Giuramento di fedeltà al Fascismo

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In base a un regio decreto emanato il 28 agosto 1931 i docenti delle università italiane avrebbero dovuto giurare di essere fedeli non solo allo statuto albertino e alla monarchia, ma anche al regime fascista. L'idea dell'inserimento della clausola di fedeltà al fascismo viene attribuita al filosofo Balbino Giuliano, che ricopriva in quegli anni la carica di Ministro per l'Educazione Nazionale nel governo Mussolini[1].

In tutta Italia furono solo una quindicina di personalità, su oltre milleduecento docenti, a rifiutarsi di prestare giuramento di fedeltà al fascismo perdendo così la cattedra universitaria. Il numero effettivo delle persone che non si sottoposero al giuramento oscilla di qualche unità a seconda delle fonti. L'indeterminazione è dovuta anche ad alcune situazioni particolari, di docenti che vi si sottrassero per vie diverse: Vittorio Emanuele Orlando, ad esempio, andò anticipatamente in pensione, mentre altri, come Giuseppe Antonio Borgese, si allontanarono dall'Italia fascista andando esuli all'estero[1]. Allo stesso modo non si sottopose al giuramento il docente ed economista Piero Sraffa, già da alcuni anni esule a Cambridge[1] .

I nomi dei docenti furono:


Molti degli accademici vicini al comunismo aderirono invece al giuramento seguendo il consiglio di Togliatti[1], con la giustificazione che il prestare giuramento permettesse loro di svolgere, come dichiarò Concetto Marchesi, «un'opera estremamente utile per il partito e per la causa dell'antifascismo»[6]. Analogamente, la maggior parte dei cattolici, su suggerimento del Papa Pio XI, ispirato probabilmente da Agostino Gemelli[1], prestò giuramento «con riserva interiore»[1][6].

Vi fu chi accondiscese al giuramento, tra questi Guido Calogero e Luigi Einaudi, seguendo l'invito di Benedetto Croce, «per continuare il filo dell'insegnamento secondo l'idea di libertà»[6] a impedire che le loro cattedre - secondo l'espressione di Einaudi - cadessero «in mano ai più pronti ad avvelenare l'animo degli studenti»[7].

Il Giuramento di fedeltà al Fascismo fu imposto anche nella Pubblica Amministrazione e nelle industrie più importanti, a chi si rifiutava veniva spedita una lettera di "licenziamento in tronco". Così accadde al fondatore della SJMA (Società Jesina Macchine Agricole) Eugenio Lampacrescia, padre di otto figli, rappresentante dell'industria di Jesi (An) che aveva dato i suoi innumerevoli brevetti di macchine agricole, dall'azienda dei progenitori in Recanati, presente alle varie Esposizioni di Parigi; ugualmente ad Arnaldo Bellagamba, Preside del Liceo Classico di Jesi (An), che fu costretto a mantenere la sua numerosa famiglia con lezioni private. Una lapide commermorativa presso l'Università degli Studi di Torino ricorda il rifiuto all'obbedienza al Fascismo dai quattro docenti che lavorarono nell'Ateneo: Carrara, De Sanctis, Ruffini e Venturi.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f Sergio Romano, «1931: i professori giurano fedeltà al fascismo» dal Corriere della Sera del 14 febbraio 2006, p. 39.
  2. ^ Già sospeso dall'insegnamento (in quanto sacerdote «modernista» scomunicato) nel 1926, mentre si preparavano i Patti Lateranensi e non reintegrato dalla Repubblica Italiana.
  3. ^ a b Non citato nel volume di Goetz. La sua posizione è oggetto di precisazione a seguito di pubblicazione, sulla Repubblica del 23 aprile 2000, della recensione di Simonetta Fiori al saggio dello storico tedesco. Si veda: Simonetta Fiori, «I professori che rifiutarono il giuramento» (precisazione in merito al precedente articolo del 16 aprile), La Repubblica, sezione Cultura, 22 aprile 2000, p. 44.
  4. ^ Michele Strazza, Floriano Del Secolo, un giornalista "troppo democratico" in storiain.net. URL consultato il 6-6-2012.
  5. ^ Amedeo G. Conte, Paolo Di Lucia, Luigi Ferrajoli, Mario Jori, Filosofia del diritto, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2002, p. 81.
  6. ^ a b c Simonetta Fiori, «I professori che dissero no a Mussolini» (recensione a: Helmut Goetz. Il giuramento rifiutato), La Repubblica, sezione Cultura, 16 aprile 2000, p. 40.
  7. ^ Antonio Pesenti, La cattedra e il bugliolo, 1972, p. 228.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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