Filumena Marturano

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Filumena Marturano
Commedia in tre atti
Titina De Filippo in Filumena Marturano
Titina De Filippo in Filumena Marturano
Autore Eduardo De Filippo
Titolo originale Filumena Marturano
Lingua originale Italiano
Genere Teatro napoletano
Composto nel 1946
Personaggi
  • Filumena Marturano
  • Domenico Soriano
  • Alfredo Amoroso
  • Rosalia Solimene
  • Diana
  • Lucia, Cameriera
  • Umberto
  • Riccardo
  • Michele
  • Avvocato Nocella
  • Teresina, sarta
  • 1° facchino
  • 2° facchino
Riduzioni cinematografiche Cinema: Filumena Marturano, film del 1951, con la regia dello stesso autore. Tra gli interpreti, oltre lo stesso Eduardo, Titina De Filippo

Cinema: Matrimonio all'italiana (film 1964), con la regia di Vittorio de Sica. Interpreti principali Sofia Loren e Marcello Mastroianni
TV: una trasposizione televisiva con regia dello stesso autore del 1962. Tra gli interpreti, oltre lo stesso Eduardo, anche Regina Bianchi, Enzo Petito, Nina De Padova, Gennarino Palumbo, Carlo Lima, Antonio Casagrande.
TV: una trasposizione televisiva con regia di Cristina Pezzoli del 2003. Tra gli interpreti, Isa Danieli e Antonio Casagrande.
TV: una trasposizione televisiva del 2010, adattata in italiano, diretta e interpretata da Massimo Ranieri con attrice protagonista Mariangela Melato.

 
« 'E figlie so' figlie e so' tutt'eguale! »
(Filumena)

Filumena Marturano è una commedia teatrale in tre atti scritta nel 1946 da Eduardo De Filippo e inserita dall'autore nella raccolta Cantata dei giorni dispari. È uno dei lavori di E. De Filippo più conosciuti e apprezzati dal pubblico e dalla critica internazionale.[1]

Scritta originariamente da De Filippo per la sorella Titina De Filippo, che rese una grande interpretazione del personaggio femminile di Filumena, in seguito fu interpretata da Regina Bianchi, Pupella Maggio, Valeria Moriconi, Isa Danieli, Lina Sastri e Mariangela Melato.[2]

Racconta Andrea Camilleri,[3] che ebbe frequentazioni di lavoro e d'amicizia con Eduardo De Filippo, che, in occasione della trasposizione televisiva della commedia, Eduardo disse a Regina Bianchi: «Regì, guarda che poi questo Titina se lo guarda». Regina Bianchi recitò con tutta l'anima, dando tutta sé stessa. Alla fine del primo atto - negli anni '60 non c'era montaggio, si registrava un atto intero - Camilleri, profondamente emozionato, si precipitò ad abbracciare l'attrice, che gli svenne tra le braccia per la tensione emotiva della recitazione che, con quelle parole, Eduardo le aveva provocato.

Dalla commedia Eduardo trasse il film omonimo (1951), diretto e interpretato da lui stesso e da sua sorella Titina, nonché la versione televisiva (1962) con Regina Bianchi nella parte che fu di Titina; Vittorio De Sica ne trasse altresì Matrimonio all'italiana (1964), con Sofia Loren e Marcello Mastroianni, sempre ambientato a Napoli.

La commedia fu tradotta in varie lingue, tra cui l'inglese: nella versione londinese fu diretta (1977) da Franco Zeffirelli e interpretata da Joan Plowright, moglie del celebre attore Laurence Olivier. Nel 1979 la stessa Plowright, dopo due stagioni di clamorosi successi a Londra, interpretò la commedia a Broadway la cui regia fu firmata, in questa edizione, dal marito.

Trama[modifica | modifica sorgente]

I atto[modifica | modifica sorgente]

Napoli. Filumena, una matura signora con un passato da prostituta, è stata per venticinque anni la mantenuta di Don Domenico (Mimì) Soriano, ricco pasticciere napoletano e suo cliente di vecchia data, di fatto amministrando i beni e la casa di lui come una vera e propria moglie.

Per costringere Don Mimì al matrimonio e ad abbandonare la sua condotta dissoluta, si finge morente, ingannando anche un prete e un medico; Domenico, credendola in fin di vita, la sposa con la falsa prospettiva di un breve legame. Dopo aver scoperto l'inganno, Domenico, furente, si rivolgerà a un avvocato, che inesorabilmente spiegherà a Filumena che lo stratagemma è stato inutile perché un matrimonio contratto con l'inganno non può essere valido.

