Todo modo (film)

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Todo modo
Todo modo.PNG
Una scena del film
Titolo originale Todo modo
Lingua originale italiano
Paese di produzione Italia
Anno 1976
Durata 120 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere grottesco, drammatico, politico
Regia Elio Petri
Soggetto Leonardo Sciascia (omonimo romanzo)
Sceneggiatura Elio Petri, Berto Pelosso
Produttore Daniele Senatore per Cinevera
Distribuzione (Italia) PIC
Fotografia Luigi Kuveiller
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Dante Ferretti
Costumi Franco Carretti
Interpreti e personaggi
(ES)
« Todo modo para buscar la voluntad divina[1]»
(IT)
« Ogni mezzo per realizzare la volontà divina. »
(Scheda del film[2])

Todo modo è un film drammatico italiano del 1976 diretto da Elio Petri. Liberamente ispirato all'omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, è l'ultimo del connubio cinematografico, ma anche politico e ideologico, del regista Elio Petri e l'attore Gian Maria Volontè, sodalizio che contribuì alla fortuna del cinema politico italiano degli anni settanta.

Trama[modifica | modifica sorgente]

La vicenda ha luogo in un albergo-eremo-prigione, nel quale capi politici, grandi industriali, banchieri e dirigenti d'azienda, tutti appartenenti alle varie correnti democristiane, si ritrovano per gli annuali ritiri spirituali (ispirati agli esercizi spirituali) di tre giorni per espiare i reati di corruzione e altro che essi erano soliti praticare. Questa volta la riunione avviene in concomitanza con un'epidemia che miete numerose vittime in Italia.

All'interno di questo luogo, chiamato "Zafer", in realtà dovrebbe avvenire una sorta di rinnovamento del partito, della propria struttura, dei propri vertici, dei propri interessi (storicamente, quando il film uscì, durante il governo di Aldo Moro, era il periodo in cui si iniziò a parlare di compromesso storico tra DC e PCI) al fine di mantenere il potere nel Paese. Tra litigi continui e violenti, accuse reciproche e poca pratica spirituale, si sviluppa una serie di apparentemente immotivati delitti, che eliminano, uno alla volta, i personaggi di primo piano del partito.

Tra i tantissimi personaggi, vi è il Presidente, interpretato da Gian Maria Volontè, nei panni del capo politico conciliante, bonario, che mira ad accontentare tutti, ma segretamente animato da un'infinita sete di potere e di dominio.

I personaggi[modifica | modifica sorgente]

Il personaggio del Presidente è apertamente calcato sulla figura di Aldo Moro (che, all'uscita del film, era a capo del governo da due anni), pur senza mai nominarlo direttamente; ma la fisicità, il modo di comportarsi ed il ruolo rivestito non lasciano spazio a dubbi in merito.

Volontè per quest'interpretazione prese a studiare i comportamenti di Moro, i suoi discorsi, la sua mimica facciale e corporale, l'inflessione della sua voce, la sua vena conciliatrice. Petri ricordò che i primi due giorni delle riprese furono cestinati di comune accordo perché la somiglianza tra i due "era imbarazzante, prendeva alla bocca dello stomaco", considerando che egli non doveva interpretare direttamente Moro, bensì fornirne una maschera, una caricatura, un simulacro. Anche perché, se il personaggio fosse stato esplicitamente Aldo Moro, il film non sarebbe mai potuto essere distribuito.

Tra gli altri attori impegnati nel film vi è Marcello Mastroianni, nei panni di Don Gaetano, un prete astuto e calcolatore, molto potente sul piano politico, e anch'egli assetato di potere.

Colonna sonora[modifica | modifica sorgente]

Secondo le intenzioni del produttore Daniele Senatore, la colonna sonora del film doveva essere affidata a Charles Mingus. L'accordo con il musicista era stato possibile grazie alla sinergia tra la Warner, che si era impegnata nella distribuzione del film all'estero, e la WEA-Atlantic, casa discografica che teneva all'epoca Mingus sotto contratto. Nel 1976 Mingus, invitato a Roma con la sua band, nel giro di un paio di giorni registrò le musiche da destinare al film sulla base di generiche indicazioni sulla trama fornitegli dal produttore e, con l'occasione, tenne anche alcuni concerti. Abbastanza contrariato per il fatto che Petri non aveva voluto mostrargli alcun fotogramma girato, il musicista fu invitato dal produttore direttamente sul set, anche se Petri continuava ad essere ostile al progetto. In quella occasione poté finalmente vedere alcune scene e registrare delle improvvisazioni che avrebbero dovuto completare il commento musicale al film.

La decisione definitiva del regista di scartare le musiche composte da Mingus maturò quando, in fase iniziale di montaggio, i brani furono sottoposti all'ascolto di Renzo Arbore, allora compagno di Mariangela Melato. Arbore sostenne che la partitura era una «patacca», che si trattava di materiale scartato dallo stesso Mingus in occasione di lavori precedenti e riciclato per l'occasione, e che in ogni caso non si addiceva al clima del film. Petri a quel punto decise di interpellare Ennio Morricone che, nel giro di pochi giorni, gli fornì una partitura ispirata alle opere di Olivier Messiaen, come egli stesso chiedeva.[3]

Distribuzione[modifica | modifica sorgente]

Titoli alternativi[modifica | modifica sorgente]

  • Juízo Final (Brasile)
  • Todo Modo (Francia)
  • Mia seira dolofonies (Grecia)

Accoglienza del film[modifica | modifica sorgente]

Girato negli anni di piombo, dopo Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) e La classe operaia va in paradiso (1971), Todo modo, ispirato all'omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, presenta toni più cupi e farseschi nell'intento di fornire una parodia amara e realistica della classe politico-dirigenziale che deteneva il potere in Italia dal dopoguerra: la Democrazia Cristiana.

La pellicola, dal marcato sapore espressionista e dall'esplicita vena grottesca con cui propone la propria visione della DC e della politica italiana in generale, aveva l'obiettivo dichiarato di denunciare la corruzione, il malcostume, l'imperversare di interessi personali nella gestione della res publica italiana, ricorrendo al grottesco come unica arma possibile per denunciare senza incorrere in censure particolari.

Alla proiezione nelle sale, il film fu accolto con freddezza. Criptico e lento nella struttura, fu molto criticato dalla classe politica democristiana e snobbato dai comunisti (era il periodo del compromesso storico: Petri affermò che "in pubblico i comunisti lo criticavano ma in privato gli confidavano che piaceva[2]), tanto che segnò il decadimento della corrente del "cinema politico" italiano e la fine del connubio Petri-Volontè. La Warner Communications decise inoltre di non far uscire il film negli Stati Uniti, anche se in precedenza la coppia Petri-Senatore aveva realizzato un buon successo con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, vincendo anche un Oscar.

Il successivo rapimento e omicidio di Aldo Moro rese di fatto "invisibile" il film per molti anni. La pellicola fu ritrovata bruciata presso gli archivi di Cinecittà, in seguito al sequestro dalle sale.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Frase di S. Ignazio di Loyola che il capo del partito rivela al magistrato incaricato di far luce sugli omicidi dell'eremo-albergo "Zafer"
  2. ^ a b Scheda del film, apav.it. URL consultato l'8 maggio 2011.
  3. ^ Filippo Bianchi: Mingus e Todo Modo: storia di un fallimento. In: Musica Jazz, anno 60, n. 10, ottobre 2004, pag XLVIII-XLIX.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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