Eccidio del Ponte dell'Industria

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Eccidio del Ponte dell'Industria
Tipofucilazione
Data7 aprile 1944
LuogoRoma
StatoRepubblica Sociale Italiana Repubblica Sociale Italiana
ResponsabiliUomini del servizio di sicurezza (SD) delle SS
Motivazionerappresaglia per l'assalto al forno Tesei
Conseguenze
Morti10
Il Ponte dell'Industria a Roma

L'eccidio del Ponte dell'Industria a Roma (detto dai romani "Ponte di ferro", nel quartiere Ostiense) fu riferito per la prima volta dal giornalista e scrittore Cesare De Simone in un saggio pubblicato nel 1994[1] e poi da lui narrato con maggiore ricchezza di particolari in un romanzo pubblicato quattro anni dopo[2]. Secondo il resoconto di De Simone, il 7 aprile 1944, per rappresaglia contro l'assalto al forno Tesei (che riforniva le truppe di occupazione naziste), dieci donne, sorprese dai soldati tedeschi con pane e farina, sarebbero state fatte allineare lungo le transenne del ponte e fucilate.

Sul ponte dell'Industria è stata fatta deporre nel 1997 dall'amministrazione comunale una lapide commemorativa[3].

Forti dubbi sulla realtà dell'episodio sono stati espressi dallo storico Gabriele Ranzato in un testo pubblicato nel 2019.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Resistenza romana.

La già precaria situazione alimentare della capitale si aggravò ulteriormente in conseguenza dell'ordinanza emessa il 26 marzo 1944 dal generale Kurt Mälzer, comandante della città di Roma durante l'occupazione, che aveva ridotto da 150 a 100 grammi per persona la razione giornaliera di pane destinata ai civili. A partire dalla seconda metà di aprile si intensificarono gli episodi di attacchi ai forni o ai trasporti del pane. Un telegramma del prefetto al capo della polizia datato 21 aprile menziona «manifestazioni alquanto vivaci da parte di donne per mancanza di pane» in cui un forno era stato assaltato «con asportazione anche di denaro»; altre informative di polizia nel mese di maggio segnalano «incidenti davanti a molti forni provocati da gruppi di donne e bambini», fra cui i due più gravi si verificarono in via Nomentana (un forno assaltato da cui vennero asportati ottocento chili di pane, pasta e farina) e in via San Francesco a Ripa in Trastevere (un tentato assalto)[4].

L'episodio più noto si verificò il 3 maggio, quando fu assaltato a un forno in via del Badile, nel Tiburtino: un milite della PAI uccise Caterina Martinelli, una madre di sette figli che stava scappando dopo essersi impossessata di una pagnotta[5][6][4]. Un rapporto del vice capo di polizia Cerruti indirizzato al ministro degli interni della RSI Buffarini Guidi, datato 15 maggio, esprime preoccupazione per la situazione dell'ordine pubblico, menzionando fra l'altro recenti «episodi sporadici di assalti ai forni»[4]. Dopo l'uccisione della Martinelli, comunque, gli assalti videro protagonisti gruppi meno numerosi, che attaccavano soprattutto le piccole consegne alle panetterie[4].

I precedenti immediati e l'eccidio[modifica | modifica wikitesto]

Gli assalti ai forni nella prima settimana di aprile[modifica | modifica wikitesto]

Secondo il libro di Cesare De Simone Roma città prigioniera, pubblicato nel 1994, la prima protesta di donne contro la riduzione della razione di pane avrebbe avuto luogo il 1º aprile al forno Tosti (quartiere Appio); il 6 aprile, a Borgo Pio, sarebbe poi stato bloccato e depredato un camion che ogni giorno ritirava il pane per portarlo alla caserma dei militi della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana)[7].

