 1933 il Cancelliere Heinrich Brüning tentò il risanamento delle disastrose condizioni economiche dello Stato, senza maggioranza parlamentare e governando con il solo strumento dei decreti presidenziali d'emergenza. La Repubblica si trovava in stato di iperinflazione rampante, massiccia disoccupazione e notevole abbassamento della qualità della vita. Brüning, esperto di finanza, tentò di superare la crisi applicando le teorie economiche liberali, tagliando drasticamente le spese statali, cancellando le commesse pubbliche e molte concessioni sociali, tra cui l'assicurazione obbligatoria sulla disoccupazione (introdotta solamente nel 1927.

Questa situazione di instabilità totale e di crisi economica e sociale favorì la conquista del potere da parte del NSDAP il 30 gennaio 1933, tramite le elezioni di due mesi prima.

Prima della guerra: 1933-1939[modifica | modifica sorgente]

« Se non abbiamo oro, abbiamo, in cambio, la forza lavoro, e la forza del lavoro germanico è il nostro oro. Solo il lavoro crea nuovo lavoro. »
(Adolf Hitler, discorso del 10 dicembre 1940[72])

Nel 1933 Hitler nominò Hjalmar Schacht, ex membro del Partito Socialdemocratico Tedesco, presidente della Reichsbank e, nel 1934, ministro dell'Economia.

Inizialmente Schacht proseguì la politica economica introdotta dal governo di Kurt von Schleicher per combattere gli effetti della grande depressione. Queste politiche keynesiane "ante litteram" (l'opera principale di Keynes uscirà solo tre anni più tardi, nel 1936)[73], che facevano affidamento su grandi programmi di opere pubbliche, supportati da una forte spesa pubblica per stimolare l'economia e ridurre la disoccupazione (pari a 6 milioni di disoccupati nel 1933 e azzerata nel 1938). Un esempio di queste opere fu la costruzione dell'Autobahn, il sistema autostradale nazionale tedesco completamente gratuito ed attualmente ancora esistente. Negli anni successivi il controllo dei prezzi impedì la ricomparsa dell'inflazione.

Una particolarità dell’azione schachtiana fu l’introduzione dei cosiddetti "effetti-MEFO" (da Metallurgische Forschungsgesellschaft, il nome della ditta fittizia usata per quest’operazione): cambiali di pagamento, garantite dallo Stato, emesse dalle aziende a fronte di lavoro compiuto (ad esempio per pagare i propri fornitori). Si trattava di una moneta-«certificato di lavoro compiuto» parallela al reichsmark, utilizzata come veicolo per mobilitare capitali rimasti improduttivi durante il periodo recessivo, che poteva essere scontata presso la banca centrale stessa in qualsiasi momento in cambio della divisa corrente[74]. Come per i depositi, il passaggio simultaneo all’incasso da parte tutti i suoi detentori avrebbe significato una rovinosa spirale inflativa che, tuttavia, non si verificò. Analogamente ad una situazione economica di equilibrio è ipotizzabile che il mancato passaggio allo sconto sia da imputarsi ad un clima di tendenziale fiducia, nel quale le aziende stesse utilizzavano gli 'effetti-MEFO' come strumento di pagamento inter-industriale.[75]

Nel giugno del 1933 fu introdotto il Reinhardt Program: un esteso progetto di sviluppo delle infrastrutture che combinava incentivi indiretti, come riduzioni delle tasse, con investimenti pubblici diretti in canali, ferrovie ed autostrade.[76] Tra il 1933 ed il 1936 il Reinhardt Program fu seguito da altre iniziative simili, favorendo una grande espansione del settore edilizio. Nel 1933 solo 666.000 tedeschi lavoravano nelle costruzioni, mentre nel 1936 il numero era salito a 2.000.000.[77] Il settore stradale in particolare si stava espandendo a grande velocità, favorendo collateralmente l'espansione del mercato automobilistico e dei trasporti in generale, decretando un boom per tutti gli anni trenta.[78]

