Metacinema

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il metacinema è il cinema che mostra e parla di sé stesso, sono i film che descrivono i meccanismi di funzionamento del linguaggio utilizzato. È quel cinema che, consapevole di sé, delle proprie strutture e dei propri stili, dei propri meccanismi produttivi ed economici e della propria storia, decide di scoprire l'inganno, di rivelare il trucco.

Molti dei più grandi cineasti hanno ragionato con insistenza sul proprio lavoro, sulle bellezze e gli oblii dell’essere un regista, a volte con dichiarazioni e interviste, altre volte con saggi esplicativi, altre ancora proprio attraverso testi filmici (Godard con “Passion” e con “Scenario del film: Passion”, Fellini con “8 e mezzo”, Truffaut con “Effetto notte” ).

Il metacinema nasce nel momento in cui l'istintiva riflessione metalinguistica del parlante si fa strada nelle modalità di linguaggio di alcuni cineasti. Diversamente dalla trasparenza tipica del cinema classico hollywoodiano, ma anche della maggioranza dei film contemporanei, il metacinema mette in scena se stesso rivelando tutto ciò che gli altri film nascondono accuratamente.

Il metacinema non è un genere e possiamo rintracciare vari gradi di metacinematograficità in film di tutte le epoche. Il metacinema è il cinema che cita (Tarantino ne è un esempio lampante) e si autocita, si cannibalizza e si rielabora.

In alcuni casi può essere mostrato l’apparato, che può essere una cinepresa che appare per caso o l’intera giornata di un cineoperatore (come fa Vertov con "L'uomo con la macchina da presa"), oppure si può mostrare il "retroscena" di un film cioè l’organizzazione della troupe, il ciak di una scena, la vita reale degli attori, oppure il film può essere interamente incentrato su un regista alle prese con i propri dubbi e con le proprie aspirazioni (Moretti con “Sogni d’oro”, ma non solo, possiamo individuare un particolare discorso metacinematografico in tutta l'opera del regista), o ancora si possono spingere i limiti mostrando l’intero processo di lavorazione di un film (così come Ferreri con “Nitrato d’argento”).

In "Analisi del film" Francesco Casetti e Federico di Chio, a proposito dei regimi della comunicazione, notano come si possano distinguere due fondamentali disposizioni: la comunicazione referenziale, e la comunicazione metalinguistica. La prima è rivolta prevalentemente alla trasmissione di un contenuto, alla presentazione di un oggetto, alla denotazione della realtà. <<Quello che qui conta insomma è il “mostrare il mondo”, e corrispondentemente il “vedere il mondo”, senza che questo “mostrare” e questo “vedere” si palesino come momenti di mediazione.>> [cit.] La seconda disposizione, il secondo regime, quello della comunicazione metalinguistica, è incentrato sull’atto stesso del comunicare. <<Quello che si intende mostrare o vedere non è tanto il modo (pur presente inevitabilmente in quanto contenuto dell’immagine), ma piuttosto il fatto stesso del mostrare e del vedere.>> [cit.]

Ciò che si palesa qui non è la descrizione neutra della realtà o di una situazione, bensì un punto di vista “emotivo” che si “mostra mostrare” e si “guarda guardare”.

Sebbene ogni forma metacinematografica si caratterizza per alcune proprie tipiche componenti, possiamo rintracciare alcuni precisi elementi stilistici nell’utilizzo di oggettive irreali, soggettive, sguardi in macchina, fermi immagini, ralenti o in particolari virtuosismi degli attori, della macchina da presa o del montaggio.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • MORIN - Edgar, Il cinema o l’uomo immaginario , Feltrinelli, Milano, 1982
  • METZ - Christian, Semiologia del cinema, Garzanti, Milano, 1972
  • ECO - Umberto, Lector in fabula, Bompiani, Milano, 1979
  • CASETTI/DI CHIO, Analisi del film, Bompiani, Milano, 1991
  • CICIOTTI - Roberto, Metacinema, Lulu, Roma, 2006
cinema Portale Cinema: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di cinema