Metaromanzo

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il metaromanzo è una narrazione che assume come proprio oggetto l'atto stesso del raccontare, così da sviluppare un romanzo nel romanzo[1].

All'interno di un metaromanzo l'autore introduce delle proprie considerazioni sullo scritto che sta producendo, ma anche degli avvisi o delle osservazioni rivolte direttamente al lettore. In questo modo l'autore stabilisce un rapporto con il lettore, creando con esso un dialogo continuo. A questo modo più che raccontare una storia, il narratore affronta questioni teoriche sul modo e sulle motivazioni dello scrivere: dall'auto osservazione nell'atto dello scrivere allo svelamento delle tecniche del racconto e delle scelte più profonde[1].

La seconda parte del Don Chisciotte[modifica | modifica wikitesto]

Un embrione di metaromanzo (allogeno[non chiaro]) è contenuto ne L'ingegnoso gentiluomo Don Chisciotte della Mancia di Cervantes: tra la prima parte del Don Chisciotte del 1605, e la seconda, del 1615, un altro scrittore, Alonso Fernández de Avellaneda, raccoglie la sfida del Don Chisciotte e ne scrive un seguito in concorrenza e in polemica[2] con Cervantes. Questo seguito viene pubblicato nel 1614. L'anno seguente Cervantes pubblica a sua volta la seconda parte del Don Chisciotte, in cui fa continui riferimenti al Don Chisciotte apocrifo, sfoderando una satirica lucidità critica per valorizzare il proprio Don Chisciotte. «La seconda parte del Don Chisciotte», nelle parole di Cesare Segre, «diventa così, oltre che completamento, anche difesa e apologia.»[2] Già nella Dedica al Conte di Lemos, che introduce la seconda parte del 1615, Cervantes scrive:

« Giorni fa (...) dissi (...) che Don Chisciotte si stava mettendo gli sproni per venire a baciare le mani a V.E.; e ora dico che se li è messi, e che è di già per la strada (...) perché da tutte le parti mi fanno grandi premure perché lo mando fuori a levar di mezzo il disgusto e la noia cagionati da quell'altro Don Chisciotte, che s'è travestito col nome di seconda parte e ha girato tutto il mondo. »
(Cervantes, Dedica al Conte di Lemos, Madrid, 30 settembre 1615[3])

La polemica con Avellaneda si manifesta a partire dal capitolo LIX Dove si racconta lo straordinario caso che successe a Don Chisciotte e che si può tenere in conto d'avventura[4], apice satirico e modernissimo del romanzo: Don Chisciotte e Sancio, ignari di esser essi stessi personaggi di una narrazione, in un'osteria sentono discutere due persone sulla seconda parte del Don Chisciotte di Avellaneda: il primo, Don Giovanni, vuole sentirla raccontare, «perché non c'è libro tanto cattivo che non contenga qualche cosa di buono», mentre il secondo, Don Girolamo, dice che «Chiunque abbia letto la prima parte non può divertirsi a leggere questa seconda». Entrambi sono disgustati del disamoramento da parte del Don Chisciotte di Avellaneda di Dulcinea del Toboso: a quel punto, Don Chisciotte (quello vero) si rivela agli avventori dell'osteria smentendo categoricamente. Mentre sfoglia il libro apocrifo che parla di lui, Don Chisciotte critica (e Cervantes attraverso lui) la versione di Avellaneda, gli errori stilistici e psicologici sui personaggi, concludendo: «M'ingannerò, signori, ma fra me e l'autore del libro che hanno loro non ci può essere buon sangue.» e Don Giovanni aggiunge «E se fosse possibile, bisognerebbe ordinare che nessuno ardisse occuparsi dei fatti del gran Don Chisciotte, tranne Cide Hamete Benengeli suo primo autore». L'apoteosi comica si ha con la svolta nella storia, dovuta al capriccio di Don Chisciotte di non seguir le orme del suo rivale, il falso Don Chisciotte di Avellaneda:

« Sebbene Don Giovanni volesse far leggere a Don Chisciotte qualche altro brano del libro, per vedere che cosa vi avrebbe trovato da ridire, non ci riuscì, perché egli disse che lo dava per letto, e confermava che era una stupidaggine da cima a fondo; e non voleva, se mai arrivasse agli orecchi del suo autore che egli l'aveva avuto tra le mani, dargli la soddisfazione di credere che egli l'avesse letto; tanto più che, se dalle cose oscene e turpi si debbono distogliere i pensieri, a maggior ragione si dovranno tener lontani gli occhi. Gli domandarono allora dov'era diretto, ed egli rispose che andava a Saragozza alla giostra dello scudo. »

Ma Don Giovanni gli fa presente che il falso Don Chisciotte era andato appunto a Saragozza, e le sue avventure, narrate da Avellaneda, erano piuttosto noiose.

« (...) "In tal caso" disse Don Chisciotte, "io non metterò piede a Saragozza. E quindi farò palese a tutti la menzogna di questo storico moderno, e la gente potrà vedere che io non sono il Don Chisciotte di cui parla lui". »
(Traduzione di Ferdinando Carlesi.[3])

Altre opere[modifica | modifica wikitesto]

Altri esempi nella letteratura mondiale sono La storia infinita di Michael Ende, Il mondo di Sofia di Jostein Gaarder e Gli occhi di un re di Catherine Banner, La donna del tenente francese di John Fowles.

Opere italiane[modifica | modifica wikitesto]

Nella narrativa italiana contemporanea come esempi di metaromanzo si possono citare Se una notte d'inverno un viaggiatore, scritto nel 1979 da Italo Calvino[1].

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Mario Perniola, Il Metaromanzo, Milano, Silva, 1966.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Fonte: Enciclopedia Encarta.
  2. ^ a b Cesare Segre nell'introduzione dell'edizione Mondadori, collana I grandi Classici, 1991. ISBN 88-04-43048-6.
  3. ^ a b Don Chisciotte, tradotto da Ferdinando Carlesi, ed. Mondadori, collana I grandi Classici, 1991. ISBN 88-04-43048-6.
  4. ^ Don Chisciotte, Milano, Mondadori, 1998, pp. 1088-1098.
letteratura Portale Letteratura: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di letteratura