Georges Sorel

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Georges Sorel

Georges Eugène Sorel (Cherbourg, 2 novembre 1847Boulogne-sur-Seine, 29 agosto 1922) è stato un filosofo, sociologo, ingegnere e pensatore francese, teorico del sindacalismo rivoluzionario.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

[1] Dal 1870 esercitò la professione di ingegnere civile di ponti e strade che lasciò nel 1892 per dedicarsi alla scrittura di opere di filosofia [2], storia [3] ma soprattutto di scienze sociali e politica che gli procurarono una vasta notorietà.

Il percorso ideologico politico di Sorel attraversò varie fasi: dal 1893 al 1897 si dichiarò socialista e marxista e si interessò della concezione materialistica della storia di Antonio Labriola scrivendo le prefazioni alle sue opere. Nel 1898 si inserì nella discussione critica iniziata dal 1896 da Eduard Bernstein con la sua teoria revisionista della dottrina di Marx ed Engels, avanzando la successiva interpretazione volontaristica e antipositivistica del socialismo.

Risentendo della critica crociana a Labriola, nel 1899 aderì alle tesi del revisionismo e del riformismo [4]

Allo sviluppo del pensiero soreliano contribuì anche il dibattito sull’Affare Dreyfus che investì la Francia che si divise verso la fine del secolo in dreyfusardi ed antidreyfusardi. Sorel prese le difese di Dreyfus e partecipò al dibattito vedendovi una speranza per una rinascita morale della democrazia francese. Per questo fine in un primo momento, pur nella sua diversa interpretazione [5], appoggiò il riformismo socialista schierandosi con il leader dei socialisti francesi Jean Jaurès. Ma il definitivo fallimento delle tesi innocentiste convinse allora Sorel che per una rinnovata democrazia non vi fosse altra strada che quella del sindacalismo rivoluzionario del sindacato cioè, libero da ogni influenza politica e come strumento essenziale della lotta di classe.

Nel 1908 pubblicò il suo libro più famoso, le Considerazioni sulla violenza (Réflexions sur la violence) [6]. La prima traduzione italiana dell'opera fu realizzata da Antonio Sarno e pubblicata per i tipi della Casa Editrice Giuseppe Laterza e figli nel 1909 con una introduzione di Benedetto Croce con il quale Sorel intrattenne una fitta corrispondenza [7].

Ebbe scambi epistolari anche con il sociologo Vilfredo Pareto e con i pubblicisti Mario Missiroli ed Agostino Lanzillo, ma anche saltuariamente con i sociologi Guglielmo Ferrero, Gustave Le Bon, con il filosofo Henri Bergson e per un certo periodo con Antonio Labriola.

Sorel considerava la violenza necessaria nella lotta contro il capitalismo e rimproverava al marxismo volgare il suo carattere utopistico e dogmatico. Le lotte sociali dei lavoratori, ed in particolare lo sciopero generale proletario (per differenziarlo invece dallo sciopero generale politico), erano da lui ritenute come il mito sociale garante delle trasformazioni.

Dopo un periodo di disillusioni che lo portò a guardare con simpatia all'estrema destra antiparlamentare francese (1909-1912), divenne un oppositore accanito della guerra scatenata nel 1914 e poi un sostenitore della Rivoluzione russa e dei bolscevichi.

Il suo pensiero destò più fascino in Italia, (dove pubblicò alcuni dei suoi libri, fra cui i Saggi di critica del marxismo), che in ogni altro paese, compresa la stessa Francia.

Pensiero politico[modifica | modifica sorgente]

Secondo Sorel, il proletariato non ha bisogno di guide e, attraverso l'auto-organizzazione, può rendersi consapevole della sua funzione rivoluzionaria. Contro la tesi marxista del proletariato organizzato da un partito, questi auspica - senza per questo riprendere le idee anarchiche di Michail Bakunin ma semmai quelle di Proudhon - che l'azione diretta, senza mediazione alcuna, sia lo strumento dell'azione rivoluzionaria. Sorel esalta il primato dell'azione: un elogio del "fare" che ha un risvolto filosofico in quanto si richiama alla tesi di Giambattista Vico, ripresa da Marx, secondo cui l'uomo conosce solo quello che fa. Da qui, in Sorel, una particolare idea della coscienza di classe che non è data in sé, ma si forma nell'azione con l'acquisizione progressiva di capacità tecniche e morali.

