Quota 90

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Quota 90 è la definizione, coniata da Benito Mussolini, per indicare il progetto di rivalutazione della moneta italiana volta a raggiungere il cambio di 90 lire per una sterlina inglese.

Il problema[modifica | modifica sorgente]

La lira italiana, già malconcia per l'inflazione del dopoguerra, era incorsa in alcuni scivoloni dopo il 1924. All'inizio del 1925 il Regno Unito decide il ritorno alla parità fissa della Sterlina con l'oro: questo costringe i suoi partner commerciali ad avviare politiche deflazionistiche, pena la svalutazione delle loro monete. In luglio la quotazione del dollaro era arrivata a 23 lire, quella della sterlina a 120 lire. Nel giugno del 1926 il dollaro era salito a 31,60 lire e la sterlina a 153,68 e ovviamente il costo della vita era molto cresciuto.

La realizzazione di Quota 90[modifica | modifica sorgente]

Nel 1926 l'attenzione del ministro Giuseppe Volpi (che aveva appena sostituito Alberto De Stefani) si concentrò sui problemi di svalutazione che avevano afflitto la moneta nazionale, deprezzandone il valore di circa il 20% rispetto al periodo antecedente la Grande Guerra. In quel momento il cambio era di 153 Lire per una Sterlina e l'obiettivo di raggiungere Quota 90, promosso da Mussolini durante il discorso di Pesaro del 18 agosto 1926, sembrò subito azzardato.

« La nostra lira, che rappresenta il simbolo della Nazione, il segno della nostra ricchezza, il frutto delle nostre fatiche, dei nostri sforzi, dei nostri sacrifici, delle nostre lacrime, del nostro sangue, va difesa e sarà difesa. »
(Mussolini durante il discorso di Pesaro del 18 agosto 1926[1])

Ma dall'opera di risanamento della Lira dipendeva l'esito delle trattative avviate con Washington per ottenere prestiti utili al risanamento della situazione finanziaria italiana.[2] La situazione era complicata anche da problemi internazionali: scisso da tempo il cordone ombelicale con la finanza tedesca, si stava esaurendo anche l'apporto degli investitori francesi. Già da qualche anno si erano creati motivi di tensione: da una parte Mussolini temeva che un'intesa con Parigi potesse irritare i britannici e che l'egemonia francese potesse ostacolare i piani di espansione nel Mediterraneo. A loro volta i francesi mostravano molto più interesse a riallacciare i rapporti con l'industria tedesca.

L'uomo chiamato a compimento del progetto e dell'operazione di rivalutazione della lira fu Giuseppe Volpi, che dal 1925 al 1928 fu ministro delle finanze. La politica adottata da Volpi scartò la possibilità di far ricorso ad inasprimenti finanziari, puntando piuttosto sulla riduzione della domanda interna, la restrizione del credito e l'abbassamento dei salari. Il regime voleva evitare di trovarsi nella stessa situazione avutasi in Germania all'indomani del crollo del marco nel 1923. Inoltre il regime intendeva assicurarsi in questo modo i consensi della piccola e media borghesia, che riuscì in effetti a migliorare almeno in parte il proprio potere d'acquisto.

I provvedimenti decisi dal governo operarono per un calo delle importazioni. Venne lanciata la battaglia del grano ed il pane doveva essere d'un tipo unico, con la farina abburattata con un tasso dall'80% all'85%; la benzina doveva essere miscelata con alcool ricavato con gli scarti della viticoltura; la siderurgia doveva impiegare, di preferenza, minerali italiani; i giornali, per risparmiare cellulosa, dovevano diminuire a sei le loro pagine.

Assieme alle molte misure economiche vi fu il prestito del Littorio, propagandato con tutti i mezzi. Il risultato fu soddisfacente: 3 miliardi e 150 milioni.

Reazioni al progetto[modifica | modifica sorgente]

La stabilizzazione della lira a quota 90 suscitò reazioni contrastanti negli ambienti industriali. La Confindustria si era dichiarata più volte a favore di una stabilizzazione della moneta, ma lo stesso Volpi desiderava un allineamento ad una quota più bassa (100-110 Lire per sterlina), mentre i principali consorzi industriali (ad esempio la FIAT) avrebbero optato per una Lira a quota 120, nel timore che una lira più forte avrebbe potuto danneggiare le esportazioni.

I risultati e le conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Alla fine di giugno (1927) il dollaro è a 18,15 e la sterlina a 88,09: valori che oscilleranno, ma che consentiranno di poter affermare di aver raggiunto "quota 90" (vale a dire una sterlina per 90 lire), indicata da Mussolini come l'obiettivo da perseguire. La moneta nazionale torna inoltre all'interno del Gold Exchange Standard.

Le ripercussioni furono differenti per i vari settori. A subire i colpi più gravi della politica deflattiva furono soprattutto l'edilizia e le piccole imprese produttrici di beni di consumo, mentre continuò la tendenza espansiva nell'ambito della grande industria. Implicazione immediata della rivalutazione della moneta è la riduzione dei prezzi e dei salari, causata dalla scarsa circolazione del denaro che provocò una temporanea stagnazione della produzione.

Si legge su Critica fascista: La squisita sensibilità delle nostri classi lavoratrici ha permesso al segretario generale del partito on. Turati di annunziare al Duce che i lavoratori di Padova ed i contadini del bresciano aderivano alla diminuzione delle loro paghe in ragione del 10 per cento. Anche nel pavese e nel bolognese i lavoratori hanno accettato la medesima misura delle paghe. La riduzione dei salari è sancita, in ottobre dal 10% al 20%. Da alcune parti, tuttavia, si lamenta la discesa dei prezzi non è così pronta come quella dei salari. Scrive, in giugno, il Corriere della Sera: "il salariato fa questo ragionamento molto semplice: se il costo della vita va giù del 5%, ed i miei salari van giù del 10%, chi gode della differenza?".

Ovviamente non è questo che si verificò: la ripercussione sui prezzi della deflazione si verificò soltanto sui prodotti all'ingrosso, mentre sui prodotti al dettaglio ebbe esiti pressoché nulli. Per ovviare a questi temporanei problemi, il governo operò tagli sulle tariffe postali, telegrafiche e ferroviarie, inoltre "invitò" a ridurre gli affitti dal 10 al 20 per cento, vietando ogni aumento.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Dizionario mussoliniano a cura di Bruno Biancini, Ulrico Hoepli editore, Milano, 1942 pag. 19
  2. ^ Luigi de Rosa, La rivoluzione industriale in Italia, Laterza, Bari, 1980, p. 59.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Giorgio Pisanò Storia del Fascismo (1914-1943), II volume, Eco edizioni
  • Augusto Grandi, Teresa Alquati, Eroi e cialtroni: 150 anni di controstoria, Politeia, Torino

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]