Anche il comparto militare venne sviluppato notevolmente: lo stralcio unilaterale dell'umiliante clausola di riduzione ai minimi termini dell'esercito tedesco dopo il Trattato di Versailles (solo centomila uomini, sei navi e nessuna aeronautica erano possibili) dette la possibilità alla Germania di ricostruire forze armate moderne che pareggiassero quelle delle altre potenze. Le commesse statali in tal senso ottennero il risultato di spingere ancor più la disoccupazione e lo sviluppo economico, aiutando la nazione a riprendersi più velocemente dalla grave crisi. Nel 1936 la spesa militare superò il 10% del PIL, superando gli investimenti in infrastrutture ed opere sociali operati in massa negli anni precedenti.[79] Diversi economisti, come Michal Kalecki, hanno definito la ripresa tedesca un esempio di keynesianismo militare, tuttavia altri hanno evidenziato il fatto che la maggior parte della crescita militare tedesca si verificò dopo il 1936, quando la ripresa economica era già ben avviata e la disoccupazione azzerata. La ripresa viene quindi spiegata come un esempio dell'efficace implementazione di moneta legale priva di debito emessa direttamente dal Tesoro, senza ricorrere ad un prestito della banca centrale, che avrebbe altrimenti richiesto riserve in oro come garanzia.[80]

Il 1936 rappresentò inoltre un punto di svolta per la politica commerciale tedesca. I prezzi mondiali delle materie prime (la maggioranza delle importazioni tedesche) stavano aumentando, al contrario si assisteva al crollo dei prezzi dei prodotti finiti (che dominavano le loro esportazioni). Ciò provocò uno squilibrio nella bilancia dei pagamenti della Germania, aumentando il rischio di deficit, prospettiva considerata inaccettabile da parte di Hitler.

Seguendo l'esempio italiano la Germania iniziò a prendere le distanze dal libero commercio, favorendo un sistema incentrato sull'autosufficienza economica.[81] Tuttavia la Germania, diversamente dall'Italia, non cercò di raggiungere un'autarchia completa, impossibile a causa della mancanza di materie prime sul territorio nazionale. Il governo nazionalsocialista limitò perciò il numero dei propri partner commerciali, privilegiando quelli con nazioni di etnia germanica e dell'area italico-balcanica, firmando numerosi accordi bilaterali[82] ed ampliando la sfera d'influenza economica e politica tedesca.

Tali accordi commerciali vennero realizzati uscendo dal sistema di scambi finanziari internazionali e dando luogo ad un nuovo sistema basato sullo scambio paritario tra prodotti lavorati finiti (da parte della Germania) e materie prime (da parte delle controparti).

Nel 1938 Jugoslavia, Ungheria, Romania, Bulgaria e Grecia rivolgevano il 50% di tutto il loro commercio estero verso la Germania.[83]

Schacht introdusse per determinate nazioni (soprattutto gli Stati Uniti) l'obbligo di commerciare con banche speciali, nelle quali era depositata la valuta estera acquisita grazie agli acquisti fatti in Germania e tramite le quali si pagavano i beni delle controparti (in primis materie prime) con prodotti lavorati e finiti tedeschi o con scrips (molto utilizzati dai turisti in Germania), ossia note riscattabili in cambio di prodotti tedeschi. Così la Germania fu in grado di accumulare riserve di valuta estera da utilizzare in futuro.[84]

Durante la guerra: 1939-1945[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Piano Hunger.

Inizialmente lo scoppio della seconda guerra mondiale non portò grandi cambiamenti all'economia tedesca: i tre precedenti anni di preparazione bellica avevano reso possibile la conversione di parte dell'industria in senso militare.

Diversamente dalla maggioranza degli altri governi, quello tedesco non aumentò significativamente le tasse dirette per finanziare la guerra: nel 1941 l'aliquota d'imposta per i redditi più alti era del 13.7% in Germania, mentre in Gran Bretagna vi era una differenza di dieci punti percentuali (23.7%).[85]

L'espansione militare durante la guerra (sia con annessione diretta che con l'installazione di governi fantoccio), obbligava gli sconfitti a vendere materie prime e prodotti agricoli ai compratori tedeschi a prezzi estremamente bassi per rendere possibile la competizione con le nazioni nemiche. La politica dello spazio vitale poneva un forte accento sulla conquista di nuove terre ad est e sullo sfruttamento delle stesse per fornire risorse agricole ed energetiche alla Germania, che restarono però limitate dall'intensità dello scontro sul Fronte Orientale e dalla politica sovietica della terra bruciata. Al contrario i territori occidentali e settentrionali inviarono notevoli quantità di beni e prodotti: nel 1941 due terzi dei treni francesi erano usati per portare materiali e prodotti in Germania ed al fronte orientale.[86]