II atto[modifica | modifica sorgente]

Davanti al trionfo di Domenico, la donna gli esprimerà il proprio disprezzo e gli rinfaccerà la sua ingratitudine verso di lei raccontandogli in un monologo l'infanzia povera e infelice da lei trascorsa nel Vico San Liborio. Gli confesserà di avere tre figli, che non la conoscono come propria madre, che ha cresciuto sottraendo a Domenico piccole somme: uno dei tre è figlio di Domenico stesso. Don Mimì non le crede, ma Filumena gli ricorda di quando una notte volle amarlo di un amore vero senza limiti che lui non capì, pagandola come al solito. Filumena ha conservato la banconota di quella notte sulla quale ha segnato la data del concepimento di suo figlio e ne restituisce una metà a don Mimì (la parte non scritta, affinché egli non possa risalire all'identità di suo figlio), «...perché i figli non si pagano».

III atto[modifica | modifica sorgente]

Filumena ha deciso di rivelare ai giovani di essere la loro madre. Anche Don Mimì conoscerà i figli di Filumena e cercherà inutilmente di scoprire quali di questi possa essere suo figlio. Filumena non glielo dirà mai perché sa che don Mimì dedicherà solo a lui le sue attenzioni, favorendolo a scapito degli altri due. Quindi, se don Mimì vuole essere padre di suo figlio, lo dovrà essere per tutti e tre indistintamente.

La fermezza e la profondità del carattere di Filumena, alla fine, prevalgono: Domenico accetta sconsolatamente di sposarla e di riconoscere i giovani come suoi figli, commuovendosi quando, nell'accompagnare i coniugi in chiesa, questi ad un tratto lo chiamano per la prima volta "papà".

La crisi della famiglia[modifica | modifica sorgente]

Ancora una volta Eduardo mette in scena la crisi della famiglia patriarcale borghese, quella che è nei desideri di don Mimì, mentre Filumena sa che sarebbe «fondata sul privilegio degli uni sopra gli altri e dunque sull'esclusione dei figli illegittimi.» [4] Filumena è consapevole che per loro il tempo della famiglia basata sull'amore è trascorso:

« Dummì, o' bello de' 'figlie l'avimmo perduto...'Figlie so chille che se teneno mbraccia, quando so' piccirille ca te danno preoccupazione quanno stanno malate e nun te sanno dicere che se sénteno... che te corrono incontro cu’ è braccelle aperte, dicenno: "Papà" ... Chille ca’ è vvide venì d’ ’a scola cu’ ’e manelle fredde e ’o nasillo russo e te cercano ’a bella cosa... »

Filumena sa bene che di quella famiglia rimane ben poco e che, se la si vuol far sopravvivere, bisogna rinsaldarne l'unità economica. Forse, col tempo, come spera don Mimì, si formerà una famiglia, non più quella ormai persa, ma quella ricostruita, basata sul reciproco rispetto anche verso i figli di una prostituta.[5]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Carlo Filosa, Eduardo de Filippo: poeta comico del tragico quotidiano : saggio su napoletanità e decadentismo nel teatro di Eduardo de Filippo, ed. La nuova cultura, 1978 p.529
  2. ^ Grazie all'interessamento del direttore del quotidiano democristiano Il Popolo, il primo cast della commedia fu ricevuto da Papa Pio XII, in udienza privata. Durante l'udienza, il pontefice inaspettatamente chiese di ascoltare uno dei monologhi della commedia e Titina De Filippo recitò la preghiera che la protagonista rivolge alla Madonna delle Rose. (In Eduardo De Filippo, Teatro, Volume 1, Arnoldo Mondadori, 2000 p.CXLII
  3. ^ Vigata.org
  4. ^ Donatella Fischer, Il Teatro Di Eduardo De Filippo: La Crisi Della Famiglia Patriarcale, MHRA, 2007 p.84
  5. ^ Donatella Fischer, Op. cit, p.85 e sgg.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Eduardo De Filippo, Teatro (Volume secondo) - Cantata dei giorni dispari (Tomo primo), Mondadori, Milano 2005, pagg. 487-646 (con una Nota storico-teatrale di Paola Quarenghi e una Nota filologico-linguistica di Nicola De Blasi)

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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