Il trionfo della morte

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
bussola Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Trionfo della Morte (disambigua).
Trionfo della morte
Gabriele D'Anunnzio.png
Ritratto di D'Annunzio
Autore Gabriele D'Annunzio
1ª ed. originale 1894
Genere romanzo
Lingua originale italiano
Ambientazione Abruzzo (varie località della provincia di Chieti), Roma, Umbria
Protagonisti Giorgio Aurispa, Ippolita Sanzio
« Guardiagrele, la città di pietra, risplendeva al sereno di maggio. Un vento fresco agitava le erbe su le grondaie. Santa Maria Maggiore aveva per tutte le fenditure, dalla base al fastigio, certe pianticelle delicate, fiorite di fiori violetti, innumerevoli cosicché l’antichissimo Duomo sorgeva nell’aria cerulea tutto coperto di fiori marmorei e di fiori vivi. »
(Gabriele D'Annunzio dal Trionfo della morte[1])

Trionfo della morte è un romanzo del 1894 di Gabriele D'Annunzio. Si tratta dell'ultimo della cosiddetta trilogia dei Romanzi della Rosa dopo Il piacere e L'innocente.

Esempio di romanzo psicologico, nel quale la trama e l'intreccio cedono il posto all'introspezione della coscienza del protagonista, Giorgio Aurispa, nella cui mente si svolge l'intera vicenda romanzesca. Il romanzo, che apre con un passo dell'Al di là del bene e del male di Friedrich Nietzsche nell'esergo, sviluppa il tema del superomismo così come interpretato dall'allora trentunenne d'Annunzio.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Giorgio Aurispa è un giovane abruzzese colto e raffinato di nobile discendenza che ha abbandonato il paese natìo per trasferirsi a Roma, scevro da qualsiasi impiego, grazie all'eredità lasciatagli dalla morte del suicida zio Demetrio. Intesse una relazione con una donna sposata, Ippolita Sanzio, che deciderà poi di abbandonare il marito in favore del protagonista. Il rapporto sentimentale nato tra i due ha quell'intensità violenta e sensuale cara a D'Annunzio, così come lo Sperelli ne Il piacere, e al suo modo decadente di descrivere la passione come opera d'arte.

La soggettività dell'impostazione narrativa è anche dovuta al peculiare carattere dell'eroe dannunziano, malato, debole e gelosamente chiuso in se stesso, per il quale la realtà umana si rivela senza speranza, vuota ed inutile. Persino l'amore per Ippolita alla fine non è capace di dare alcuna consolazione ed al protagonista non rimane altra scelta che quella di porre fine al "mal di vivere" che gli è insopportabile.

Come nel Piacere anche in questo romanzo vi sono abbondanti ricorsi simbolici, come per il suicidio iniziale che presagisce la morte del protagonista.

I luoghi e i temi[modifica | modifica wikitesto]

Libro Primo[modifica | modifica wikitesto]

Il Duomo di Santa Maria Maggiore a Guardiagrele, descritto da d'Annunzio nel Libro Secondo

I temi del primo libro (l'opera ne comprende sei) sono già dall'inizio relativi alla morte. Roma per Giorgio e Ippolita non è più una città di pace eterna come lo era una volta. Dalla visione del cadavere di un suicida Giorgio comincia a sviluppare un senso di malessere che non lo fa stare più felice com'era prima. Nemmeno Ippolita con il suo amore riesce a consolarlo. Giorgio decide di partire con la fidanzata per l'Umbria dove, secondo lui, leggendo le lettere d'amore che i due si spedivano, il suo malessere sarebbe dovuto sparire. I luoghi dell'Umbria sono molto tetri e piovigginosi, basti ricordare la descrizione che d'Annunzio fa di un albero sbattuto a terra dal vento durante una tempesta. Giorgio e Ippolita di seguito vanno a visitare anche Orvieto e il suo duomo e provano un senso di gioia nel vedere soltanto quella cattedrale in mezzo a tutte le minuscole casupole della città e ai piccoli conventi. In base ai sentimenti che prova nel vedere il duomo, Giorgio durante la notte nel suo ostello fa un sogno. Sogna di nuovo quel duomo ma in epoca della contesa tra guelfi e ghibellini. Soltanto il duomo è un baluardo di speranza irraggiungibile. Da allora Giorgio incomincia a ipotizzare che forse la chiave per alleviare i dolori del suo malessere è la fede.