L'eccidio[modifica | modifica wikitesto]

La lapide posta a memoria dell'eccidio

Sempre secondo De Simone, il 7 aprile, sul ponte dell'Industria (un ponte metallico che collega i quartieri Ostiense e Portuense)

«una folla di donne e ragazzini dà l'assalto al forno Tesei, dove è anche un deposito di pane per i rifornimenti alle truppe tedesche di stanza a Roma. Intervengono SS e militi della GNR, dieci donne vengono afferrate di forza, portate sul ponte e abbattute a raffiche di mitra contro la spalletta di ferro[7]

De Simone dedicò all'eccidio del ponte dell'Industria il suo romanzo Donne senza nome, pubblicato nel 1998, che viene presentato dall'autore come un'inchiesta basata su un documento e su varie testimonianze. In tale libro De Simone ha così elencato i nomi delle vittime: Clorinda Falsetti, Italia Ferracci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistolesi, Silvia Loggreolo[2][8].

De Simone scrive di essersi imbattuto, nel corso di una ricerca d'archivio, in uno scarno resoconto dell'episodio; da questa circostanza sarebbe stato indotto a interrogare testimoni e a intraprendere investigazioni anche mediante ricerche al cimitero del Verano e annunci su quotidiani romani[2].

Il documento riportato da De Simone, un mattinale di polizia, recita:

«Ieri, a motivo di un assalto al forno Tesei in via B. Baldini, zona Portuense, da parte di una folla giunta anche dai quartieri adiacenti, è intervenuto un reparto della polizia germanica riportando l'ordine. Dieci donne, sobillatrici dei disordini, sono state fucilate sul ponte dell'Industria[9]

Il cadavere di una delle donne sarebbe stato ritrovato nudo sotto il ponte. La testimonianza proverrebbe dall'allora giovanissimo parroco di San Benedetto all'Ostiense:

«Sì, le ho viste. Ho visto quelle dieci donne. O meglio, ho visto i loro corpi. Ero in chiesa e con dei parrocchiani stavo portando via le macerie dopo un bombardamento. Di corsa, erano arrivate della donne che si erano messe a gridare che dovevo correre perché al forno Tesei, le SS avevano preso dieci donne e le stavano per fucilare. Era, lo ricordo bene, il 7 aprile. Corsi e arrivai sul ponte. Le SS mi fermarono e poi arrivò anche uno della Brigata Nera con una "M" rossa sul basco. Mi dissero che tutto era inutile perché le donne erano già state fucilate. Poi, mi portarono sotto il ponte e potei benedire quella creatura tutta nuda ammazzata sul posto[10]

La testimonianza del parroco, in forma più estesa e con parole diverse, è anche in Donne senza nome[11]; qui il parroco afferma esplicitamente che la donna trovata morta sotto il ponte è stata violentata[12].

Sempre in Donne senza nome De Simone introduce alcune battute che il romanziere asserisce siano state pronunciate in un interrogatorio, durante il processo dell'ex capitano nazista delle SS Erich Priebke, imputato fra il 1996 e il 1998 dalla Procura militare di Roma per la partecipazione alla strage delle Fosse Ardeatine:

«Priebke: Non ho mai saputo nulla di quanto ha detto l'avvocato, sulla fucilazione di donne. Non rientrava nelle mie competenze. Non ne ho mai neppure sentito parlare. In ogni caso non mi risulta che vennero mai fucilate delle donne, a Roma, nel periodo dell'occupazione germanica. Non c'erano donne alle Fosse Ardeatine.
Avvocato: Nemmeno il suo superiore diretto, Kappler, gliene ha mai parlato?
Priebke: No, lo escludo[13]

Donne senza nome contiene una testimonianza dell'ex gappista ed ex parlamentare del PCI Carla Capponi, la quale asserisce di aver saputo dell'eccidio solo dopo la liberazione di Roma, nell'ottobre o nel novembre del 1944[14], da «due compagne di Monteverde» che «avevano partecipato all'assalto»[15].

«Quando entrai alla Camera, nel '48, organizzai un comizio unitario delle donne elette, ne facevano parte anche le democristiane, e prendemmo l'iniziativa di mettere una lapide sul ponte di ferro. La scritta non la ricordo, diceva comunque che lì i tedeschi avevano fucilato dieci romane, dieci madri di famiglia che chiedevano pane. Ma i nomi non c'erano, non li avevamo neppure allora. Era una lapide modesta, di pietra da pochi soldi; due o tre anni dopo qualcuno di notte la fracassò, fascisti credo, e da allora delle dieci donne s'è persa ogni memoria[16]

