Le voci di dentro

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Le voci di dentro
Commedia in tre atti
Autore Eduardo De Filippo
Lingua originale Italiano
Genere Teatro napoletano
Composto nel 1948
Personaggi
  • Alberto Saporito
  • Carlo Saporito
  • Zi'Nicola Saporito ("Šparavierzi")
  • Pasquale Cimmaruta
  • Matilde Cimmaruta ("Madame Omar Bey")
  • Rosa Cimmaruta
  • Luigi Cimmaruta
  • Elvira Cimmaruta
  • Maria (cameriera)
  • Michele (portiere)
  • Ciccillo "Capa d'angelo"
  • Brigadiere di PS
  • Teresa Amitrano
  • Aniello Amitrano
  • Agenti di PS
Riduzioni cinematografiche Cinema: un film del 1966, Spara forte, più forte... non capisco!, con regia dello stesso autore. Tra gli interpreti, oltre lo stesso Eduardo, Marcello Mastroianni, Raquel Welch, Regina Bianchi, Ugo D'Alessio, Angela Luce, Franco Parenti, Leopoldo Trieste, Guido Alberti.

TV: una trasposizione televisiva in bianco e nero registrata e mandata in onda negli anni '60 è andata perduta. Nella versione a colori del 1978 con regia dello stesso autore i tre atti originali vennero suddivisi in due tempi. Tra gli interpreti, oltre lo stesso Eduardo, anche Luca De Filippo, Pupella Maggio, Giuliana Calandra, Gino Maringola, Marzio Honorato, Franco Angrisano. Della registrazione del 1978 esistono due versioni: una integrale e l'altra ridotta, in quest'ultima alcune scene del primo atto sono state tagliate.

 

Le voci di dentro è una commedia in tre atti di Eduardo De Filippo composta nel 1948[1] inserita dall'autore nella raccolta "Cantata dei giorni dispari".

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Alberto Saporito è un apparecchiatore di feste popolari, e vive col fratello Carlo e lo zio Nicola. Una notte sogna che i vicini di palazzo, i Cimmaruta, uccidono l'amico Aniello Amitrano e fanno sparire il cadavere. Nel sogno, lucidissimo, Alberto vede dove sono nascosti i documenti che possono incastrare i vicini. L'indomani, fatta la denuncia in questura, fa arrestare i Cimmaruta e rimasto solo in casa con il portiere Michele, cerca i documenti. Solo allora, all'improvviso, s'accorge di aver sognato il tutto e capisce il guaio che ha combinato.

Ritrattata la denuncia dal commissariato di polizia, Alberto si trova ora nei guai: Il procuratore della Repubblica, insospettito, crede che egli abbia ritrattato per paura od altro. Inoltre, rischia una querela per calunnia da parte dei vicini. Ma quel che viene messo in moto, in una rapida degenerazione, è un meccanismo che svelerà tutte le meschinità dei protagonisti. Carlo, il fratello, nell'evenienza dell'arresto, cerca immediatamente un compratore per tutto il materiale per l'allestimento delle feste popolari, e tenta di farne firmare ad Alberto la cessione (con pieni poteri), adducendo varie scuse. I Cimmaruta, che vengono a trovarlo uno alla volta, si mostrano stranamente gentili e si accusano l'uno con l'altro[2] cercando di salvare il resto della famiglia. Converranno, alla fine, di dover assassinare Alberto per salvarsi... da un omicidio che, nel finale della commedia, si scopre essere solamente un sogno, in quanto Aniello è vivo e vegeto. Alberto, a questo punto finale, finge di aver trovato i documenti, chiamando assassini i vicini; e spiega a cosa si riferisce: assassini della stima e della fiducia reciproche, ammettendo un omicidio come potenziale prassi, sospettando degli stessi familiari:
«Voi mò volete sapere perché siete assassini ... in mezzo a voi magari ci sono pure io e non me ne accorgo ... Avete sospettato l'uno dell'altro ... Io vi ho accusati e voi non vi siete ribellati, lo avete ritenuto possibile. Un delitto lo avete messo fra le cose probabili di tutti i giorni; un assassinio nel bilancio familiare! La stima, don Pasqua', la stima! ... La fiducia scambievole ... senza la quale si può arrivare al delitto.»
In fondo ammette Alberto Saporito è compreso anche lui fra loro, senza saperlo: infatti con quel sogno, ha inconsciamente creduto i vicini capaci di un tale crimine.

