Giuramento di fedeltà al fascismo

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Il giuramento di fedeltà al fascismo fu un atto di formale adesione al regime fascista richiesto ai docenti delle università in Italia.

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

L'idea dell'inserimento della clausola di fedeltà al fascismo viene attribuita al filosofo Balbino Giuliano, che ricopriva in quegli anni la carica di Ministro per l'Educazione Nazionale nel governo Mussolini[1].

In seguito a tale provvedimento, i docenti avrebbero dovuto giurare di essere fedeli non solo "alla patria", secondo quanto già imposto dal regolamento generale universitario del 1924, ma anche al "regime fascista".[2]

Disciplina normativa[modifica | modifica wikitesto]

Venne introdotto dal regio decreto n. 1227 del 28 agosto 1931[3].

In particolare, l'art. 18 del decreto prevedeva che:

« I professori di ruolo e i professori incaricati nei Regi istituti d'istruzione superiore sono tenuti a prestare giuramento secondo la formula seguente:
Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l'ufficio di insegnante e adempire tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti, la cui attività non si concilii coi doveri del mio ufficio[4] »

Chi si fosse rifiutato di giurare avrebbe perso la cattedra.

Le conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

In tutta Italia furono solo una quindicina, su oltre 1.200, i docenti universitari che rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà al fascismo, perdendo così la cattedra. Il numero effettivo delle persone che non si sottoposero al giuramento oscilla di qualche unità a seconda delle fonti. L'indeterminazione è dovuta anche ad alcune situazioni particolari, di docenti che vi si sottrassero per vie diverse: Vittorio Emanuele Orlando, ad esempio, andò anticipatamente in pensione, mentre altri, come Giuseppe Antonio Borgese, si allontanarono dall'Italia fascista andando esuli all'estero[1]. Allo stesso modo non si sottopose al giuramento il docente ed economista Piero Sraffa, già da alcuni anni esule a Cambridge.[1]

I nomi dei docenti furono:

Molti degli accademici vicini alla sinistra aderirono al giuramento seguendo il consiglio di Togliatti[1], poiché mantenendo la cattedra avrebbero potuto svolgere, come dichiarò Concetto Marchesi, «un'opera estremamente utile per il partito e per la causa dell'antifascismo»[9].

Analogamente, la maggior parte dei cattolici, su suggerimento di Papa Pio XI, ispirato probabilmente da Agostino Gemelli, prestò giuramento «con riserva interiore»[1][9]. I professori dell'Università Cattolica di Milano, per i quali il rettore Agostino Gemelli aveva ottenuto che non dovessero giurare in quanto non dipendenti statali, vollero giurare[10] con l'eccezione di quattro docenti: Francesco Rovelli, Giovanni Soranzo, Mario Rotondi (che proprio per evitare il giuramento aveva chiesto e ottenuto il trasferimento da Pavia all'Università Cattolica)[11] e lo stesso padre Agostino Gemelli.[12] L'Osservatore Romano del 4 dicembre 1931 sostenne in un articolo che il "giuramento" era pienamente lecito, dovendosi l'espressione "Regime Fascista" intendere equivalente a "governo dello Stato".[13]

Vi fu chi accondiscese al giuramento, come Guido Calogero e Luigi Einaudi, seguendo l'invito di Benedetto Croce a rimanere nell'università «per continuare il filo dell'insegnamento secondo l'idea di libertà»[9] e per impedire che le loro cattedre - secondo l'espressione di Einaudi - cadessero «in mano ai più pronti ad avvelenare l'animo degli studenti»[14].

Una lapide commemorativa presso l'Università degli Studi di Torino ricorda il rifiuto all'obbedienza al Fascismo dei quattro docenti che lavorarono nell'Ateneo: Mario Carrara, Francesco Ruffini, Lionello Venturi e Gaetano De Sanctis.[15]

Un giuramento analogo era stato imposto nel 1928-29 agli insegnanti delle scuole di grado inferiore[10].