La quota di spesa militare nell'economia tedesca iniziò a cresce rapidamente dopo il 1942, quando il governo nazista fu costretto a dedicare una parte sempre maggiore delle risorse della nazione per combattere una guerra che stava perdendo. Le fabbriche civili furono convertite per l'utilizzo bellico e messe sotto controllo militare. Alla fine del 1944, quasi l'intera economia tedesca era dedicata alla produzione militare. Allo stesso tempo, i bombardamenti Alleati stavano distruggendo fabbriche e città tedesche a gran velocità, portando infine l'economia di guerra tedesca al collasso finale del 1945.[senza fonte]

Fin da prima della guerra, ma soprattutto durante, crebbe la produzione industriale realizzata nei campi di lavoro da parte degli unzuverlässige elemente (indesiderabili: delinquenti comuni, omosessuali, dissidenti politici, ebrei). Nel 1944 i lavoratori dei campi costituivano un quarto del totale della forza lavoro tedesca e la maggioranza delle industrie nazionali avevano un contingente di prigionieri[87], come Thyssen, Krupp, IG Farben e anche Fordwerke, una filiale di Ford.[88]

Spagna franchista[modifica | modifica sorgente]

Francisco Franco, capo di Stato spagnolo dal 1936 (guerra civile spagnola) al 1975 (anno della sua morte), basò le proprie politiche economiche sulle teorie del sindacalismo nazionale esposte dalla Falange spagnola: il partito fascista fondato nel 1933 da José Antonio Primo de Rivera, uno dei principali sostenitori di Franco durante la sua ascesa al potere.

Protezionismo e sindacalismo[modifica | modifica sorgente]

Francisco Franco sostituì il precedente Stato liberale creando un sistema corporativo prendendo a modello quello italiano.

« Il corporativismo spagnolo fu meno efficace di quello italiano, a causa dei minori controlli e della minore coscienza politica creata. La corporazione degli agricoltori provocò ad esempio una carenza di pane e la creazione di un mercato nero per aver fissato prezzi troppo bassi (per rendere il pane accessibile a tutte le fasce sociali), cosa che provocò l'abbandono della coltivazione del grano a favore di beni più proficui. »

Le retribuzioni erano fissate dallo Stato, in veste di mediatore, durante negoziati tra sindacati nazionali dei lavoratori ed organizzazioni degli imprenditori.

« La maggior parte dei gruppi dei lavoratori prima della guerra civile faceva parte di sindacati comunisti ed anarchici, tuttavia il regime di Franco tendeva a favorire i capi nonostante la retorica sindacalista. In risposta, i lavoratori crearono sindacati illegali ed organizzarono scioperi, che vennero spesso repressi duramente dal governo franchista. »
« Il Fronte Popolare della Repubblica Spagnola dette il via ad un programma di redistribuzione della terra, obbligando i latifondisti a vendere i propri possedimenti allo Stato, che li avrebbe distribuiti agli agricoltori bisognosi in affitto. Dopo la guerra civile i proprietari originali riottennero le proprie terre, tuttavia, la Falange si concentrò principalmente nella ricostruzione ed il miglioramento dei centri urbani. »

Liberalizzazione ed Opus Dei[modifica | modifica sorgente]

Nel 1954 Franco abbandonò le politiche economiche fasciste per reintrodurre il libero mercato, implementando le riforme di tecnocrati spesso erano membri dell'organizzazione religiosa Opus Dei: un gruppo cattolico laico con posizioni rilevanti all'interno del Ministero delle Finanze e dell'Economia.[89] Gli organi corporativistici precedenti furono mantenuti, ma acquisirono un ruolo di secondo piano.

Commenti[modifica | modifica sorgente]

Alcuni studiosi ed analisti affermano che esista un sistema economico identificabile nel fascismo distinto da quelli propugnati da altre ideologie, comprendente caratteristiche essenziali condivise dagli Stati fascisti.[90] Altri sostengono viceversa che, sebbene le economie fasciste abbiano alcune caratteristiche in comune, non ci sia nessuna forma distintiva di organizzazione economica fascista.[91]

Stanley Payne sostiene che, nonostante i movimenti fascisti difendessero il principio della proprietà privata (appoggiata "coerentemente con la libertà e la spontaneità della personalità individuale"), obiettivo comune di tutti i movimenti fascisti fu l'eliminazione dell'autonomia o, in alcuni casi, del capitalismo di larga scala.[92]