Questa crescita può esistere solo se i gruppi operai rimangono completamente scissi dalla società borghese, dal punto di vista organizzativo e ideologico: è questo il principio dell'autonomia operaia che è al centro della tematica soreliana. Nel suo saggio Riflessioni sulla violenza contrappone al mondo storico un mondo fantastico creato dall'azione, che diviene mito sociale quando viene assimilato dalla masse come punto di riferimento. Il mito sociale è espressione della volontà e non dell'intelletto, ben diversamente dalla utopia che è un prodotto intellettuale. I miti non possono essere messi in discussione, non promettono benefici immediati come l'utopia, ma sono una forza ispiratrice di una violenza che contiene alti valori morali.

« Adoperando il termine di mito, credevo di avere avuto una trovata felice, perché in tal modo rifiutavo ogni discussione con coloro che vogliono sottomettere lo sciopero generale a una critica minuta e che accumulano obiezioni contro la sua attuabilità. Pare invece che abbia avuto una ben infelice idea, poiché gli uni mi dicono che i miti sono propri soltanto alle società primitive, mentre gli altri si immaginano che io voglia dare al mondo moderno come forza propulsiva dei sogni analoghi a quelli che Renan riteneva utili per rimpiazzare la religione; ma si è andati anche più lontano, e si è preteso che la mia teoria dei miti sia un argomento da avvocato, una falsa traduzione delle opinioni autentiche dei rivoluzionari, un sofisma intellettualista [...] Capisco che questo mito dello sciopero generale, in ragione del suo carattere di infinità, venga a ferire le persone sagge; nel mondo attuale è assai viva la tendenza a ritornare alle opinioni degli antichi e a subordinare la morale al buon andamento degli affari pubblici, il che conduce a porre la virtù in un giusto mezzo. Fin tanto che il socialismo rimane "una dottrina esposta interamente a parole", è molto facile di farlo deviare verso un giusto mezzo; ma questa trasformazione ovviamente è impossibile quando si introduce il mito dello sciopero generale, che comporta una rivoluzione assoluta [...] Mentre i nostri attuali miti conducono gli uomini a prepararsi a una battaglia per distruggere ciò che esiste, l'utopia ha sempre avuto per effetto di dirigere gli spiriti verso riforme che potranno effettuarsi gradatamente modificando il sistema; non bisogna quindi meravigliarsi se tanti utopisti poterono diventare abili uomini di Stato allorché essi ebbero acquistata una maggiore esperienza della vita politica. [8] »

Nel suo altro libro fondamentale, Le illusioni del progresso, edito nel 1908, Sorel critica il positivismo che veicola una fiducia sproporzionata nella capacità della scienza a risolvere tutti i problemi e l'ideologia illuministica del progresso che crea l'illusione pericolosa della felicità prodotta naturalmente dall'operare borghese. Da qui l'accostamento con il pensiero antipositivista di Bergson, anche se non proprio con la sua teoria dello "slancio vitale" dalla quale si discosta esplicitamente. Il pensiero di Sorel si caratterizza, dunque, per una feroce critica antiborghese: la borghesia si accontenta della propria mediocrità ed è attirata solo dalla vita comoda e dal denaro; il parlamento è il tipico luogo politico della borghesia, è utile solo al mantenimento dello status quo, e vi si palesa quel chiacchiericcio vuoto che è tipico dell'essenza borghese. Il socialismo parlamentare è degenerazione del socialismo in quanto legittima lo Stato e finisce, perciò, per legittimare la borghesia; l'alternativa è l'azione rivoluzionaria del proletariato (che non deve condividere nulla con le istituzioni e le organizzazioni borghesi). Visto che si sta consolidando la prassi di un socialismo parlamentare, va da sé che la rivoluzione non potrà essere condotta dal partito, bensì dal sindacato. Si arriverà alla rivoluzione attraverso lo sciopero che, secondo Sorel, non potrà mai essere strumento di contrattazione poiché è un vero e proprio "tirocinio rivoluzionario": attraverso lo sciopero il proletariato acquisisce coscienza di classe.