Libro Secondo[modifica | modifica wikitesto]

Il Torrione Orsini di Guardiagrele e la Majella all'epoca di d'Annunzio
Il corso principale: Via Roma e il campanile della Chiesa di San Nicola di Bari

L'Abruzzo è il luogo dominante in tutto il secondo libro del Trionfo della morte. Per la precisazione d'Annunzio tratta della collocazione della famiglia originale del nobile Giorgio Aurispa: il borgo medievale di Guardiagrele, alle pendici della Majella, nella provincia di Chieti. Qui d'Annunzio narratore e anche per bocca di Giorgio Aurispa traccia uno stupendo ritratto di Guardiagrele, definendola la regina delle "città di pietra"; la Cattedrale di Santa Maria Maggiore è il baluardo della città, quasi il simbolo, con lo stemma degli Aurispa scolpito nel bianco marmo sopra il portone centrale. Il resto della cittadina per d'Annunzio è polvere, così come lo sono i popoli e cittadini rozzi della città e dell'intera zona d'Abruzzo. Infatti d'Annunzio e lo stesso Giorgio hanno un rapporto assai conflittuale con la loro terra natia in quanto è ricca di bellezze naturali, ma ancora piena di contadini rozzi vagabondi o arricchiti assai pieni di pregiudizi, chiusi nelle loro becere tradizioni e assolutamente volgari e sgraziati in qualsiasi cosa facciano.

Il tema predominante in questo libro infatti non è più quello della morte, ma proprio quello della famiglia. Giorgio è vissuto nella lussureggiante Roma troppo a lungo, dimenticandosi della sua nobile famiglia in decadenza e delle sciagure che la affligge. Infatti il padre, tradendo la moglie con una concubina, ha deciso di far morire di fame la moglie lasciandola nella più completa povertà e tutti i parenti, nipoti e cugine che cercano di aiutarla. Giorgio viene avvicinato dalla madre, verso cui ha un forte rapporto affettivo ed è costretto suo malgrado a lottare con il padre affinché la famiglia Aurispa torni agli antichi splendori. Mentre Giorgio, controvoglia, si prepara per l'incontro con il severo e bigotto padre, assiste alla desolazione del paese montano e alla mediocrità in cui vivono i suoi giovani parenti, più simili a bestie che a uomini. C'è una cugina che ha un figlio di pochi anni gravemente malato e che prima o poi dovrà morire. Il pargolo ha tremendamente paura dei cani perché pensa che siano l'incarnazione della Morte ed ogni volta che ne vede uno grida ed urla piangendo. Poi v'è un'altra parente che soffre pene d'amore per una relazione non corrisposta. Soltanto il profumo dei fiori montani e la visione della Cattedrale per Giorgio hanno senso di speranza e di coraggio. Il litigio con un parente per l'eredità è il colmo per Giorgio. D'Annunzio per caratterizzare meglio la cattiveria di quest'uomo lo definisce come un essere grasso, orrendo in qualsiasi tratto del viso e del corpo e dell'anima, unto di olio e sporco di cipria per apparire più elegante. Anche il padre di Giorgio ha questi aspetti, il quale essendo in disgrazia economica chiede al figlio di firmargli un assegno. Giorgio è titubante, ma il padre per convincerlo finge di essere afflitto da una malattia incurabile, facendo commuovere fino alle lacrime il figlio. Infatti egli conosce bene le debolezze di Giorgio il quale però, non appena scopre l'inganno, vomita tutte le ingiurie e gli insulti che può addosso al padre e si allontana via da Guardiagrele per sempre. Solo il ricordo della madre piangente sia all'inizio dell'arrivo che alla fine gli resta in mente.