Così rievoca l'eccidio la stessa Carla Capponi nelle sue memorie, pubblicate nel 2000:

«Le donne dei quartieri Ostiense, Portuense e Garbatella avevano scoperto che il forno panificava pane bianco e aveva grossi depositi di farina. Decisero di assaltare il deposito che apparentemente non sembrava presidiato dalle truppe tedesche. Il direttore del forno, forse d'accordo con quelle disperate o per evitare danni ai macchinari, lasciò che entrassero e si impossessassero di piccoli quantitativi di pane e farina. Qualcuno invece chiamò la polizia tedesca, e molti soldati della Wehrmacht giunsero quando le donne erano ancora sul posto con il loro bottino di pane e farina. Alla vista dei soldati nazisti cercarono di fuggire, ma quelli bloccarono il ponte mentre altri si disposero sulla strada: strette tra i due blocchi, le donne si videro senza scampo e qualcuna fuggì lungo il fiume scendendo sull'argine, mentre altre lasciarono cadere a terra il loro bottino e si arresero urlando e implorando. Ne catturarono dieci, le disposero contro la ringhiera del ponte, il viso rivolto al fiume sotto di loro. Si era fatto silenzio, si udivano solo gli ordini secchi del caporale che preparava l'eccidio. Qualcuna pregava, ma non osavano voltarsi a guardare gli aguzzini, che le tennero in attesa fino a quando non riuscirono ad allontanare le altre e a far chiudere le finestre di una casetta costruita al limite del ponte.
Alcuni tedeschi si posero dietro le donne, poi le abbatterono con mossa repentina "come si ammazzano le bestie al macello": così mi avrebbe detto una compagna della Garbatella tanti anni dopo, quando volli che una lapide le ricordasse sul luogo del loro martirio. Le dieci donne furono lasciate a terra tra le pagnotte abbandonate e la farina intrisa di sangue. Il ponte fu presidiato per tutto il giorno, impedendo che i cadaveri venissero rimossi; durante la notte furono trasportati all'obitorio dove avvenne la triste cerimonia del riconoscimento da parte dei parenti[17]

La lapide in bronzo posta nel 1997 all'ingresso del ponte (lato via del Porto Fluviale) è opera dello scultore Giuseppe Michele Crocco[18].

Revisione storiografica[modifica | modifica wikitesto]

Nella sua monografia sulla Resistenza romana La liberazione di Roma, pubblicata nel 2019, lo storico Gabriele Ranzato rileva che De Simone ha indicato Carla Capponi come una delle sue «prime fonti orali» per l'episodio dell'eccidio del ponte dell'Industria; Ranzato osserva inoltre che la stessa Capponi ha narrato l'episodio nel suo libro di memorie Con cuore di donna (2000)[17], arricchendolo di ulteriori dettagli[4].

Commenta Ranzato: «E forse allora quella strage tedesca è veramente successa. Ma a lasciare molte perplessità non c'è solo il fatto che il documento riportato da De Simone, un mattinale di polizia privo di qualsiasi riferimento archivistico, è risultato assolutamente introvabile[19], che le testimonianze sono poco più che chiacchierate occasionali, e soprattutto che lo stesso autore nella postfazione, ribadendo l'autenticità del caso narrato, specifichi che "accurate ricerche non hanno permesso di trovare - in un verbale di polizia - altro che i nomi delle 10 vittime" e si richiami "alla fantasia della narrazione"»[4].

Sempre secondo Ranzato, maggiori dubbi nascono dai seguenti interrogativi: «Com'è possibile [...] che, di dieci donne uccise, delle quali almeno una buona parte doveva avere una famiglia, non ci sia stato nessun parente che, quanto meno dopo la liberazione della città, ne abbia reclamato i corpi, abbia denunciato con forza l'atto barbaro di cui erano restate vittime, sapendo di trovare gran numero di forze politiche e organi di stampa disposti a farsi portavoce di quella denuncia? E per altro verso [...] perché le forze antifasciste, tra le quali quella comunista fu subito una delle più attive nell'incitare le lotte per il pane, sono restate in silenzio di fronte a un atto di repressione che, se per spietatezza era secondo solo alla strage delle Fosse Ardeatine, per la sua feroce esecuzione in pubblico, accompagnata - si dice - da una terrificante esposizione dei cadaveri, e per il genere esclusivamente femminile delle sue vittime, era un unicum nella capitale?»[4].