La lettera di Einstein[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Ruffini si rivolse ad Albert Einstein nella speranza che «se mai una voce di solidarietà e di protesta si dovesse levare da parte dei più illustri docenti delle università straniere, il governo desista dalla sua sconsiderata decisione»; ed Einstein scrisse immediatamente una lettera ad Alfredo Rocco: [16]

« Egregio signore, due dei più autorevoli e stimati uomini di scienza italiani, angosciati si sono rivolti a me... al fine di impedire, se possibile, una spietata durezza che minaccia gli studiosi italiani... La mia preghiera è che lei voglia consigliare al signor Mussolini di risparmiare questa umiliazione al fior fiore dell'intelligenza italiana. Per quanto diverse possano essere le nostre convinzioni politiche... entrambi riconosciamo e ammiriamo nello sviluppo intellettuale europeo beni superiori. Questi si fondano sulla libertà di pensiero e di insegnamento e sul principio che alla ricerca della verità si debba dare la precedenza su qualsiasi altra aspirazione... la ricerca della verità scientifica, svincolata dagli interessi pratici quotidiani, dovrebbe essere sacra a tutti i governi; ed è nell'interesse supremo di tutti che i leali servitori della verità siano lasciati in pace. Ciò è anche senza dubbio nell'interesse dello stato italiano e del suo prestigio agli occhi del mondo.[16] »

Alla lettera di Eistein rispose un collaboratore di Rocco, Giuseppe Righetti, il quale ammise l'imposizione del giuramento di fedeltà ma rassicurò Einstein che esso non prevedeva alcuna adesione a questo o a quel indirizzo politico, come dimostrava il fatto che su circa milleduecento professori ordinari solo sette o otto avevano sollevato obiezioni. Einstein annotò nel suo diario: «In Europa andiamo incontro a bei tempi.»[16]

Il ruolo di Giovanni Gentile[modifica | modifica wikitesto]

Entrata in vigore nel 1927, l'originaria formula del giuramento elaborata da Giovanni Gentile, già ministro della Pubblica Istruzione dal 1922 al 1924, prevedeva che i docenti giurassero fedeltà solo alla Monarchia e allo Statuto Albertino. L'estensione della formula del giuramento al fascismo fu opera di Balbino Giuliano, ministro in carica al momento dell'emanazione del provvedimento. Tuttavia, in una nota inviata a Mussolini il 5 gennaio 1929, Gentile scrisse che l'articolo 22 della legge sull'insegnamento universitario (ossia l'articolo del giuramento), «con una breve aggiunta alla formula vigente potrà, come ho avuto l'onore di esporre a voce, risolvere la questione delicata e ormai urgente della fascistizzazione delle Università Italiane». Si ritiene dunque che Gentile fu tra i promotori dell'aggiunta delle parole «al Regime fascista» nella formula, poi attuata due anni dopo da Giuliano[17].

Gaetano De Sanctis, uno dei professori che nel 1931 non giurarono, affermò che Gentile gli aveva confessato di essere l'ideatore del giuramento:[18]

« La tirannide imperversava e cercava nuove vie per meglio fondare il proprio dominio e asservire le anime degli Italiani. Una di queste vie, suggerita (mi duole dichiararlo) da un uomo di alto animo che me lo confessò egli stesso, Giovanni Gentile, fu la via del giuramento dei professori universitari.[18] »

Un suggerimento a modificare la formula del giuramento in quel senso, Gentile lo aveva anche ricevuto dal matematico Francesco Severi, preoccupato della propria posizione personale, in quanto firmatario del Manifesto degli intellettuali antifascisti (anche se poi si era convertito al fascismo con la nomina ad accademico d'Italia), nel momento in cui cercava di acquisire la leadership nella matematica italiana; Severi nel febbraio del 1929 gli aveva suggerito di proporre al Gran consiglio del fascismo «una più precisa formulazione del giuramento» che si configurasse come «un atto d'intransigenza diretto ad ottenere la tanto richiesta fascistizzazione delle università: come un appello alla lealtà dei professori, i quali non potrebbero mancare al giuramento senza incorrere in provvedimenti ben più gravi della messa a riposo d'autorità. Ma nello stesso tempo come una sanatoria di atti politici ormai lontani» di modo che «lo stato [...] potesse giovarsi senza limitazioni di ogni professore che al giuramento si fosse sottoposto; eliminando dunque l'assurda situazione attuale di tanti professori, che lo sono soltanto a metà non potendo neppure fare parte di commissioni giudicatrici».[19]

Ad ogni modo, già nel 1929 Gentile approvò e sostenne pubblicamente il giuramento al regime, che nella sua ottica avrebbe dovuto condurre al superamento della divisione, creatasi nel 1925, tra i firmatari del suo Manifesto degli intellettuali fascisti e coloro che invece avevano aderito al Manifesto degli intellettuali antifascisti (detto anche "antimanifesto"), redatto dal suo ex amico e rivale Benedetto Croce. Secondo il filosofo siciliano, il giuramento avrebbe permesso a quei firmatari del manifesto crociano che nel frattempo avevano cambiato posizione di essere reintegrati pienamente nella vita intellettuale del Paese, sfuggendo alla discriminazione che subivano[20]:

