Ahmad Shah Massoud

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Ahmad Shah Massoud
Abdul Rahim Wardak in Kabul April 2010.jpg
9 gennaio 1953 - 9 settembre 2001
Soprannome Leone del Panjshir
Nato a Jangalak, Valle del Panjshir
Morto a Khvājeh Bahāʾ(Khoja Bahauddin)
Cause della morte Attentato terroristico
Luogo di sepoltura Valle del Panjshir
Religione Islam
Dati militari
Paese servito Afghanistan Afghanistan
Forza armata Fronte Unito
Anni di servizio 1978 - 2001
Grado Comandante della Fronte Unito
Guerre Guerra in Afghanistan (1979 - 1989)
Guerra civile afghana
Decorazioni Eroe nazionale afghano, nomina per il Premio Nobel della Pace

[1]

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Ahmad Shāh Massoūd, in persiano احمد شاه مسعود, detto il "Leone del Panjshir" ( Shir-e-Panjshir ) (9 gennaio 19539 settembre 2001), è stato un militare e politico afghano del Fronte Unito, combattente contro il regime talebano afgano.

Nato a Jangalak, nel nord dell'Afghanistan, di etnia Tagiki, fu comandante rispettato ed amato dei combattenti islamici per la resistenza afgana contro l’invasione sovietica prima e contro il regime dei talebani poi. Durante la guerra civile afghana divergenze politiche e ideologiche lo opposero lungamente al Partito islamico di Gulbuddin Hekmatyar. Con la vittoria del fronte di Burhanuddin Rabbani, da lui sostenuto, fu nominato Ministro della difesa. Oltre ad essere un ammirevole uomo di cultura, amante della poesia,[2] si dimostrò un abile stratega militare.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Giovinezza[modifica | modifica sorgente]

Ahmad Shah Massoud nacque nell'alta valle del Panjshir, tra i villaggi di Bazarak e di Jangalak il 9 gennaio del 1953 in quello che era il Regno di Afghanistan, suo padre era un ufficiale della polizia afgana. All'età di cinque anni incominciò a frequentare la scuola di grammatica a Bazarak fino a quando il padre non venne promosso capo della polizia a Herat, lì Massud frequentò il 3º e 4º grado della scuola e ricevette l'insegnamento religioso presso la moschea "Masjed-e Jame". Più tardi il padre venne nuovamente spostato, questa volta a Kabul, dove Massoud studiò presso il liceo franco-afgano Lycée Esteqlal e dove otterrà il Baccalaureato. In quanto capitale Kabul è anche il polo culturale più importante del paese e Massoud, in qualità di figlio di un alto ufficiale della polizia, poté permettersi il lusso di studiare al prestigioso Istituto politecnico, facoltà di architettura, nato in virtù del recente, quanto crescente, interesse sovietico per l'Afghanistan.

Questa duplice influenza culturale, francese e sovietica, si aggiungerà quindi al “naturale” bagaglio islamico di Massoud e determinerà nel tempo le sue più importanti scelte. Infatti, se da un lato la religione sarà determinante nell'intera sua vita, dall'altro il duplice contatto con il mondo moderno svilupperà in lui un profondo senso nazionalista così come un radicato sentimento anti-sovietico.

Questa tensione tra contrastanti sentimenti si fece palese nel corso degli anni settanta, durante i quali Massoud, spinto dal fervore religioso e da un crescente sentimento nazionalista e indipendentista, organizzò una serie di audaci almeno quanto mal organizzati colpi di mano, il cui fallimento lo costrinse dapprima a ripiegare nella sua terra natale, il Panjshir, per poi spingersi fino in Pakistan, sfruttando quella rete di contatti e connivenze, che proprio in quegli anni andava formandosi su suolo pakistano, il cui scopo fu di creare un nucleo di resistenza, decisamente connotata in senso islamista, all'imminente, almeno quanto malcelata, invasione sovietica dell'Afghanistan.