Un'altra cosa che d'Annunzio inserisce nel teso per caratterizzare meglio la gente contadina di Guardiagrele è la descrizione del viso delle anziane donne, più simile a streghe e vecchie fattucchiere che donne, e alcune usanze tipiche del luogo, per non parlare delle credenze popolari di maghi e fantasmi.

Libro Terzo[modifica | modifica wikitesto]

L'eremo dannunziano di San Vito Chietino, col trabocco nel mare

La terza parte del Trionfo della morte è stata scritta da Gabriele d'Annunzio mentre soggiornava a San Vito Chietino. Giorgio, non trovando sollievo ai suoi mali, aspetta che la sua fidanzata Ippolita lo raggiunga in un paesino della sua terra natia che si affaccia sul Mar Adriatico. Egli compera una casa su un promontorio poco distante dal paese in direzione di Casalbordino e si affretta ad arredare tutta la casa di campagna affinché possa goderci la'more con la sua amata. I temi sono sempre quelli del Primo Libro: la morte ed un metodo per risolvere il suo "male di vivere". Per tutta la terza parte l'animo di Giorgio Aurispa si fonde con le bellezze del paesaggio: ora con il cielo turchino, ora con il mare che si vede ai piedi. La presenza dei contadini vicini non fanno che da sfondo all'attesa di Giorgio. Quando giunge Ippolita il rapporto tra i due prosegue più focoso che mai, ma proprio per questo l'amore che Giorgio prova per Ippolita inizia a svanire. Infatti mentre Giorgio mostra i chiari segni del suo turbamento, Ippolita non pensa ad altro che divertirsi, essendo anche lei di origini campagnole nel Lazio.

Tutti i capitoli come nella parte precedente sono arricchiti da accurate descrizioni della zona di San Vito Chietino e dalle tipiche usanze rudi (ma più festose delle precedenti) dei contadini e dei pescatori del mare. Rimane indimenticabile la canzone popolare anonima Tutte le funtanelle se so' seccate. Infatti un oggetto predominante in tutta questa parte è il famosissimo trabocco, descritto da d'Annunzio come un ragno di legno che getta le sue zampe e le sue reti nel mare.

Libro Quarto[modifica | modifica wikitesto]

La chiesa e il castello di Tocco da Casauria descritti da d'Annunzio

Il Quarto Libro presenta la parte più oscura delle usanze e dei popolani rozzi e campagnoli dell'Abruzzo. Infatti Ippolita e Giorgio già dall'inizio ne hanno la consapevolezza, venuti a sapere di un'importante pellegrinaggio di popolani che avrebbe dovuto svolgersi a Casalbordino, partendo da Fossacesia. I due fidanzati vengono a sapere dal vecchio proprietario della loro casa: il dialettale Nicola detto "Cola", che un bambino è ammalato. Ippolita ne è venuta a conoscenza per prima e così porta attraverso gli olivi Giorgio fino al luogo sul promontorio dov'è il moribondo. Nel percorso i due incontrano tre anziane massaie, sempre paragonate da d'Annunzio come tre vecchie streghe quasi mostruose piene di difetti fisici e morali. Nella casa dove c'è il bambino sofferente la madre, senza più forza di piangere, culla inesorabilmente la culla, aspettando che il bambino spiri. Tutte le massaie più anziane della zona si sono raccolte attorno alla culla e, pregando sommessamente, quasi in maniera esageratamente convulsiva, sperano in un aiuto di Dio. Il padre del bambino già aveva tentato tutte le cure possibili per salvare il bambino: ovvero si è affidato a tipici rimedi per le superstizioni locali come uccidere un cane affinché la Strega della Morte non entrasse in casa oppure di digiunare una settimana intera dicendo gli "Ave Maria". Nulla è servito per il bambino magro, che ha appena finito di vivere. Giorgio e Ippolita restano allibiti di fronte alla scena e alle dichiarazioni dei presenti sull'inutilità delle cure per colpa della Strega della Morte. A questo punto entra in scena l'incarnazione del tema della morte, avvertito soltanto da Giorgio tramite un brivido causato da un violento frusciare di foglie attorno ad un olivo.