« C'è l'antimanifesto, e gli zelanti, nelle amministrazioni statali e negli uffici del Partito, vanno spesso a scartabellare gli elenchi dei firmatari, per rinfrescarsi la memoria e confermare periodicamente la sentenza di bando contro questo o quell'altro intellettuale segnato nigro lapillo: bando da una commissione giudicatrice, da un ufficio tecnico, da una cattedra, a cui si accederebbe magari per trasferimento ecc.[21] »

Poiché secondo Gentile la verità era che:

« tra gl'intellettuali italiani quelli che avevano gusto di cose politiche e senso di responsabilità, fin d'allora erano nel Partito fascista: e gli altri erano i soliti letterati, delle cui idee e manifestazioni politiche non è il caso di tener conto, perché possono essere parole e vane esteriorità, ma non coscienze, persone, caratteri.[21] »

E la "fascistizzazione" del mondo accademico era ormai giunta a tal punto che occorreva dimostrare in Italia e all'Estero che:

« nelle università italiane, tra gl'intellettuali italiani, se ne togli una sparutissima schiera di malinconici ideologi legati a un passato che agonizza nei loro stessi petti o smarriti obliosamente nella maldicenza infeconda delle mormorazioni maligne, non c'è più un'opposizione antifascista; e tutti son pronti a servire il Regime, che è lo Stato [...] che sotto i loro occhi s'è trasformato radicalmente e non può più ammettere divergenze di tendenze e di dottrine politiche tra sé e i suoi professori [...] [i quali] giureranno in buona coscienza, lealmente; e proveranno che dal '25 al '29 anche l'Italia intellettuale ha fatto molto cammino, e l'antimanifesto va buttato, finalmente, in soffitta.[21] »

Descrisse poi tale processo di allineamento dell'insegnamento al regime come una conseguenza della natura totalitaria del fascismo:

« Il Fascismo è come la religione [...] ed essa, sempre che sia qualche cosa di reale e di vivo, non si contenta rincantucciarsi in un angolo della mente, ma investe tutta l'anima. Il Fascismo non sarà una religione, ma è pure uno spirito nuovo e una concezione totalitaria, come oggi si dice, la quale investe tutta la vita, e deve perciò governare tutto il pensiero[21]. »

Inoltre, secondo Gentile, il giuramento avrebbe giovato anche agli antifascisti, i quali – stimati in «quattro o cinque» – sarebbero stati «essi stessi contenti di aver un'occasione d'uscir dall'equivoco»[21]. Dopo l'entrata in vigore della nuova legge, all'inaugurazione del II congresso degli istituti fascisti di cultura in Campidoglio, il 21 novembre 1931, Gentile affermò che, anche grazie al giuramento di fedeltà, «gli avversari non ci sono più» e «l'intellettuale sbandato ecco finalmente, grazie all'articolo diciotto del decreto di agosto sull'istruzione superiore, sparisce dalle nostre università, dove rimase fino a ieri annidato; e la pace necessaria al lavoro torna nella scuola».[19] In seguito non biasimò i docenti che rifiutarono il giuramento, ma anzi li elogiò pubblicamente. Nel verbale della seduta del consiglio di facoltà di Roma dell'11 gennaio 1932 si legge:

« Il prof. Gentile prende la parola per dichiarare che certamente nell'animo della Facoltà, al rammarico per l'allontanamento di così insigni colleghi s'aggiunge un sentimento di stima pel nobile atto da essi compiuto per restare fedeli alla propria coscienza e compiere un dovere di lealtà verso il Regime [...] La Facoltà non può non rendere merito a questi colleghi, costretti ad allontanarsi da noi per una giusta legge, di aver dato ai giovani un encomiabile esempio di schietto e dignitoso carattere[17]. »