Analisi della commedia[modifica | modifica wikitesto]

In quest'opera ritorna il tema dell'ambiguità di rapporto fra realtà e sogno. Il filo conduttore di questa commedia, forse la più amara scritta da Eduardo, è l'incomunicabilità simboleggiata dallo zi' Nicola, l'enigmatico personaggio (Šparavierzi),[3] che per disillusione delle cose umane ha rinunciato a parlare preferendo esprimersi con una sorta di "Codice Morse" dove i punti e le linee sono lo scoppio di petardi.[4] Questo personaggio è la metafora di chi, dolorosamente, vuole mantenersi estraneo e al di fuori dalle meschine vicende del mondo; abita in sorta di palafitta, eretta al centro della scena, lontano dalle vicende che si svolgono sul palcoscenico, e lì morirà nel mezzo della commedia, tornando a parlare poco prima di morire, solo per esclamare: «Per favore, un poco di pace!».

Zi' Nicola ha smesso di parlare poiché il mondo non lo ascolta più. È questo il tema del mutismo e del silenzio che tornerà in altre commedie di Eduardo da Mia famiglia a Gli esami non finiscono mai. Rifugiarsi quindi nel silenzio o nel sogno, visto come unico sfogo delle inquietudini umane: con il racconto del sogno sanguinolento della cameriera Maria e del portiere Michele che rimpiange i bei sogni a colori della giovinezza si apre la commedia dove proprio un sogno, quello di Alberto Saporito sarà l'evento scatenante della vicenda, portando progressivamente a galla le ipocrisie, le amarezze e le meschinità dei personaggi coinvolti. Ancora una volta appare il tema centrale delle commedie eduardiane: la famiglia qui rappresentata con un ritratto al vetriolo della "famiglia rispettabile". Sullo sfondo l'Italia uscita da quella guerra che ha portato le nevrosi e disillusioni, la difficoltà nel quotidiano "tirare a campare", e l'abbrutimento dell'uomo che ormai vede nell'altro un suo nemico.

Personaggi ed Interpreti (1978)[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Le rappresentazioni che Eduardo stava dando al Teatro Nuovo di Milano con la commedia La grande magia dovettero essere interrotte per una grave malattia che colpì Titina De Filippo. Il contratto che Eduardo aveva sottoscritto con il teatro prevedeva che entro il prossimo Natale l'autore avrebbe dovuto presentare una nuova commedia. Questo costrinse Eduardo ad un lavoro frenetico che egli stesso così racconta: «All'Hotel Continentale, vicino alla Scala, la stanza divenne un vero campo di battaglia fogli sparsi dappertutto, persino sotto il letto e nella stanza da bagno. Appena finita una scena la segretaria della compagnia la portava ad una vicina copisteria e poi me la riportava per gli ultimi ritocchi.» La nuova commedia fu terminata in sette giorni.
  2. ^ Luigi Cimmaruta accusa in modo particolare la zia Rosa che per economizzare, fabbrica in casa sapone e candele, con i grassi residui di pranzo e cena. Dice infatti Luigi Cimmaruta ad Alberto Saporito: «Sapurì, e 'cca tenimme 'na casa chiena 'e cannele e sapone » (Saporito, qui abbiamo una casa piena di candele e sapone !). Sembra evidente il riferimento alle vicende giudiziarie di Leonarda Cianciulli (nota come "la saponificatrice"), il cui processo si aprì nel 1946 (la commedia è del 1948), e la cui storia suscitò molto scalpore all'epoca.
  3. ^ Un personaggio col soprannome di "Šparavierzi" è realmente esistito. Era un fuochista napoletano.
  4. ^ A questo proposito, Andrea Camilleri, lo scrittore siciliano che ebbe frequentazioni di amicizia e di lavoro con Eduardo, racconta che durante le prove della versione televisiva della commedia che egli curava, quando zi' Nicola accende il bengala verde, andò tutto a meraviglia e ogni volta il trovarobe accendeva un fuoco nuovo. Al momento della registrazione zi' Nicola accende il fuoco e «succede un cataclisma...parte un razzo strepitoso, all'interno dello studio...provocando il panico generale... e siccome nella scenografia c'erano centinaia di sedie impagliate...il razzo va ad infilarsi dentro ...incendiandole.» Solo l'intervento dei pompieri evitò guai peggiori. Commentò Eduardo: «Lo vedete perché io non posso vedere la televisione? Perché la televisione è in mano ai preti e ai piemontesi che non distinguono una "fontanella" da un "mascone".» (cfr. qui [1])

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Eduardo De Filippo, Teatro (Volume secondo) - Cantata dei giorni dispari (Tomo primo), Mondadori, Milano 2005, pagg. 1021-1158 (con una Nota storico-teatrale di Paola Quarenghi e una Nota filologico-linguistica di Nicola De Blasi)

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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