Le vecchie concludono le loro nenie e le loro preghiere, iniziando a parlare del pellegrinaggio da Fossacesia verso Casalbordino. Durante una notte, mentre Giorgio riflette sempre sul suo "male di vivere" assieme ad Ippolita, vede nell'orto degli ulivi camminare una donna. Si tratta della madre del bambino morto che piangendo, seguita dal marito che cerca di dissuaderla dall'andare, si unisce ad un pellegrinaggio di cui si sente soltanto il coro di preghiere. Ippolita e Giorgio decidono di partire il mattino dopo per Casalbordino. Anche nella stazione, visto che è gremita da tanti popoli delle contrade vicine, d'Annunzio non manca di descrivere gli atteggiamenti di quelle persone: urlanti, nervosi e ansiosi di partire al più presto per andare ad assistere alla messa della chiesa. Partiti e giunti col la guida Cola a Casalbordino, Ippolita e Giorgio giungono davanti al Santuario della Madonna dei Miracoli. Prima del viaggio d'Annunzio fornisce una descrizione sul perché del pellegrinaggio: i popolani si recano al santuario per un miracolo della Madonna per mezzo di un penitente il cui prodigio è la crescita miracolosa di un orto nella terra arida di Casalbordino. Proprio lì fu costruito il santuario. Giorgio squadra bene la struttura del santuario e lo considera orrendo, massiccio, privo di decorazioni e di eleganza: esattamente ciò che si merita il popolaccio di Casalbordino. Da qui d'Annunzio per sostenere la sua tesi riguardo alla bruttezza e la rozzezza di quel santuario descrive il tempietto di Tocco da Casauria: un paesino costruito esattamente ai piedi della Majella e ne traccia i bei ritratti della chiesa e del castello.

Il Convento Michetti di Francavilla al Mare, residenza di Francesco Paolo Michetti dove d'Annunzio soggiornò per terminare il Libro Quinto del Trionfo della morte

Lo spettacolo che si offre agli occhi di Giorgio e Ippolita è angoscioso: centinaia di pellegrini si affollano alle porte della chiesa, cercando di entrare per vedere un importante affresco della Madonna e del suo beniamino che ha fatto crescere l'orto. Altre schiere di donne penitenti sono più indietro a dondolarsi e a pregare piangendo, rigandosi il viso con le unghie e strappandosi i capelli per la disperazione. Poi d'Annunzio passa a descrivere i volti e il fisico delle genti di Casalbordino: rozzi, grassi, più simili a maiali che a uomini, con la faccia scavata e piena di rughe peggio di scimmie, con le teste pelate ricoperte di croste e di altre piaghe purulente. La scena assomiglia al tipico tribunale dell'Inferno di Dante Alighieri quando i dannati si trovano dinanzi al giudice Minosse.

Questa scena segna nell'animo di Giorgio una rottura netta con il suo luogo d'origine: l'Abruzzo, e con tutti i suoi familiari e conoscenze.

Libro Quinto[modifica | modifica wikitesto]