Lo storico Gaetano Salvemini nel 1936 sostenne che il fascismo rendeva i contribuenti responsabili delle imprese private, poiché "lo Stato paga per gli errori dell'impresa privata... il profitto è privato ed individuale. La perdità è pubblica e sociale."[93]

Secondo Schweitzer le imprese tedesche furono incoraggiate a formare grandi concentrazioni industriali, sotto la protezione dello Stato, sconfiggendo il "socialismo della classe media" proibendo le contrattazioni collettive e mettendo fuorilegge i sindacati, ritenendo inoltre che "la fissazione monopolistica del prezzo divenne la regola nella maggior parte dei settori, i cartelli non si limitavano più alle industrie pesanti o di maggiori dimensioni. [...] Cartelli e quasi-cartelli (di grandi o piccole imprese) fissavano i prezzi, limitavano la produzione, dividevano i mercati e classificavano i consumatori così da realizzare profitti di monopolio.[94]" La crescita delle grandi imprese realizzò un sempre maggior legame con il governo, che seguiva politiche economiche che massimizzavano i profitti dei settori industriali strategici ed alleati, che supportavano gli obbiettivi nazionali.[95]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Philip Morgan, Fascism in Europe, 1919-1945, New York Tayolor & Francis 2003, p. 168
  2. ^ The Doctrine of Fascism in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto Giovanni Treccani, 1932. "[Fascism] affirms the irremediable, fruitful and beneficent inequality of men"
  3. ^ Calvin B. Hoover, The Paths of Economic Change: Contrasting Tendencies in the Modern World, The American Economic Review, Vol. 25, No. 1, Supplement, Papers and Proceedings of the Forty-seventh Annual Meeting of the American Economic Association. (Mar., 1935), pp. 13-20.
  4. ^ William G. Welk, Fascist Economic Policy, Harvard University Press, 1938. pp. 38-39
  5. ^ Alexander J. De Grand, Fascist Italy and Nazi Germany, Routledge, 1995. pp. 57
  6. ^ Tibor Ivan Berend, An Economic History of Twentieth-Century Europe, Cambridge University Press, 2005, p. 93
  7. ^ James A. Gregor, The Search for Neofascism: The Use and Abuse of Social Science, Cambridge University Press, 2006, p. 7
  8. ^ Alexander J. De Grand, Fascist Italy and Nazi Germany, Routledge, 1995. pp. 60-61
  9. ^ Alexander J. De Grand, Fascist Italy and Nazi Germany, Routledge, 1995. pp. 47
  10. ^ Alexander J. De Grand, Fascist Italy and Nazi Germany, Routledge, 1995. pp. 48-51
  11. ^ Henry A. Turner, "German Big Business and the Rise of Hitler", 1985, pp. 61-68
  12. ^ Carl T. Schmidt, "The corporate state in action; Italy under fascism", Oxford University Press, 1939. pp. 115
  13. ^ Sheldon Richman, "Fascism".
  14. ^ William G. Welk, "Fascist economy policy; an analysis of Italy's economic experiment", Harvard University Press, 1938. pp. 160-161
  15. ^ Historia, articolo intitolato "Il ministro delle Finanze da alle fiamme 320 milioni", a pag 8 dell'inserto
  16. ^ Patricia Knight, Mussolini and Fascism, Routledge 2003 page 64
  17. ^ William G. Welk, "Fascist economy policy; an analysis of Italy's economic experiment", Harvard University Press, 1938. pp. 163
