Monastero di Santa Caterina (Egitto)

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Coordinate: 28°33′20″N 33°58′34″E / 28.555556°N 33.976111°E28.555556; 33.976111

Flag of UNESCO.svg Bene protetto dall'UNESCO Flag of UNESCO.svg
UNESCO World Heritage Site logo.svg Patrimonio dell'umanità
Monastero di Santa Caterina
(EN) Saint Catherine Area
Katharinenkloster Sinai BW 2.jpg
Tipo Architettonico
Criterio C (i)(iii)(iv)(vi)
Pericolo Nessuna indicazione
Riconosciuto dal 2002
Scheda UNESCO (EN) Scheda
(FR) Scheda

Il Monastero di Santa Caterina (in greco Μονὴ τῆς Ἁγίας Αἰκατερίνης e in arabo دير القدّيسة كاترينا) è un monastero del VI secolo situato in Egitto, nella regione del Sinai, al centro di una valle desertica.
Dedicato a santa Caterina d'Alessandria, è il più antico monastero cristiano ancora esistente[1][2] e sorge alle pendici del monte Horeb dove, secondo la tradizione, Mosè avrebbe parlato con Dio nell'episodio biblico del roveto ardente (3,2-6) e dove egli ricevette i comandamenti.[3]

Nel 2002 è stato dichiarato Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO per la sua architettura bizantina, la sua preziosa collezione di icone e per la grande raccolta di antichissimi manoscritti che costituiscono la più vasta e meglio conservata biblioteca di testi antichi bizantini dopo quella della Città del Vaticano.[4] Inoltre, il monastero è considerato un luogo sacro dalle tre maggiori religioni monoteiste: il Cristianesimo, l'Ebraismo e l'Islam.

Storia[modifica | modifica sorgente]

L'imperatore Giustiniano

L'origine del monastero ha radici antichissime. La sua fondazione la si fa risalire a sant'Elena, madre dell'imperatore Costantino che, nel 328[5] fece costruire una sorta di primitiva cappella votiva nel presunto luogo dove secondo la tradizione cristiana Mosè parlò con Dio, nell'episodio biblico del roveto ardente (3,2-6).

La più antica notizia documentata di questo luogo di culto è riscontrabile nell'Itinerarium Egeriæ[6][7] di Egeria, una monaca originaria della Gallia che visitò i luoghi biblici attraverso un lungo pellegrinaggio compiuto tra il 381 e il 384.

Fra il 527 e il 565 l'imperatore Giustiniano fece realizzare accanto alla cappella un primo nucleo che prese il nome di Monastero della Trasfigurazione. In seguito, egli fece fortificare il monastero dotandolo di una cinta muraria per difenderlo dalle incursioni dei predoni e finanziò la produzione delle prime icone.

Il manoscritto attribuito a Maometto

Nel corso del VII secolo il monastero divenne un luogo di culto anche per l'Islam poiché, secondo il documento che la tradizione sostiene essere stato redatto da Maometto, il profeta accordava protezione al monastero perché all'interno di esso fu accolto e protetto dai nemici. La conservazione di questo manoscritto all'interno del monastero fu determinante per la sopravvivenza alla dominazione araba, anche se i monaci ne furono allontanati.

Durante il VII secolo i monaci furono dispersi, tuttavia il monastero sopravvisse perché ben protetto dalle possenti mura in cui l'unico accesso era un piccolo varco posto a diversi metri di altezza e raggiungibile soltanto tramite una carrucola.[8]

Intorno IX secolo il monastero tornò ad essere accessibile alla comunità di monaci che, in seguito al presunto ritrovamento dei resti della protomartire cristiana Caterina d'Alessandria, lo rinominarono Monastero di Santa Caterina e le reliquie custodite al suo interno divennero presto oggetto di venerazione per i numerosi pellegrini.[9]

Nel 1107, sotto il dominio sciita del Califfato dei Fatimidi, il monastero subì l'influenza dell'Islam e, in virtù della reliquia di Maometto, fu costruita la moschea di Fatimid. Essa però non venne mai ufficialmente aperta al culto poiché, per un errore di collocazione, non fu orientata verso la Mecca.[10]

Con l'avvento della Seconda Crociata il monastero tornò ad essere ricorrente meta di pellegrinaggio sulla via per la Terra Santa e divenne riferimento di altre affiliazioni monastiche dell'Asia Minore dislocate tra Costantinopoli, Egitto, Palestina, Siria e anche presso le isole di Creta e Cipro.