Nel 1972 entra a far parte dell'organizzazione Giovani Mussulmani, la formazione studentesca dello Jamiat-e Islami guidato dal professore Burhanuddin Rabbani che si opponeva alla crescente influenza sovietica sul paese che portò nel 1978 al colpo di stato che depose Mohammed Daud Khan, a sua volta salito al potere tramite un golpe. Nel 1976 il movimento si divise tra i sostenitori di Rabbani da una parte e quelli estremisti di Gulbuddin Hekmatyar, quest'ultimo fonderà lo Hezbi Islami.

Fu proprio in quel di Peshāwar, la meta dell'esilio di Massoud come di molti altri esuli della rivoluzione islamica afgana, che si delinearono e si costituirono le principali fazioni politiche (le quali erano principalmente espressione delle divisioni etniche afgane) che da quel momento in avanti guidarono la frammentaria resistenza del popolo afgano contro l'invasione sovietica prima e nella lotta per il potere poi.

Il colpo di stato dell'aprile del 1978, ad opera del Partito Democratico del Popolo Afghano (PDPA), dichiaratamente filo-sovietico, ai danni del regime repubblicano di Daud e la successiva campagna di riforme forzate volte alla laicizzazione e alla sovietizzazione dello Stato, furono gli eventi che spinsero Massoud a tornare clandestinamente in patria, nell'originario Panjshir, e a organizzare, con considerevoli difficoltà, ciò che costituirà, sia in termini di organico che di struttura organizzativa, la base della resistenza da lui guidata.

Resistenza all'Unione Sovietica[modifica | modifica sorgente]

Se da un lato è evidente la continuità della struttura organizzativa del modello strategico di Massoud, dall'altro è inconfutabile che questo stesso apparato si sia confrontato nel tempo con situazioni e problematiche profondamente diverse tra loro.

Inizialmente, dal 1979 al 1989, si trattò di organizzare una struttura che potesse far fronte alla profonda asimmetria di forze che caratterizzò il conflitto con l'Unione Sovietica. La strategia di base fu quindi di tipo indiretto e gli anni dell'esilio pakistano di Massoud permisero allo stratega in divenire che era di conoscere il pensiero di teorici della guerriglia del passato, da Mao Zedong a Giap, passando attraverso qualche raro scritto di Ernesto “Che” Guevara.

La linea strategica così adottata si rivelò alla fine vincente e l'Armata Rossa batté la ritirata anche a causa della strenua resistenza offerta dalle milizie di Massoud durante le dieci offensive che i sovietici sferrarono contro la valle del Panjshir.

Guerra a Kabul[modifica | modifica sorgente]

Successivamente nel 1992, quando cioè Massoud si trovò al posto del ministro della difesa di un nuovo governo costituito dai Peshawar Accords (un accordo di pace concordato dai partiti afgani dopo la caduta del governo comunista), le condizioni mutarono.[3] La nuova sfida sarebbe stata l'estensione legittima dell'influenza dello stato al resto del paese. L'intento di dar vita ad un Afghanistan unificato e pacifico non fu portato a termine da Massoud, il quale subito si trovò di fronte una guerra iniziata da parte di Gulbuddin Hekmatyar.[3] Gulbuddin Hekmatyar era appoggiato dal Pakistan, dai tempi della Guerra fredda con l’URSS.

La situazione degenerò quasi immediatamente ai danni, principalmente, della popolazione civile. Nel 1995Massoud sconfisse Gulbuddin Hekmatyar ed i suoi alleati.[3]

Nel gennaio 1995, l'ascesa del movimento dei Talebani lo pose di fronte ad un nuovo avversario sostenuto dal Pakistan. Massoud combatté i Talebani per due anni prima di abbandonare Kabul nel settembre 1996. Con la conquista di Kabul da parte dei Talebani Massoud ripiegò nella valle del Panjshir, dove ingaggiò una dura resistenza che gli valse il soprannome di "leone del Panjshir".

Opposizione ai Talebani[modifica | modifica sorgente]

I talebani avevano instaurato quella repubblica islamica che si rivelò al mondo come un terribile regime integralista, fondato su una rigidissima interpretazione del Corano.

L'oppressione maggiore fu nei confronti delle donne, private di ogni diritto politico e civile e addirittura interdette dalla vita sociale. Espressione di questa reazione islamica fu inoltre una violenza iconoclasta verso tutti i simboli non islamici, come le immani statue di Buddha di Bamiyan.