  18. ^ Nicholas Farrell, Mussolini: A New Life, Sterling Publishing Company, Inc, 2005, p. 195
  19. ^ Patricia Knight, Mussolini and Fascism, Routledge 2003 page 64
  20. ^ a b c Franco Marcoaldi, DE STEFANI, Alberto, Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 39 (1991), Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani.
  21. ^ William G. Welk, "Fascist economy policy; an analysis of Italy's economic experiment", Harvard University Press, 1938. pp. 165
  22. ^ Adrian Lyttelton (editor), "Liberal and fascist Italy, 1900-1945", Oxford University Press, 2002. pp. 75
  23. ^ Valentino Piccoli, Carlo Ravasio Scritti e discorsi di Benito Mussolini, Hoepli, Milano, 1934
  24. ^ a b Renzo de Felice Il Fascismo
  25. ^ William G. Welk, "Fascist economy policy; an analysis of Italy's economic experiment", Harvard University Press, 1938. pp. 166
  26. ^ Gaetano Salvemini, "Italian Fascism". London: Victor Gollancz Ltd., 1938.
  27. ^ William G. Welk, "Fascist economy policy; an analysis of Italy's economic experiment", Harvard University Press, 1938. pp. 169
  28. ^ Daniel Guérin, Fascism and Big Business, Chapter IX, Fifth section, p.197 in the 1999 Syllepse Editions
  29. ^ Carl Schmidt, "The Corporate State in Action London", Victor Gollancz Ltd., 1939, pp. 153–76.
  30. ^ Carl T. Schmidt, "The corporate state in action; Italy under fascism", Oxford University Press, 1939. pp. 128
  31. ^ William G. Welk, "Fascist economy policy; an analysis of Italy's economic experiment", Harvard University Press, 1938. pp. 172
  32. ^ Farrell, Nicholas, Mussolini: A New Life, Sterling Publishing, 2005 page 233
  33. ^ William G. Welk, "Fascist economy policy; an analysis of Italy's economic experiment", Harvard University Press, 1938. pp. 175
  34. ^ (R.D. 653/1923)
  35. ^ (R.D. 2841/1923)
  36. ^ (R.D. 3158/1923)
  37. ^ R.D. 3184/1923)
  38. ^ (R.D. 2277/1923)
  39. ^ (R.D. 2123/1923)
  40. ^ (R.D. 798/1927)
  41. ^ (R.D. 2055/1927)
  42. ^ (R.D. 312/1928)
  43. ^ (R.D. 928/1929)
  44. ^ (R.D. 1397/1929)
  45. ^ (R.D. 264/1933)
  46. ^ (R.D. 112/1935)
  47. ^ (R.D. 1827/1935)
  48. ^ (R.D. 1768/1937)
  49. ^ (R.D. 847/1937)
  50. ^ (R.D. 1048/1937)
  51. ^ (R.D. 1706/1937)
  52. ^ (R.D. 1239 23/06/1939)
  53. ^ (R.D. 318/1943)
  54. ^ Decreto del Capo della Repubblica n. 853
  55. ^ Adrian Lyttelton (editor), "Liberal and fascist Italy, 1900-1945", Oxford University Press, 2002. pp. 13
  56. ^ Henry A. Turner, "Hitler's Einstellung", 1976, p. 90-91
  57. ^ Henry A. Turner, "German Big Business and the Rise of Hitler", 1985, p. 73
  58. ^ Francesco Maria Feltri, i Giorni e le Idee, Sei, Torino, 2002, pag. 204
  59. ^ Lee, Stephen J. (1996), Weimar and Nazi Germany, Harcourt Heinemann, page 28
  60. ^ Henry A. Turner, "German Big Business and the Rise of Hitler", Oxford University Press, 1985. p.62
  61. ^ Henry A. Turner, "German Big Business and the Rise of Hitler", Oxford University Press, 1985. p.77
  62. ^ Hitler's speech on May 1, 1927. Cited in Toland, J. (1976) Adolf Hitler Garden City, N.Y. : Doubleday Speech. May 1, 1927. p. 224
  63. ^ Francis Ludwig Carsten, The Rise of Fascism, University of California Press, 1982, p. 137. Hitler quote from Sunday Express
