Storia della colonna infame
| Storia della Colonna Infame | |
|---|---|
| La lapide che fu posta presso la Colonna Infame. Milano, Castello Sforzesco. | |
| Autore | Alessandro Manzoni |
| 1ª ed. originale | 1840 |
| Genere | saggio |
| Sottogenere | storico |
| Lingua originale | italiano |
| Ambientazione | Milano durante la peste del 1630 |
Storia della Colonna Infame è un saggio storico scritto da Alessandro Manzoni in un arco di tempo piuttosto lungo. Originariamente legata al romanzo I promessi sposi, la vicenda avrebbe dovuto far parte del V capitolo del IV tomo dell'opera, nella sua prima edizione, resa pubblica con il nome di Fermo e Lucia. Manzoni tuttavia reputò che tale lunga digressione, che faceva séguito a un'altra sui tragici eventi della peste, avrebbe "fuorviato i suoi lettori."[1]
Caratteristica inconfondibile dell'autore è stata la perenne insoddisfazione e la conseguente rivisitazione di tutte le sue opere, atteggiamento che lo porterà a escludere la vicenda della Colonna Infame con l'intenzione di pubblicarla come appendice storica nella seconda edizione del romanzo. Il brano era infatti decisamente troppo lungo per essere inserito all'interno del romanzo. Manzoni lo pubblicherà in seguito, nel 1840, con il titolo noto.
Indice |
Vicenda storica [modifica]
La vicenda narra dell'intentato processo a Milano, durante la terribile peste del 1630, contro due presunti untori, ritenuti responsabili del contagio pestilenziale tramite misteriose sostanze, in seguito ad un'accusa - infondata - da parte di una "donnicciola" del popolo, Caterina Rosa.
Il processo, svoltosi storicamente nell'estate del 1630, decretò sia la condanna capitale di due innocenti, Guglielmo Piazza (commissario di sanità) e Gian Giacomo Mora (barbiere), sia la distruzione della casa-bottega di quest'ultimo. Come monito venne eretta sulle macerie dell'abitazione del Mora la "colonna infame", che dà il nome alla vicenda.
Solo nel 1778 la Colonna Infame, ormai divenuta una testimonianza d’infamia non più a carico dei condannati, ma dei giudici che avevano commesso un'enorme ingiustizia, fu abbattuta. Nel Castello Sforzesco (Milano) se ne conserva la lapide, che reca una compiaciuta descrizione, in latino seicentesco, delle pene inflitte[2].
Con questa tragica vicenda, Manzoni vuole affrontare il rapporto tra le responsabilità del singolo e le credenze e convinzioni personali o collettive del tempo. Tramite un'analisi storica, giuridica e psicologica, l'autore cerca di sottolineare l'errore commesso dai giudici e l'abuso del loro potere, che calpestò ogni forma di buonsenso e di pietà umana, spinti da una convinzione del tutto infondata e da una paura legata alla tremenda condizione del tempo provocata dall'epidemia di peste. Notevole è che la superstizione circa l'esistenza degli untori fu una caratteristica di quei tempi: non se ne ha notizia nelle precedenti epidemie.
Nel 1972 il regista Nelo Risi diresse il film La colonna infame, fedele trasposizione del saggio.
Note [modifica]
- ^ Lanfranco Caretti, Introduzione a Storia della Colonna Infame. Milano: Mursia, 1973, p.5.
- ^ Questa ne è una traduzione:
QUI, OVE S'APRE QUESTO LARGO,
SORGEVA UN TEMPO LA BOTTEGA DEL BARBIERE
GIAN GIACOMO MORA
CHE, ORDITA CON IL COMMISSARIO DELLA PUBBLICA SANITA' GUGLIELMO PIAZZA
E CON ALTRI UNA COSPIRAZIONE,
MENTRE UN'ATROCE PESTILENZA INFURIAVA,
COSPARGENDO DIVERSI LOCHI DI LETALI UNGUENTI
MOLTI CONDUSSE AD UN'ORRENDA MORTE.
GIUDICATI ENTRAMBI TRADITORI DELLA PATRIA,
IL SENATO DECRETO'
CHE DALL'ALTO DI UN CARRO
PRIMA FOSSERO MORSI CON TENAGLIE ROVENTI,
MUTILATI DELLA MANO DESTRA,
SPEZZATE L'OSSA DEGLI ARTI,
INTRECCIATI ALLA RUOTA, DOPO SEI ORE SGOZZATI,
BRUCIATI E POI,
PERCHE' DI COTANTO SCELLERATI UOMINI NULLA AVANZASSE,
CONFISCATI I BENI,
LE CENERI DISPERSE NEL CANALE.
PARIMENTI DIEDE ORDINE CHE
AD IMPERITURO RICORDO
LA FABBRICA OVE IL MISFATTO FU TRAMATO
FOSSE RASA AL SUOLO
NE' MAI PIU' RICOSTRUITA;
SULLE MACERIE ERETTA UNA COLONNA
DA CHIAMARE INFAME.
LUNGI ADUNQUE DA QUI, ALLA LARGA,
PROBI CITTADINI,
CHE UN ESECRANDO SUOLO
NON ABBIA A CONTAMINARVI!
ADDI' I AGOSTO 1630
(sen.Marcantonio Monti prefetto della pubblica sanità'
Giovambattista Visconti capitano di giustizia)
Dopo la rimozione della colonna le ultime due righe furono ablate dalla lapide; il testo si rinviene, tuttavia, in Remarks on several parts of Italy & C. in the years 1701, 1702, 1703 di Joseph Addison, Londra 1753, pag. 35:
PRÆSIDE PVB. SANITATIS M. ANTONIO MONTIO SENATORE
R. IVSTITIÆ CAP. IO. BAPTISTA VICECOMIT
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