A seguito del Grande Scisma il monastero passò sotto il controllo della Chiesa greco-ortodossa che lo assegnò alla diocesi presieduta dal Patriarca Ortodosso di Gerusalemme.[11]

Risparmiato dalle campagne di conquista condotte da Napoleone Bonaparte e dalle mire del colonialismo, il monastero è stato meta di studiosi per tutto l'Ottocento. Nel 1844 Konstantin von Tischendorf si recò nel monastero per approfondire i suoi studi sui testi antichi e riportò alla luce il Codex Sinaiticus che ora è conservato presso la British Library di Londra.

Il monastero ha dignità di chiesa autocefala e ospita stabilmente circa venti monaci sottoposti all'autorità dell'abate Damiano,[12] nonché vescovo del Sinai.[13] Da anni è meta di visite guidate, tuttavia dal 2013 l'accesso al pubblico è stato sospeso a causa della precaria situazione socio-politica dell'Egitto e il correlato timore di attacchi di estremisti islamici.[14]

Caratteristiche[modifica | modifica sorgente]

Planimetria esemplificativa del monastero

Il monastero rappresenta una delle più antiche testimonianze paleocristiane e si trova a circa 1.500 metri s.l.m. in una zona di grande interesse ambientale e archeologico, a poca distanza dal monte Sinai e dal sito preistorico di Abu Madi.

Un'immagine dell'arbusto che la tradizione fa risalire al roveto ardente.

La struttura si sviluppa su un'area di circa settemila metri quadrati ed è caratterizzata da una spessa cinta muraria in pietra locale alta una ventina di metri che percorre i quattro lati di circa ottanta metri ciascuno con bastioni, torri di fortificazione e camminamenti lungo tutto il perimetro. L'unico ingresso è sul lato orientale ed è posto al piano stradale in corrispondenza del precedente accesso posto alcuni metri più in alto a cui si accedeva soltanto tramite una carrucola. All'interno delle mura sorgono diversi edifici ad uso del monastero tra cui un ostello ma il luogo di principale interesse è il Katholikon, ovvero la basilica bizantina che ha un orientamento obliquo e una semplice facciata "a capanna". L'interno, decorato secondo lo stile bizantino, ospita la cappella contenente il reliquiario di santa Caterina d'Alessandria e la primitiva edicola votiva che sorse sul luogo del roveto ardente, il cui arbusto è stato successivamente trapiantato all'esterno. La chiesa è affiancata da un campanile costruito nel 1871, con tre ordini di bifore che ospita delle campane donate dall'ultimo zar Nicola II.[15]

Accanto alla basilica sorge la bianca moschea dei Fatimidi, sovrastata da un piccolo minareto e costruita nel 1107 su una precedente cappella dedicata a san Basilio.

Addossata alla parete occidentale, opposta a quella dove è l'ingresso, vi è la grande struttura della biblioteca, caratterizzata da una facciata a tre ordini di archi che ospita una preziosa collezione di oltre quattromila codici e manoscritti di grande valore.

All'esterno delle mura trovano posto il un giardino ombreggiato da alcune piante, il piccolo cimitero dei monaci e l'ossario.

Il patrimonio culturale[modifica | modifica sorgente]

Il monastero custodisce la seconda più grande raccolta di codici e manoscritti del mondo, superata soltanto dalla Biblioteca Apostolica Vaticana. Essa è costituita da circa 4.500 volumi in svariate lingue antiche tra cui: greco, copto, arabo, armeno, ebraico, georgianon e siriaco.[16] I testi più rilevanti di questo immenso patrimonio culturale sono stati filmati o digitalizzati per consentirne la consultazione su espressa richiesta.[17] Tra questi figura la più antica Bibbia conservata risalente al IV secolo[18] e sono inoltre presenti opere d'arte uniche come mosaici, paramenti religiosi, calici, reliquiari e circa 2.000 icone bizantine risalenti al V e VI secolo realizzate con la tecnica dell'encausto tra cui:

  • icona di Cristo Pantocratore con un codice in mano del V secolo; con la folta barba leggermente decentrata, i capelli fluenti, un piccolo ciuffo sulla scriminatura ed i baffi alla "mongola" diviene una rappresentazione canonica per tutta l'epoca bizantina. Si nota anche un leggero disasse tra volto e busto (carattere dei maestri greci) ed ancora la diversificazione degli occhi.
  • icona con San Pietro principe degli apostoli: in un fondale architettonico con un'esedra, compaiono oltre al santo tre figure superiori (un santo giovanile, Cristo e la Vergine); si nota il naturalismo di barbe e capigliature e la diversificazione degli occhi.
  • icona con testa di Pantocratore divenuta anch'essa canonica.
  • icona con Vergine, san Teodoro e san Giorgio: trittico iscritto su un'esedra, con le figure rappresentate frontalmente nella posizione iconografica propria degli imperatori; il volto della Vergine ha lo sguardo in leggera diagonale, carattere tipico delle rappresentazioni agiografiche greco-bizantine. Due angeli compaiono sullo sfondo, con colori diafani a rappresentarne l'incorporeità.
  • icona con san Sergio e san Bacco: entrambi indossano un collare circolare incastonato di pietre preziose; un piccolo volto di Cristo al centro unisce le due figure.