  64. ^ Henry A. Turner, "German Big Business and the Rise of Hitler", Oxford University Press, 1985. pg 77
  65. ^ Nazis and Soviets
  66. ^ A private statement made by Hitler on March 24, 1942. Cited in "Hitler's Secret Conversations." Translated by Norman Cameron and R.H. Stevens. Farrar, Straus and Young, Inc. 1953. p. 294
  67. ^ Richard Allen Epstein, Principles for a Free Society: Reconciling Individual Liberty With the Common Good, De Capo Press 2002, p. 168
  68. ^ Johann Gottlieb Fichte, Lo Stato Commerciale Chiuso, edizioni di Ar, Padova, 2009, pag. 54
  69. ^ Hans-Joachim Braun, "The German Economy in the Twentieth Century", Routledge, 1990, p. 78
  70. ^ Adolf Hitler, "Mein Kampf", vol. 1, chapter 11.
  71. ^ Henry A. Turner, "German Big Business and the Rise of Hitler", 1985, p. 76
  72. ^ Une expérience d'économie dirigée: L'Allemagne Nationale Socialiste, par René Dubail, Doctor en Droit, Diplomé de l'Ecole Libre des Sciences Politique; Publications Périodique de l'Imprimerie Paul Dupont s.a., Paris 1962, pag.30
  73. ^ Keyns, Hitler and Fascism
  74. ^ Arkadi Poltorak, Il Processo di Norimberga, Teti editore, Milano 1976, pagg. 291-319
  75. ^ Une expérience d'économie dirigée: L'Allemagne Nationale Socialiste, par René Dubail, Doctor en Droit, Diplomé de l'Ecole Libre des Sciences Politique; Publications Périodique de l'Imprimerie Paul Dupont s.a., Paris 1962
  76. ^ Hans-Joachim Braun, "The German Economy in the Twentieth Century", Routledge, 1990, p. 83
  77. ^ Hans-Joachim Braun, "The German Economy in the Twentieth Century", Routledge, 1990, p. 84
  78. ^ Hans-Joachim Braun, "The German Economy in the Twentieth Century", Routledge, 1990, p. 83-84
  79. ^ Hans-Joachim Braun, "The German Economy in the Twentieth Century", Routledge, 1990, p. 85
  80. ^ How Germany solved its infrastructure problems
  81. ^ Hans-Joachim Braun, "The German Economy in the Twentieth Century", Routledge, 1990, p. 86
  82. ^ Hans-Joachim Braun, "The German Economy in the Twentieth Century", Routledge, 1990, p. 101
  83. ^ Hans-Joachim Braun, "The German Economy in the Twentieth Century", Routledge, 1990, p. 102
  84. ^ Arthur Schwwietzer "Big Business in the Third Reich"
  85. ^ Hans-Joachim Braun, "The German Economy in the Twentieth Century", Routledge, 1990, p. 114
  86. ^ Hans-Joachim Braun, "The German Economy in the Twentieth Century", Routledge, 1990, p. 121
  87. ^ Michael Thad Allen, "The Business of Genocide", The University of North Carolina Press, 2002. p. 1
  88. ^ Sohn-Rethel, Alfred Economy and Class Structure of German Fascism, CSE Books, 1978 ISBN 0-906336-01-5
  89. ^ "The Franco Years: Policies, Programs, and Growing Popular Unrest." A Country Study: Spain <http://lcweb2.loc.gov/frd/cs/estoc.html#es0034>
  90. ^ Baker
  91. ^ Payne; Paxton, Sternhell, et al.
  92. ^ Payne, Stanley (1996). A History of Fascism. Routledge. ISBN 1-85728-595-6 p.10
  93. ^ Salvemini, Gaetano. Under the Axe of Fascism 1936.
  94. ^ Arthur Schweitzer, "Big Business in the Third Reich", Bloomington, Indiana University Press, 1964, p. 269
  95. ^ Arthur Schweitzer, "Big Business in the Third Reich", Bloomington, Indiana University Press, 1964, p. 288

