Axum

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Axum
città
አክሱም (Aksum)
Localizzazione
Stato Etiopia Etiopia
Regione Tigrè
Zona Mehakelegnaw
Territorio
Coordinate 14°07′N 38°44′E / 14.116667°N 38.733333°E14.116667; 38.733333 (Axum)Coordinate: 14°07′N 38°44′E / 14.116667°N 38.733333°E14.116667; 38.733333 (Axum)
Altitudine 2.131[1] m s.l.m.
Abitanti 42 672[2] (2005)
Altre informazioni
Fuso orario UTC+3
Cartografia
Mappa di localizzazione: Etiopia
Axum
Flag of UNESCO.svg Bene protetto dall'UNESCO
UNESCO World Heritage Site logo.svg Patrimonio dell'umanità
Axum
(EN) Aksum
Steli di Axum.jpg
Tipo storico
Criterio C (i) (iv)
Pericolo nessuna indicazione
Riconosciuto dal 1980
Scheda UNESCO (EN) Scheda
(FR) Scheda

Axum, talvolta scritta più correttamente Aksum,[3] è una città del Tigrè, regione settentrionale dell'Etiopia, situata ai piedi delle montagne di Adua. È stato il centro del regno di Axum, che sorse nel periodo attorno alla nascita di Cristo e declinò verso il XII secolo a causa del nascente impero etiopico più a sud. Il 75% della popolazione è composto da etiopici di religione cristiano-ortodossa. La rimanente parte è suddivisa tra musulmani sunniti e cristiani P'ent'ay.

Per il loro valore storico, le rovine archeologiche presenti sono state incluse nel 1980 dall'UNESCO nella lista dei Patrimoni dell'umanità.

Regno di Axum e Cristianità Ortodossa[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno di Axum.
La chiesa dove si ritiene sia contenuta l'Arca dell'Alleanza

Il regno di Axum aveva un suo linguaggio scritto chiamato Ge'ez e sviluppò un'architettura originale, caratterizzata da obelischi giganteschi. Il regno raggiunse il suo apogeo durante il regno di Ezana, che fu battezzato con il nome di Abriha nel IV secolo. Questo avvenimento segnò il momento ufficiale per la cristianizzazione del regno.

La Chiesa ortodossa etiopica afferma che la chiesa di Nostra Signora di Sion di Axum contiene la biblica Arca dell'Alleanza dove erano custodite le Tavole della Legge su cui sono scritti i Dieci Comandamenti portati da Mosè al suo popolo. Questa stessa chiesa fu il luogo dove per secoli vennero incoronati gli imperatori etiopi fino al regno di Fasilidos e di nuovo da Giovanni IV di Etiopia fino alla fine dell'impero. Axum viene considerata la più santa delle città dell'Etiopia ed è un'importante meta di pellegrinaggi. Feste significative sono T'imk'et (corrispondente alla Festa dell'Epifania, celebrata il 7 gennaio, non il 6), e la Festa di Maryam Sion che cade alla fine di novembre.

Il 15 ottobre del 1935 la città fu conquistata dalle truppe italiane al comando del generale Emilio de Bono, due anni dopo, nel 1937, un obelisco di Axum, alto 23,4 metri e risalente a 1700 anni prima, già a terra e rotto in quattro pezzi da diversi secoli, fu inviato a Roma dai soldati italiani per essere collocato in Piazza di Porta Capena come bottino di guerra della Guerra d'Etiopia. Questo obelisco è generalmente ritenuto uno dei più begli esempi di questo tipo di costruzioni dell'impero axumita. Nonostante un accordo preso con le Nazioni Unite nel 1974 prevedesse la restituzione dell'obelisco, l'Italia si attardò in una lunga disputa diplomatica con il governo etiopico, che vedeva nell'obelisco un simbolo dell'identità nazionale nonché nel suo ritorno un atto riparatorio all'aggressione subita. Nel 2005, infine, l'Italia restituì l'obelisco all'Etiopia. L'UNESCO è stata resa responsabile del restauro e della risistemazione dell'obelisco di Axum. Si è trattato di un'operazione molto complessa. Nell'aprile di quell'anno la stele, che pesa 152 tonnellate, fu caricata su un aeromobile Antonov e trasportata in Etiopia. Il 4 giugno è iniziato il sollevamento e il posizionamento dei blocchi della stele con un intervento ingegneristico diretto dallo "Studio Croci e Associati" con il professore Giorgio Croci come capo progetto. Il bilancio economico complessivo è stato di 4,78 milioni di dollari, interamente finanziati dal governo italiano.

Il 4 settembre 2008 si è tenuta ad Axum la cerimonia ufficiale di inaugurazione della stele di Axum restaurata, o stele n. 2.