Giorgio Levi Della Vida – che aveva motivato il suo rifiuto di giurare con una "repugnanza quasi fisiologica al fascismo" un'insofferenza morale "alla sua tronfia rettorica" e "alla sconcia apologia della violenza"[17] – definì il rammarico espresso da Gentile «lacrime di coccodrillo», ma successivamente ritornò sulla severità di quel giudizio scrivendo nelle sue memorie: «Ripensandoci su, mi accorgo di essere stato cattivo; erano, sì, lacrime di coccodrillo, ma di un buon coccodrillo al quale veramente dispiaceva che l'inesorabile processo dialettico della storia lo avesse costretto a mangiare le sue vittime, e ora piangeva su di loro in assoluta sincerità di cuore».[17] Nonostante il loro rifiuto di giurare fedeltà al fascismo, la collaborazione di De Sanctis e Levi Della Vida all'Enciclopedia Italiana diretta da Gentile continuò anche negli anni successivi[22] (nel caso di Levi Della Vida fino al 1937[23]). Nel 1933 Mussolini ricevette una lettera anonima che, denunciando la presenza di troppi antifascisti tra i collaboratori dell'Enciclopedia e l'eccessiva libertà di scrittura della quale avrebbero goduto, caldeggiava la sostituzione di Gentile con chi avesse voluto «promuovere una radicale opera di epurazione». Quando il duce chiese spiegazioni in merito al filosofo, questi gli rispose cercando di sminuire l'importanza del ruolo di De Sanctis (direttore di sezione) e di Levi Della Vida (estensore di voci importanti e che dopo il mancato giuramento aveva avuto un ampliamento degli incarichi), sostenendo di averli tenuti a collaborare «data la natura puramente tecnica del loro ufficio»[24].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e Sergio Romano, «1931: i professori giurano fedeltà al fascismo» dal Corriere della Sera del 14 febbraio 2006, p. 39.
  2. ^ Flavio Fiorani, Francesca Tacchi, Storia illustrata del fascismo, Giunti Editore, 2000, p. 91
  3. ^ Regio Decreto Legge del 28/8/1931, n.1227, Disposizioni sull'istruzione superiore (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia dell'8/10/1931, n.233)
  4. ^ Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia N. 233 dell'8 Ottobre 1931 (PDF).
  5. ^ Già sospeso dall'insegnamento (in quanto sacerdote «modernista» scomunicato) nel 1926, mentre si preparavano i Patti Lateranensi e non reintegrato dalla Repubblica Italiana.
  6. ^ a b Non citato nel volume di Goetz. La sua posizione è oggetto di precisazione a seguito di pubblicazione, sulla Repubblica del 23 aprile 2000, della recensione di Simonetta Fiori al saggio dello storico tedesco. Si veda: Simonetta Fiori, «I professori che rifiutarono il giuramento» (precisazione in merito al precedente articolo del 16 aprile), La Repubblica, sezione Cultura, 22 aprile 2000, p. 44.
  7. ^ Michele Strazza, Floriano Del Secolo, un giornalista "troppo democratico" in storiain.net. URL consultato il 6-6-2012.
  8. ^ Amedeo G. Conte, Paolo Di Lucia, Luigi Ferrajoli, Mario Jori, Filosofia del diritto, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2002, p. 81.
  9. ^ a b c Simonetta Fiori, «I professori che dissero no a Mussolini» (recensione a: Helmut Goetz. Il giuramento rifiutato), La Repubblica, sezione Cultura, 16 aprile 2000, p. 40.
  10. ^ a b Corrado Meroni, Il fascismo italiano 1919-1945, Alpha Test, 2009, p. 106
  11. ^ Alessandro Somma, I giuristi e l'Asse culturale Roma-Berlino: economia e politica nel diritto fascista e nazionalsocialista, Vittorio Klostermann, 2005, p. 28
  12. ^ Sandro Gerbi, E alla Statale l' uomo di Salo' al posto dell' antifascista in Corriere della Sera, 15 aprile 1996. URL consultato il 10 giugno 2014.
  13. ^ Raffaele Romanelli, Storia dello Stato italiano dall'Unità a oggi, Donzelli Editore, 2001, p. 337
  14. ^ Antonio Pesenti, La cattedra e il bugliolo, 1972, p. 228.
  15. ^ Visita del Palazzo del Rettorato dell'Università degli Studi di Torino (PDF). URL consultato l'11 giugno 2014.
  16. ^ a b c Sandra Linguerri, Raffaella Simili, Einstein parla italiano: itinerari e polemiche, Edizioni Pendragon, 2008, pp. 38, 39
  17. ^ a b c d Simonetta Fiori, «I professori che rifiutarono il giuramento» (precisazione in merito al precedente articolo del 16 aprile), La Repubblica, sezione Cultura, 22 aprile 2000, p. 44.
  18. ^ a b Franca Selvatici in La Repubblica del 6 agosto 2007.
  19. ^ a b Gabriele Turi, Giovanni Gentile: una biografia, Giunti Editore, 1995, pp. 418, 419
  20. ^ Gennaro Sasso, Gentile, Giovanni, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 53, 2000.
  21. ^ a b c d e Giovanni Gentile, Fascismo e Università, in «Politica sociale», I [luglio-agosto 1929], nn. 4-5, pp. 333-336.
  22. ^ Piero Treves, De Sanctis, Gaetano, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 39, 1991.
  23. ^ Bruna Soravia, Levi Della Vida, Giorgio, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 64, 2005.
  24. ^ Rossella Faraone, Giovanni Gentile e la "questione ebraica", Rubbettino Editore, 2003, p. 125.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]