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Giano Accame, Il Fascismo immenso e rosso, Settimo Sigillo, 1990.
  • Michele Giovani Bontempo, Lo Stato Sociale nel Ventennio, I libri del Borghese, Roma, 2010
  • Paolo Buchignani, Fascisti rossi, Mondadori, 1998.
  • Mimmo Franzinelli, Marco Magnani. Beneduce: il finanziere di Mussolini. Milano, Mondadori, 2009. ISBN 9788804585930.
  • Enrico Landolfi, Ciao, rossa Salò. Il crepuscolo libertario e socializzatore di Mussolini ultimo, Edizioni dell'Oleandro, 1996.
  • Realino Marra, Aspetti dell'esperienza corporativa nel periodo fascista, in «Annali della Facoltà di Giurisprudenza di Genova»,
  • Arrigo Petacco, Il comunista in camicia nera, Nicola Bombacci tra Lenin e Mussolini, Mondadori, 1997.
  • Luca Leonello Rimbotti, Il fascismo di sinistra. Da Piazza San Sepolcro al Congresso di Verona, Settimo Sigillo, 1989.
  • Claudio Schwarzenberg, Il sindacalismo fascista, Mursia, 1972.
  • Adler, Les K., and Thomas G. Patterson. "Red Fascism: The Merger of Nazi Germany and Soviet Russia in the American Image of Totalitarianism." American Historical Review 75 (April 1970): 1046-64. in JSTOR
  • Alpers, Benjamin L. Dictators, Democracy, and American Public Culture: Envisioning the Totalitarian Enemy, 1920s-1950s. University of North Carolina Press. 2003
  • Baker, David, "The political economy of fascism: Myth or reality, or myth and reality?" New Political Economy, Volume 11, Issue 2 June 2006, pages 227 - 250
  • Blum, George P. The Rise of Fascism in Europe Greenwood Press, 1998
  • Brady, Robert A. The Spirit and Structure of German Fascism 1937.
  • Brady, Robert A. Business as a System of Power. New York: Columbia University Press, 1943, argues National Association of Manufacturers (NAM) as well as NRA were proto-fascist
  • Braun, Hans-Joachim. The German Economy in the Twentieth Century, Routledge, 1990.
  • Brinkley, Alan. The End of Reform: New Deal Liberalism in Recession and War. Vintage, 1995.
  • Burnham, James. The Managerial Revolution: What Is Happening in the World 1941.
  • Cannistraro, Philip (ed.). Historical Dictionary of Fascist Italy, Greenwood Press, 1982
  • Diggins, John P. Mussolini and Fascism: The View from America. Princeton University Press, 1972.
  • Falk, Richard. "Will the Empire be Fascist?," The Transnational Foundation for Peace and Future Research, March 24, 2003, TFF - Transnational Fondation for Peace and Future Research.
  • Feuer, Lewis S. "American Travelers to the Soviet Union 1917-1932: The Formation of a Component of New Deal Ideology." American Quarterly 14 (June 1962): 119-49. in JSTOR
  • Griffin, Roger. The Nature of Fascism London, Routledge, 1993
  • Kershaw, Ian. The Nazi Dictatorship. Problems and Perspectives of Interpretation, London, Arnold, 3rd edn, 1993.
  • Leighton, Joseph A. Social Philosophies in Conflict, D. Appleton-Century Company, 1937.
  • Lyttelton, Adrian (editor). Liberal and fascist Italy, 1900-1945, Oxford University Press, 2002.
  • Maddux, Thomas R. "Red Fascism, Brown Bolshevism: The American Image of Totalitarianism in the 1930s." Historian' 40 (November 1977): 85-103.
  • Mimmo Franzinelli, Marco Magnani. Beneduce: il finanziere di Mussolini, Milano, Mondadori, 2009. ISBN 9788804585930.
  • Mises, Ludwig von Omnipotent Government: The Rise of Total State and Total War, Yale University Press, 1944. Omnipotent Government, by Ludwig von Mises
  • Morgan, Philip. Fascism in Europe, 1919-1945 Routledge. 2002
  • Payne, Stanley G. A History of Fascism, 1914-1945 1995
  • Paxton, Robert O.. The Anatomy of Fascism, New York: Alfred A. Knopf, 2004
  • Pells, Richard H. Radical Visions and American Dreams: Culture and Thought in the Depressions Years. Harper and Row, 1973.
  • Rosenof, Theodore. Economics in the Long Run: New Deal Theorists and Their Legacies, 1933-1993. University of North Carolina Press, 1997.
  • Salvemini, Gaetano. Italian Fascism. London: Victor Gollancz Ltd., 1938.
  • Schmidt, Carl T. The corporate state in action; Italy under fascism, Oxford University Press, 1939.
  • Schweitzer, Arthur. Big Business in the Third Reich, Bloomington, Indiana University Press, 1964.
  • Sohn-Rethel. Alfred. Economy and Class Structure of German Fascism, CSE Books, 1978 ISBN 0-906336-01-5
  • Skotheim, Robert Allen. Totalitarianism and American Social Thought. Holt, Rinehart, and Winston, 1971.
  • Sternhell, Zeev, with Mario Sznajder and Maia Asheri, The Birth of Fascist Ideology, translated by David Maisel (Princeton: Princeton University Press, [1989] 1995).
  • Swedberg, Richard; Schumpeter: A Biography Princeton University Press, 1991.
  • Turner, Henry A. German Big Business and the Rise of Hitler, 1985.
  • Welk, William G. Fascist Economic Policy, Harvard University Press, 1938.
  • Wiesen, S. Jonathan. German Industry and the Third Reich Dimensions: A Journal of Holocaust Studies Vol. 13, No. 2 German Industry and the Third Reich: Fifty Years of Forgetting and Remembering
  • Haseler, Stephen The Death of British Democracy: Study of Britain's Political Present and Future. Prometheus Books 1976. p. 153

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]