Axum e Islam[modifica | modifica wikitesto]

La terza stele

Quando i musulmani di Axum cercarono di erigere una moschea in questa città particolarmente santa per gli Etiopici, i residenti ortodossi replicarono che in questo caso ad essi doveva essere permesso erigere una chiesa ortodossa alla Mecca.

Il contatto di Axum con l'Islam è molto antico. Secondo Ibn Hishām (una delle più antiche fonti storiche dell'Islam), quando Maometto combatteva contro l'ostilità della sua tribù dei Quraysh, inviò un piccolo gruppo di musulmani, comprendente la figlia Ruqayya e suo marito ʿUthmān b. ʿAffān, con quella che viene chiamata "Piccola Egira". Al gruppo di profughi, il re di Axum, Ashama ibn Abjar, concesse rifugio e protezione, rifiutando le richieste di restituzione avanzate dai Quraysh, guidati da ʿAmr ibn al-ʿĀṣ. Questi rifugiati non ritornarono in Ḥijāz fino al sesto anno dell'Egira (628) e, d'altra parte, molti rimasero in Etiopia stabilendosi nella regione del Negash, nel Tigrè occidentale.

Ci sono differenti tradizioni sugli influssi che questi primi musulmani ebbero sui regnanti di Axum. La tradizione musulmana riporta che i regnanti di Axum fossero tanto ammirati da questi rifugiati da convertirsi segretamente all'Islam. D'altro canto una tradizione etiopica riferisce che uno dei rifugiati musulmani che vivevano in Etiopia in quel periodo si convertì alla religione cristiana ortodossa, diventando così il primo convertito conosciuto dall'Islam al Cristianesimo. Sempre secondo la tradizione, alla morte di Ashama ibn Abjar, Maometto stesso pregò per l'anima del re e disse ai suoi seguaci: "Lasciate in pace gli etiopici fino a quando essi stessi non prendano l'offensiva".

Siti di particolare interesse[modifica | modifica wikitesto]

L'area delle steli come si presentava nel 1936
Il "Parco settentrionale delle steli" ad Axum con la Stele di Re Ezana al centro e la Grande Stele, spezzata, a terra
Axum nel 1934

I principali monumenti axumiti sono costruiti a forma di stele; la maggior parte si trova nel Parco settentrionale delle steli, e arrivano fino ai 33 metri di altezza della Grande Stele, che si crede sia crollata al suolo durante la costruzione, mentre quella ancora eretta di maggiore altezza la Stele di Re Ezana raggiunge i 24 metri. Un'altra stele è l'Obelisco di Axum di cui si è parlato più sopra. Si ritiene che queste steli segnalino delle tombe, che un tempo portassero dei dischi di metallo fissate ai fianchi. Le Stele Gudit, diversamente da quelle dell'area nord, sono frammischiate a tombe per lo più del IV secolo.

Altri siti interessanti della città sono la già citata chiesa di Santa Maria di Sion, costruita nel 1665 (un'altra chiesa con lo stesso nome è stata edificata nelle vicinanze nel XX secolo). Inoltre vi sono altri importanti siti archeologici, musei etnografici e la pietra di Ezana, scritta in Sabeo, Ge'ez e greco antico similmente alla Stele di Rosetta. Ancora, la Tomba di Re Bazen, un megalite considerato una delle più antiche strutture, il cosiddetto Bagno della Regina di Saba (in realtà una riserva d'acqua) che si rifà alla leggenda secondo la quale la famosa regina sarebbe vissuta nella città, la Ta'akha Maryam del IV secolo e il Palazzo di Dungur del VI secolo, i monasteri di Abba Pentalewon e Abba Liqanos e la roccia artistica Leonessa di Gobedra.

Resta da segnalare che la città è servita da un piccolo aeroporto.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Fallingrain - Aksum
  2. ^ CSA 2005 National Statistics, Table B.4
  3. ^ Il fonema "x" non è infatti identico a quello della "k" seguito dalla "s".

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Stuart Munro-Hay, Aksum: An African Civilization of Late Antiquity, Edinburgh: University Press, 1991, ISBN 0-7486-0106-6, edizione online
  • Yuri M. Kobishchanov, Axum (redattore Joseph W. Michels; traduttrice, Lorraine T. Kapitanoff), University Park, Pennsylvania: University of Pennsylvania, 1979, ISBN 0-271-00531-9
  • Sergew Hable Sellassie, Ancient and Medieval Ethiopian History to 1270, Addis Abeba, United Printers, 1972.
  • African Zion, the Sacred Art of Ethiopia, New Haven, Yale University Press, 1993.
  • Il giornale dell'Arte n 278. p. 41

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]