Immagini[modifica | modifica sorgente]

Una veduta panoramica del monastero.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Feilden, Bernard M., Conservation of historic buildings, Ed. Oxford: Architectural Press, 2003, p. 51.
  2. ^ Din, Mursi El Saad, Sinai: the site & the history, New York University Press, 1998, p. 80.
  3. ^ Libro dell'Esodo, cap. III.
  4. ^ http://www.ortodoxia.it/IL%20MONASTERO%20DI%20SANTA%20CATERINA.htm
  5. ^ * Weitzmann, Kurt, Galey, John, Sinai and the Monastery of St. Catherine.
  6. ^ Noto anche come Peregrinatio Ǣtheriae (il pellegrinaggio di Eteria) o anche Peregrinatio ad Loca Sancta (il pellegrinaggio in Terra Santa).
  7. ^ Article du magazine L'Express sur le mont Sinaï
  8. ^ L Africa Tardoantica E Medievale Arte Copta in “Il Mondo dell'Archeologia” – Treccani
  9. ^ Secondo la tradizione il corpo martirizzato di Caterina d'Alessandria venne trasportato sul Sinai dagli angeli, dopo il suo martirio avvenuto per decapitazione mediante il trascinamento del corpo legato per il collo alla ruota di un carro. Intorno all'anno 800 i monaci trovarono i suoi presunti resti e li deposero all'interno della chiesa del monastero.
  10. ^ Helen C. Evans, Trésors du Monastère de Sainte-Catherine, Mont Sinai, Égypte.
  11. ^ Weitzmann, Kurt, Galey, John, Sinai and the Monastery of St. Catherine, Ed. Doubleday, New York, 1980, pp. 11-14.
  12. ^ Torna a Patriarcato di Gerusalemme
  13. ^ Orthodox Research Institute
  14. ^ Egitto. Chiude monastero Santa Caterina | Tempi.it
  15. ^ AA.VV., L'Egitto - Guide Mondadori, Ed. Mondadori, Milano, 2008, pp. 222-223.
  16. ^ http://www.ortodoxia.it/IL%20MONASTERO%20DI%20SANTA%20CATERINA.htm%7CConsultato nel gennaio 2014.
  17. ^ http://www.washingtonpost.com/lifestyle/magazine/in-the-sinai-a-global-team-is-revolutionizing-the-preservation-of-ancient-manuscripts/2012/08/30/1c203ef4-ca1f-11e1-aea8-34e2e47d1571_story.html%7Ctitle=In the Sinai, a global team is revolutionizing the preservation of ancient manuscripts|publisher=Washington Post Magazine |Consultato nel gennaio 2014.
  18. ^ http://news.bbc.co.uk/1/hi/technology/4739369.stm BBC News, 3 agosto 2005.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Corinna Rossi, I tesori del monastero di Santa Caterina, Edizioni White Star, 2006, ISBN 88-540-0238-0
  • Weitzmann, Kurt, Galey, John, Sinai and the Monastery of St. Catherine, Ed. Doubleday, New York, 1980, ISBN 0-385-17110-2
  • Din, Mursi El Saad, Sinai: the site & the history, New York University Press, 1998, ISBN 0-8147-2203-2
  • Feilden, Bernard M., Conservation of historic buildings, Ed. Oxford: Architectural Press, 2003, ISBN 0-7506-5863-0
  • H. C. Evans, Trésors du Monastère de Sainte-Catherine, Mont Sinai, Égypte, Ed. Fondation Pierre Gianadda, Martigny, 2004, ISBN 2-88443-085-7
  • John Galey, Kurt Weitzmann, Das Katharinenkloster auf dem Sinai, Ed. Belser, Stoccarda, 2003, ISBN 3-7630-2415-8
  • AA.VV., L'Egitto - Guide Mondadori, Ed. Mondadori, Milano, 2008
  • Mons. Giuseppe Betori, La nuova traduzione italiana 2008 della Bibbia a cura della CEI, CEI, Città del Vaticano, 2008
  • La nuova traduzione della Bibbia CEI, CEI, Città del Vaticano, 2008

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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