Dallo sciopero generale condotto non tanto per motivi sindacali quanto per motivi ideologici, si genererà prima il fastidio per lo sconvolgimento dell'ordine sociale, e, in seguito la reazione repressiva violenta della borghesia che farà nascere la spontanea e violenta controreazione rivoluzionaria del popolo guidato dal proletariato. Lo sciopero generale è punto creatore della rivoluzione: porta all'abolizione delle differenziazioni sociali; non ha, però, una tempistica e dei confini precisi, è un'essenza di riscatto sempre presente nelle coscienze dei proletari.

« Lo sciopero generale costituisce il mito nel quale si racchiude tutto intero il socialismo, ossia un'organizzazione d'immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti corrispondenti alle diverse manifestazioni della guerra ingaggiata dal socialismo contro la società moderna. Gli scioperi hanno prodotto nel proletariato i sentimenti più nobili, più profondi e più dinamici che egli possieda; lo sciopero generale li unisce in un quadro d'insieme, e, attraverso il loro accostamento, dà a ciascuno il massimo d'intensità; facendo appello ai più ribollenti ricordi delle lotte particolari, esso colora di un'intensa vita ogni dettaglio della composizione presente alla coscienza. Otteniamo così quella intuizione del socialismo che il solo linguaggio non poteva offrire in maniera particolarmente chiara - e l'otteniamo in un insieme istantaneamente chiarificato [9]»

Sorel su Mussolini e il fascismo[modifica | modifica sorgente]

« Non lo si sa ancora ma, egli [Mussolini] è il solo uomo energico capace di riparare le debolezze del governo [10] »

La prima formazione politica del giovane Benito Mussolini avvenne proprio nell'ambito del pensiero sindacalista rivoluzionario che poi trasfuse nella rivoluzione fascista contro la borghesia parlamentare [11]. Mussolini definì Sorel «nôtre maître» (nostro maestro) [12] e lodò le Riflessioni sulla violenza di Sorel che aveva insegnato al popolo che «la vita è lotta, sacrificio, conquista, un continuo 'superare se stessi'» [13]

In effetti però la questione dei rapporti di Sorel con Mussolini e il fascismo fu controversa in particolare a causa di testimonianze di Élie Halévy e di Jean Variot. Quest'ultimo, che simpatizzava con il fascismo, pubblicò nel 1922 un necrologio di Sorel [14] e un articolo nel 1935 Propos de Georges Sorel (A proposito di Georges Sorel) dove erano attribuite a Sorel delle pretese dichiarazioni filo-mussoliniane fatte nel 1912 e anche in seguito.

Ma al di fuori degli studiosi di Sorel (come Jacques Julliard, Shlomo Sand, Francesco Germinario, Willy Gianinazzi, ecc.) si continuano a divulgare i soliti stereotipi. Così, a quanto riferito da Carlo Ginzburg nel testo Miti Emblemi Spie, il pensiero di Sorel, secondo L'ère des tyrannies di Halévy e una lettera di Marcel Mauss, ispirò Mussolini, come Lenin e in modo indiretto, rifacendosi a Mussolini, Hitler.[15] Nel campo delle influenze, questa volta riscontrabili nelle fonti dirette, andrebbero piuttosto citati i corrispondenti di Sorel.

Alcuni giudizi espressi nell'epistolario in effetti tendono a contrastare l'opinione di una simpatia politica di Sorel con il fascismo che risulterebbe dissolta nel 1921:

« Ho una grande paura che le elezioni conducano ad una camera favorevole ai fascisti [...] Sono persuaso che i fascisti hanno per capo nascosto, ma reale, il re che nel 1915 ha spinto l'Italia a far la guerra nella speranza di distruggere il socialismo. [16]»
« I "fascisti" trattano i socialisti più o meno come i black and tans trattano i Sinn-feins e hanno fin qui il prestigio della violenza. [...] La Russia rimane il solo paese nel quale possa fermentare qualche lievito. [...] Occorre seguire con molta simpatia quello che fa Lenin. [17]»
« Le cose d'Italia mi sembra vadano assai male [...] Il disordine dei fascisti, che sopprimono lo stato di cui [Giolitti] pretende essere il difensore intransigente, ben potrebbero ricondurre l'Italia ai tempi del medio-evo. Non sembra che i fascisti siano più equilibrati dei futuristi. [18] »