A partire dal 1996, quindi, la struttura militare di Massoud, riunita sotto l'insegna dell'Alleanza del Nord, tornò ad operare secondo gli schemi su cui aveva basato la sua vittoria sull'invasore sovietico. La strategia ridiventò indiretta e principi strategici come mobilità e indifferenza alla perdita momentanea di spazio tornarono ad imperare tra i ranghi delle milizie del Panjshir.

La resistenza offerta alle offensive dei Talebani da parte del sistema militare di Massoud tornò ad essere efficace e, così com'era accaduto nel corso degli anni Ottanta, l'operato degli uomini del Panjshir fu determinante nel sancire la sconfitta, politica prima ancora che militare (la quale verrà sancita successivamente dall'enorme forza di fuoco fornita dalla missione "Enduring Freedom"), del movimento talebano[4].

L'attentato e la morte[modifica | modifica sorgente]

Massoud fu assassinato in un attentato suicida il 9 settembre 2001 a Khvājeh Bahāʾ od-Dīn da due tunisini che si fingevano giornalisti di una emittente marocchina. I due terroristi erano stati reclutati, secondo una teoria, a Bruxelles dall'emiro loro connazionale Saif Allah Ben Hassine, capo e fonda­tore dell’organizza­zione salafita Ansar Al Sharia.[5] Altre teorie accreditano una matrice quaedista dell'attentato.

La bomba, nascosta nella telecamera dei due finti giornalisti, provocò la morte immediata di uno degli attentatori e il ferimento del secondo, poi ucciso in un tentativo di fuga. Dopo l'attentato, infatti, il secondo falso giornalista, leggermente ferito, fu catturato dalle guardie del corpo di Massoud e messo in una cella. Riuscì a scappare ma, quando fu scoperto, tentò di usare la sua pistola e venne ucciso con un colpo di fucile da una guardia del corpo.

Al funerale di Massoud si calcola che fossero presenti circa centomila persone.[6] Dopodiché il suo corpo fu tumulato nella città natale di Bazarak, nella valle del Panjshir.

Con la morte di Massoud, il suo posto fu preso da Mohammed Fahim, il secondo comandante più alto in grado di etnia Tagiki.

Premio Nobel per la Pace ed eroe nazionale[modifica | modifica sorgente]

La prima tomba di Massoud nella valle del Panjshir nel 2006

Nel 2002 venne candidato postumo al Premio Nobel per la pace e al Premio Sacharov, istituito dal Parlamento europeo per coloro che si distinguono nel campo della lotta per dei diritti dell'uomo. Nello stesso anno, il 25 aprile, Ahmad Shah Massoud è stato proclamato ufficialmente eroe nazionale.

Influenza culturale[modifica | modifica sorgente]

La fabbrica d'armi americana Magpul ha ideato un fucile in calibro 7,62 NATO (derivato dal precedente progetto Masada in 5,56) per le truppe speciali in Afghanistan che ha chiamato Massoud, dandogli il nome di questo leader che ha combattuto i talebani.

La figura di Massoud è tra i protagonisti del romanzo Un letto di leoni dello scrittore gallese Ken Follett. È il protagonista del libro Massoud l'Afghano, il tulipano dell'Hindu Kush di Marika Guerrini e del romanzo La Confession de Massoud dello scrittore francese Olivier Weber.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ InStoria - Ahmad Shah Massoud
  2. ^ Barry Michael, Massud il leone del Panshir. Dall'islamismo alla libertà, Ponte alle grazie, 2003.
  3. ^ a b c Amin Saikal, Modern Afghanistan: A History of Struggle and Survival, 2006 1st, I.B. Tauris & Co Ltd., London New York, p. 352, ISBN 1-85043-437-9.
  4. ^ La Confession de Massoud Olivier Weber, 2013
  5. ^ Tunisia, salafiti sempre più potenti. URL consultato il 21 maggio 2013.
  6. ^ PanjshirTv Qarsak, Ahmad Shah Massoud Sad Day Part 2. URL consultato il 13 febbraio 2014.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

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