Rileva inoltre Ranzato che «né la stampa clandestina durante l'occupazione né quella ormai libera dopo hanno dato alcuna notizia dell'eccidio [...]. Nessun cenno peraltro se ne è trovato in alcuna delle fonti relative ad ambiti cattolici, solitamente attenti alle sofferenze degli umili "innocenti" [...]. E infine è anche difficile capire perché di un fatto così grave commesso dai tedeschi non ci sia traccia nelle comunicazioni intercorse tra le autorità fasciste, o da esse dirette agli stessi "alleati" germanici, in cui a volte manifestavano anche contrarietà circa il loro operato»[4].

Opere cinematografiche e teatrali[modifica | modifica wikitesto]

  • Emanuela Giordano, Le ragazze del ponte (2001), mediometraggio (52 minuti); altro titolo: 7 Aprile 1944 – Storie di donne senza storia.
  • I dieci angeli del ponte (2004), testo di Paolo Buglioni e Alessia Bellotto Gai, regia di Alessia Gai (spettacolo teatrale rappresentato al Teatro San Paolo in occasione del 60º anniversario dell'eccidio).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ De Simone 1994.
  2. ^ a b c De Simone 1998, p. 211.
  3. ^ Svastiche sulla lapide della "strage del pane", in la Repubblica, 10 settembre 1997. URL consultato il 22 aprile 2019.
  4. ^ a b c d e f g h Ranzato 2019, capitolo VII.
  5. ^ De Simone 1994, pp. 130-96.
  6. ^ Capponi 2009, pp. 246-7.
  7. ^ a b De Simone 1994, p. 130, richiamato in Ranzato 2019, capitolo VII, il quale tuttavia (nella nota in calce n. 159) rileva che De Simone nel testo citato «non indica alcuna fonte» riguardo a tutti questi episodi.
  8. ^ Capponi 2009, p. 246. Capponi scrive che «per anni i loro nomi restarono ignoti, soltanto la paziente ricerca di Cesare De Simone li avrebbe svelati».
  9. ^ De Simone 1998, p. 10, citato in Ranzato 2019, nota n. 161 al capitolo VII. Ranzato rileva che De Simone non specifica il destinatario di tale testo e non fornisce alcun riferimento archivistico, «sebbene l'autore conoscesse bene la necessità di quei riferimenti - per averli usati in altri suoi scritti - al fine di garantirne l'autenticità».
  10. ^ Citato in De Simone 1994.
  11. ^ De Simone 1998, pp. 24-9.
  12. ^ De Simone 1998, p. 27.
  13. ^ Interrogatorio di Priebke citato in De Simone 1998, p. 149.
  14. ^ De Simone 1998, p. 14.
  15. ^ Testimonianza di Carla Capponi in De Simone 1998, p. 13. Nel romanzo l'ex partigiana è chiamata "Carla C."
  16. ^ Testimonianza di Carla Capponi in De Simone 1998, pp. 14-5.
  17. ^ a b Capponi 2009, pp. 245-6.
  18. ^ De Simone 1998, p. 211.
  19. ^ Ranzato riferisce: «Ricerche presso l'Archivio Centrale dello Stato», dove De Simone sostiene di avere reperito il mattinale della polizia da lui citato, «non hanno dato alcun frutto»: cfr. Ranzato 2019, nota n. 161 al capitolo VII.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Carla Capponi, Con cuore di donna. Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista, Milano, Il Saggiatore, 2009 [2000], ISBN 88-565-0124-4.
  • Cesare De Simone, Roma città prigioniera. I 271 giorni dell'occupazione nazista (8 settembre '43 - 4 giugno '44), Milano, Mursia, 1994, ISBN 88-425-1710-0.
  • Cesare De Simone, Donne senza nome, Milano, Mursia, 1998, ISBN 88-425-2384-4.
  • Gabriele Ranzato, La liberazione di Roma. Alleati e Resistenza (8 settembre 1943 - 4 giugno 1944), Bari-Roma, Laterza, 2019, ISBN 88-581-2798-6.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]