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Fonte: Dizionario di Filosofia, Treccani (2009) alla voce corrispondente
  2. ^ Le procès de Socrate (1889), Les illusions du progrès (1908), De l’utilité du pragmatisme (1917)
  3. ^ La ruine du monde antique (1898) e Le système historique de Renan (1906)
  4. ^ La crisi del socialismo scientifico, in Critica sociale (maggio 1898); Nuovi contributi alla teoria marxista del valore, in Giornale degli economisti (luglio 1898)
  5. ^ André Tosel, Jean Jaurès et Georges Sorel, les frères ennemis du socialisme français, La Pensée, n° 352, 2007
  6. ^ Già edite nel 1905-1906 in una versione iniziale sulla rivista sindacalista rivoluzionaria di Roma diretta da Enrico Leone, Il Divenire sociale
  7. ^ Epistolario Sorel-Croce
  8. ^ Georges Sorel, Lettera a Daniel Halévy del 15 luglio 1907
  9. ^ G. Sorel, Réflexions sur la violence, 1906, Rivière, Parigi 1946 p.182 (trad,it: Riflessioni sulla violenza, Laterza, Bari)
  10. ^ In Dino Biondi, La fabbrica del Duce, Vallecchi editore, p.20
  11. ^ Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Torino Einaudi 1965 p.40)
  12. ^ In una recensione della Teoria sindacalista di Prezzolini pubblicata su il Popolo del 27 maggio 1909
  13. ^ Articolo sul Popolo s'Italia del 25 giugno 1909)
  14. ^ J. Variot, articolo su L'Eclair, 11 settembre 1922
  15. ^ « Mauss approvava pienamente la connessione suggerita da Halévi tra bolscevismo da un lato e fascismo e nazismo dall'altro, segnalando l'importanza, in questo contesto, degli scritti di Sorel, a cui si erano richiamati Lenin, Mussolini e indirettamente (rifacendosi a Mussolini) anche Hitler » (Carlo Ginzburg, Miti emblemi spie. Morfologia e storia, pag. 228, Einaudi, 1986, n.ed. 2000. Ma come si deduce dal suo libro sull'empiriocriticismo, Lenin non aveva alcuna simpatia per Sorel, tacciato di confusionario.
  16. ^ Dalla lettera a Paul Delesalle del marzo 1921, in Lettres à Paul Delesalle, Parigi, 1947, p. 215
  17. ^ Dalla lettera a Guglielmo Ferrero del 13 marzo 1921; citato in Georges Sorel e Guglielmo Ferrero, a cura di Mario Simonetti, "Il Pensiero politico", n. 1, 1972, p. 149
  18. ^ Dalla lettera a Mario Missiroli del 21 giugno 1921; citato in Lettere a un amico d'Italia, a cura di M. Missiroli, Bologna, 1963, p. 308-309

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Cesare Goretti, Il sentimento giuridico nell'opera di Giorgio Sorel, Il Solco, Città di Castello, 1922.
  • Cesare Goretti, Sorel, Athena, Milano, 1928.
  • Shlomo Sand, L'illusion du politique. Georges Sorel et le débat 1900, Paris, La Découverte, 1984.
  • Jacques Julliard, Shlomo Sand (eds.), Georges Sorel en son temps, Paris, Le Seuil, 1985 (comprende, a cura di Shlomo Sand, la bibliografia degli scritti di Sorel la più completa).
  • Georges Sorel, Scritti sul socialismo, Pellicanolibri, 1978.
  • Georges Sorel, Paris, Cahiers de l'Herne, 1986.
  • Giovanna Cavallari, "Georges Sorel. Archeologia di un rivoluzionario", Napoli Jovene 1994
  • Marco Gervasoni, Georges Sorel, una biografia intellettuale. Socialismo e liberalismo nella Francia della belle époque, Milano, Unicopli, 1997.
  • Georges Sorel, Decadenza parlamentare, Marco Gervasoni (ed.), (con una bibliografia degli scritti su Sorel, a cura di Shlomo Sand e Michel Prat), Milano, M&B Publishing, 1998.
  • Willy Gianinazzi, Naissance du mythe moderne. Georges Sorel et la crise de la pensée savante (1889-1914), Paris, Ed. de la Maison des sciences de l'Homme, 2006.
  • Formes et essence du socialisme, par Francesco Saverio Merlino; avec une préface de G. Sorel, Paris, V. Giard & E. Brière, 1898

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