Veduta di Ortona dal mare con la Majella in sottofondo

Dal ritorno tragico dalla piazzetta di Casalbordino, Giorgio ed Ippolita decidono di passare il resto del loro soggiorno in Abruzzo presso la casetta sull'eremo di San Vito Chietino. Qui Giorgio ha tutto il tempo di riflettere su ciò che ha compiuto in vita sua fino a quel momento. Infatti in questa parte del romanzo i temi toccano profondamente quelli della filosofia di Nietzsche, ossia il superuomo. Giorgio sente di volersi avvicinare a questa filosofia in cui l'uomo si disfa di tutti i suoi crucci e arriva ad essere padrone di tutti i suoi sentimenti con la filosofia. Nei vari capitoli sono presenti molte citazioni dall'opera Così parlò Zarathustra. Tuttavia Giorgio riconosce di essere uno "sterile", di non essere mai stato nella sua vita collegato a quei desideri filosofici a cui tanto va anelando. L'ennesimo episodio tragico in quella terra ne danno la chiara conferma. Un ragazzino di nemmeno dieci anni annega nel mare sotto il promontorio e Giorgio assiste ai lamenti della madre che, secondo l'usanze, si inginocchia cantare delle dolci ninna-nanne al cadavere. Le donne del borgo pregano la Madonna affinché faccia un miracolo e faccia rivivere il bambino. Invece una megera scettica insulta la donna che si perde a compiangere il figlio, ormai morto e irrecuperabile. In questa parte dell'opera c'è anche un altro importante tema: quello della nascita di una certa Nemica. Inizialmente d'Annunzio non ne dà una descrizione precisa, ma fa capire che è quell'essere impalpabile che è la causa dei mali di Giorgio Aurispa. Egli un giorno, passeggiando per il trabocco di Fossacesia, ne ha la piena consapevolezza non appena subisce una mancanza di rispetto da parte della fidanzata Ippolita. Giorgio vorrebbe tuffarsi a nuotare tra gli scogli, ma Ippolita è riluttante. Giorgio cerca di aiutarla, ma lei scioccamente cade in acqua e rischia di far affogare sia lei che l'amante. Giorgio, rinunciando alla nuotata, incomincia a guardare con odio atroce la sua Ippolita e medita addirittura di ucciderla, riconoscendola come la Nemica.

Libro Sesto[modifica | modifica wikitesto]

Il Mar Adriatico visto dal belvedere di Vasto

Dopo un viaggio a Vasto, Giorgio e Ippolita si fanno recapitare da Roma a San Vito un pianoforte affinché possano passare i pomeriggi in allegria. I temi della prima parte del Libro Sesto sono quelli dell'amore sfrenato. Infatti Giorgio ricorda tutte le parti più erotiche del racconto di Tristano e Isotta, dal loro incontro alla loro unione, dalle imprese guerresche compiute da Tristano per Re Marco di Cornovaglia al suicidio di entrambi. Nella seconda parte del Libro Sesto invece i temi riguardano soltanto la morte. Giorgio chiede insistentemente ad Ippolita cosa farebbe lei nel caso lui morisse e che cosa succederebbe se entrambi per caso si suicidassero o perissero per qualche disgrazia naturale. Ippolita ride e non comprende, pensando soltanto a scherzare. Per rafforzare il tema che perdige la morte, d'Annunzio fa raccontare ad Ippolita alcune sventire accadutele quando era piccola. Inizialmente la donna parla di una cicatrice che le fece la mamma da piccola picchiandola selvaggiamente dopo un litigio e lo stesso avvenne per la sua sorella, quando si oppose alla madre riguardo al dover lasciare il suo fidanzato che era un crudele ragazzaccio. Giorgio a quei racconti di violenza inaudita prova molto interesse.
Quella sera ad Ortona, vicino San Vito, ci sarebbe stata una festa e così nella casa sull'eremo, Ippolita inizia ad ammirare gli spari nel cielo. Giorgio per festeggiare prende due bottiglie di spumante ma le rompe accidentalmente su un canestro di pesche. Ippolita, sempre con il suo fare di bambina giocosa, finché non viene presa da degli attacchi epilettici. Giorgio allora riconosce prettamente in lei la Nemica. Quando Ippolita si riprende Giorgio la porta fuori nella notte a prender un po' d'aria, ma non è affatto tranquillo. Un cane nero, simbolo della Morte, gli passa davanti. Giorgio prova paura, ma Ippolita tutt'altro e prende ad accarezzarlo e a canzonare Giorgio, che non vuole avvicinarsi. Questi allora s'infuria e trascina Ippolita verso il precipizio dell'eremo, gettandosi di sotto avvinghiato a lei.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il trionfo della morte, liberliber.it. URL consultato il 21-07-2010.
letteratura Portale Letteratura: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di letteratura